spaccarsi

Ero sul ponte di una nave e ho visto tramontare il sole in mare mentre ero nel mare. L'ho visto muoversi spaccarsi come un tuorlo fondersi nell'acqua e diventare linea, e pensavo che vedevo l'orizzonte. Avevo coscienza dell'orizzonte. Vedevo dove tutto finiva, dove oltre non c'è più niente, non c'è linea più in basso di quella, non c'è collina campo monte dove lo sguardo è escluso, non c'è nessun più in là, è il burrone della terra, dove poi comincia solo la vertigine e la fantasia. Il mare è la fine della Terra, ne è la ragione, la rende nuda, finita. Era un tramonto tra tanti in una nave che fa avanti e indietro ogni santo giorno ma mi son sentita fortunata, e di vertigine, come quel sole. E ho pensato, e sì che lo sapevo già però ci son tante cose che sappiamo ma che in realtà vorremmo sapere ogni giorno, che la bellezza che sta attorno ci rende dio mio infiniti.

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Mi piace cercare le parole giuste. Le parole e il loro suono mi salvano. L'ho scoperto alle elementari, quando tutto è appunto elementare: con le parole metto l’ ancora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore, le ormeggio nel porto della testa. Solo così smettono di sbattere fra loro, di arenarsi, di spaccarsi. […]
Mi piacciono i giochi di parole, le rime, le assonanze e gli avverbi, soprattutto gli avverbi, ma anche la congiunzione “benché” seguita dal congiuntivo (anche questo l’ ho imparato alle elementari e non l’ ho più dimenticato) ha un effetto catartico sul mio cervello. “Catartico” è una parola-ancora: sono quelle che ormeggiano una grande quantità di cose. L’ ho imparata studiando la tragedia greca e contiene l’ effetto di rilassamento delle tensioni più dolorose: la paura e l’ angoscia.
—  Alessandro D’ Avenia - Ciò che inferno non è