sono incompleta

L'ultima volta che ho avuto bisogno di scriverti è stato più di un anno fa. Ti ho detto “t'ho scritto una lettera”, e invece avevo circumnavigato di parole un calendario del duemiladue.
Adesso ho bisogno di scriver(ti), senza un soggetto predeterminato, come avrei fatto un anno fa o anche più.
Adesso so che hai perso tutto. Non hai più niente da dire, nessuno da amare, niente da fare. Insegui un sogno di seconda mano, la scappatoia a un incubo che non hai saputo gestire. Hai preso la strada di qualcun altro, dell'unica persona che hai odiato più di te stesso.
Adesso che sai di non aver più niente, hai capito di non aver niente da perdere.
Io sono amata, patentata, realizzata. Ottengo il massimo con il minimo sforzo, mi prendo il doppio di quel che m'è concesso. Eppure sono incompleta. O soltanto giovane. E va bene così, perché mi soffoco nel presentimento che quel che mi manca devo ancora trovarlo. Ho tutto e non mi serve niente. Sono anche uno scalino sotto all'esser felice, se mi conosci dici che mi ci son addormentata sopra o che sto facendo una corsetta sul posto. Potrei salirlo ma non ne ho voglia. Non così. Non da sola.
Scusa per questa vagonata di pensieri idioti. Le stazioni servono a questo, poi. A far deragliare parole senza destinatario.
Tra tutte quelle squallide parole, non ho neppure ancor detto l'unica cosa di cui davvero m'importava.
A volte bisogna lasciar andare ciò che più ami al mondo per preservarsi a ciò che può far bene. Ciò che rende felice non è necessariamente la scelta migliore. Esistono felicità insane che hanno bisogno di essere sradicate. Sono erbacce dai delicati fiori in superficie.
Senza risentimento e con tutto l'amore che il mio gelido cuore abbia mai potuto serbare (inaspettatamente),
sempre tua; Martina.


(perdonatemi, avevo bisogno di scrivere e nessun calendario, scontrino o agendina dissipata nei paragi.)

La cosa che mi fa piú rabbia, é incontrarti per strada e girarti la faccia. Fingere di non conoscerti, di non vederti. Continuare a camminare diritto, con la paura di alzare gli occhi e incrociare il tuo sguardo, ritrovandomi in quell’imbarazzante situazione del “E ora che faccio? Saluto? Sorrido?”
Mi fa rabbia passarti accanto e non potermi fermare neanche a parlare con i tuoi amici per paura di sembrare invadente. Mi fa rabbia tutta questa paura, questo senso di insicurezza, di incertezza, di incompletezza, che mi perseguita da quando non ci sei piú.
Ma sai cos’é la cosa che mi fa davvero piú rabbia? La consapevolezza che, tutto questo, l’abbiamo voluto noi. Tutto questo dolore, ce lo stiamo procurando noi.

Lo giuro davanti a tutti.

Ieri è stata dura senza te, ho fatto 300km per poi non trovarti, io che senza te non vado da nessuna parte, io che senza te sono una persona incompleta. Ti immaginavo vicino alle mie labbra, accesa come al solito, con il tuo profumo che resta nell'aria e la pace che trovo solo con te.
Ora lo so, senza te non so stare, ti ho sottovalutato, non lo farò mai più.
Lo giuro davanti a tutti: non dimenticherò mai più l'erba a casa.

La piccola morte

È da un po’ di tempo a questa parte che faccio una fatica immensa ad addormentarmi, non perché io non abbia sonno ma perché sono tormentato da pensieri invadenti.

Mi spiego meglio: tutto è cominciato dopo aver letto un articolo scientifico sulle implicazioni del teletrasporto. La domanda di fondo nasce dal fatto che nel caso una tecnologia del genere venisse creata, non ci sarebbe un vero e proprio teletrasporto della materia in sé, quanto piuttosto della maniera in cui questa materia è aggregata, del pattern in cui si presenta.
Ad esempio, io entro in una cabina di teletrasporto a Bologna, istantaneamente viene creata una mia copia identica a Tokyo (utilizzando però della materia presente sul posto) e quello che ero io fino a pochi secondi fa a Bologna smette di esistere per lasciare posto alla mia controparte in Giappone.
Ma posso considerare come me stesso la copia appena creata? Cos'è che definisce chi siamo realmente? Se la copia venisse creata prima della mia “distruzione” ci sarebbe un breve lasso di tempo in cui ben due me stesso sarebbero presenti al mondo, quale dei due può accampare il diritto di essere quello vero?

Tutte queste elucubrazioni mi hanno portato a pensare a ciò che ci rende entità, a ciò che definisce chi siamo e cosa saremo.
Perché alla fine non possiamo considerare noi stessi solamente guardando il nostro corpo, la nostra gabbia. Perché il nostro corpo non è altro che un insieme di cellule in costante cambiamento e rinnovamento, in costante evoluzione. Tutto cambia ed ogni giorno ci rinnoviamo, chi migliorandosi chi peggiorandosi, ma cambiamo di continuo.
Come diceva non mi ricordo chi “Il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare” e questa è la mia paura più grande, ciò che mi tiene gli occhi aperti ogni notte e mi divora dentro come un animale che mi scava nelle interiora.
Credo di essere riuscito con ciò a fare una primordiale auto analisi psicologica su me stesso perché altrimenti non mi spiego l'inquietudine esistenziale che mi pervade, che mi fa sentire inadeguato, che mi rende costantemente ansioso e in bilico sul ciglio di una crisi di nervi.

Perché ogni volta che ci addormentiamo andiamo in contro ad una piccola morte, una piccola trasformazione che culmina con il risveglio di una persona diversa da quella che eravamo ieri ma non per questo migliore, e ciò mi spaventa da morire.
Se tutto ciò che definisce me stesso non è altro che il pattern in cui la materia che compone il mio corpo e la mia mente si presenta allora mi viene da pensare che le nostre vite non sono altro che i ricordi di noi stessi che lasceremo alle persone dopo di noi.
E non voglio assolutamente che venga ricordata la persona incerta e incompleta che sono adesso. Ho paura di morire, si certo. Ma oltre a quello ho più paura di morire e non lasciare nulla di valore dopo di me, ho paura di essere un seme di un frutto che non si tramuterà mai in pianta. 

Più ci rifletto e più mi viene voglia di prendere degli ansiolitici.
E credo che tutto sommato vorrò avere dei figli, forse.