smarrirsi

Maschere, responsabilità e inganni. Storie di smarrimenti.

Credo che nessuno sfugga agli inganni inconsci che mettiamo in atto su noi stessi.
A volte penso che disegnarsi diversi per dipingersi sfrontati ci dia modo di affrontare con più tranquillità la vita

Il mondo

I problemi.

Le situazioni.     

La pecca però -perché c'è, non si può credere che sia così banale il gioco, che la vita, si sa, non regala niente- si presenta limpida quando la maschera che ci siamo scelti oscura il nostro reale essere. 

Si è convinti di avere la situazione sotto controllo, e in un attimo ci si perde di vista. 

Ritrovarsi poi non è mica altrettanto semplice. 

È esattamente così che mi sento ora. 

Non mi trovo

Mi cerco, mi chiamo, ma non ci sono

Mi attacco agli specchi, per riuscire a ritrovarmi. 

Posso passare anche ore a studiarmi, guardarmi -l'incavo del collo, la forma degli occhi, le venature delle labbra- ma quel che vedo non lo riconosco. 

Chi è questa sconosciuta che ricambia il mio sguardo? Con quanta fierezza si sono sporcati i miei occhi innocenti? Cos'è questa arroganza che trapela da essi?

Poi mi sciolgo in lacrime, e ritrovo in questo infantile modo di sfogo la mia purezza, la mia debolezza.

La mia vulnerabilità, il mio essere umana.

Quante volte sono costretta a rifuggerla. Ricacciarla dentro me, sepolta da strati e strati e ancora strati di inganni meschinità.

È così triste pensare che le persone che hanno a che fare con me in realtà non mi conoscano -come potrebbero, non mi conosco io stessa.
Ho sulle spalle tutto il peso delle responsabilità -fardello del mondo. Cercano in me appoggio, comprensione, aiuto, ascolto, consigli. Un cuore generoso, e spalle forti per reggere ogni gioco. In me. Così dannatamente fragile e vulnerabile. Ma evidentemente brava a fingere. 

Così brava da aver ingannato tutti 

-molto spesso perfino me stessa-

 cucendomi addosso una persona che non mi rappresenta. 

Sfrontatamente forte e intraprendente. In grado di sopportare macigni

Mi ha indurita tutto ciò. Mi ha reso qualcosa che non sono. Me ne vergogno molto spesso. E ne sono intrappolata.

Adesso mi nascondo quando sento arrivare vicino il punto di saturazione e le lacrime premere, perché non posso più piangere. La mia maschera non me lo permette. 

Non posso più essere fragile, delicata, umana.

Non posso più sbagliare.

 Non posso più cedere alle debolezze, ma devo consolare chi con le proprie posa su me e sulle mie spalle la propria anima. 

È un dissidio continuo tra il voler emergere per riuscire ad arrendersi e la tenacia e l'orgoglio che tengono testa. 

E mi fa dannatamente paura la precarietà della vita, e mi fa dannatamente paura la morbosità dei meccanismi inceppati. Che loro non conoscono precarietà, non mutano le loro patologie. 

Devi imparare tu ad adeguarti a loro.

Quindi mi attacco agli specchi.

 Imparo a memoria ogni mia lentiggine -mentalmente creo una mappa- e quando mi perdo torno a confrontarla. Confrontarmici. Mi studio, mi osservo e poi, nascosta, piango. Ciclicamente piango la mia innocenza perduta.

E prego, prego che un giorno possa far ritorno, e liberarmi.

E mi abbraccio perché mi sento cadere a pezzi 

-devo tenermi, fare in modo che non accada, tutto pesa su di me, non posso scappare. 

E abbracciandomi mi consolo.

 Chiudo tutto il mondo fuori e mi convinco di poter resistere.

E anche se per ora il confine tra ciò che sono e ciò che devo essere è così sfumato da confondersi, e confondermi, io so che prima o poi sarò libera

Me lo sono promessa.

L’eterno ritrovo

In questo periodo di sospensione in cui mi ritrovo, spesso rovisto tra le mie vecchie cose: i miei quaderni, il mio hard disk, cartelline, disegni. Stamattina mi sono imbattuto nel mio vecchio cellulare. E’ ancora funzionante, è uno di quei primi Nokia a colori. Ho rivisto qualche foto di quando ero adolescente, mi hanno fatto sorridere, ho giocato a qualche giochetto come usavo fare nei momenti di noia a scuola. Ho rivisto i messaggi, qualcuno si è salvato. Sono delle piccole diapositive di una vita fa, quelli conservati sono tutti messaggi estivi in cui ci si lamentava della lunga noia della vacanze con i genitori, delle bruciature al sole, dei racchettoni, dei primi amori. Scavando meglio ho trovato altri sms, lunghissimi e mai inviati: erano appunti presi ad una conferenza riguardo il nichilismo datata 23/6/2008:

< Siamo orfani di certezze in un mondo che distrugge e non sostituisce. Siamo più fragili ma non è detto che ciò sia negativo. Assumiamo il nostro coraggio di uomini nella sicurezza di non affondare, l’uomo è chiamato ad essere sovrano, a mettersi in gioco. Passare dall’isolamento all’interazione con gli altri, c’è bisogno di spirito di comunità e noi abbiamo il dovere di prendere in mano la nostra vita. Smarrita l’identità ci rimane la follia>

Era l’estate del mio esame di maturità, ricordo ancora bene la sensazione che mi portò ascoltare queste parole. Ero eccitato di mettere un punto ad un capitolo della mia vita e di scriverne un altro che sarebbe stato pieno di esperienze e di cose da sperimentare. Guardandomi indietro vedo che quel ragazzo di un tempo è stato vittima di spietata entropia. Eppure so che aver riletto per caso queste parole significa qualcosa.

Ieri ho ritrovato un caro amico che non vedevo da tempo, ci eravamo lasciati con una litigata riguardo cose futili. Parlando, è stato chirurgico nel toccare esattamente tutti i punti di me che dovevo ancora risolvere. Punti che nel periodo di euforia e sperimentazione avevo trascurato. “Forse soffri della sindrome del finto bravo ragazzo, devi essere più te stesso”. Gli ho dato ragione.

Poco dopo abbiamo fatto un brindisi: “All’eterno ritrovo!” ci siamo detti. E abbiamo fatto un sorso di birra annacquata.

Smarrita-

“Ho un difetto. Un grande, enorme e bellissimo difetto.
Vedo il bene in chiunque. Cerco sempre la parte migliore dell'anima di un'altra persona. Guardo oltre la corazza di ferro di chi è stato ferito.
E spesso, non sempre, ma spesso, trovo il bene che stavo cercando.
Purtroppo mi ostino a continuare a cercarlo anche in coloro che non ne possiedono neanche l'ombra.
E mentre cerco mi perdo. Smarrisco me stessa e mi annullo.
Non sono più in grado di arrivare a capire per chi vale la pena smarrirsi completamente.”

Ocean-


Nascondiglio 

Nascondersi nell’ombra dell’ombra 

forse fa bene al cuore. 

L’immagine di sé nei gesti ripetuti di paura 

ormai esangui nel buio della visione 

gettata a terra 

smarrita senza smarrirsi 

inventata eppure reale 

d’una realtà senza senso 

con la speranza di una menzogna che tenga in vita l’illusione 

vissuta come speranza estrema 

d’identità in essere. (Laura Doni)