sinuoso

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5 years ago my first meeting with Eddie !!

Esattamente  5 anni  fa, il 2 febbraio 2012, mi recai al Donmar a Londra per vedere lo spettacolo “Richard II” e per incontrare per la prima volta Eddie.

“Richard II” e’ stato bellissimo, emozionante, da brivido……

Quando sono entrata in platea, ero tra le prime, ho sentito il suono delle campane e profumo di incenso, un atmosfera bellissima, calda e accogliente……

Exactly 5 years ago, on February 2, 2012, I went at the Donmar in London to see the play “Richard II” and for to meet  Eddie the first time..   “Richard II” it was a wonderful, exciting, thrilling … …   When I entered the theater, I was among the first, I heard the sound of bells and incense scent, a beautiful atmosphere, warm and cozy … …

Io e mio marito eravamo seduti in prima fila laterale e lui era li’, a due metri da me, seduto sul trono nel mezzo del palco con gli occhi chiusi e palmi delle mani  rivolte verso l’alto e con lo scettro nella mano sinistra. L’attore che seguivo da piu’ di un anno, alla quale avevo visto realizzare Hick, Birdsong e che si stava preparando per il ruolo di Marius ne I Miserabili  era li’ davanti a me immobile, affascinante e regale, e con una bellezza senza tempo.

Il teatro era molto piccolo, il palco centrale, e noi tutti eravamo seduti  intorno ad esso. Una volta entrati tutti gli spettatori e’ iniziato lo spettacolo.

Eddie era sinuoso e lineare nel suo abito bianco……Tutti gli attori volteggiavano sul palco, correvano, lottavano…ovviamente tutta la mia attenzione era rivolta a lui. Vedere Eddie recitare dal vivo e’ incredibile. l’ho trovato molto disinvolto, libero, ma nello stesso tempo intenso, e passava da una risata isterica al pianto e viceversa, con una disinvoltura  e con un carisma che ben pochi attori giovani hanno. Una delle scene piu’ forti e significative per me e’ stato l il passaggio della corona tra  Riccardo e Bolingbroke, l’immediata reazione di Riccardo che gliela strappa  dalle mani urlando,  riponendosela sul capo,  dondolando disperato, sapendo che stava per perderla per sempre , bellissima……..

My husband and I were sitting in the front row on the side and he was there, a few meters from me, seated on the throne in the middle of the stage with  eyes closed and palms facing upwards and with the sceptre in his left hand. The actor that I followed for over a year, which had seen him make Hick, Birdsong and who was preparing for the role of Marius in Les Miserables was there ahead of me still, fascinating and regal, and with a timeless beauty.

The theater was very small, the central stage, and all of us were sitting around it. Once all the audience was inside the show started. 

Eddie was sinuous and straightforward in his white dress … … All the actors onstage ran, fought … but obviously all my attention was turned to him. See Eddie play live is unbelievable. I found it very casual, free, but at the same time intensive, and passed by hysterical laughter to tears and viceversa, with an ease and with a charisma that very few young actors have. One of the strongest scenes and meaningful for me, it was the passage of the Crown between Richard and Bolingbroke the immediate reaction of Richard who rips off his hands and screaming if puts on his head, and his desperate rocking  knowing that he was about to lose it forever, beautiful …… . beautiful … …

I corridoi laterali alle sedie dove eravamo seduti erano percorsi anche dagli attori durante le scene.

L’intensita’, la grande bravura di tutti gli interpreti e la magistrale regia di Micheal Grandage, ha reso questa tragedia, seppur ambientato in questo piccolo teatro, Grande!!!

Adoro Shakespeare, conosco tutte le commedie e qualche tragedia, ma quando ho saputo che lui interpretava Richard II, non ho esitato e mi sono subito attivata per acquistare i biglietti.

The side aisles to the chairs where we were sitting were also traveled by actors during the scenes. The intensity ’, the great skill of all the performers and the perfect direction by Michael Grandage, has made this tragedy, albeit set in this little theater, Great !!!

I love Shakespeare, I know all the plays and some tragedy, and when I learned that he played Richard II, I didn’t hesitate and I immediately turned to purchase tickets. 

Finito lo spettacolo, entuasiasta, sono uscita fuori nella hall del teatro e ho aspettato tutti gli attori……

Lui e’ arrivato per ultimo, l’ho visto scendere dalle scale, e mi son detta ” Ok” ……

Ho  aspettato che facesse foto e autografi con le ragazze presenti li’, che parlasse con una signora di mezza eta’, e poi si e’ rivolto verso di me…..

 I was excited !! When  the show finished ,  I went outside in the theater lobby and waited for all the actors ……  He was the last, I saw him coming down the stairs, and I said to myself ‘OK’ …… I waited for him to do photos and autographs with the girls present them ’, he spoked  with a lady , and then 'turned to me ….

La prima cosa che e’ evidente a tutte, e che mi sono ritrovata a incrociare nell’ immediato, sono stati i suoi occhi, bellissimi, color verde acqua quasi trasparenti. Ero un po’ imbarazzata, ovviamente, ma dal momento che ho assistito al suo approccio con le altre persone, ero decisamente piu’ rilassata.

L’ho salutato  e gli ho donato  un regalo portato dall’italia a nome delle sue fans, e lui e’ rimasto sbalordito, non se lo aspettava!!! Era molto contento…… Poi  ha preso il libro che avevo in mano di Richard II (Italiano /Inglese) e ha cominciato a sfogliarlo, soddisfatto, e mi ha detto ” the book” , ed io “si, l’ho studiato in italiano ed in inglese in modo da capire quasi tutto”. Poi si e’ rivolto a delle ragazze per farsi dare una penna e a gran sorpresa mi ha fatto una piccola dedica con autografo. Intanto di fronte e noi c’era qualcuno che continuava a fotografare……….Piu’ di una volta si era girato per vedere l’individuo………… Alla fine, quando ha lanciato un altra occhiata interrogativa, gli ho detto che quella persona di fronte e noi era mio marito……Non so cosa sia successo, ma siamo entrambe scoppiati in una grande risata e a sorpresa mi ha abbracciato forte e mi ha fatta girare di fronte a Claudio e ci siamo fatti la foto insieme.  

 On first I crossed  immediately  his eyes, beautiful, green-colored water nearly transparent. I was a little embarrassed, of course, but since I have watched his approach with other people, I was definitely more relaxed.  I just waved, and I donated a gift from Italy on behalf of his fans, and he was amazed, didn’t expect!!! He was very happy … … Then he took the book I was holding of Richard II (Italian\/Inglese) and began to leaf through it, satisfied, and said “the book”, I was like, “Yes, I studied in Italian and in English so I could  understand almost everything.” Then he turned to the girls to get a pen and with big surprise he  did a small dedication with autograph. Meanwhile in front us we had someone who kept taking pictures … … …. more than once had turned to see the strange person … … … … At the end, when it launched a second bad look , I told him that that person in front of us was  my husband … I don’t know what happened, but we are both broke out into a great laugh and a surprise hugged me strong and made me turn opposite to Claudio and we get the whole picture.    

Lui e’ stato splendido, amichevole, gentile e grato per il regalo ricevuto.

Infine gli ho detto di maneggiarlo con cura perche’ il regalo era delicato, e lui con delicatezza lo ha appoggiato sul fondo della scala, e ha continuato a stare ancora li’ con noi per 2 minuti a parlare con altre persone, poi e’ uscito e lo abbiamo visto scomparire.

Ecco questo e’ stato il mio primo incontro di dieci. E’ passato diverso tempo, molti di noi che lo seguono da anni  lo hanno visto crescere professionalmente e  sono orgogliosi di tutto cio’ che e’ riuscito a realizzare. Grazie.

He’s been wonderful, friendly, polite and grateful for the gift received.   Finally told him to handle it carefully because the gift was delicate, and he carefully leaned on the bottom of the ladder, and has continued to stand still there with us for 2 minutes to talk to other people, then got out and we saw it disappear.

This  was my first meeting of ten. It ’s been a long time, many of us who follow him for years have seen him grow professionally and we are proud !!

Dopo il secondo incontro avvenuto dopo qualche mese, decisi di dedicargli il primo blog Italiano/ Inglese su Tumbler, subito dopo su  Twitter e  dal 2016 anche su Instagram. Eddie e’ un grandissimo talento e un deliziosa persona.

After the second meeting took place a few months later, I decided to dedicate the first Italian / English blog on Tumbler, immediately on Twitter and from 2016 also on Instagram. Eddie is a great talent and a  delightful person.

Cris

P.S. here’s the actors thanks !!

BELLEZA ZODIACAL

En la asgrología, se cree que cada individuo nacido bajo un signo zodiacal, puede traer consigo caracteristicas tanto físicas como personales. En esta ocasión, nos centraremos en lo más superficial de la astrología y los rasgos comunes de cada uno de los 12 signos en el horóscopo. Generalmente, podemos apreciarlos en el signo bajo el ascendente antes que el solar. El ascendente forma parte principal en apariencia física y el solar, se apreciará bastante también poniendo atención a los detalles de la persona.


  • Aries: Cuando este signo se ubica en el Ascendente, presenta un buen desarrollo muscular, agilidad y resistencia a los esfuerzos físicos. Hay soltura de movimientos y contextura atlética, estatura superior al promedio y caminar de porte altivo. Su rostro suele ser casi cuadrangular, anguloso o huesudo con cabellos con reflejos cobrizos. La frente es alta, el arco superciliar pronunciado, la nariz importante en el conjunto del rostro, la boca reducida y los labios poco carnosos.
  • Tauro: Tauro confiere una altura media, contextura más bien robusta o fornida, su cuello es corto y grueso, los hombros anchos y las manos fuertes. Su esqueleto es sólido y la musculatura desarrollada, la piel dura, gruesa y resistente. Tiene un caminar firme y el conjunto corporal es armónico y estéticamente agradable. La boca y los labios son grandes y carnosos, la mandíbula pesada o de forma cuadrangular.
  • Géminis: Otorga una contextura delgada, longuilínea, ágil y de aspecto juvenil incluso en la madurez. La cabeza es de dimensiones pequeñas, la piel delgada, la frente convexa, las cejas finas y alargadas. La nariz es de dimensiones reducidas también delgada y en punta, la boca angosta, grande pero de labios finos. La estatura nunca es elevada, de movimientos ágiles y rapidez de reflejos. Su dicción es clara y veloz.
  • Cáncer: Esta energía redondea las formas del cuerpo, reduce la presencia de musculatura y confiere tejidos blandos. Aporta desarrollo abdominal, poca resistencia a los esfuerzos físicos, un caminar con indecisión y hábitos sedentarios. Su lento metabolismo y habitual gula lo vuelve propenso a la obesidad y a la formación de depósitos adiposos. El rostro muestra una ligera expresión infantil y una actitud como absorta en sus pensamientos, la cabeza es redonda, los cabellos delicados y finos.
  • Leo: Este ascendente es más bien de contextura gruesa y carencia de zonas adiposas, con proporciones elegantes y armoniosas. Confiere agilidad y rapidez de movimientos, un caminar con pasos amplios y regulares y su voz vibrante, fuerte y cálida. Su rostro posee una expresión altiva, noble y desapegada con formas estéticas y regulares. Una frente alta y amplia, la nariz es de proporciones agradables, mirada luminosa e intensa que otorga fuerza y seguridad al rostro.
  • Virgo: Este ascendente presenta una contextura menuda y estatura más baja al promedio. Los rasgos del rostro son delicados y agradables, la nariz es de fosas nasales pequeñas y los labios delgados. Los ojos tienen una mirada penetrante y sus movimientos son controlados, agiles y su andar es rápido. Lo rodea una energía moderada que muchas veces lo hace pasar inadvertido entre las demás personas.
  • Libra: Libra confiere formas armónicas al cuerpo, piel delicada y una estatura media. El cuerpo acumula adiposidades en las caderas, el rostro es ovalado, la frente no muy alta, las pestañas largas tornan dulce la mirada, con ojos grandes y expresivos. La nariz es clásica en sus formas, la boca tiene una linda forma casi esbozando una sonrisa. El mentón es redondeado en la extremidad y camina con gracia, la voz es agradable, melodiosa y sensual.
  • Escorpio: Este signo otorga una altura medio-alta y un desarrollo normal de la musculatura. La cabeza tiene forma ligeramente cuadrangular y las extremidades inferiores son más cortas en proporción al tronco, las cejas son marcadas y tupidas, levemente prominentes y la boca es más bien ancha y el maxilar cuadrado. Tiene una mirada profunda y penetrante, tez ligeramente morena y un andar sinuoso o silencioso, la voz es fuerte, sensual y agradable.
  • Sagitario: Sagitario otorga una estatura medio-alta, una contextura bien formada y cuerpo atlético, los hombros son amplios y la espalda es grande y desarrollada. Las manos son siempre grandes, su caminar es de grandes pasos manteniendo la cabeza hacia delante. La frente es espaciosa y redonda, y el mentón ligeramente alargado. Los ojos grandes y las cejas bien delineadas. El cuerpo se presenta grande o voluminoso especialmente en el tórax.
  • Capricornio: Confiere estatura superior al promedio y un cuerpo esbelto en sus formas, sin depósitos adiposos. Ambas extremidades son alargadas con respecto al tronco, la contextura es rectangular-alargada. La frente amplia, poco cabello y prematuramente canoso, las cejas confieren un aire pensativo al rostro. La nariz es larga y delgada, y la boca pequeña y mantenida fuertemente cerrada. Mentón huesudo, algo afilado y levemente cuadrangular, el cuello es largo y delgado. Sus movimientos y caminar es discreto, habla lento y en voz baja.
  • Acuario: De una belleza acentuada y un magnetismo especial, posee una estatura alta y esbelta, apariencia armónica, de ojos comunmente claros (azules, grises), de forma redonda, expresiva. Rostro ovalado con rasgos bien definidos y elegantes. Sus extremidades, principalmente las piernas: largas y torneadas. Labios ligeramente carnosos y rellenos. La frente es amplia, cabello lacio y sedoso. Generalmente nacen con pequeñas pecas en las mejillas y/o mejillas levemente sonrosadas. Su voz es suave, dulce y tranquila.
  • Piscis: Con Piscis, la contextura corporal es predominantemente de formas redondeadas y tejidos blandos, la cabellera abundante, una mirada ausente y soñadora, la piel es clara y muy pálida. La actitud general es distraída con un andar incierto. Las piernas son cortas y los hombros anchos, las manos pequeñas y regordetas. De rostro carnoso y redondo, la frente espaciosa pero baja, labios carnosos y sensuales con una nariz corta y de forma redondeada.


Duraznito-.

Eis aqui onde me escondo e me acho. Por todo o ano, eis aqui onde me escondo e me acho: nos dias de solidão, pássaros fizeram de sua liberdade minha melhor companhia e escudo. Nos dias de tristeza, capivaras perdidas vieram ao meu encontro à procura do descabelado ninho. Nos dias de sufoco, foi deitado ao chão feito de raízes luxuriosas rebentando o útero da terra, que aprendi com a natureza a sua voz, ouvi dela o seus segredos e gemidos. E nos dias mais sombrios, o céu desabou inteiro em chuva num só disparo de uma só flecha. Tinha veneno na ponta. Talvez seja o destecer de teias de aranha dos meus olhos, que não se encontram na face, mas na pele. Talvez minha forma umedecida de sentir por mergulhar-me nesses atropelos: um cano que vaza, um galho que se quebra, piolhos que perpassam caminhos sinuosos entre os tímidos pelos desvairados, hematófagos sedentos por buliçosas veias, um latido de coruja que escorrega do cabide e cai na enxurrada de uma grama urticante e fofa. E soube que uma formiga é capaz de carregar um volume muitas vezes maior que o seu próprio peso. E eu que não aguento a alma do meu peso. E soube que certas folhas avermelhadas se desprenderam das árvores, suicidadas sem nenhum pio. Os silêncios caídos como as folhas. E se refazendo em húmus, em mato, em beijo, em sono de primavera eterna. E entendi que ás vezes o que nos salva a alma são os vícios, feito as águas que criam o seu lodo e o afoga. Relva delicada das narinas. Voo fugaz dos cílios. Ficar, abrir mão, agarrar com força, cruzar ou não a ponte invisível sobre tanta vida represada na fuga da gaiola, tanta água contida na sede do deserto, na dor que toma conta, pó, poeira, calor inesperado, garganta seca de desejo inacabado. Encostas erosadas por um desaguar de incertezas. Flores que brotam nos remansos de um rio. Vermes que se endurecem e reclamam do peso da carapaça. Tantas cores. Azul. Roxo. Rosa. Violáceo. Caleidoscópico. Ainda colhido verde no pé. As coisas cada vez mais absurdas e amadurecidas em mim. Haste fina para tanto brotar miúdo. Eis aqui onde me escondo e me acho. Me acho e me escondo. E me rasgo. Me perco. Me deito. E celebro esse sol florado. Esse vento que me bate a alma na cara. Não eram duendes aqueles troncos ao meu redor? Não eram de cogumelos mágicos aqueles bagaços carcomidos pra se dar ao bico desse redemoinho? Mastigados não com os dentes, mas com o tempo. Extraindo o caldo contigo em cada bago, a última gota ácida do sumo do dia, o líquido que escorre dos destroços de uma polpa noturna. Entardeço sempre e me despeço de mim pra ceder lugar a essa noite que invade. Às vezes serena, às vezes amorfa. Embora não menos enfurecida. Não menos violenta. Por permitir que tantas coisas mínimas sejam sentidas assim, extraordinariamente em desmedidas pelos ossos. Santa bruxaria das algas crepusculares, patas pesadas de animal torto trotando em meio peito. Vivi por muitos anos dentro dos limites da minha cautela. Dos meus soluços e cochichos. Ou você é livre, ou você não é. Não pelo o que se vê ou o que se ouve, mas o que se cheira com o braço, o que se sente com a língua e se lambe com os olhos. Braços não, caules. Línguas não, anémonas. Ou você é livre, ou você não é. Que esforço para ser eu mesmo. Tanto esforço na trinca do casulo só pra expor-se à fragilidade dessa luta eterna contra uma maré de mim. Ou você é livre, ou você não é. Ainda não sou livre.
—  Michael Letto
Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un’esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.
Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.
Mangeremmo e dormiremmo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.
Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.
Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.
Verresti?
No, non verrei. Perché dovrei?
Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura? Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi ‘verresti?‘
Certo che lo sai.
Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?
La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.
Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro.
Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare. Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme.
È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.
Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.
Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.
Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.
Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.
Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.
Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.
Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.
Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.
Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera.È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.
Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove.Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino, Prima che tu dica “Pronto”
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno. Come un sibilo fluttuante e sinuoso. A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me. E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
—  Italo Calvino
Ho provato, che dire, a farmi scegliere.
Ho sperato. Dovevo.
Era una possibilità, capisci?
Come fare a metterla via, a dimenticarla.
Forse aspettando, forse non era il momento.
Forse io e te abbiamo un altro tempo.
Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me.
È l’idea che almeno una volta succeda, no?
Hai presente?
Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene.
Anche se sapevo di non potere.
Anche se era rischioso.
Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino

De lejos…de cerca…llegaron sentimientos.
Avanzaron llenando la geografía del aire,
inundando caminos sinuosos, campos de trigo cosechados por

                           la vida;

                        hogares cercanos…

Sentimientos y palabras que avanzaron

como ríos imposibles de caudal inabarcable,

                     y llegaron, al fin.

Llegaron a este altar que transforma

sentimientos cálidos y permanentes en una palabra:

                                                                          Poesía.

—  Agustín Alonso Biscayar.

“Ella”

No le regales una flor.
No la quiere.
A ella le gustan los pájaros
¿Pero acaso sabes cuantas jaulas tiene?
Ninguna, porque sabe la verdad
El pájaro fue echo para volar.
Regálele una planta y deja que la vea crecer

No difames a otros,
Ella no busca atención en base a cuantas cabezas
Puedas pisar.
No la compares con “los demás”
Porque ella no es “los demás”
Y “los demás” no son ella

No grites para mostrar tu punto.
No te consumas en el odio.
Porque ella no es así
Y deberías saberlo.
Si algo se rompe se puede reparar
Pero no se lo escondas,
Todo lo que se esconde se pudre
Y nadie soporta el olor

Ella no es tuya ni tú de ella.
Valora tu amor propio, y el suyo.
No pueden poseerse,
No son objetos.
Pueden acompañarse en este camino sinuoso
Que llaman vida

Hazla reír y busca que sea reciproco.
Estate ahí presente para cuando la risa sea llanto.
No permitas que caiga
Pero si lo hace, mantén tu mano extendida,
La necesite o no

Amar es uno de los versos más misteriosos.
No le busques más sentido,
Todos los poetas hacen eso
Y terminan en el principio.
Solo conjuga ese verbo hasta que te apagues
Hasta que seas otra estrella

León McMiller

Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un'esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.

Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.

Mangeremo e dormiremo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.

Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.

Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.

Verresti?

No, non verrei. Perché dovrei? Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura?
Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi “verresti?”
Certo che lo sai.

Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?

La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.

Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro. Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare.

Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme. È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.

Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.

Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.

Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.

Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.

Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.

Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.

Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.

Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.

Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.

Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera. È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.

Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.

Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.

Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.

Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.

Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.

A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?

—  Gli amori difficili, Italo Calvino
La tua allegria era contagiosa.
Eri fresca, dolce, perché sei andata via?
Sembravi felice e solare,
Cosa ti ha detto il cervello in quell'istante?
Ti amavano in tanti ma non ti sentivi amata, invidiavano tutti la tua bellezza ma ti sentivi brutta, il tuo corpo sinuoso, il tuo viso angelico, i tuoi capelli perfetti, i tuoi occhi castani, il tuo collo…
Dio, quanto avrei voluto baciare quel collo!
Perché.
Tu ora mi devi spiegare il motivo!
Sì, sono incazzato con te. Da morire.
Ti ammazzerei se fossi qui.
Che poi ci penso, ed è ancora più triste:
L'hai già fatto tu.
Ti sei uccisa.
Che orrore, anche solo a dirlo.
Perché?
Per lasciarmi qui, da solo, a combattere anche con il tuo ricordo.
Non basta, no, un bigliettino.
Troppo facile dire: “lottate, siate attaccati alla vita”
No.
Cazzo, no!
Impazzisco… Perché, porco cane, perché?
Mi senti, sto sclerando al cielo contro di te, voglio una risposta!
Giuro resterò al cimitero per tutta la notte
Devi rispondermi!!
Devi rispondermi, sigh
Devi risponder…
Devi risponde..
Devi rispond…
Sigh
Perché, guardami, mi trema la voce..
Silvia
Io ti amo
Silvia, perché?
Todo lo que escondes

Me huelen rico tus locuras,
me huelen rico tus dramas y
tus celos,
me huelen rico tus inseguridades,
me huelen rico tus complejos y
me huelen ricos tus miedos.

Me huelen rico tus ausencias,
me huelen rico tus caminos sinuosos a
mi infierno polvoriento,
me huelen rico tus imperfecciones,
me huelen rico tus buenas caras
y tus malos pelos.

Me huelen ricos tus andares,
me huelen rico tus frívolos desdenes
y tiernos improperios,
me huelen rico tus dudas,
me huelen rico tus lágrimas y
me huelen rico mis frágiles lamentos.

Me huele rico todo lo que escondes
porque
es
y siempre
será…

… nuestro.


- Javier López Píriz

Corpo flexível, estranho, sinuoso que nem cobra e fogoso com os olhos: um fogaréu vivo ambulante. Espirito impaciente para romper o molde, incapaz de retê-lo. Os cabelos pretos, longos e sedosos, ondulavam e balançavam ao andar. Sempre muito animada ou então deprimida. Segundo alguns, era louca. Opinião de apáticos que jamais poderiam compreendê-la. E passava a vida a dançar, a namorar e a beijar. Mas, salvo a raras exceções, na hora H sempre encontrava forma de sumir e deixar todo mundo na mão. A mentalidade é que simplesmente destoava das demais: nada tinha de prática. Guardava, inclusive, uma cicatriz indelével na face esquerda, que em vez de empanar-lhe a beleza, só servia para realçá-la.
—  Charles Bukowski em “A mais linda mulher da cidade”.
intenso

Este es continuación de un relato anterior mío titulado TAXISTA CASADO.
A la 1am salí de la reunión en casa de mi amigo y al frente ví el carro de Saúl, así se llama el taxista, estacionado, rápido subí y a la vez dijimos “q puntual!”, riéndonos inmediatamente de la coincidencia. Enrunbamos y en el camino me dijo para ir a un telo, yo nunca había ido a un telo con un pata, pero la curiosidad, arrechura y hora me hicieron decir q si. “Diremos q estamos mareados y q necesitamos descansar unas horas” acotó Saúl; y así fué alquilamos una habitacion con baño en un hostal sencillo e ingresamos tranquilos. Ya en el cuarto Saúl de inmediato se empezó a desnudar para ducharse y yo me desvestí y me metí bajo la sábana, mientras él se duchaba oía el ruido del agua y eso me adormecio un poco. A los minutos apareció Saul secándose el pelo, la luz del cuarto estaba apagada y nos iluminábamos con el foco del baño, era la iluminación perfecta. Saúl tenía un cuerpo fuerte, espalda ancha, piernas gruesas, un morenazo en todo el sentido de la palabra. Se terminó de secar y dejó la toallla en el baño y desnudo se echó de barriga sobre la cama, a mi lado. “Q rico ya me bañé y ahora soy todo para tí” me dijo, yo observé su humanidad y me excité, aparte de moreno tenia algo de vellos por todo el cuerpo, inclusive las nalgas, sus nalgas eran grandes, musculosas, despacio empezé a acariciárcelas, también su espalda, sus hombros, todo!, y aproximé mi boca a su nuca y lo besé allí, lo lamí, bese toda su espalda, sus nalgas, sus muslos, pantorrillas y pies, este pata me encantaba. Luego subí besando otra vez sus pantorrilas, muslos, y despacio abrí sus piernas para besar su ano, metí allí mi lengua y sentí su calor y olor a jabón, lo empeze a lamer con ganas y él levantaba su culo y gemía, me arreché mucho y chupé su ano como loco, lo lamí, lo besé, restregué mi cara allí, era un placer exquisito este man, y él también gozaba pues abrió mas sus piernas y con sus manos trató de mantenerlas asi para q mi boca lo adorara, su ano oscuro con pelos era un manjar para mí. Pronto mi verga estaba fierro y me encimé sobre Saúl, froté mis bolas peludas en sus nalgas, mi verga babeante entre su raja caliente, yo frotaba y frotaba sin penetrarlo aún, su ano estaba húmedo de mi saliva y del abundante presemen q mi verga botaba. Despació empezé a penetrarlo, mi glande ahora besaba su ano y Saúl gimió fuerte de placer, empujé y empezé a ingresar a su ano caliente, húmedo, delicioso. “Házmelo muy despacio” me dijo él y así entré en él, muy despacio sintiendo cada milímetro de su hueco, gozando cada milímetro con él. De pronto quedé quieto un momento para acomodarme mejor y él hizo un sutíl movimiento con su culo q me hizo casi morderle el hombro, luego yo seguí suave y me detuve, y él otra vez su movimiento hacia mi pubis, mi pubis peludo besaba esas nalgas poderosas, mi verga se zambullía en el ano de Saúl, mis manos acariciaban las suyas, mi boca besaba su nuca, Saúl no dejaba de gemir despacito, mi verga era fierro y latía en su interior, quize entónces empezar el mete y saca.
Pero Saúl de repente se volteó y me pidió “frota tu verga contra la mía por favor”, y en ese momento observé q su verga era idéntica a la mía en grosor y longitud, solo q la suya era de piel oscura, sus testes negros eran tan peludos como los míos. Suave ubiqué mi grueso pene sobre el suyo y lo froté, Saúl emitió un fuerte gemido y atrajo mi cara a la suya y me besó, acarició mi espalda, se arrechó mucho, y yo también, besé su cuello, su pecho y cuando besé sus tetillas sus fuertes piernas abrazaron mi cuerpo,sus manos acariciaban mis nalgas y las presionaban con fuerza sobre su cuerpo, nuestros penes botaban harta baba y eso hacía q la frotación fuese exquisita, muy placentera, pronto Saúl me abrazo muy muy fuerte con brazos y piernas y me dijo “me voy a vacear, puedo?”, “claro” le respondi con voz ronca a su oído, entónces Saúl inició una serie de movimientos sinuosos con su cuerpo sin dejar de abrazarme y besarme, su cuerpo era muy caliente y yo también lo abrazaba y besaba, sentí q su verga latió muy fuerte,un “oooohhhhhh” gutural emitió y un orgasmo fortísimo empezó a gozar, su cuerpo todo se movía, su boca abierta, sus ojos cerrados y de repenete sentí su leche caliente en mi verga, en mi barriga, chorros y chorros de semen caliente botaba retorciéndose a cada momento, mi verga dura lo excitaba pero yo no quize eyacular, se me ocurrió algo.
Al terminar Saúl teníamos su leche por todas partes, sobre todo en mi verga, q estaba empapada de su fluído, así q rápido le dije “párate, apóyate contra la pared, rápido” y él así lo hizo, su semen chorreaba de su barriga, de su verga, de mi verga, y yo con mi mano lo recogí de su barriga y embadurné su ano, agarré su verga y la limpié con mi mano para luego con mi mano así embarrada embarrar mi verga, embarrar mi cabezón con su semén y ¡zaz! se lo metí de un solo golpe, como yo esperaba mi verga resbaló en su ano gracias a su semen y empézé a metersela y sacársela a mi ritmo, ya no tan lento, ahora rápido, con fuerza y Saúl empezo a gritar de placer, me detuve en seco “cállate huevón q nos van a botar del cuarto” le dije y volteando su cara hacia mi lo bese y seguí penetrando con ganas, mis manos acariciaban su pecho, sus gruesos muslos, pegaba mi pecho a su espalda, lo hacía mío y lo disfrutaba, como nunca yo había disfrutado, ese culo poderoso era mío, varios minutos estuvimos así hasta q sentí q se me venía la leche y se lo dije “no pares, por favor, sigue” fué su respuesta, minutos después eyaculé fuerte dentro de él y él a la vez también eyaculó otra vez, fué un orgasmo intenso, largo, exquisito, yo nunca había sentido algo así, cachar a un hombre era el summun del sexo para mi. Poco a poco nos fuimos calmando pero quedamos asi parados abrazados un rato, hasta q mi verga se tranquilizó y nos duchamos. Tuvimos antes q limpiar el piso del semen q había caido. Ya relajados nos fuimos a dormir, Saúl se abrazó a mi cuerpo y quedamos así privados.
A las 5am desperté, usualmente me levanto a esa hora, y tenía otra de mis erecciones matutinas, como todos, mi movimiento despertó a Saúl y vio mi verga paradaza y automáticamente dirigió a ella su boca, me la empezó a chupar rico, yo acariciaba su cabeza, su cuello, yo estaba con la pierna izquierda flexionada y mi pie rozaba su verga también erecta, mientras él me la chupaba frotaba su verga en mi pie, entónces muy despacio con mi pie derecho acaricié su muslo, sus nalgas, otra vez arrechos!, “sigue asi, no cambies de posición” me pidió Saúl, siguió chupándomela con gusto, frotando su pene babeante en mi pie y me hizo eyacular otra vez, se tomó toda mi leche, y en ese momento su cuerpo tiembla y se vacea  sobre mi pie, gimió, se retorció, pero no cambió de posición, yo estaba recontra satisfecho con él. El terminó de limpiar mi verga con su boca y empezó a bajar a besar mi muslo, mi pantorrila, tobillo, y llegó a mi pie, violado jeje, y empezo a sorber su leche, lamió todo mi pie, cada dedo, todo!, comiendo su semen, lo dejó tan limpio como mi verga, este amigo era alucinante, fueron tantas sensaciones nuevas para mi en tan pocas horas. “Te amo” me dijo, yo quedé callado pensando q en horas no puedes conocer y amar a alguien, pero lo abrazé fuerte y besé su frente, asi quedamos unos minutos hasta q nos duchamos y salimos. Claro q él sabía q hacía gozar mas q una mujer, me lo demostró! jejeje. y claro q nos vimos muchísimas veces mas.

due

Il numero due.

Mi piace il numero due, è il mio preferito, così sinuoso, senza spigoli, veloce da scrivere: appoggi la biro, un paio di onde e è fatto.

Quando si è piccoli e si impara per le prime volte a scrivere il numero due non esce bene, ma non importa. Una volta appreso il movimento si scrive un po’ come viene.

 Poi, quando sai tracciare bene la forma, allora inizi a fare caso ai dettagli: aggiungi un’ ondina qua, allarghi un po’ la, fai un due a misura della tua grafia insomma.

Crescendo il due lo metti nel dodici, ma ti accorgi che stona un po’ con l’ uno accanto, così spigoloso. Lo provi con tutte le altre cifre ma non ti piace con nessuna. Ti accorgi che il due è un numero che sta bene da solo, ma che ha bisogno di due unità per esistere.

Il numero due non da inceppi, non si incastra, non fino che è disegnato sulla  carta. E nella realtà? Forse è proprio nella realtà che il numero due comincia a diventare un problema. E una soluzione.

Cominci a temere i due scritti in rosso su un foglio, quelli con la grafia non tua, che non ti si adatta nemmeno un po’. Quei due sono acuti, pungono. Quei due ti giudicano per ciò che sei, per chi sei. Danno una misura al tuo impegno, e lo valutano piccolo, minuscolo, insignificante. Magari è così, ma se non fosse? Sentirsi un due fa schifo.

Sentirsi un due, essere un due, vuol dire essere una seconda scelta. E essere una seconda scelta implica il vivere la vita all’ ombra di qualcun altro. Il che rende impossibile essere sé stessi. È una negazione prendere due, e essere un due. Perché? Perché vuol dire non essere apprezzato, non essere abbastanza, indipendentemente dall’ impegno.

Allora si deve essere qualcun altro. Bisogna indossare una maschera, avere una personalità d’ emergenza, o meglio, di salvataggio. Bisogna essere un secondo sé. Ed ecco che un’ altra volta il numero due assume un significato così brutto, eppure brutto non lo è affatto.  Anche tu, là fuori, se ti senti un brutto e inutile numero due, ricordati che i numeri due sono i più belli.

I numeri due sono i più belli quando si è in due persone. Perché la vita vissuta da soli è appuntita, secca, sottile, piatta come il numero uno. Allora serve qualcuno che questo numero uno lo smussi. Serve qualcuno che, come faceva da piccolo sul quaderno di scuola, impari la tua forma e poi la modelli. C’ è bisogno di qualcuno che ti aiuti a prendere in mano la tua vita e farne il numero due adatto alla tua grafia.

Si deve prestare attenzione, però, che questa persona non prenda così tanto controllo da farti diventare un due da professore verso te stesso. L’ uomo ha bisogno di trovare il giusto equilibrio, la giusta malleabilità. Perché se una persona è quella giusta, allora due uno non saranno un undici appuntito e con le cifre lontane, anche se di poco, tra loro. Uguali ma lontane, no. Se una persona è quella giusta allora due uno faranno un solo due: due persone saranno una cosa sola, un’ addizione esatta, un numero divisibile solo per se stesso o per la sua metà.

Un due sarà bello solo se qualcuno lo saprà apprezzare, distruttivo se usato come giudizio, sarà salvato solo se si lascerà modellare. Un due sarà completo solo se vissuto dall’ addizione perfetta: due uno in sintonia. 

Ho provato, che dire, a farmi scegliere.
Ho sperato. Dovevo.
Era una possibilità, capisci?
Come fare a metterla via, a dimenticarla.
Forse aspettando, forse non era il momento.
Forse io e te abbiamo un altro tempo.
Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me.
È l’idea che almeno una volta succeda, no?
Hai presente?
Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene.
Anche se sapevo di non potere.
Anche se era rischioso.
Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino - Gli amori difficili
Ti guardavo ballare dal bordo della pista. Eri ubriaca, un poco sudata, e scoprivi le gambe come una che ha passato tutta la vita a nascondersi.
La tua pelle brillava sotto le luci a neon del soffitto basso, i capelli biondi erano appiccicati al viso, la gonna corta che s'accorciava di più ad tocco del corpo sinuoso. Non sapevi che ero lì.
Non mi volevi li.
Me lo ripetevi ogni notte.
Maledicevi il mio nome e lo ripetevi nei giorni di pioggia per non sentirti sola.
Ci siamo amati tanto.
Ci siamo odiati tanto.
E adesso cosa rimaneva di noi?
Un guscio d'uomo vuoto, prosciugato dell'onore e del sentimento.
Una donna sola, privata del suo cuore e della speranza di essere felici.
Ci siamo distrutti, ci siamo tenuti, senza provare a salvarci davvero.
Ti guardavo ballare dal bordo della pista.
E scostati i capelli, m'hai guardato ed io son morto lì, insieme al nostro amore spezzato.
—  Mena d'Atri
Ho immaginato che potessi bastarti io, con i miei modi normali e l'aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla? Forse aspettando. Forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo.
Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me.
È l'idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente?
Quell'idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte, e se l'avverti non puoi far finta di niente, se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finte di niente, non volevo infondo.
Non potevo far altro che desiderare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene.
Anche se sapevo di non potere.
Anche se era rischioso, anche se tu non vuoi anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino, Gli amori difficili

“Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?”

— Autore incerto.