siede

La prima volta che provai ad uccidermi avevo dodici anni.
Ricordo che, in un momento di rabbia cieca, presi una corda abbastanza spessa e ruvida, e me la rigirai più volte attorno al collo, e inizia a stringere, a stringere, a stringere tanto che i miei occhi si appannarono e i miei polmoni bruciarono, e l'ossigeno che continuavo ad inghiottire era come pezzi di vetro che mi raschiavano la gola.
Non ci volle molto che persi le forze e lascia andare la presa.
Scoppiai a piangere contro la parete fredda del muro di camera mia.
Non sapevo come fare a salvarmi.
A salvarmi da me stessa, da quegli incubi che la notte strusciavano fuori da sotto il mio letto e mi costringevano a sopprimere i miei respiri contro il cuscino e rendevano le mie mani perennemente zuppe di lacrime.
Presi grandi boccate d'aria, il cuore che accelerava sempre più, gli occhi gonfi e pesti per le notti insonni, la pelle del mio collo lacerata.
Chiusi forte le palpebre. Lasciai che i miei capelli mi comprissero il volto.
Mi raggomitolai su me stessa, schiacciandomi alla parete.
E mi lasciai inghiottire dal silenzio. Dal buio della notte imminente.
Sono sempre stata un'estremista. Non conoscevo la mezza misura.
Esisteva per me solo il giusto o lo sbagliato. Il buono o il cattivo. Il mare o la montagna.
Allo stesso modo, se non riuscivo ad amarmi, altro non mi restava che odiarmi all'inverosimile.
E credo che quell'odio che proviamo nei nostri confronti non sia neanche paragonabile a quello che proviamo per le altre persone.
Sei costretto a passare il resto della tua vita con una persona che detesti. Che ti rende vulnerabile e debole. Che non sa trattenere le persone che ami nella tua vita. Che siede sola sul tram e passa il tragitto a guardare le gocce di pioggia scivolare sul finestrino, per poi accorgersi alla fermata che fuori c'è il sole ed erano solo i suoi occhi che piangevano, riversando lacrime salate sulle sue guance.
E quella persona é te stesso.
Un anno dopo inizia ad indossare felpe eccessivamente larghe con le maniche così lunghe da coprirmi le dita delle mani.
Ma anche quei segni rossi, sui miei polsi, che continuavano ad aumentare.
Avevo deciso di segnarmi con una lametta ogni mio errore.
Alla fine di ogni giornata c'erano più di venti tagli nuovi.
Mi resi conto che ero davvero un disastro.
E mi convinsi che una come me doveva meritarsi solo sofferenze, e punizioni.
Doveva stare a digiuno per giorni e passare le ore a vedere il sangue scorrerle via dalle braccia, dalle cosce, nella speranza di intravedere anche un po’ di tutto quel male che aveva dentro sgorgare via con esso.
Per certi periodi, divenni tutt'una con la solitudine che riempiva il mio cuore e rendeva il rumore di ogni suo battito un suono malinconico, triste.
Ero sola nella stazione affollata alle sette della mattina, o quando tornavo a casa.
Ero sola mentre camminavo per strada per dirigermi in libreria, nel disperato tentativo di scappare dalla mia vita, rifugiandomi tra le pagine di quella di qualche d'un altro.
Ero sola, quando mi stendevo sul prato la sera, perdendomi tra quelle stelle così lontano, ma che mi scaldavano come se fossero così vicine.
In altri mesi, mi persi completamente.
Le stagioni smisero di susseguirsi, i colori impallidirono, cedendo il posto al bianco e al nero.
Gli inverni divennero più rigidi e le estati più brevi.
I suoni e i rumori si attutirono, riducendosi a un sussurro, dei flebiti.
Tutto, intorno a me, iniziò lentamente a sgretolarsi, a cedere.
Caddero i prati fioriti, e i tramonti, e i cieli trapuntati di costellazioni, e il soffio del vento e il rombo del tuono. Caddero le Case, le persone, le emozioni.
E da quelle macerie si alzarono spessi muri, che mi imprigionarono.
L'unica cosa che continuava a cadere, era la neve, trascinando con se le mie ultime speranze di riuscire a vedere per un'ultima volta il sole.
Ero persa, sola, senza più ragioni per restare.
Credetti davvero che alla mia fine sarebbero mancate poche albe, anche se non potevo vederle.
Una fine che avrei scritto io.
Presi una penna rossa, appena comprata, e mentre inizia a tracciare le prime parole del mio ultimo capitolo di vita, un petalo cadde vicino le mie dita.
Alzai gli occhi con stupore.
Ero convita ci fossi solo io dentro la prigione che altro non era che me stessa.
E invece, proprio davanti a me, c'era un vaso contenente una pianta.
Non ricordo che specie era.
Sinceramente, non ha importanza.
La guardai. Ancora. Ancora.
Il fusto dall'apparenza fragile culminava con con pochi petali stropicciati, rovinati, che cadevano lentamente sulla scrivania.
Nel turbinio di ghiaccio e neve nel quale mi trovavo non credevo potesse sopravvivere.
Era sempre stata lì, spoglia, scura, esile.
Non gli diedi attenzione. Non mi accorsi nemmeno della sua presenza.
La davo già deceduta.
E invece, era proprio lì dinnanzi a me.
Pensai che prima di togliermi la vita, potessi darne un po’ a quel fiore, potessi aiutarlo.
Inizia a prendermi cura, annaffiandolo giornalmente E controllando che possibili insetti non gli mangiucchiassero le foglioline.
Feci una crepa nel muro, quel tanto che bastava per far filtrare un poco di luce, nonostante io non la vedessi, né sentissi il suo calore, per quella piantina.
Col passare del tempo, inizia a vederla sempre più rinvigorita.
Crebbe. Tanto.
E lentamente, la luce da cui doveva teoricamente passare il sole per bagnarla di caldo, divenne … luminosa.
E iniziai a sentire il suo calore.
A vederla.
Con la penna rossa, al posto di scrivere la mia fine, disegnai fiori.
Riempii pagine e pagine di fiori. E poi le mie braccia. Le mie gambe. Le mie labbra. Le mie palpebre.
E le mie ferite sui polsi.
Queste, divennero cicatrici.
Iniziai a ricoprire di fiori ogni mattone che costituivano i miei muri, e questi, piano piano, si dissolsero, divennero polvere, dalla quale nacquero ciclamini, campanule, viole, girasoli….
E io potevo vederne il colore.
Potevo sentirne il profumo.
Rampicanti di gelsomini mangiarono le pareti ancora in piedi della mia prigione.
Mi ritrovai ricoperta di petali, seduta su un prato fiorito.
Il sole mi illuminò il volto, dopo tanto tempo.
Il cielo ero limpido. Di un azzurro chiaro… ma lucente.
Mi alzai da sola.
Barcollavo un po’ e la mia vista faticava a mettere a fuoco ogni singola cosa.
Ma era normale; avevo vissuto nell'ombra per così tanto tempo.
Vidi il mio vaso; la pianta era sbocciata.
E con essa, ero sbocciata anche io.
Prendendomi cura di lei, mi accorsi che ero ancora in grado di dare affetto e che il mio cuore non era completamente ghiacciato.
Capii che dal mio amore poteva nascere qualcosa di bello. Di buono.
Scoprii che non tutto quello che facevo ero uno sbaglio, un errore. Poteva essere anche un bellissimo vaso di rose. O un intero prato di viole. O una rampicante di gelsomino.
Piantai così tanti fiori che non ricordo di preciso.
A volte capita che prendendoci cura di qualcosa, o di qualcuno, finiamo per prenderci cura anche di noi stessi.
Di crescere insieme. Di diventare migliori.
Di nascere, nuovi, più forti di prima… di fiorire.

E poi pensa; se ne tuoi momenti bui sei in grado di far sbocciare fiori nelle parti più tristi di te, immagina cosa sei in grado di fare nei tuoi momenti migliori.
Di sicuro, qualcosa di bellissimo.

-Alessia Alpi (Volevoimparareavolare on Tumblr)

10

streets in florence. - { italian places meme.}

“O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense”.

Inferno, canto V.

Mi vedi?
Sono quella ragazza nell'angolo della classe, proprio quella coi capelli davanti al volto, acquattata sul banco.
Sono quella che siede sola sul tram, con le cuffie nelle orecchie e gli occhi che vagano fuori dal finestrino, alla ricerca di qualcosa che non esiste.
Se mi farai una battuta, riderò anche se non la capirò.
Quando ti sveglierai la mattina e mi vedrai, ti sorriderò e ti stringerò in un abbraccio, lo stesso con qui ti saluterò quando suonerà la campanella della fine delle lezioni.
Avrò sempre i capelli pettinati, le scarpe allacciate e i vestiti stirati.
Se mi darai una bella notizia, sarò felice per te.
Se mi darai una cattiva notizia, piangerò con te.
Se qualcosa andrà storto, rimarrò accanto a te e ti aiuterò a risolvere il problema.
Se non risponderai ai miei messaggi, non mi offenderò mai.
Capirei.
Ti sembrerò una brava ragazza.
Ti sembrerò una di quelle persone sempre ottimiste, che non temono niente e nessuno.
Ti sembrerò una buona amica con cui parlare del più e del meno. A cui raccontare i tuoi dubbi, i tuoi problemi, perché ascolterò sempre.
E sarò felice di me, perché ti darò l'impressione che desideri.
In realtà…. non sono affatto così.
Ma non ti devi preoccupare.
Saprò nascondere i miei malumori e asciugherò sempre da sola le mie lacrime.
Non ti dirò mai tutti i casini che ho in testa; non voglio che ti preoccupi.
Sarai all'oscuro delle mie paure e dei miei incubi.
Combatterò da sola le mie battaglie.
Cercherò di leggere un libro per riempire quel vuoto che ho nel petto, anche se sarà inutile.
E proverò a cambiare musica per alleviare quella tristezza che aleggia nella mia anima.
Ma se, per caso, un giorno vedrai i miei polsi tremare e i miei occhi arrossire, ti prego, stringimi le mani e portami a vedere un tramonto, per ricordarmi che anche le fini possono essere spettacolari.
E non lasciarmi sola quella notte, perché anche se tengo le finestre spalancate, il silenzio non esce da camera mia, anzi, s'infiltra nella mia testa e inizia a farmi impazzire.
Perciò rimani con me, fammi vedere le stelle, la luna, ripetendomi che c'è molto dopo ogni fine. Un intero universo.
E quando ci sarà l'alba, tu mi avrai salvato, perché proprio come come il sole regala alla terra un nuovo giorno, tu mi avrai regalato un nuovo inizio.

-Alessia Alpi
Volevoimparareavolare on Tumblr

—  Scritta da me.

anonymous asked:

mi spieghi meglio che c'era tra te e la ragazza nel pullman?

Era un giorno come tutti gli altri, io ero seduto al mio solito posto con le cuffie alle orecchie mentre guardavo fuori, il pullman pian piano si stava riempendo e le persone avevano iniziato a stare in piedi visto che i posti liberi non erano più disponibili. Mentre sto per cambiare una canzone alzo lo sguardo e noto una ragazza che di scatto abbassa gli occhi, come per evitare di farmi capire che il suo sguardo fosse rivolto a me, sembrava che non si aspettasse che mi sarei accorto di lei, in quel momento pensai che magari fosse solo una coincidenza che i nostri sguardi si fossero incrociati. Il giorno dopo quando arrivò la sua fermata la fissai mentre saliva per farmi un’idea di lei..e mi trovai il suo sguardo su di me,  di nuovo, e ci guardammo negli occhi per pochi secondi che sembravano un’eternità, aveva degli occhi molto scuri, sembravano pieni di oscurità e questa cosa mi fece venire i brividi, anche perché non avevo mai visto degli occhi del genere e se in più ti fissavano pure, rimanevi senza parole. Indossava solitamente leggings, una maglietta con una giacca nera, il mio colore, e portava i capelli neri lisci e sciolti, amo i capelli lisci e sciolti, si vedeva che ci tenesse al suo look, sembrava che le piacessero le cose che piacevano a me. Abbiamo iniziato così a fissarci ogni giorno, piano piano diventava un’abitudine, ci scambiavano sguardi ogni volta che lei saliva finché non trovava posto e poi continuare a guardarci negli occhi quando doveva scendere (scendeva prima di me). Non la conoscevo, non sapevo nemmeno che nome avesse ma queste cose passavano in secondo piano quando me la trovavo davanti. Si sedeva sempre nei posti anteriori del pullman, io al centro, lei non andava mai oltre, forse perché dietro c’era sempre confusione causato da alcune persone più grandi e questo mi aiutava a farmi un’idea di lei, di che persona fosse. Questa storia iniziava a prendermi molto, ero curioso di vedere fin dove potesse arrivare, così non volevo mai perdere quel pullman perché sennò avrei perso lei visto che potevo vederla solo di mattina, quindi mi svegliavo un po’ prima solitamente per essere in tempo. La cosa continuava sempre nella stessa maniera, ogni giorno, come se ormai fosse diventata una routine, lei saliva, ci fissavamo, si sedeva, io la guardo seduto da dietro facendomi 1000 domande su chi fosse e perché mi fissasse, penso che pure lei si facesse queste domande, poi si alzava per scendere e ricominciavano gli sguardi, ricordo ancora a quando stava in fila e si girava verso di me cercando di non farsi scoprire..scatenava in me tante emozioni e poi scendeva. Con il tempo iniziò a sedersi sui posti che erano vicino a me, piano piano si avvicinava, iniziò poi a sedersi al posto davanti a me e la notavo guardarmi in quel minuscolo spazio tra i sedili che bastava a far incrociare i nostri occhi. Molte persone magari avrebbero fatto il passo, io invece non riuscivo nemmeno a dire una parola per tutto quello che provavo solo guardandola, e devo dire che avevo scoperto in quella circostanza che ero timido, da quel giorno, quando si sedette davanti a me, iniziò a scendere dalla seconda porta che era affianco al mio sedile e me la trovavo a 2cm di distanza, fu in quel caso che sentì il suo profumo, era alla fragola, una meraviglia. Ad un certo punto cambiò tutto, smise di fissarmi, saliva sul pullman e si notava la fretta con la quale andava a sedersi, come per evitare i miei sguardi, e quando scendeva non si girava più, mi evitava e io non capivo più perché, iniziavo a diventare paranoico, pensavo che magari si fosse stancata, che non le bastavano più questi sguardi, ma non sapevo come contattarla, nessuno dei miei amici la conosceva, nessuno poteva presentarmela e in più il pullman era sempre pieno e con le sue amiche sempre intorno a lei mi era difficile scambiare due parole, fu lì che iniziai a trovare difetti in me, fu per la prima volta che mi sentivo così triste sapendo che stavo perdendo qualcuno che non era mai stato mio, la cosa mi faceva male anche se lei non era nessuno per me, ma era come se mi sentissi legato a lei. Non mi calcolò per alcune settimane e passai quel periodo in modo abbastanza difficile, con tanti pensieri per la testa, mi ero ormai rassegnato, mi ero impresso nella mente che l’avevo persa, non volevo rimanere sempre triste così decisi di evitarla, di non pensarci più, decisi che anche io dovevo smettere di fissarla e sperare che alzasse il suo volto, già quel volto così innocente e tenero con due occhi pieni di oscurità che ti attiravano. Passarono altri giorni e tutto continuò così, quando un giorno facevo le mie cose al cellulare, e sento “posso?”, tolgo lo zaino senza nemmeno alzare lo sguardo per vedere chi fosse e torno ai miei affari..lì sento un buonissimo profumo alla fragola e mi giro di scatto, era lei, sì proprio lei, si era seduta vicino a me e io non lo avevo nemmeno notato, non riuscivo a crederci, per la prima volta mi aveva chiesto il posto, solitamente il posto vicino a me era sempre libero e lei pur notandolo si sedeva altrove. In quel momento mi passarono in testa così tante cose che non sapevo come mettere ordine, questa cosa non mi era mai capitata, sono una persona che sa cosa deve fare e cose vuole, eppure solo la sua presenza lì mi faceva impazzire, non riuscivo a fare nulla, stavo lì immobile a realizzare il fatto che lei fosse lì. Mentre sono ancora indeciso su cosa fare, arriva già la sua fermata e lei si alza e scende. Non me la prendevo con me perché non le avevo parlato, sapevo che da ora avrebbe iniziato a sedersi vicino a me più spesso e già questo mi bastava, ma comunque domande come “perché mi ignorava e ora fa tutto questo?” sorgevano. Non capivo. Il giorno dopo speravo che questa cose accadesse di nuovo, arriva la sua fermata, lei sale e quando sta per venire verso di me.. uno stupido moccioso si siede vicino a me, questo bastardo leva lo zaino da solo e si siede, e lei dopo aver visto che il posto non era più disponibile si sedette vicino a qualcun altro. Inutile dire la voglia omicida che mi prese, avevo voglia di dare fuoco a quel ragazzino. Da quel giorno lo guardai male ogni volta. Passarono ancora giorni e lei non mi chiese più il posto, ci continuavamo a guardare. Tornarono i suoi momenti “no”, quando mi ignorava del tutto per settimane, evitava ogni tipo di sguardo. Pensai che passasse alcuni momenti difficili e preferiva starsene da sola, per conto suo, proprio come facevo io. Una cosa che notai era che dopo questi momenti lei “tornava alla grande”, per esempio si sedeva vicino a me oppure non smetteva di fissarmi come se volesse farsi perdonare. Un episodio che non dimenticherò mai è quando un gruppo di ragazzi salì, lei salì per ultima, era infondo alla fila, questi ragazzi mi chiesero “occupato?” io dissi di sì, e proseguirono, lei era rimasta a guardare la scena, quando tutti quanti passarono cominciò a venire verso di me, io tolsi lo zaino e lei si sedette senza che nessuno dei due disse una parola. Mi ero emozionato lì, lei aveva capito esattamente quello che volevo, era un momento speciale per “noi”. Alcuni giorni dopo venni a sapere da mio padre che ci saremmo trasferiti all'estero, per via dei miei studi e per il loro lavoro, la prima cosa che pensai era lei, di non poterla più vedere, di allontanarmi da lei, mi prese una stretta al petto pensando a queste cose. Iniziai a stare male, pensavo molto a cosa fare, passavo ore a pensare e pensare. Scelsi in quel momento di non fare nulla con lei, che era meglio se ci fossimo allontanati perché ci sarebbe stato più dolore altrimenti, e io non potevo sopportare questa cosa. Smisi di guardarla, non le rivolgevo nessun sguardo, perché sapevo che se l’avessi fatto mi sarei ferito molto di più e che anche per lei, era meglio così. Non ci siamo mai conosciuti, io non so che tipo di persona sia lei, e lei non sa che tipo di persona sono io, ma ci eravamo legati solo guardandoci, eravamo diventati qualcosa per l’un l’altro, due perfetti sconosciuti erano diventati qualcosa. Scoprì pure il suo nome, A. Che stranamente è pure il mio nome preferito. Lei ora si è fidanzata, e spero che sia davvero felice e la ringrazio per tutto quello che mi ha fatto provare.

-Elle

Problemi che solo le persone timide possono capire.

#1. Quando una persona che ti piace ti rivolge la parola il viso ti diventa del colore della bandiera turca, con tanto di mezzaluna

#2. Quando una persona che ti piace ti rivolge la parola se riesci ad aprire bocca emetti solo ridicoli falsetti

#3. Quando una persona che ti piace ti rivolge la parola ti rinchiudi in casa per una settimana

#4. La tua timidezza ti porta ad avere sempre un espressione seria davanti agli sconosciuti, altrimenti chiamata faccia da cazzo. Questo ti fa passare per spocchioso e antipatico

#5. Nei contesti sociali la differenza tra te e un sordomuto è piuttosto sottile

#6. Quando frequenti da molto tempo qualcuno ti comporti invece con eccessiva confidenza

#7. Quando qualcuno dice una stronzata non riesci a trovare il coraggio per correggerlo

#8. Nelle foto sei quello a cui sembra sia appena morto il gatto perché investito dal nonno a cui per lo shock è venuto un infarto

#9. Dal momento che parlare per te è difficile spesso le persone ti scambiano per un gran ascoltatore, e decidono di nominarti loro confidente personale quando in realtà non te ne frega un’emerita ceppa della loro inutile vita.

#10. Quando sei in treno e davanti a te si siede un conoscente saresti disposto a scendere alla prossima fermata anche se è settemila km da casa tua

#11. Quando qualcuno ti chiede di raccontare un aneddoto divertente lo rovini narrandolo con la stessa enfasi con cui parleresti delle vittime delle foibe

#12. Se qualcuno ti fa un complimento ti vergogni come se ti avesse accusato di essere andato a letto con sua madre. Spesso è pure vero

#13. Prima di intraprendere una conversazione te la immagini nella tua testa con i minimi particolari

#14. Quando cammini per strada e riconosci qualcuno cerchi di non incrociare il suo sguardo per evitare di parlare, passando ovviamente per stronzo

#15. Hai fantasie omicide nei confronti di tutti coloro che ti ripetono “Coraggio su, non essere timido”

#16. Quando sei a una festa speri sempre ci sia un gatto con cui passare la serata

#17. Riesci a essere te stesso solo con te stesso

Mi ascoltava.

Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire.

Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati.

Ci si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato.

E si diventa indispensabili.


- Peter Høeg

E si diventa i quasi adatti.

Aspetta,
tu sei quella ragazza che evita gli sguardi della gente.
Tu sei quella che non si siede mai in fondo al pullman.
Tu sei quella che se vede un gruppo di ragazzi, cambia strada.
Tu sei quella che quando sente un gruppo di ragazze ridere, pensa che stanno ridendo di te.
Tu sei sempre quella che gira con le cuffie nelle orecchie.
Tu sei quella che a scuola se la cava, ma non è mai l’ eccellenza.
Tu sei quella stanca.
Tu sei quella che sei tanto, ma non sei niente
—  Generazioneperduta
Aspetta.
Tu sei la ragazza che evita gli sguardi della gente.
Tu sei quella che non si siede mai in fondo al pullman.
Tu sei quella che se vede un gruppo di ragazzi, cambia strada.
Tu sei quella che quando sente un gruppo di ragazze ridere, pensa che stanno ridendo di te.
Tu sei quella che gira sempre con le cuffie.
Tu sei quella che a scuola se la cava, ma non è mai l'eccellenza.
Tu sei quella stanca.
Tu sei quella che sei tanto, ma non sei niente.
—  la-ragazza-apatica

“Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili”. [Peter Hoeg]

Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.
—  P. Hoeg
Game of thrones 7x06
  • Ritroviamo i nostri ometti in viaggio nella neve per il loro piano veramente astuto. Solo che io ne ricordavo 5 o 6 invece ora sono una ventina. È tipo High school musical in cui all’inizio ballano e cantano solo Troy e Gabriella e poi si unisce tutta la scuola, solo che qui mi sa tanto che mezza scuola muore
  • Tormy fa una battuta a Gendry tipo “Se non ci sono donne ci arrangiamo con quello che c’è” e Gendrini fa la faccia spaventata MA È SOLO UNA COPERTURA LO SAPPIAMO CHE IL TUO FILM PREFERITO È BARBIE RAPERONZOLO GENDRINI
  • Jon e Il Sasso Tornaindietro cominciano questo siparietto di onestà e lealtà e la spada del padre e io non sono degno e a me viene quasi da mangiare a morsi la tavola della cucina PER LA NOIA PER PIACERE RISPARMIATECI QUESTA COSA VI VOGLIAMO VEDERE COMBATTERE E MORIRE (ma non Jon)
  • Se anche voi vivete male le scene di Arya e Sansa come un capello nel brodo, allora siete i benvenuti. Arya dice a Sansa che ha letto la lettera e che lei non è mai cambiata, ma che è sempre la Solitascema™. Sansa dice che non è vero, ma Arya sta come una pazza e soprattutto sono fuori al balcone e fuori al balcone di Winterfell si consumano sempre i più grandi drammi
  • Jon e quello con la benda sull’occhio parlano e Jon per far vedere che è espressivo fissa vari punti oltre la sua spalla. A un certo punto arrivano alla montagna-profiterole che Il Mastino ha visto nel fuoco
  • Nella stanza degli spifferi, Dany fa una battuta infelice a Tyrion sulle persone basse, prendendo ancora una volta come esempio Jon Snow. Io devo ancora capire cos’ha la gente contro i bassotti. I bassotti sono comodi perché li porti sotto il braccio come una baguette e c’entrano benissimo nello zaino assieme al mac. Bassotti <3
  • Ritorniamo sul Monte Rosa e gli esploratori incontrano un orso del demonio che li attacca e uno sta fuggendo dall’orso del demonio e viene azzannato da un altro orso che arrivava da un’altra parte! Orsi del demonio! A un certo punto alcuni dei guerrieri fanno diventare le spade di fuoco e io mi ero proprio dimenticato di questa cosa. A un certo punto incontrano uno dei re della notte e un gruppo di zombie-coccinella e li attaccano e Jon ammazza il re della notte e con lui muoiono le coccinelle (che volevano solo vendere i loro biscotti) e ne rimane MIRACOLOSAMENTE in vita solo uno. E loro lo acchiappano e lo legano perché, ricordo, il piano veramente brillante di questi giovani e stupidi uomini e di prendere uno di questi zombie e di portarlo in giro per le fiere di campagna come babe maialino coraggioso
  • Lo zombie catturato si mette a strillare come me quando apro il frigo e mi accorgo che è finita la mortadella e gli zombie amici sentono da lontano e accorrono. Jon ordina a Gendry di andare a dare l’allarme e Tormy gli chiede di lasciare il martellone: lasciami il martellone - cosa - lasciami il tuo martellone - c’è un sottotesto omoerotico? - … - … - non mi fare arrossire. Il tempo di girarsi e dalla montagna-profiterole scende un miliardo di zombie della notte. Questo miliardo di zombie corre verso di loro e allora i nostri eroi vanno su un lago ghiacciato e Il Mastino grida a Jon Ti sembra il caso di riprendere ora con gli allenamenti di pattinaggio e Jon gli risponde Per prima cosa vi sto salvando la vita e poi non criticare il pattinaggio, è il mio modo di esprimere quello che ho dentro. Riescono a raggiungere uno scoglio in mezzo al lago e il ghiaccio si rompe e molti zombie finiscono congelati e allora si fermano. Jon guarda in basso per dirci che è una situazione difficile
  • Sansa accetta un invito a King’s landing e manda Briangela. Non ho più parole, Sansi darling. Anzi, no: SEI LA SOLITASCEMA e vai avanti e indietro tutto il giorno senza fare niente
  • Il Mastino fa l’idiota e lancia delle pietre agli zombie del ghiaccio e una pietra va sul lago magico ghiacciato e gli zombie si accorgono che ora è praticabile e pure che gli sceneggiatori sono un po’ stanchi e allora corrono verso di loro per ammazzarli mentre i cinque re della notte li guardano. Io non ho mai capito una cosa della psicologia di questi re della notte. Loro vogliono il mondo per loro e tutti zombie, ma a un certo punto non si scocciano? Quando hanno trasformato tutti gli uomini in zombie poi non si scocciano? Questa è una cosa che mi chiedo sempre
  • Cinquanta miliardi di zombie vanno verso lo scoglio della Sirenetta (la Sirenetta è Jon perché lui è bello unico e prezioso) ed essendo cinquanta miliardi che piovono da tutte le parti Jon fa la faccia un po’ delusa e sconfitta, soprattutto perché sono fastidiosi come quando sta smettendo di piovere e ti cade quella goccia proprio nel collo della camicia. Comunque Jon si prepara alla morte GRAZIE ALLA SUA IDEA MERAVIGLIOSA quando all’improvviso sente un alito di fuoco di morte sopra le sue spalle ed è Dany che è arrivata a salvarli con un cappottino dall’inconfondibile linea desigual
  • Dany brucia tutti gli zombie della morte che non capiscono niente in quanto STUPIDI e intanto i re della notte li guardano da lontano. Che cosa volete fare, re della notte? Non siate peperini
  • Dany offre la mano a Jon perché giustamente è andata lì a salvarli, ma Jon deve uccidere altri zombie perché deve fare l’ometto e gli altri gli dicono Jon sbrighete e Jon un po’ vuole fare il guappo e un po’ si rifiuta di salire sul drago con Dany che ha quel capospalla orrendo. Nel frattempo i re della notte lanciano SENZA RINCORSA PER UNA DISTANZA DI OTTOCENTOMILA METRI una lancia del ghiaccio maledetto e colpiscono uno dei draghi!
  • Dany si gira e dice: Ah, ok
  • Il drago mentre sta per morire sussurra: Tutta colpa del tuo cappotto di merda, mami
  • Il re della notte guarda Jon Snow come per dire Una volta eri solo mio e sta per lanciare un’altra lancia del ghiaccio fatato e Jon grida CRETINA VATTENE e Dany fa Ah ok. Mentre volano, Il Sasso tornaindietro sta quasi per cadere EVVIVA MUORI FINALMENTE, ma invece non muore :(
  • I draghi se ne vanno e riescono a evitare la lancia bianchina ghiaccina e Jon cade nell’acqua trascinato dagli zombie. NO JON CHE PIGLI LA BRONCHITE
  • Jon riesce a risalire a galla tutto bagnatino (amore) e gli zombie stanno quasi per prenderlo, ma all’improvviso arriva Benjen Stark sul cavallo con la palla infuocata perché Benjen Stark quando sente uno Stark in difficoltà arriva subito come i cani quando apri una busta di patatine. Benjie mette Jon sul cavallo e dice Mo te ne devi andare, mo mo anche perché si è un po’ rotto le scatole di vivere la sua vita tra i ghiacci eterni, ma soprattutto si è stancato di Stark idioti in difficoltà
  • Sansa trova le facce di Arya e comincia ad avere paura: Chi è questa pazza dei mezzi pubblici che ho preso in casa? Arya dice cose senza senso e Sansa è talmente annoiata dalla sorella che a un certo punto le dice: Piuttosto pugnalami a morte
  • Jon riesce ad arrivare al muro e da Dany. Lo mettono in un lettino e lui è tutto malatino e a PETTO NUDO tutto sofferente e Dany siede accanto a lui. DANIELA TU NON MERITI DI FARGLI DA INFERMIERA QUEL POSTO SPETTA A ME PERCHÈ TU NON C’ERI QUANDO È MORTO, QUANDO È RISORTO, QUANDO LO PRENDEVANO IN GIRO, QUANDO FACEVA LO SCEMOLINO CON SAMMI, QUANDO CATELYN LO TRATTAVA MALISSIMO. Tu non c’eri e quindi mo te ne devi andare. Io ho capito gli sceneggiatori che vogliono creare la passione, ma tu Daniela sembri un puntaspilli e Jon ha la carica emotiva di un bollitore dell’acqua, però a me non importa e voglio un posticino su quelle pellicce e gli voglio dare il termometro e gli antibiotici 
  • Nel frattempo, nel magico mondo delle nevi - Gli zombie trascinano con delle catene CHE NON SI SA DOVE HANNO PRESO il drago e lo pescano dalle acque e il re delle notti lo trasforma in cattivone e il drago gli dice in un orecchio: andiamo a prendere quella cafona arricchita 

Martedì pomeriggio guidavo su una strada provinciale che vomita macchine tutto il giorno e, all’improvviso, vedo un cagnolino bianco, terrorizzato, che cammina sulla riga di mezzeria e cerca disperatamente di non essere investito.
Nessuno si ferma. Tutti cercano di schivarlo. Prende una macchinata ma si rialza e continua ad andare. Anche la macchina che l’ha urtato se ne va.
Guardo l’orologio perchè sono le tre e mezza e io alle diciassette ho un appuntamento. Spero che qualcuno si fermi. Nessuno.
Mi girano i maroni, fermo la macchina bloccando il traffico, scendo, rincorro il cagnolino, lo porto in macchina.
Sporco, malandato, spaventato, si rannicchia sotto al sedile.
Da quel momento inizierà un’odissea che mi rimbalzerà tra telefonate, vigili che non mi aprono la porta perché “non è orario di ufficio”, carabinieri che mi dicono che non possono fare niente ma possono chiamare i vigili per fargli aprire la porta, vigili che rispondono ai carabinieri che non è orario di ufficio e loro la porta non la aprono.
E’ trascorsa un’ora, del cane non ne vuole sapere nessuno e io me lo tengo in braccio pensando che non posso portarlo a casa.
Finalmente mi indirizzano verso una clinica veterinaria che “probabilmente se ne occuperà”.
Arriviamo in clinica, lo appoggio in terra per andare a lavarmi le mani mentre aspetto il mio turno: mi segue come se fossi sua madre e si siede accanto ai miei piedi.
Sono in ritardo pazzesco.
Mi vedo costretta a suonare il campanello perché nessuno mi caga e questa sì, dopo una rapida valutazione, mi sembra un’emergenza.
La veterinaria compila i moduli e intanto il cagnolino rimane sotto alla mia sedia. Mi viene un po’ da piangere.
Mi chiede il numero di cellulare. Il cagnolino ha il microchip e la proprietaria abita poco distante. 
Mi ringrazia e mi dice di non preoccuparmi, che ho fatto una bella cosa e che ci pensano loro a rintracciare la signora. Faccio per andarmene ma mi segue e mortaccisua se non ho pensato di portarmelo a casa.
Corro al mio appuntamento e arriverò tardi.

Sono trascorsi tre giorni. Ho chiamato la clinica per sapere se è tornato a casa.

Sì.

Chiudo la telefonata sorridendo e mi viene in mente che avevo lasciato il numero di cellulare. Magari un grazie da parte della padrona non ci stava poi tanto male. Secondo me, che vivo nella terra degli unicorni e degli arcobaleni.

Ciao sacco di pulci!

Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.
—  Peter Hoeg
Facciamo una cosa, va bene?
Chiudi gli occhi ora.
Riaprili solo per leggere il passaggio successivo.
Hai fatto? Bene.
Immagina.
Immagina la persona a cui tieni di più.
Ci sei?
Va bene.
Sei in camera tua.
Questa persona entra, senza fare rumore.
Tu sei sdraiato di spalle, pensi.
Si avvicina in punta di piedi, cercando di non disturbarti.
Si siede vicino a te, ti sfiora un braccio con la mano.
Tu sorridi, sai chi è.
Fai finta di dormire.
Si sdraia lentamente dietro di te, appoggiando la testa nell'incavo del tuo collo.
Ti lascia un breve bacio sulla guancia, che ti porta a sorridere.
Le sue braccia ti circondano la vita, questo è un posto sicuro.
Vi addormentate, in quella posizione e con i cuori un poco più leggeri.

Ti senti meglio?

Mi avevano appena portato la pizza.
Mi sedetti in un tavolo in disparte, per sentirmi invisibile.
Odiavo il peso degli sguardi altrui su me stessa.
Il treno sarebbe passato un'ora dopo, perciò avendo così tanto tempo a disposizione decisi di mangiare con calma.
Ad un certo punto, vidi una ragazza alla disperata ricerca di un posto, e dato che erano terminati tutti, le feci cenno di accomodarsi al mio.
Rispose con un lieve cenno della testa e, sistematasi sulla sedia, alzò gli occhi dal pavimento e mi rivolse un sorriso triste di gratitudine.
Le sue guance erano rigate dal mascara che continuava a colare sui suoi zigomi.
Subito, le porsi un tovagliolo per pulirsi.
Lei lo prese tra le mani.
Tremavano.
Se lo posò sul volto e iniziò a piangere sommessamente, con singhiozzi che le percuotevano il corpo.
Mi allarmai.
Le domandai se dovevo chiamare qualcuno ma lei scosse fermamente la testa in segno di disapprovazione.
Le volli chiedere cos'era successo, quasi più per cortesia che per interesse, ma la sua risposta mi colpì.
“Ho perso il treno. Ripasserà fra un'ora. E forse potrà sembrare stupido, ma lo sa perché non sono riuscita a salire?”
Feci no con la testa.
I suoi occhi erano arrossati per il pianto.
“Perché sono arrivata ultima.
Ultima.
Ancora una volta.
Ho chiesto un permesso per uscire 10 minuti prima. Ho corso sotto la pioggia. Mi sono scontrata con moltissime persone.
Ma sono andata avanti. Ho dato il meglio di me stessa per raggiungere quel treno. E anche questa volta, il mio meglio non è stato abbastanza.
Perché io sono destinata ad essere sempre e solo l'ultima.”
Provai empatia nei suoi confronti.
Le strinsi una mano per infonderle un po’ di coraggio e sorrisi debolmente.
Non sapevo cosa rispondere, così lascai che continuasse.
“La verità è che sono stufa.
Stufa.
Perché devo sempre essere un passo indietro agli altri?
Perché ciò che faccio io risulta sempre sbagliato?
Perché mi sento così inutile ?
Dio, mi sento così debole e patetica.”
Provai a consolarla.
“Nessuno è inutile e tu non sei patetica.”
Il mascara continuava a imbrattarle di nero le guance.
“Si invece. Lo sono. Guardami!
Non sono come gli altri.
Io sono insicura.
Terribilmente insicura di tutto e tutti.
E ho paura, così tanta paura da trattenere il respiro per non fare rumore. Per non disturbare.
Io sono quella che si siede sempre da sola ovunque.
Quella che non riesce a stringere amicizie a causa della sua timidezza.
Quella che quando si guarda allo specchio non vede una persona, ma un intreccio di insulti.
Quella che la notte trema sotto le coperte del piumone, anche se non ha freddo.
Io sono quella che cammina per strada a testa china e ha lo sguardo sempre in basso per paura di incrociarlo con quello di qualcun altro.
Quella che passa i giorni sola, dietro la porta di camera sua.
Ecco chi sono. Quella che anche se da il massimo di se non ottiene risultati. Perché non riesce a raggiungerli. ”
Mi si strinse il cuore ascoltando le sue parole.
Iniziai a percepire una affinità tra noi.
Le accarezzai le nocche delle dita col pollice e poi, con voce calma ma sincera, le dissi questo.
“Ei.
Io non so il tuo nome, né il luogo da cui provieni. Non so i tuoi anni o le tue origini.
So soltanto una parte della tua storia.
Ma ho capito chi sei dal modo in cui l'hai raccontata e da come la tua voce si incrinava quando pronunciavi certe cose.
E come si perdeva il tuo sguardo quando veniva offuscato dai tuoi ricordi.
E posso assicurarti che in te non c'è nulla di sbagliato.
Va tutto bene.
Non c'è nulla di tragico nell'essere l'ultima.
L'ultima scelta, l'ultima ad arrivare, l'ultima a capire qualcosa.
Spesso è proprio l'ultima cosa che facciamo che ci salva davvero, perché le precedenti non hanno funzionato.
Quindi ha importanza essere primi anche se non si ha valore?
No.
Ma te, mia cara, non hai bisogno di queste parole. Non hai bisogno di parole per capire il tuo valore. Non hai bisogno di parole per cambiare le tue idee.
Hai bisogno di fatti. Di gesti. Di promesse mantenute. Hai bisogno di qualcuno che ti abbracci quando senti che stai per crollare. Qualcuno che con le sue carezze strappi via tutte le tue paure. Qualcuno che ti guardi negli occhi e ti prometta che domani sarà un nuovo giorno e tutto potrà accadere.
Ecco di cosa hai bisogno.
Ma prima ancora, devi imparare a volerti bene.
Tu sei molto di più dei treni che hai perso e delle sconfitte che hai subito. Sei molto di più delle tue guance rosse per l'imbarazzo e dei tuoi lunghi silenzi per la paura di sbagliare.
E si, sei molto di più degli errori che hai commesso.
Perché tu sei tutte le volte che hai riprovato a fare qualcosa, anche se era difficile. Sei tutte le volte che ti sei rialzata dalle tue cadute. Sei tutte le volte che hai scacciato indietro le lacrime e stretto i pugni, e sei andata avanti, nonostante avessi perso la forza e le speranze.
Ecco cosa sei. Sei la forza. La forza di non arrendersi mai. Di tenere duro fino alla fine.
Tu vali molto più dei primi, perché hai il coraggio di andare avanti anche quando tutto va male e non hai alcuna certezza che le cose possano cambiare.
E ciononostante, prosegui. ”
Quella ragazza s'alzò in piedi, venne da me e mi abbracciò così forte da far tremare il mio cuore.
Solo alla fine m'accorsi che non c'era nessuno in quel tavolo con me.
Ero solo io, in piedi, in quella pizzeria dell'angolo.
Ma mi sentivo meglio. Come se una parte di me non fosse più rotta. Non mi ferisse più.
Guardai l'orologio; era ora di andare a prendere quel treno che avevo già perduto una volta.

Morale
Spesso le parole che diciamo agli altri per farli stare bene, sono le stesse che avremmo bisogno di sentirci dire.

-Alessia Alpi
(Volevoimparareavolare on Tumblr)

—  Scritta da me.

C'è una ragazza sopra una panchina, siede da sola e guarda il vuoto,
anche oggi non è andata a scuola.
Si sente sola, ascolta la musica e la musica ascolta lei,
quando il resto del mondo la ignora.
Ma non si consola, ed ogni volta
dopo pranzo lega i suoi capelli,
si infila uno spazzolino in gola.
Ma così no, non funziona,
più va avanti più peggiora,
inginocchiata davanti al cesso
lei non si emoziona.
Ride per finta, ma quando piange è spontanea,
sua madre si comporta come se fosse una sua coetanea,
e certe volte, certe volte è ridicola,
il padre era un grande uomo ma in una vita troppo piccola.
Si è depresso, non è più parte della famiglia,
non gliene frega un cazzo di sua figlia,
sdraiata sopra al letto mentre soffoca le grida.
Lei si odia perchè non trova il coraggio di farla finita,
guarda la pioggia e piange in cerca di attenzioni,
fatta a pezzi dall'indifferenza dei suoi genitori.
Non sa come uscirne fuori, scrive sul suo diario che quando morirà lei sarà
l'unica tomba senza fiori.

C'è un ragazzo alla fermata che aspetta al capolinea,
si guarda intorno, la sua vita è una lotta continua.
E’ lì che sospira, scambia lo sguardo con
una ragazza seduta sopra una panchina,
ma poi si gira.
Vorrebbe morto il suo migliore amico,
anzi ex migliore amico,
quel figlio di puttana l'ha tradito.
Sua madre è convinta che lui sia un fallito,
gli rinfaccia tutti i suoi sbagli per puntargli il dito.
Quindi poi si chiude in camera,
il dolore che lo lacera, sente il fuoco dell'angoscia carbonizzargli l'anima;
non piange, sa quanto costano le lacrime,
ha imparato da suo padre che le emozioni non si mostrano.
Ed ogni sera sta con l'ansia di dormire,
fa degli incubi assurdi,
il suo subconscio si scatena
e l'odio che lo avvelena.
Paura di non riuscire, troppa pressione,
teme che gli si spezzi la schiena.
Non crede a nulla, si crede privo di ambizioni,
è come un fiore senza odore e senza i suoi colori.
Non sa come uscire fuori, scrive sul suo diario che quando morirà lui sarà l'unica tomba senza fiori.

—  Mostro