siede

La prima volta che provai ad uccidermi avevo dodici anni.
Ricordo che, in un momento di rabbia cieca, presi una corda abbastanza spessa e ruvida, e me la rigirai più volte attorno al collo, e inizia a stringere, a stringere, a stringere tanto che i miei occhi si appannarono e i miei polmoni bruciarono, e l'ossigeno che continuavo ad inghiottire era come pezzi di vetro che mi raschiavano la gola.
Non ci volle molto che persi le forze e lascia andare la presa.
Scoppiai a piangere contro la parete fredda del muro di camera mia.
Non sapevo come fare a salvarmi.
A salvarmi da me stessa, da quegli incubi che la notte strusciavano fuori da sotto il mio letto e mi costringevano a sopprimere i miei respiri contro il cuscino e rendevano le mie mani perennemente zuppe di lacrime.
Presi grandi boccate d'aria, il cuore che accelerava sempre più, gli occhi gonfi e pesti per le notti insonni, la pelle del mio collo lacerata.
Chiusi forte le palpebre. Lasciai che i miei capelli mi comprissero il volto.
Mi raggomitolai su me stessa, schiacciandomi alla parete.
E mi lasciai inghiottire dal silenzio. Dal buio della notte imminente.
Sono sempre stata un'estremista. Non conoscevo la mezza misura.
Esisteva per me solo il giusto o lo sbagliato. Il buono o il cattivo. Il mare o la montagna.
Allo stesso modo, se non riuscivo ad amarmi, altro non mi restava che odiarmi all'inverosimile.
E credo che quell'odio che proviamo nei nostri confronti non sia neanche paragonabile a quello che proviamo per le altre persone.
Sei costretto a passare il resto della tua vita con una persona che detesti. Che ti rende vulnerabile e debole. Che non sa trattenere le persone che ami nella tua vita. Che siede sola sul tram e passa il tragitto a guardare le gocce di pioggia scivolare sul finestrino, per poi accorgersi alla fermata che fuori c'è il sole ed erano solo i suoi occhi che piangevano, riversando lacrime salate sulle sue guance.
E quella persona é te stesso.
Un anno dopo inizia ad indossare felpe eccessivamente larghe con le maniche così lunghe da coprirmi le dita delle mani.
Ma anche quei segni rossi, sui miei polsi, che continuavano ad aumentare.
Avevo deciso di segnarmi con una lametta ogni mio errore.
Alla fine di ogni giornata c'erano più di venti tagli nuovi.
Mi resi conto che ero davvero un disastro.
E mi convinsi che una come me doveva meritarsi solo sofferenze, e punizioni.
Doveva stare a digiuno per giorni e passare le ore a vedere il sangue scorrerle via dalle braccia, dalle cosce, nella speranza di intravedere anche un po’ di tutto quel male che aveva dentro sgorgare via con esso.
Per certi periodi, divenni tutt'una con la solitudine che riempiva il mio cuore e rendeva il rumore di ogni suo battito un suono malinconico, triste.
Ero sola nella stazione affollata alle sette della mattina, o quando tornavo a casa.
Ero sola mentre camminavo per strada per dirigermi in libreria, nel disperato tentativo di scappare dalla mia vita, rifugiandomi tra le pagine di quella di qualche d'un altro.
Ero sola, quando mi stendevo sul prato la sera, perdendomi tra quelle stelle così lontano, ma che mi scaldavano come se fossero così vicine.
In altri mesi, mi persi completamente.
Le stagioni smisero di susseguirsi, i colori impallidirono, cedendo il posto al bianco e al nero.
Gli inverni divennero più rigidi e le estati più brevi.
I suoni e i rumori si attutirono, riducendosi a un sussurro, dei flebiti.
Tutto, intorno a me, iniziò lentamente a sgretolarsi, a cedere.
Caddero i prati fioriti, e i tramonti, e i cieli trapuntati di costellazioni, e il soffio del vento e il rombo del tuono. Caddero le Case, le persone, le emozioni.
E da quelle macerie si alzarono spessi muri, che mi imprigionarono.
L'unica cosa che continuava a cadere, era la neve, trascinando con se le mie ultime speranze di riuscire a vedere per un'ultima volta il sole.
Ero persa, sola, senza più ragioni per restare.
Credetti davvero che alla mia fine sarebbero mancate poche albe, anche se non potevo vederle.
Una fine che avrei scritto io.
Presi una penna rossa, appena comprata, e mentre inizia a tracciare le prime parole del mio ultimo capitolo di vita, un petalo cadde vicino le mie dita.
Alzai gli occhi con stupore.
Ero convita ci fossi solo io dentro la prigione che altro non era che me stessa.
E invece, proprio davanti a me, c'era un vaso contenente una pianta.
Non ricordo che specie era.
Sinceramente, non ha importanza.
La guardai. Ancora. Ancora.
Il fusto dall'apparenza fragile culminava con con pochi petali stropicciati, rovinati, che cadevano lentamente sulla scrivania.
Nel turbinio di ghiaccio e neve nel quale mi trovavo non credevo potesse sopravvivere.
Era sempre stata lì, spoglia, scura, esile.
Non gli diedi attenzione. Non mi accorsi nemmeno della sua presenza.
La davo già deceduta.
E invece, era proprio lì dinnanzi a me.
Pensai che prima di togliermi la vita, potessi darne un po’ a quel fiore, potessi aiutarlo.
Inizia a prendermi cura, annaffiandolo giornalmente E controllando che possibili insetti non gli mangiucchiassero le foglioline.
Feci una crepa nel muro, quel tanto che bastava per far filtrare un poco di luce, nonostante io non la vedessi, né sentissi il suo calore, per quella piantina.
Col passare del tempo, inizia a vederla sempre più rinvigorita.
Crebbe. Tanto.
E lentamente, la luce da cui doveva teoricamente passare il sole per bagnarla di caldo, divenne … luminosa.
E iniziai a sentire il suo calore.
A vederla.
Con la penna rossa, al posto di scrivere la mia fine, disegnai fiori.
Riempii pagine e pagine di fiori. E poi le mie braccia. Le mie gambe. Le mie labbra. Le mie palpebre.
E le mie ferite sui polsi.
Queste, divennero cicatrici.
Iniziai a ricoprire di fiori ogni mattone che costituivano i miei muri, e questi, piano piano, si dissolsero, divennero polvere, dalla quale nacquero ciclamini, campanule, viole, girasoli….
E io potevo vederne il colore.
Potevo sentirne il profumo.
Rampicanti di gelsomini mangiarono le pareti ancora in piedi della mia prigione.
Mi ritrovai ricoperta di petali, seduta su un prato fiorito.
Il sole mi illuminò il volto, dopo tanto tempo.
Il cielo ero limpido. Di un azzurro chiaro… ma lucente.
Mi alzai da sola.
Barcollavo un po’ e la mia vista faticava a mettere a fuoco ogni singola cosa.
Ma era normale; avevo vissuto nell'ombra per così tanto tempo.
Vidi il mio vaso; la pianta era sbocciata.
E con essa, ero sbocciata anche io.
Prendendomi cura di lei, mi accorsi che ero ancora in grado di dare affetto e che il mio cuore non era completamente ghiacciato.
Capii che dal mio amore poteva nascere qualcosa di bello. Di buono.
Scoprii che non tutto quello che facevo ero uno sbaglio, un errore. Poteva essere anche un bellissimo vaso di rose. O un intero prato di viole. O una rampicante di gelsomino.
Piantai così tanti fiori che non ricordo di preciso.
A volte capita che prendendoci cura di qualcosa, o di qualcuno, finiamo per prenderci cura anche di noi stessi.
Di crescere insieme. Di diventare migliori.
Di nascere, nuovi, più forti di prima… di fiorire.

E poi pensa; se ne tuoi momenti bui sei in grado di far sbocciare fiori nelle parti più tristi di te, immagina cosa sei in grado di fare nei tuoi momenti migliori.
Di sicuro, qualcosa di bellissimo.

-Alessia Alpi (Volevoimparareavolare on Tumblr)

Aspetta,
tu sei quella ragazza che evita gli sguardi della gente.
Tu sei quella che non si siede mai in fondo al pullman.
Tu sei quella che se vede un gruppo di ragazzi, cambia strada.
Tu sei quella che quando sente un gruppo di ragazze ridere, pensa che stanno ridendo di te.
Tu sei sempre quella che gira con le cuffie nelle orecchie.
Tu sei quella che a scuola se la cava, ma non è mai l’ eccellenza.
Tu sei quella stanca.
Tu sei quella che sei tanto, ma non sei niente
—  Generazioneperduta

“Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili”. [Peter Hoeg]

Mi vedi?
Sono quella ragazza nell'angolo della classe, proprio quella coi capelli davanti al volto, acquattata sul banco.
Sono quella che siede sola sul tram, con le cuffie nelle orecchie e gli occhi che vagano fuori dal finestrino, alla ricerca di qualcosa che non esiste.
Se mi farai una battuta, riderò anche se non la capirò.
Quando ti sveglierai la mattina e mi vedrai, ti sorriderò e ti stringerò in un abbraccio, lo stesso con qui ti saluterò quando suonerà la campanella della fine delle lezioni.
Avrò sempre i capelli pettinati, le scarpe allacciate e i vestiti stirati.
Se mi darai una bella notizia, sarò felice per te.
Se mi darai una cattiva notizia, piangerò con te.
Se qualcosa andrà storto, rimarrò accanto a te e ti aiuterò a risolvere il problema.
Se non risponderai ai miei messaggi, non mi offenderò mai.
Capirei.
Ti sembrerò una brava ragazza.
Ti sembrerò una di quelle persone sempre ottimiste, che non temono niente e nessuno.
Ti sembrerò una buona amica con cui parlare del più e del meno. A cui raccontare i tuoi dubbi, i tuoi problemi, perché ascolterò sempre.
E sarò felice di me, perché ti darò l'impressione che desideri.
In realtà…. non sono affatto così.
Ma non ti devi preoccupare.
Saprò nascondere i miei malumori e asciugherò sempre da sola le mie lacrime.
Non ti dirò mai tutti i casini che ho in testa; non voglio che ti preoccupi.
Sarai all'oscuro delle mie paure e dei miei incubi.
Combatterò da sola le mie battaglie.
Cercherò di leggere un libro per riempire quel vuoto che ho nel petto, anche se sarà inutile.
E proverò a cambiare musica per alleviare quella tristezza che aleggia nella mia anima.
Ma se, per caso, un giorno vedrai i miei polsi tremare e i miei occhi arrossire, ti prego, stringimi le mani e portami a vedere un tramonto, per ricordarmi che anche le fini possono essere spettacolari.
E non lasciarmi sola quella notte, perché anche se tengo le finestre spalancate, il silenzio non esce da camera mia, anzi, s'infiltra nella mia testa e inizia a farmi impazzire.
Perciò rimani con me, fammi vedere le stelle, la luna, ripetendomi che c'è molto dopo ogni fine. Un intero universo.
E quando ci sarà l'alba, tu mi avrai salvato, perché proprio come come il sole regala alla terra un nuovo giorno, tu mi avrai regalato un nuovo inizio.

-Alessia Alpi
Volevoimparareavolare on Tumblr

—  Scritta da me.
Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.
—  P. Hoeg
Aspetta.
Tu sei la ragazza che evita gli sguardi della gente.
Tu sei quella che non si siede mai in fondo al pullman.
Tu sei quella che se vede un gruppo di ragazzi, cambia strada.
Tu sei quella che quando sente un gruppo di ragazze ridere, pensa che stanno ridendo di te.
Tu sei quella che gira sempre con le cuffie.
Tu sei quella che a scuola se la cava, ma non è mai l'eccellenza.
Tu sei quella stanca.
Tu sei quella che sei tanto, ma non sei niente.
—  la-ragazza-apatica
10

streets in florence. - { italian places meme.}

“O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense”.

Inferno, canto V.

Mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo lì, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.
—  Peter Hoeg

Stazione di Toledo ore 12:00, un tenero signore si siede accanto a me , involontariamente una parte della rosa che ha comprato si poggia sulla mia spalla, lui mi chiede scusa e mi racconta che non prende con piacere i mezzi pubblici, non ha più l'età , mi dice sorridendo, però aveva voglia di fare una sorpresa a sua moglie nel giorno degli innamorati, a lei piaceva tanto un anello che vede sempre in una pubblicità, le nipotine gli hanno detto che poteva comprarlo solo a via Toledo da Pandora , ma lui non guida più, quindi ha dovuto necessariamente prendere la metropolitana.
Sono 54 anni che stiamo insieme, mi dice con dolcezza, ai miei tempi non c'erano tutte queste ricorrenze, però mi piacciono.
Ha scelto di prendere anche una rosa , perché regalare dei fiori è uno dei gesti più romantici .
Lo guardavo e pensavo a quanto sia meraviglioso tutto l'amore che ha per la moglie dopo cosi tanti anni vissuti insieme, pensavo che non è vero che basta il pensiero, sono questi piccoli gesti, le attenzioni che rendono un rapporto indissolubile, resistente ad ogni inverno e ancor di più ad ogni primavera .
Viva l'amore , in questo giorno come ogni altro giorno , perché l'amore ci rende liberi ❤

Questo post va a una ragazza che mi ha raccontato una storia particolare e molto triste.
Questa ragazza era fidanzata con un ragazzo distante. Si amavano molto, dalle sue parole si capiva benissimo che gli manca tantissimo e che tutt'ora lo ama. Questa ragazza è fortissima, perché una volta al mese prende il treno e va al cimitero a portargli i fiori, si siede vicino alla sua tomba e sta lì a parlargli. Questa storia mi ha commosso tanto, perché si capisce la forza di una ragazza che ha perso il suo tutto, ma nonostante tutto continua a lottare per il suo angelo in cielo.
Spero che questa ragazza possa leggere questo post perché è fortissima e non tutti riuscirebbero a colmare un dolore così grande e profondo.

Mi avevano appena portato la pizza.
Mi sedetti in un tavolo in disparte, per sentirmi invisibile.
Odiavo il peso degli sguardi altrui su me stessa.
Il treno sarebbe passato un'ora dopo, perciò avendo così tanto tempo a disposizione decisi di mangiare con calma.
Ad un certo punto, vidi una ragazza alla disperata ricerca di un posto, e dato che erano terminati tutti, le feci cenno di accomodarsi al mio.
Rispose con un lieve cenno della testa e, sistematasi sulla sedia, alzò gli occhi dal pavimento e mi rivolse un sorriso triste di gratitudine.
Le sue guance erano rigate dal mascara che continuava a colare sui suoi zigomi.
Subito, le porsi un tovagliolo per pulirsi.
Lei lo prese tra le mani.
Tremavano.
Se lo posò sul volto e iniziò a piangere sommessamente, con singhiozzi che le percuotevano il corpo.
Mi allarmai.
Le domandai se dovevo chiamare qualcuno ma lei scosse fermamente la testa in segno di disapprovazione.
Le volli chiedere cos'era successo, quasi più per cortesia che per interesse, ma la sua risposta mi colpì.
“Ho perso il treno. Ripasserà fra un'ora. E forse potrà sembrare stupido, ma lo sa perché non sono riuscita a salire?”
Feci no con la testa.
I suoi occhi erano arrossati per il pianto.
“Perché sono arrivata ultima.
Ultima.
Ancora una volta.
Ho chiesto un permesso per uscire 10 minuti prima. Ho corso sotto la pioggia. Mi sono scontrata con moltissime persone.
Ma sono andata avanti. Ho dato il meglio di me stessa per raggiungere quel treno. E anche questa volta, il mio meglio non è stato abbastanza.
Perché io sono destinata ad essere sempre e solo l'ultima.”
Provai empatia nei suoi confronti.
Le strinsi una mano per infonderle un po’ di coraggio e sorrisi debolmente.
Non sapevo cosa rispondere, così lascai che continuasse.
“La verità è che sono stufa.
Stufa.
Perché devo sempre essere un passo indietro agli altri?
Perché ciò che faccio io risulta sempre sbagliato?
Perché mi sento così inutile ?
Dio, mi sento così debole e patetica.”
Provai a consolarla.
“Nessuno è inutile e tu non sei patetica.”
Il mascara continuava a imbrattarle di nero le guance.
“Si invece. Lo sono. Guardami!
Non sono come gli altri.
Io sono insicura.
Terribilmente insicura di tutto e tutti.
E ho paura, così tanta paura da trattenere il respiro per non fare rumore. Per non disturbare.
Io sono quella che si siede sempre da sola ovunque.
Quella che non riesce a stringere amicizie a causa della sua timidezza.
Quella che quando si guarda allo specchio non vede una persona, ma un intreccio di insulti.
Quella che la notte trema sotto le coperte del piumone, anche se non ha freddo.
Io sono quella che cammina per strada a testa china e ha lo sguardo sempre in basso per paura di incrociarlo con quello di qualcun altro.
Quella che passa i giorni sola, dietro la porta di camera sua.
Ecco chi sono. Quella che anche se da il massimo di se non ottiene risultati. Perché non riesce a raggiungerli. ”
Mi si strinse il cuore ascoltando le sue parole.
Iniziai a percepire una affinità tra noi.
Le accarezzai le nocche delle dita col pollice e poi, con voce calma ma sincera, le dissi questo.
“Ei.
Io non so il tuo nome, né il luogo da cui provieni. Non so i tuoi anni o le tue origini.
So soltanto una parte della tua storia.
Ma ho capito chi sei dal modo in cui l'hai raccontata e da come la tua voce si incrinava quando pronunciavi certe cose.
E come si perdeva il tuo sguardo quando veniva offuscato dai tuoi ricordi.
E posso assicurarti che in te non c'è nulla di sbagliato.
Va tutto bene.
Non c'è nulla di tragico nell'essere l'ultima.
L'ultima scelta, l'ultima ad arrivare, l'ultima a capire qualcosa.
Spesso è proprio l'ultima cosa che facciamo che ci salva davvero, perché le precedenti non hanno funzionato.
Quindi ha importanza essere primi anche se non si ha valore?
No.
Ma te, mia cara, non hai bisogno di queste parole. Non hai bisogno di parole per capire il tuo valore. Non hai bisogno di parole per cambiare le tue idee.
Hai bisogno di fatti. Di gesti. Di promesse mantenute. Hai bisogno di qualcuno che ti abbracci quando senti che stai per crollare. Qualcuno che con le sue carezze strappi via tutte le tue paure. Qualcuno che ti guardi negli occhi e ti prometta che domani sarà un nuovo giorno e tutto potrà accadere.
Ecco di cosa hai bisogno.
Ma prima ancora, devi imparare a volerti bene.
Tu sei molto di più dei treni che hai perso e delle sconfitte che hai subito. Sei molto di più delle tue guance rosse per l'imbarazzo e dei tuoi lunghi silenzi per la paura di sbagliare.
E si, sei molto di più degli errori che hai commesso.
Perché tu sei tutte le volte che hai riprovato a fare qualcosa, anche se era difficile. Sei tutte le volte che ti sei rialzata dalle tue cadute. Sei tutte le volte che hai scacciato indietro le lacrime e stretto i pugni, e sei andata avanti, nonostante avessi perso la forza e le speranze.
Ecco cosa sei. Sei la forza. La forza di non arrendersi mai. Di tenere duro fino alla fine.
Tu vali molto più dei primi, perché hai il coraggio di andare avanti anche quando tutto va male e non hai alcuna certezza che le cose possano cambiare.
E ciononostante, prosegui. ”
Quella ragazza s'alzò in piedi, venne da me e mi abbracciò così forte da far tremare il mio cuore.
Solo alla fine m'accorsi che non c'era nessuno in quel tavolo con me.
Ero solo io, in piedi, in quella pizzeria dell'angolo.
Ma mi sentivo meglio. Come se una parte di me non fosse più rotta. Non mi ferisse più.
Guardai l'orologio; era ora di andare a prendere quel treno che avevo già perduto una volta.

Morale
Spesso le parole che diciamo agli altri per farli stare bene, sono le stesse che avremmo bisogno di sentirci dire.

-Alessia Alpi
(Volevoimparareavolare on Tumblr)

—  Scritta da me.
Facciamo una cosa, va bene?
Chiudi gli occhi ora.
Riaprili solo per leggere il passaggio successivo.
Hai fatto? Bene.
Immagina.
Immagina la persona a cui tieni di più.
Ci sei?
Va bene.
Sei in camera tua.
Questa persona entra, senza fare rumore.
Tu sei sdraiato di spalle, pensi.
Si avvicina in punta di piedi, cercando di non disturbarti.
Si siede vicino a te, ti sfiora un braccio con la mano.
Tu sorridi, sai chi è.
Fai finta di dormire.
Si sdraia lentamente dietro di te, appoggiando la testa nell'incavo del tuo collo.
Ti lascia un breve bacio sulla guancia, che ti porta a sorridere.
Le sue braccia ti circondano la vita, questo è un posto sicuro.
Vi addormentate, in quella posizione e con i cuori un poco più leggeri.

Ti senti meglio?
O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re dell'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
—  Dante Alighieri, Inferno, V. 

C’è una ragazza sopra una panchina, siede da sola,
e guarda il vuoto, anche oggi non è andata a scuola
si sente sola, ascolta la musica, la musica ascolta lei
quando il resto del mondo la ignora, non si consola
ed ogni volta dopo pranzo lega i suoi capelli, si infila uno spazzolino in gola.
Ma così no non funziona, più va avanti e più peggiora,
inginocchiata davanti al cesso, lei non si emoziona.
Ride per finta, ma quando piange poi è spontanea, 
sua madre si comporta come se fosse una sua coetanea,
e certe volte, certe volte è ridicola, il padre era un grande 
uomo, ma in una vita troppo piccola, si è depresso, non è
più parte della famiglia, non gliene frega un cazzo di sua 
figlia, sdraiata sopra il letto mentre soffoca le grida,
lei si odia, perché non trova il coraggio di farla finita, 
guarda la pioggia e piange, in cerca di attenzioni, 
fatta a pezzi dall’indifferenza dei suoi genitori, 
non sa come uscirne fuori,
scrive sul suo diario che quando morirà lei sarà l’unica tomba senza fiori.

Io…

- Solamente Unico , Mostro ft. Briga -

Stiamo sempre a sentire
mai ad ascoltare

non stiamo più attenti a sorridere, amare
a un sospiro, un lamento, a un incontro per caso
a un amico ferito che ci tende la mano

Ma sbagliamo a parlare
scriviamo con gli hashtag
cultura dell’icona, lingua di chi chatta
un pallino che ride su una foto in bianco e nero
ma mi faccia vedere che faccia ha davvero

C’è chi siede o si crede di essere arrivato
e gioca sui social ad essere invidiato
è importante quanti sono, è importante che gli piaccio
la foto con la paglia e la figura da pagliaccio

Ma sentiamo qualcosa che non ci appartiene
fingiamo che in fondo ci possa andare bene

il cuscino di un albergo
il cioccolato dell’avvento
il segnale che muore all’alzarsi del vento.

Siamo bravi a cambiare
o a cambiare del resto
siamo bravi a scambiare
un’idea in un pretesto
trasmettiamo del bene
e mai un singolo gesto

è da oggi che si trasmette
un programma DIVERSO.

❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤

alla voce “triste ironia della sorte” del dizionario Treccani: decidere di non portare le cuffiette perché ma no, ma dai, è bello ascoltare i suoni della città la domenica, non mi va di isolarmi e fare la sociopatica - e accanto a me sull'autobus si siede la coppietta di adolescenti con la pomiciata con risucchio bavoso più nauseante e rumorosa del globo terracqueo.