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11 Books By Latinas Every Feminist Should Add To Their Collection

For decades, Latina authors have written empowering stories of women navigating family, culture and societal norms to find their true selves.

Books by Gabby Rivera and Alida Nugent have most recently helped paint a portrait of what it means to be a Latina feminist today. But even before these women put pen to paper, authors like Sandra Cisneros and Laura Esquivel were already paving the way with narratives centered on strong Latina women.

In the spirit of intersectional feminism, we compiled a list of 11 books by Latina authors that every feminist should read.

⊱ SOUTH ✺ AMERICA ⊰

5/09 Santiago ≈ Centro El Serro
5/10 Buenos Aires ≈ Niceto Club
5/14 São Paulo ≈ SESC Pompeia
5/15 Goiania ≈ Festival Bananada
5/16 Porto Alegre ≈ Beco 203

tickets ≈ allahlas.com/live

#alexandercalder

I’ve got my eye on you.

Vanessa Serros

Talklive
800-222-3539 (FLEX)
#femalemuscle
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#bikini
femalemuscle.com

Ritrovo quella scena ovunque, costantemente. Ogni volto mi sembra il suo. Non sono ancora libera, salva: non riesco a dimenticare.
L'aria è fredda anche questa mattina. Le scarpe che ho da poco comperato sono scomode e lacerano lentamente la mia pelle formando fastidiose vesciche.
Sono passati già tanti mesi, a volte mi colpevolizzo per il fatto di non riuscire a superarlo. Mi è ancora diffficile stare in mezzo la gente, da quel momento non ho osato più fidarmi di qualcuno. Spesso mi chiedo come sia possibile uscirne se ogni dettaglio riconduce la mia mente a quell'orribile ricordo.
Gli occhi di quest'uomo, per esempio, che sono chiari come i suoi. È biondo, questo signore che sbadatamente mi passa affianco indaffarato. Lui non era biondo, ma aveva il suo sguardo.
Mi si stringe lo stomaco nel momento in cui mi affianca, succede spesso ormai. Penso, a quanto sia probabile, che quell'uomo, biondo, con lo stesso colore dei suoi occhi, si sia mai avvicinato a una ragazzina con un intento perverso. Immagino la scena, probabile frutto della mia fantasia. Forse la conosceva, sarebbe stato avvantaggiato: le avrebbe offerto un passaggio e lei avrebbe accettato. Oppure no, in strada, poteva averla vista come io adesso ho visto lui, per caso, e invece di una giusta indifferenza sarebbe prevalso un istinto maligno che avrebbe deciso di seguire, iniziando l'orrore.
Mi viene da piangere, è come un filmato. Mi vedo. Vedo lui; le sue mani e quegli occhi, la sua voce: le sue parole riprendono per poco a rimbombare nella mia mente come le campane di una messa funebre.
Non è più quel passante che sto guardando, ma la materializzazione di quel terrificante ricordo. I miei occhi sono fissi su di lui ma vedono altro: il passato. Stringo la mia mano in un pugno, la serro così forte da sentire le mie unghie lacerarne il palmo: perché? Perché è successo a me? Perché ho permesso che accadesse?
Mi scende una lacrima, ho un forte senso di nausea.
Sto ancora fissando l’uomo dai capelli biondi e dagli occhi chiari: adesso cammina rapidamente davanti a me. Io rallento il passo. Quando è ben lontano riprendo mia andatura iniziale.
Mi hanno detto che questi pensieri non sono positivi per la mia guarigione, e lo riconosco, ma la maggior parte delle volte non riesco a controllare la mia mente.
È una sensazione agghiacciante, quella che mi ricopre ogni volta che rivivo quel momento. No, non potrò mai scordarlo.
Grazie al centro che frequento, però, so che non sono sola, che ci sono altre come me, altre vittime, donne, indifese, troppo ingenue, senza colpa.
Sto andando lì, per parlare. Fa bene parlare. Mi hanno insegnato che è fondamentale per l'accettazione.
Io conosco, però, donne che non parlano affatto, che mai hanno raccontato la propria storia. Eppure lo so, lo vedo, lo percepisco. È evidente, nei gesti più discreti, quelli quotidiani, perché un'esperienza del genere, inevitabilmente, ti cambia.
Poi ancora, mi torna quella sensazione, e cerco aiuto guardando altrove, cerco disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi per evadere da quel senso di turbamento, da quelle memorie atroci. Il sole inizia a riscaldare l'aria, noto. I bar sono tutti aperti ma non c'è coda alla cassa.
Sono a un semaforo, davanti alle strisce pedonali: aspetto il verde. L'uomo che prima mi ha superata è già sul lato opposto della strada. Davanti a me, dall'altra parte di questa, c'è una ragazza mulatta, dai lineamenti tipicamente asiatici, bella: ha gli occhi grandi e le labbra sottili, gli zigomi marcati dal trucco. L'acconciatura fa scivolare una ciocca di capelli mori sulla sua spalla. Tiene dei libri tra le braccia, è una studentessa.
Ricordo, involontariamente, di aver letto un articolo sul vitriolage. Penso alle donne di quel che ipotizzo sia il suo paese d'origine. Io la guardo, lei sembra non notarmi.
È una forma d'aggressione che avviene soprattutto nei Paesi arabi, africani ed asiatici, ho letto. Serve per assoggettare a sé la propria donna, oppure per punirla a causa della sua intelligenza o emancipazione.
È vestita in modo semplice, tendente all'eleganza.
Scatta il verde, ci muoviamo, l'una verso l'altra. Per un momento ricambia il mio sguardo: ha gli occhi scuri, intensi, capaci di far innamorare. Se abitasse in uno di quei paesi, penso, potrebbe imbattersi in un ragazzo poco più grande, potrebbe farlo innamorare appunto, e poi rifiutarlo. E lui, invaghito del suo sguardo, potrebbe decidere, magari, di negarle l'amore d’altri come lei gli aveva negato il proprio. Così, le avrebbe gettato dell'acido, per sfigurarle il viso, deturpando ed eliminando la sua identità personale: violando uno dei diritti fondamentali dell’uomo, il diritto all’identità.
Non riesco più a guardarla, abbasso lo sguardo. A volte mi sento in colpa per il solo fatto di pensare eventi così tragici e violenti permettendo alla mia immaginazione d’ispirarsi a un soggetto esistente, che ho visto in strada. Spesso desidero scusarmi per aver imposto tale sofferenza, seppur ideale ed ipotetica, ad un volto conosciuto.
Continuo a camminare. Le auto scorrono lente vicino al marciapiede, c'è traffico la mattina. Di tanto in tanto sento suonare un clacson, seguito da un’imprecazione. Odio sentire l’isteria che s’alimenta pian piano: assume una tonalità ingombrante e m’impedisce di respirare regolarmente. Io mi distraggo ancora, per non essere catturata da quell’angoscia ch’è solita imprigionarmi. Guardo a terra, conto un mozzicone di sigaretta ogni due passi. Ricordo: lui puzzava di fumo. Il lato del marciapiede è sporco, questo quartiere è sporco. Lui era sporco.
Basta, non ci penso.
Noto tre persone avanzare nella mia direzione, sembrano amici: due donne ed un uomo.
Mi fanno male i piedi, vorrei togliermi queste scarpe e camminare scalza. Modero il passo.
I tre sono già più vicini, posso attentamente osservare le loro espressioni. Una in particolare si mostra passivamente al mio sguardo: la donna al lato più estremo, silenziosa, schiva, un po’ dimessa. Riaffiora un ricordo ben più lontano di quello che mi tormenta quotidianamente; si tratta d’un volto dalle caratteristiche simili a quello che scrutavo, un volto di una foto scattata dieci anni prima a mia madre e una sua amica. Quest’ultima si era confidata con lei riguardo alle violenze che subiva costantemente dal marito. In quei mesi accadde, che finalmente, dopo anni di maltrattamenti e brutalità, uscì dalla sua stessa casa, abbandonando quell’uomo che psicologicamente e fisicamente l’aveva distrutta. Mia madre mi raccontò che la cosa più ardua fu convincerla del fatto che non avesse alcuna colpa per tutto ciò che suo marito le infliggeva: che non era lei a istigarlo come lui le ripeteva, che nessun ritardo, che nessuna tavola ancora non apparecchiata, che nessun saluto meno caloroso del solito avrebbe potuto giustificare quei lividi, quelle parole.
Lo sguardo della donna che cammina verso di me, è lo stesso di quella nella foto, quella ancora incastrata, soffocata dalla ragnatela di quel mostro. Chissà se avrà il coraggio di denunciarlo, chissà se avrà una persona come mia madre affianco, a supportarla: qualcuno che la guardi, la osservi, che non le cammini affianco indifferente come fanno i due che stanno passeggiando con lei.
Mi passano al lato e scompaiono alle mie spalle. Lei non sapeva che la stessi osservando, non ha alzato la testa per verificare l’obbiettivo del mio sguardo; però io ho potuto vedere i suoi occhi e la tristezza che custodivano, perché io, quell’amara, struggente tristezza, la conosco bene.
Mi mordo forte il labbro. Non ci penso, basta. Ce la posso fare, devo solo recintare la mia mente e far in modo da tenere quelle immagini all’estrerno, non le devo guardare: sono cieca a quei ricordi. Mi scende una lacrima, cieca a quei ricordi. Devo pensare al presente.
Guardo l’orologio, sono in anticipo di sette minuti.
Mancano pochi metri alla mia destinazione. Davanti alla porta dell’edificio vedo una donna fumare una sigaretta. La riconosco, l’ho conosciuta all’ultima seduta a cui ho partecipato; la saluto ed entro.
—  Elisa Rossi // uncasinoinnamorato \ In onore della giornata contro la violenza sulla donne, 25 novembre 2015.
flickr

1938 Plymouth & 1971 Serro Scotty Sportsman by Greg Gjerdingen
Via Flickr:
The Sunburg Trolls 8th Annual Classic Car Show & Swap Sunburg Community Center Sunburg, Minnesota September 2016 Click here for more car pictures at my Flickr site.

I remember when at the age of twelve I went to my local library and looked up the word chicana. I came across Michele Serros’ How to be a Chicana Role Model and it changed everything for me. this book was one of the seeds that grew into my love of chicana literature and the forging of my identity as a chicanita coming up. my heart feels heavy from the news of her passing. gracias for your words, humor and gift of storytelling. rest in power Michele Serros.

Condon fayido :'(

Staba con el chino puto este, stava al lado d el i le dige olles buili kiero aserte el amor :$$ i el me dijo ejhe xddd i nos reimos jajajajajja y luego le dige crackkk y nos bolbimos a reir loool XD

Vueno pazo un rato i llo deliniava kon la mirada kada parte d su kuerpo i el eztava azi d olles k koño ases Xdd tonses me lanse zovre el i le dige chhhhh zta noshe erez mio :$$$ serro sus ajoz foertemente pro ni lo note (jaja pinshe chino trull xdd) y luego le kite el bocser con la voka mientras el me mirava kon ajoz d goso y pedia maz.

Olles bejeta kuidado me desia entre jemidoz k eran kllados x mi voka :0
Lo pu-c d rodiyas fremte a mi i le dige Builis ezta berga no c ba a shupar zola :$$$ el emtemdio i zako mi ravo d su zitio i lo shupaba y yo así de a la berga k kojone y centia k me iba a korrer :$$ llo keria korrerme en el shino pendejo acI k lo puze en 2x2 (ocea kuatro jajja lol)

Olle bejeta metemela me desia y buske una kja de kondonez en mi mecita d noshe y zolo kedava uno :000 pro fue todo mal xq ubo un fayo k no me di cuenta loool

Me puze el kondon y c la meti vien duro jajaj zuz gmidoz eran zuper foertes

Bejetaaa boi a yegar al orgazmo me desia el shino y llo le dige k llo igual kuando mi vizta c nuvlo y me korri… Kermoso

Kite el kondon y me di kuenta k shorriaba likido a la Berga eztava rotoooo ira men el buili se ba a envarasar :$$ preferi no desir nada y me akoste al lado de el a ver pelikulas

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Pazaron 4 meces y el ogt del chino ci estava envarasado jajajaj k pendejo xddd y pos a la berga tuvimos k kriar al pinshe chamako pa k no kometa el mismo herror k nozotros kajjajaja k pendejo el niño foe un herror xd

Fin :)