senza barba

Tetraidrocannabinolo... non lasciarmi da solo.

E poi dicono che è antidepressivo.

Dovevano essere i primi anni novanta e io e quattro compagni di università decidiamo di andare sulle montagne lucchesi ai confini con Pistoia per vedere un certo qual fenomeno astronomico, non ricordo se fosse proprio un eclissi lunare o una luna un po’ più grossa del solito, ma tant’è che ci mettiamo in macchina e partiamo alla volta di San Marcello Pistoiese.

La peculiarità di questo paesello, altrimenti interessante e accessibile come il buco del culo di un lupo siberiano, è che possedeva un ponte sospeso in acciaio che attraversava la vallata, lungo quasi 230 metri.

Ci faremo un cannone stratosferico e guarderemo la luna sul ponte! – diceva il più stordito del gruppo, un incrocio tra Mike Tyson e John Belushi, visto che aveva il papà camaiorese e la mamma giamaicana – e poi andiamo a rubare i pomodori nei campi contro la fame chimica!
Era dicembre ma mi sembrava brutto rovinare un piano così bello facendoglielo notare.

Arrivati nella piazzola antistante al ponte, Black Bluto mi fa – Senti, io e gli altri andiamo a cercare i pomodori, così se poi ci viene la fame chimica non cadiamo stonati dentro a un dirupo! Tu intanto rolla la canna ma aspettaci per fumarla. – E mi passa un tocchetto nero di fumo – È afghano, quindi non sbriciolarlo ma facci il filo.
E si dileguano nella notte.

Io rimango da solo in macchina, senza nemmeno un lampione, e comincio il lavoro ingrato di scaldare e filare il tocchetto alla luce di uno Zippo, visto che la macchina era del tizio e non aveva una sole lampadina che funzionasse.

Dopo aver alloggiato il filo sul letto di tabacco e averlo rollato, mi metto ad aspettare – Brutti idioti, i pomodori in dicembre! Ma che cazzo gli ha detto il cervello?! – Passa mezz’ora e visto che B.B. si era portato via le chiavi e non potevo nemmeno usare il riscaldamento, mi accendo la canna.
Dio bocci, se è forte! – Faccio, mentre pian pianino mi prende il rilassamento cerebrale, e poi stupidamente decido di fare una cosa che mi avrebbe perseguitato con ricorrenti incubi notturni negli anni a venire: pigio play sullo stereo.

Devo premettere che il camaiorese giamaicano aveva un trip di quelli tosti per Jim Morrison e tra tutta la discografia riversata in cassetta, aveva anche la colonna sonora del film sui Doors di Oliver Stone, tra cui, non so perché, figurava uno dei Carmina Burana più noti.

Parte O Fortuna e da lì le cose cominciano a mettersi male.

Immaginate una faccia pallida (allora senza barba) a malapena illuminata dalla brace della canna, sospesa nel buio dell’abitacolo di una macchina a sua volta sospesa in un’avvolgente buio cosmico. Così sarei apparso a un cazzo di montanaro che si fosse trovato a passare di lì e così mi sentivo io, ascoltando le incalzanti parole di morte e sventura del testo in latino (che purtroppo ero capace di tradurre)

L’apocalisse e i quattro cavalieri stavano arrivando e io sarei morto con una canna in mano e i pantaloni sicuramente pisciati. I poliziotti avrebbero frugato fra i miei resti dilaniati e avrebbero scritto nel rapporto ‘Ha svuotato la vescica senza ritegno prima di morire male’.

Mi gelo. – Forse se rimango fermo non mi trovano – penso – forse non mi vedono e Guerra, Fame, Pestilenza e Morte andranno a devastare i corpi e le menti di quegli altri imbecilli a caccia di pomodori – Rimango immobile, la canna alzata davanti al mio viso, con tutta la cenere ancora intatta per il filo di afghano dentro – Se si spezza e cade, sentiranno sicuramente il rumore e verranno a prendermi… 
Poi alzo lo sguardo e vedo che la luna è diventata rossa.
Non mi avranno.

Spalanco lo sportello con una spallata, rompendo maniglia e vetro, e comincio a correre come se ne andasse della mia vita, ma che cazzo dico, NE ANDAVA DELLA MIA VITA e mi dirigo quindi al ponte sospeso.

Scarponi su metallo, dondolio, luna rosso sangue che mi indica beffarda, zoccoli di cavalli. Stanno arrivando e mi chiamano per nome.

Li vedo illuminati da un rosso malato mentre avanzano sul ponte coi loro destrieri e decido che non mi sarei piegato senza combattere. Punto i piedi contro i bordi della passerella metallica, afferro i cavi di acciaio e comincio a scuotere a destra e a sinistra per farli precipitare nell’abisso a cui appartenevano.

Il ponte oscilla paurosamente, i cavi ululano e cigolano come Nazgul infuriati e io urlo dalla disperazione di sentire il mio nome invocato a gran voce dai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse che avanzano impietosi per ghermirmi.

E poi uno di loro urla la mia inequivocabile sentenza di morte: – O BRUTTO IMBECILLE! LA PIANTI DI DONDOLARE IL PONTE E ACCENDI LA CANNA CHÉ ABBIAMO TROVATO SOLO DELLE VERZE!


****DISCLAIMER****
Giovanardi&Co sono diffidati dal dare un valore didattico proibizionista alla mia esperienza e vadano, anzichenò, a stroncarsi in diagonale nel culo la bandiera padana con tutta l’asta.

Ma doveva succedere prima o poi. Era destino che io ti dimenticassi, dimenticassi il colore dei tuoi occhi alla luce del sole, erano verdi o tendevano al giallo? Era destino che dimenticassi il tuo sorriso, sorridevi a bocca chiusa o lasciavi intravedere i denti? Non ricordo. Non ricordo nemmeno se ti preferivo con la barba o senza, se preferivo fare l’amore in macchina o sul letto di casa tua. Non ricordo più il giorno in cui abbiamo deciso di fare cose diverse dal normale, non ricordo cosa ci avesse spinto a farle e ancor peggio non ricordo queste cose fatte. Non ricordo se ti arrivavo alla spalle oppure ero più bassa, non ricordo il profumo dei tuoi vestiti e non ricordo nemmeno più il colore che ti vestiva meglio. Ricordo però il dolore che ho provato quel pomeriggio di agosto. Il caldo che faceva fuori e il freddo che avevo dentro. Ricordo la tua codardia, il messaggio di addio dopo gli anni passati a condividere tutto. Ricordo lo schifo che mi ha fatto rivedere la tua faccia a dicembre, quando a stringermi avevo lui, l’unico che è stato in grado di farmi risalire dal fondo.
E di momenti belli ne abbiamo passati in questi anni, ma non scambierei mai le serate in macchina con lui. Sei passato, remoto, cancellato, dimenticato.
—  sonoquichetiaspetto, tumblr
Quel che mi impedisce di prendermi sul serio, anche se ho lo spirito piuttosto grave, è il fatto che mi trovo molto ridicolo, non di quella relativa ridicolaggine che fa la comicità teatrale, ma di quella ridicolaggine intrinseca alla vita umana di per se stessa e che balza fuori dall'azione più semplice, o dal gesto più comune. Per esempio mai mi faccio la barba senza ridere, tanto la cosa mi pare stupida. Tutto questo è molto difficile da spiegare: bisogna provarlo. Tu non lo puoi provare, tu che sei fatta d'un sol pezzo, come un bell'inno d'amore e di poesia. Io sono un arabesco d'intarsi, ci sono pezzi d'avorio, d'oro e di ferro. Ce ne sono di cartone dipinto. Ce ne sono di diamante. Ce ne sono di latta.
—  Gustave Flaubert, Lettere d'amore a Louise Colet
2

Il mio grande errore di oggi è stato rasarmi completamente la barba. L'ho prima accorciata col rasoio elettrico, poi ho passato la schiuma e ho tolto tutto con il rasoio tre lame della Bic® che come è ben noto non taglia un cazzo, ma con un po’ di pazienza alla fine ce l'ho fatta. Sembro un diciassettenne che non dorme abbastanza e che dovrebbe bere qualche birretta in meno, ma per il resto è ok. Mio padre mi ha rasserenato dicendomi che assomiglio a un tacchino spennato, ma che sono bello lo stesso. Grazie padre.

Non posso dire che sia colpa mia o della mia ragazza, mettiamola così: lei era curiosa di vedermi sbarbato e io l'ho accontentata volentieri, tanto ricresce in fretta. Ho delle testimonianze fotografiche molto scorrette perché per nascondere le occhiaie ho indossato gli occhiali da sole in casa, che penso sia la cosa più da loser mai vista, ma del resto in questo come in molti altri casi, fotte sega.

Ero con mia mamma sul divano, la zia e la nonna erano già a letto, e noi ci stavamo preparando per tornare a casa. A un certo punto ho detto a mia mamma che oggi, mentre ero da sola, avevo guardato le foto vecchie del nonno, della nonna, della zia. E del papà. Mia madre ha sorriso: “Hai visto che capelli che aveva?!”
Non sono riuscita a non ridere, effettivamente papà da giovane sembrava Caparezza dei poveri, con quei capelli rossi.
“Non so cosa tu ci abbia trovato in lui”
“Nemmeno io, dopo anni di matrimonio ancora me lo chiedo. Era tutto quello che non volevo. Io volevo un uomo più grande di me, serio, responsabile, romantico, con i capelli scuri e la barba… e invece mi sono sposata con tuo padre che è più piccolo anche se solo di un anno, era un pazzo, per niente romantico, con i capelli rossi e senza barba. La vita a volte è strana”
Mi sono seduta comoda, facendole capire che ero pronta ad ascoltare quella storia per l’ennesima volta. Mi piace sentirla raccontare dalla mamma, mi sembra quasi di immaginare le scene.
“Ma vi conoscevate fin da piccoli, no?”
“Sì, lui è il cugino di quella che un tempo era la mia compagna di scuola. Spesso andavo a studiare da lei e lo vedevo, piccolino, magrolino, tutto timido. Non l’ho mai degnato di uno sguardo. Poi crescendo io e Paola avevamo smesso di frequentarci e crescendo tuo padre aveva iniziato la sua carriera da playboy…” una smorfia divertita è comparsa sul suo viso: “Figurati, aveva iniziato a lavorare in radio come dj, le ragazzine facevano la fila. Io nel frattempo mi ero fidanzata con Andrea, quindi ho passato anni senza frequentarlo. Solo che poi io e Andrea dovevamo sposarci, dopo tutti quegli anni sembrava quasi un passo obbligato. Mi sentivo soffocare tesoro, te lo giuro. E anche lui… così l’ho lasciato io, praticamente a un passo dall’altare. Uno dei due doveva farlo, d’altra parte. Mi sentivo rinata. Un giorno sono andata a fare la spesa con mio fratello e chi incontro dal fruttivendolo?! Tuo padre! Ci siamo messi a parlare, e lui mi ha chiesto di rivederci. È sempre stato molto diretto lui! Siamo usciti qualche volta, e mi faceva stare davvero bene. Mi dava sicurezza e mi faceva voglia di sorridere, credo di essermi innamorata proprio per questo. Poi un giorno mi ha portato al mare, ci siamo rimasti per un week-end, tuo nonno mi ha fatto una predica allucinante quando sono tornata! Ne è valsa la pena però. E poi lo sai, no? Una sera lui mi ha detto che si trovava bene con me, che ero una ragazza fantastica, e solite stronzate… allora gli ho detto: “Senti, mi ami o no? Io ho 26 anni, voglio fare sul serio!” e praticamente si è trovato coinvolto!” si è messa a ridere, con gli occhi lucidi di felicità: “L’anno dopo eravamo sposati. L’anno dopo è nato Matteo. E dopo due anni Emanuele… due anni dopo ancora l’Ale. E poi sei arrivata tu, il nostro ultimo capolavoro!”
Mi ha lasciato un bacio sui capelli: “La vita sa essere meravigliosa, tesoro. L’amore è bellissimo. È per questo che ti dico di innamorarti. Ama, tesoro, ok? Anche se ti sembra difficile, anche se non vuoi affezionarti a nessuno, anche se hai dato così tanto amore che ti sembra di non averne più. Ce l’hai, e non puoi tenerlo tutto per te per paura di rimanerne ferita. Va bene?”
Ho sorriso: “Ma questi discorsi seri a quest’ora? Non sono psicologicamente pronta a sostenerli”
“Promettimi che ti innamorerai, va bene? Lascia che qualcuno riesca a conquistarti. Magari Davide…”
“Per carità, Davide proprio no!”
Mia mamma ha sorriso: “D’accordo, però innamorati, va bene?”
“Vedrò cosa posso fare. Mamma, posso farti una domanda?”
“Certo”
“Ami ancora papà? Voglio dire… lo ami come ai primi tempi?”
“Certo che lo amo ancora. In modo diverso, forse. L’amore cambia con gli anni. Ma lui è la mia anima gemella, certo che lo amo. Lo amo sempre”
—  lezionidivoloperprincipianti
Quel che mi impedisce di prendermi sul serio, anche se ho lo spirito piuttosto grave, è il fatto che mi trovo molto ridicolo, non di quella relativa ridicolaggine che fa la comicità teatrale, ma di quella ridicolaggine intrinseca alla vita umana di per se stessa e che balza fuori dall’azione più semplice, o dal gesto più comune. Per esempio mai mi faccio la barba senza ridere, tanto la cosa mi pare stupida. Tutto questo è molto difficile da spiegare: bisogna provarlo. Tu non lo puoi provare, tu che sei fatta d’un sol pezzo, come un bell’inno d’amore e di poesia. Io sono un arabesco d’intarsi, ci sono pezzi d’avorio, d’oro e di ferro. Ce ne sono di cartone dipinto. Ce ne sono di diamante. Ce ne sono di latta.
—  (Gustave Flaubert in una lettera a Louise Colet)