seicento

Weź, dziewczyno, on nie jest wart Ci klawiatury czyścić. Teraz siłka, rower, nowy stanik, czerwona szminka i jedziesz jak na rajdzie Dakar, a nie jak przez ostatnie lata, jakbyś seicento prowadziła przez teren zabudowany.
—  porysunki Magdy Danaj

«Ma chi sono io? La mia risposta: sono la somma di tutto ciò che è accaduto prima di me, di tutto ciò che mi si è visto fare, di tutto ciò che mi è stato fatto. Sono ogni persona e ogni cosa il cui essere al mondo è stato toccato dal mio. Sono tutto quello che accade dopo che me ne sono andato e che non sarebbe accaduto se io non fossi venuto. E ciò non mi rende particolarmente eccezionale; ogni “io”, ognuno di noi che siamo ora più di seicento milioni, contiene una simile moltitudine. Lo ripeto per l'ultima volta: se volete capirmi, dovrete inghiottire un mondo»

I figli della mezzanotte - Salman Rushdie

Galleria degli Amori degli Dei

Il trionfo barocco del mercante Genovese.

di Giacomo Montanari 

1693. Francesco Maria Balbi II sposa la giovane Clarice Durazzo. Il nonno del giovane Balbi, Francesco Maria I, è un uomo dalle eccezionali e proteiformi caratteristiche: monopolista del mercurio, commerciante senza scrupoli, asientista, spregiudicato imprenditore, è d’altro canto uno straordinario committente e collezionista di opere d’arte. Sulle pareti della sua dimora genovese passano le tele e le tavole di Caravaggio, Guercino e Guido Reni, mentre nei grandi spazi dei suoi soffitti si affollano le figure e i trionfi barocchi dei più giovani e promettenti artisti del Seicento ligustico: Valerio Castello, Domenico Piola e Gregorio de Ferrari. Tuttavia, sebbene il piano nobile della sua dimora sia già strabordante di ricchezze artistiche senza pari, il Balbi ha in mente per il nipote novello sposo un dono senza pari e che deriva forse dall’emulazione di fasti romani di circa un secolo prima: nell’ala del Palazzo dove la giovane coppia andrà ad abitare egli chiama Gregorio de Ferrari ad affrescare una straordinaria Galleria degli Amori degli Dei.

…È il trionfo della pittura di fine seicento, l’esaltazione della libertà compositiva e spaziale, dove i corpi delle figure misurano lo spazio slanciandosi al di sopra e al di sotto della voluminosa cornice che fa da tramite tra lo spazio reale e quello illusionisticamente creato dall’artista. Abbandonata ogni composizione architettonica prospetticamente realizzata, il De Ferrari plasma lo spazio attraverso le volumetrie di orgogliosi trompe l’oeil che fingono sculture, stucchi dorati e decorazioni di ogni tipo, che si intersecano, in una commistione quasi inscindibile ad un primo sguardo, al sapiente uso dello stucco, utilizzato per materializzare nello spazio tridimensionale la bidimensionale finzione della pittura dell’artista. È così che Tisbe fa pendere sulle nostre teste il suo manto, mentre a fianco a lei un Piramo disperato per l’amore che teme d’aver perduto si squarcia il petto con il ferro: a tutto questo sovrintende la potente figura di Paride che rapisce la bella Elena, circonfusa da un manto scarlatto che un vento barocco fa garrire alle sue spalle. Il motto, messo in evidenza al di sopra e al di sotto delle due figure di testa della galleria, recita il precipuo concetto del sentimento d’amore: Utrinque triumphus amoris: et rapit et rapitur. Rapitore e rapito, nel caso di Paride ed Elena, traditore e tradito, per quanto riguarda Marte scoperto da Efesto a giacere con Venere, la bella moglie di lui. Le storie si susseguono come nei frames di una pellicola, disposte senza soluzione di continuità sulla “magica” cornice che divide il mondo sensibile dalla mitologica realtà abitata dagli Dei, di cui, forse, Francesco Maria Balbi I avrebbe desiderato che il nipote facesse parte, anche se soltanto simbolicamente.

Giacomo Montanari 

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MAESTRI E ALLIEVI.

Uno degli scultori più in voga del XVII secolo - esclusi ovviamente i big - fu Ercole Antonio Raggi, detto il Lombardo (1624-1686), ticinese di nascita ma romano di adozione. Dopo essersi formato nella bottega dell'Algardi, passò infatti nell'atelier berniniano, divenendo il principale collaboratore di Gian Lorenzo Bernini.

Nell'immagine: Antonio Raggi, “Angelo con la colonna”, Roma, Ponte Sant'Angelo, dettaglio.

Lo chiamerai altre quattrocento, seicento, mille volte, farai il suo nome e nessuno ti risponderà, lo cercherai per casa e ti accorgerai che non è lì, che la sera non la passa più da te, che non sta più con te, guarderai vecchie foto e ti sentirai morire, ti torneranno in mente immagini che non puoi più vedere, nelle orecchie parole che non puoi sentire, in bocca altre da non dire, le mani tremeranno, gli occhi bruceranno, e ricomincerai a chiamarlo, e a pensare che molte volte le cose non vanno

quando ero al terzo anno di liceo, il professore della cattedra di storia dell'arte era un insegnante per necessità, ma un artista per passione. un artista vero, di quelli con le shopper delle mostre anni settanta sull'arte povera, che espone alla biennale e vende le sue opere nelle gallerie private.

dovevamo fare il seicento e il settecento, ma dopo caravaggio non so come ci ritrovammo a monet e dopo poche settimane alla body art e all'elenco degli artisti contemporanei che per lui erano irrinunciabili (ciao yasmin del passato, guarda che mi ricordo benissimo che alla lezione su Mondrian lo sfottevi dicendo che erano piastrelle del bagno e parlavi delle mani d'intonaco passate da Rothko - come ci sei finita a storia dell'arte alla sapienza?)

tant'è oggi ho visto una delle sue ultime opere: lumache vive poste ad una parete, una in fila all'altra, tutte insieme a disegnare sul muro giallognolo il simbolo dell'infinito. ai lati del simbolo lo chiudevano dei fogli accartocciati. l'infinito che si muove, le lumache che mangiano la carta e si rigenerano.

era una cosa così bella che mi sono commossa tantissimo e l'ho ringraziato in silenzio per avermi regalato la sensibilità.

Si spegneva a Porto Ercole il 18 luglio del 1610, Michelangelo Merisi da Caravaggio, pietra miliare nella storia dell'arte italiana.

Così Giovanni Battista Marino sulla sua morte:

Fecer crudel congiura

Michele, a danni tuoi Morte,

e Natura.

Questa restar temea

Da la tua mano in ogni imagin 

vinta,

Ch'era da te creata, e non dipinta.

Quella di sdegno ardea,

Perchè con larga usura

Quante la face sua genti strugga,

Tante il pennello tuo ne rifacea.


(G. B. Marino, “In morte di Michelangnolo da Caravaggio”, in “La Galeria”)

Nell'immagine: Caravaggio, “David con la testa di Golia”, Roma, Galleria Borghese, dettaglio.