scuole elementari

venerdì mattina, davanti alle scuole elementari, ho visto un padre che si congedava dal figlioletto usando queste esatte parole: “fa’ il bravo” *pausa* “non rompere i coglioni a nessuno.”

e niente, io quando vedo i veri valori della vita trasmettersi di generazione in generazione mi commuovo sempre tantissimo.

La vita evapora

La vita evapora forse un po’ anche perché siamo fatti per una bella percentuale d’acqua. Comunque sia evapora, vola via, aspirata dal tempo come il fumo di una sigaretta di fianco a una finestra semi aperta o di fronte a uno di quegli orribili e rumorosi aspiratori mentre si fuma la cicca abusiva nel bagno dell’ufficio.

Evapora sempre un po’ più velocemente. Le scuole elementari sono volate nonostante le odiassi, le medie (che invece ho patito) pure ma molto meno e così via in una sadica proporzione inversa.

Le prime uscite, la scoperta della/delle trasgressioni, del far tardi apposta per far incazzare i genitori o comunque per alimentare la loro ansia che già scattava preventiva prima ancora di metter piede fuori casa.

Le prime cotte  e i conseguenti, tanti, due di picche. L’incomprensione verso gli altri ma soprattutto verso se stessi. Amicizie che nascevano e che mi convincevo sarebbero state eterne (ben sapendo di mentire spudoratamente a me stesso).

Mi volevo convincere dell’eternità di un sacco di cose. Dell’amore, dei miei credo, dei miei “valori”, delle mie rigidità e flessibilità, delle mie ideologie per poi pian piano scoprire che di eterno non c’è proprio nulla anzi forse di eterno c’è solo la noia, instancabile compagna di viaggio.  

La vita evapora come le pozzanghere, residui di un temporale estivo in una città semi deserta. La strada si asciuga in fretta alimentando quel calore umido e quell’afa torrida.

La vita evapora e non ci posso fare proprio niente, non la posso nemmeno ibernare come fanno i ricchi ego-eccentrici coi loro cadaveri.

La vedo semplicemente volare via, dissolversi in miliardi di micro-particelle, ogni singola molecola torna a far parte se non del cosmo almeno del ciclo vitale di questo pianeta sempre più cloaca a cielo aperto.

Vedo evaporare un sacco di cose. Prima di tutto evaporano i ricordi. Diventano sempre più radi e confusi, sovrappongo eventi che sono accaduti 20 anni fa con altri più recenti creando nuove storie con vecchi personaggi che hanno popolato sino ad oggi la mia esistenza. Ex colleghi di ex lavori tristi (perché io lavori felici non ne ho ancora fatti) finiti in una sorta di cestino mentale ormai saturo e che tende a ingolfare e rallentare il processo della memoria.  

Ripenso a nottate passate con persone che ora non so neanche più cosa fanno e dove vivono. Amici che non posso più tristemente definire tali perché amico dovrebbe essere quella persona di cui almeno sai se in questo momento è triste o felice, se è contento di quello che fa o se anche lui è un po’ frustrato o semplicemente terribilmente annoiato.

anonymous asked:

Non vedo l'ora che arrivi la notte. Ogni notte, l'appuntamento è alle tre. Dalle tre alle 5:30. Io e lui ci incontriamo tutte le notti per stare insieme. Passare le due ore più belle di tutta la giornata stando con lui, i suoi baci, le sue carezze, le sue parole.. fare l'amore e non pensare a nulla, tranne che al desiderio di stare l'uno con l'altro. Lo conosco dalle scuole elementari, avevo 6 anni e da lì non ci siamo più staccati. Ti amo Andrea.

Mio Dio che cosa stupenda.

[INTERVISTA] BTS X NONNO MAGAZINE - SUGA

[Musica] [Possibilità] [Nonno]

Musica:
Durante gli anni delle scuole elementari ho conosciuto il rap e ho cominciato a interessarmi alla musica, anche adesso continuo a produrre canzoni mentre lavoro. L'unica cosa che una persona senza hobby come me può fare è la musica, è una cosa da cui non mi posso separare.

Possibilità:
Prima avevo una mentalità per cui la risposta era sempre 0 o 100 (senza vie di mezzo). Per esempio se non piacevo a qualcuno finivo sempre col sentirmi turbato e col chiedermi ‘perché?’ e a volte mostravo anche queste emozioni agli altri. A ogni modo, acquisendo varie esperienze, sono riuscito a comprendere la diversa sensibilità e sistemi di valori delle persone. Con la convinzione che “ogni modo di pensare è possibile” adesso credo di volermi lasciare aperta ogni possibilità.

Nonno:
Una parola che mi rappresenta (ride). Ci sono solo un paio di occasioni in cui cerco l'attenzione di mia iniziativa, sono riservato, silenzioso e mi piace stare da solo. Non sono molto attivo e mi piace stare sdraiato (ride).

-DOMANDA- Quali sono i tuoi hobby e interessi al momento? Come passi i tuoi giorni liberi?

SU: Durante il mio tempo libero cerco di fare le cosiddette cose ‘normali’. Andare a un caffè da solo o incontrarmi con gli amici, avere una vita quotidiana dove non succede niente di particolare è importante per me. Piuttosto che pensare 'doveri fare qualcosa di speciale perché è il mio giorno libero’ preferisco passare il giorno a rilassarmi.

-DOMANDA- Parlaci delle tue preferenze e dei tuoi gusti in fatto di moda.

SU: Piuttosto che collezionare vari tipi di vestiti, sono più il tipo che si affeziona ad alcuni in particolare e voglio indossarli sempre e per molto tempo. Dal debutto ad ora credo di aver indossato migliaia e migliaia di abiti che rispecchiano le mie preferenze e sembrano costosi, ma voglio diventare una persona che riesce ad apparire speciale anche con vestiti normali, quindi ho cominciato a scegliere abiti semplici. Inoltre non mi piace mostre la pelle, per cui anche d'estate porto le maniche lunghe.

-DOMANDA- Che odori ti piacciono?

SU: Per quanto riguarda i profumi, mi piacciono odori dolci, ma visto che indosso il profumo solo in base al mio umore di quel giorno, non ne ho mai finito uno. Mi piace bere il caffè, per cui quando ne sento l'odore mi sento calmo. Per me il caffè è come un sostituto dell'acqua, è indispensabile.

-DOMANDA- Fra i film giapponesi, drama, manga, ecc. a quale lavoro sei particolarmente legato?

SU: Il miglior manga di tutti i tempi per me è 'Slum dunk’! Visto che rileggo i miei lavori preferiti molte volte, l'ho già letto più di 100 volte. L'animazione che ho guardato da piccolo era quasi tutta giapponese.

SUGA È…

J: “
Dai vestiti, ai mobili e oggetti vari Suga ha molti interessi, ma quando andiamo effettivamente a fare shopping compra solo cose che hanno a che fare con la musica. E’ un'informazione che possiedo perché sono il suo solo e unico compagno di stanza.”

V: “Ultimamente Suga si è interessato alla lingua giapponese. L'ho visto impegnarsi molto per imparare il giapponese e mi sembra che quello di cui parla e il suo atteggiamento siano diventati più divertenti di prima (ride).

Traduzione a cura di Bangtan Italian Channel Subs (©OHAT) | Trans ©codepjm © 19970901net

Da quando ho imparato a camminare è sempre stata una questione di ‘addii’
Ho detto addio al ciuccio.
Ho detto addio al girello.
Ho detto addio al sediolone.
Ho detto addio al mio cane, dopo 5 anni che stava con me.
Ho detto addio alle scuole materne, alle elementari e pure le medie.
Ho detto addio alle barbie.
Ho detto addio al mio pesciolino rosso, al coniglio, al furetto e pure agli svariati pulcini che ho avuto.
Ho detto addio alle mie scarpette rosa che adoravo tanto.
Ho detto addio al mio vestito preferito.
Ho detto addio quel maledetto giorno che mia nonna mi ha lasciata sola.
Ho detto addio alla mia amica di banco.
Ho detto addio al mio primo amore.
Ho detto addio a tante cose, a tante persone, a tanti momenti.
E ora mi ritrovo forse, a dire l'addio più difficile della mia vita.
Perché non c'è cosa peggiore di quando devi dire addio a qualcuno che ha già deciso senza di te.
Perché davvero, se fosse stato per me non ci saremmo arrivati mai a dirci addio.
Sai com'è, mi conosci..
Odio le lacrime e le lacerazioni al cuore, odio il batticuore, la tachicardia e gli blocchi respiratori.
Odio i nodi alla gola, le mani che tremano, gli occhi gonfi e il naso rosso.
Odio fingere che vada tutto bene, sorridere e mandare giù bocconi amari.
Odio tante cose.
Ma più di tutto, odio il fatto che tu adesso, mi stai dicendo addio.
Senza darmi modo di rimediare, senza darmi modo di replicare, senza darmi modo di sputarti in faccia tutto il mio amore.
Senza un bacio, senza una carezza, senza uno schiaffo.
Tu mi stai dicendo addio e pretendi che io faccia lo stesso.
Che ricominci da capo.
Che mi svegli domani senza pensare 'niente buongiorno neanche oggi’ che passi una giornata così, senza pensare che tu esisti, e che, anche se per poco hai fatto parte della mia vita.
Pretendi che mangi, che non pianga, che dimentichi.
Pretendi che vada avanti e che ti lasci andare avanti.
Mondo rotondo, nessuna strada secondaria, tu corri io ti inseguo.
Tu inciampi io ti rialzo.
Era così.
Come posso cambiare strada se ogni direzione mi porta da te?
Come posso pensare ad altro se ogni cosa mi parla di te?
Come posso? Come faccio?
La forma di addio peggiore è quella non detta, quando l'altra persona, decide per entrambi.

anonymous asked:

Sei fortunata e nemmeno lo vedi, hai molti che ti vogliono bene, ti invidio un sacco.

Tutti abbiamo persone che ci vogliono bene e non è questione di fortuna.

Per favore, non parlarmi di invidia che, ancora oggi, tra i tanti sentimenti negativi che si possono provare, è quello che capisco e tollero meno. Poi invidia verso una persona che non conosci rasenta il ridicolo, perdonami. Non è provando quel sentimento verso gli altri, che pensi abbiano più di te, che la tua vita cambia.

Ti racconto un aneddoto di quando ero una bambina e non conoscevo ancora questo sentimento con cui mi scontro malamente, ancora oggi.

Una bambina andava alle scuole elementari con le sue scarpette rosa tanto carine, lucidate con i fiocchetti blu.
Alle altre bambine le mie scarpette tanto carine non piacevano e mi prendevano in giro.
La bambina dispiaciuta si mise a piangere e si tolse le sue scarpette tanto carine, lanciandole in aria.
“Non le voglio più!”…
Fu così che improvvisamente le scarpette tanto carine solo per me, diventarono subito bellissime per tutte le bambine che fecero a gara per chi dovesse averle.
C'era solo una bambina, in disparte, che non disse nulla e le chiese se, anche a lei, non piacessero le mie scarpe. Lei mi rispose che le mie scarpe erano molto belle e che tutte le volevano.
“È tutta invidia…” Già, si trattava di invidia, ora lo so.
Le disprezzavano così tanto perché le volevano.
Tornai a casa con un paio di scarpe da ginnastica non mie. Ti lascio indovinare a chi regalai le mie scarpe tanto carine.

Ho un brutto rapporto con l'invidia da sempre. Non ho mai voluto che le altre persone provassero questo sentimento verso di me. Crescendo ci ho convissuto, ma il fatto che le persone provassero invidia mi faceva sentire in colpa, sempre in difetto, “diversa” da loro. Non volevo che le persone provassero questo sentimento nei miei confronti perché mi faceva stare male. Quindi facevo in modo di “essere come tutti gli altri” per non far provare loro invidia nei miei confronti. Cercando una sorta di approvazione, (che non arrivava comunque) davo loro quello che a me non interessava avere, credendo così che mi capissero almeno un po’. Vedevo i loro sorrisi, ma di finta compiacenza si trattava. Continuavano a vedermi nello stesso modo. Continuavano a provare invidia.

Fino a quando ho capito che l'invidia esiste, c'è e continuerà ad esserci sempre, che spesso sono le persone insoddisfatte della propria vita, con una bassa autostima a provarla. Quelle che, invece di trovare una soluzione, preferiscono lamentarsi perchè più semplice e che finiscono per accanirsi verso chi alla fine non gli ha fatto nulla, unica “colpa” avere qualcosa che vogliono anche loro, ma che non provano nemmeno ad avere.

Provare invidia non è la soluzione. Porsi degli obiettivi, cercare di raggiungerli, migliorarsi a seconda delle proprie capacità, potrebbe essere un buon punto di partenza.

Signorina Nessuno.
Un totale di ventidue anni di sogni infranti, tra cui sette di ansie insormontabili e due di tentativi inconcludenti, per un totale di zero amicizie stabili. Insomma, un modello da imitare. A sei anni, e per tutta la durata delle scuole elementari, la bambina più brutta della classe - titolo guadagnato, probabilmente, anche a scuole medie e superiori, ma per una volta cerchiamo di essere positivi. Tanto alta quanto goffa, con lunghi capelli crespi ad incorniciare un viso sottile e occhialetti da topo da biblioteca a fare da contorno.
Al contrario di ora, da bambina ero piuttosto alta. Alcuni amichetti, quelli del mare, mi chiamavano affettuosamente ‘Giraffa’; ‘Les Moustaches’, invece, sarebbe stato più appropriato, e già questo indizio dovrebbe bastare ad indicare la quasi totale assenza di femminilità: baffetti ispidi e scuri ad incorniciare non tanto graziosamente il labbro superiore e felponi maschili a condire il tutto. Non ho mai imparato come ci si deve truccare decentemente per ottenere un aspetto da signorina, anziché sembrare l'impasto in cemento di una betoniera. Motivo per cui sono stata eletta a spalla delle amiche più belle per tutte le superiori; quella brutta e antipatica, per intenderci, ché Madre Natura non si è accontentata solo di un aspetto da cavernicola, ma ci ha tenuto a darmene anche la personalità. E allora addio simpatia.
Una ragazza immagine, insomma.

A diciannove anni ho sperato che il Liceo non finisse mai. Quel quinquennio è stato tutt'altro che facile e ho collezionato più stress che soddisfazioni, ma per quanto le sue acque potessero sembrare insidiose, abbandonarne il porto sicuro è stato comunque difficile. Soprattutto per una personalità fragile e insicura come la mia, che solo dopo tre anni è riuscita a trovare una parvenza di equilibrio in quell'ambiente malsano ed eccessivamente competitivo. Conseguenza, questa, della presenza di potenziali eccellenze che gareggiavano tra loro per ottenere il primo posto sul podio. E tra un aspirante chef, una cantante, una ballerina, un matematico in erba e un Premio Nobel per la Pace, proprio non c'era competizione. L'unico campo in cui avrei potuto cavarmela discretamente era la scrittura, ma era anch'esso dominato da quella creatura mistica della mia compagna di banco che possedeva ogni tipo di talento e primeggiava in ogni situazione - dal comporre poesie, al solfeggio, all'arrotolare gli spaghetti direttamente con la lingua.
Aveva qualche problema di autostima, c'è da ammetterlo, ma ho sempre pensato che una volta finita la scuola sarebbe stata la prima a realizzare qualcosa di concreto nel proprio futuro. Talvolta la guardavo con invidia. Pensavo che se avessi avuto almeno la metà della sua spiccata intelligenza, o anche la sua forza di volontà, sarei stata una persona migliore. Sono passati anni e non sono ancora riuscita a raggiungerla.

A diciannove anni pensavo di avere il mondo intero tra le mani, ma è bastata una brezza leggera per abbattere quel precario e insignificante castello di sicurezza e perdere molto, anche me stessa. Mesi addietro ho tentato di tirarmi su da sola e mi sono rivolta ad uno psicologo, ma la terapia è durata poco prima che mi stancassi anche di quella. Sembra che abbandonare sia la cosa che mi riesca meglio.

Eppure dicono che non ci sia un tempo prestabilito per la guarigione.

Parlami di..
  • 1: Parla del tuo film preferito.
  • 2: Parla del tuo primo bacio.
  • 3: Parla della persona che ami.
  • 4: Parla della cosa di cui ti penti di più in assoluto.
  • 5: Parla del migliore compleanno che tu abbia mai avuto.
  • 6: Parla del peggiore compleanno che tu abbia mai avuto.
  • 7: Parla delle tue più grandi insicurezze.
  • 8: Parla delle cose di cui vai più fiero.
  • 9: Parla delle piccole cose che ami di te stesso.
  • 10: Parla del conflitto più devastante che tu abbia mai affrontato.
  • 11: Parla del sogno più bello che tu abbia mai fatto.
  • 12: Parla del peggiore incubo che tu abbia mai avuto.
  • 13: Parla degli interessi che coltivi, delle cose che ti piacciono più di tutto.
  • 14: Parla di una vacanza.
  • 15: Parla del giorno più soddisfacente della tua vita.
  • 16: Parla del miglior evento a cui hai partecipato.
  • 17: Parla di qualcuno che vorresti come amico.
  • 18: Parla di qualcosa che è successo alle scuole elementari .
  • 19: Parla di qualcosa che è successo alle scuole medie.
  • 20: Parla di qualcosa che è successo alle scuole superiori.
  • 21: Parla di quando hai reso molto triste una persona.
  • 22: Parla della tua più grande papà.
  • 23: Parla di quando qualcuno ti ha reso molto triste.
  • 24: Parla di quando qualcuno ti ha detto qualcosa che per te è stato molto importante.
  • 25: Parla di un ex-migliore amico.
  • 26: Parla delle cose che fai quando sei ammalato.
  • 27: Parla delle cose che preferisci nel corpo di altre persone.
  • 28: Parla di un argomento che ti piace.
  • 29: Parla di qualcosa che ti emoziona.
  • 30: Parla di qualcosa che ti innervosisce.
  • 31: Parla di cosa ti immagini che ci sia dopo la morte.
  • 32: Parla di un posto in cui eri solito andare nella tua infanzia.
  • 33: Parla di cosa fai quando sei triste.
  • 34: Parla del male peggiore che hai affrontato.
  • 35: Parla di una cosa che vorresti smettere di fare.
  • 36: Parla di qualcosa che ti vergogni di amare o di odiare.
  • 37: Parla di qualcuno di cui pensavi di essere innamorato.
  • 38: Parla di una canzone che ti ricorda una persona.
  • 39: Parla di una cosa di cui avresti voluto non conoscere.
  • 40: Parla di una “fine” nella tua vita.
"Come diventare grandi nonostante i genitori" premiato a Toronto all'ICFF Junior 2017

Il film Come diventare grandi nonostante i genitori, prodotto da Piero Crispino per 3ZERO2 e The Walt Disney Company Italia, vola a Toronto e trionfa all’Italian Contemporary Film Festival Junior 2017 conquistando il giovane pubblico canadese. Il film, scritto da Gennaro Nunziante e diretto da Luca Lucini, vince il Premio del Pubblico ICFF Junior 2017, con i voti ottenuti da una platea di 4.000 giovani studenti canadesi provenienti da una trentina di scuole – elementari, medie e superiori – di tutto l’Ontario.

Il festival per ragazzi, che si è tenuto dall’8 al 13 maggio in Canada presso il prestigioso TIFF Bell Lightbox di Toronto al Cineplex Cinemas di Vaughan, al Cineplex Cinemas di Yorkdale ed al SilverCity di Richmond Hill, precede e fa parte dell’importante Festival del cinema italiano contemporaneo che si sta svolgendo in questi giorni in sei città canadesi.

L’Amministratore Delegato di The Walt Disney Company Italia, Daniel Frigo, ha dichiarato: “Siamo davvero orgogliosi di ricevere questo riconoscimento perché proviene da un pubblico di giovani di diverse età. Il film è stato pensato proprio per loro.”

Come Diventare Grandi Nonostante i Genitori sarà presente anche alla 71^ edizione dei Nastri d’Argento, che si terrà la sera del 1° luglio a Taormina e che vedrà la celebre attrice Margherita Buy candidata al prestigioso premio come Attrice non protagonista.

Attualmente disponibile in DVD, Come Diventare Grandi Nonostante i Genitori è un film divertente e ricco di colpi di scena che dall’uscita nello scorso novembre 2016 ha incassato in Italia oltre 1 milione di Euro in pochi giorni.

La pellicola vede protagoniste Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno con la partecipazione dell’attore americano Matthew Modine.
Al loro fianco, Sergio Albelli, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Giovanni Calcagno, Roberto Citran, Francesca De Martini, Sara D’Amario, Gabriella Franchini, Elena Lietti, Aglaia Mora, Paolo Pierobon, e, al suo esordio cinematografico, il popolare conduttore televisivo e speaker radiofonico Federico Russo.

Nel cast anche alcuni giovani promettenti attori come Emanuele Misuraca, Chiara Primavesi, Toby Sebastian e volti noti dell’amata serie Tv di Disney Channel Alex & Co.: Leonardo Cecchi, Eleonora Gaggero, Saul Nanni, Federico Russo e Beatrice Vendramin.

Ecco qui sotto la sinossi ufficiale del film.

Sempre più spesso i genitori assumono comportamenti competitivi verso i professori dei propri figli: contestano voti e programmi, inventano complotti, fra simpatie e antipatie immaginarie. Così, invece di aiutare i ragazzi nella loro formazione, diventano ostacoli insormontabili alla loro crescita. I genitori pensano con presunzione: “Noi conosciamo meglio di chiunque altro i nostri figli, sappiamo quanto valgono, come e cosa gli si deve insegnare”. È quello che accade anche ai ragazzi di Come Diventare Grandi Nonostante i Genitori.

Quando al liceo arriva la nuova preside, che decide di non aderire al concorso scolastico nazionale per gruppi musicali, i ragazzi, con la loro sfrenata passione per la musica, subiscono un duro colpo. Anche i genitori corrono a protestare: a quel punto, la preside decide addirittura di raddoppiare il lavoro quotidiano dei ragazzi. Dopo i primi voti bassi, i genitori consigliano prudentemente ai propri figli di sottostare alle decisioni della nuova preside: ma i ragazzi, con orgoglio, decidono di iscriversi al concorso musicale pur avendo contro scuola e genitori. L’ardua sfida li porterà a crescere in modo sorprendente tra ostacoli di ogni tipo da superare.

SE QUALCUNO SROTOLASSE UN PRESERVATIVO SULLA CATTEDRA

In Svezia l'educazione sessuale è obbligatoria fin dal 1955 e viene proposta fin dalle scuole elementari.

In Danimarca è obbligatoria dal 1970 e nel 1991 fin dalle scuole medie vengono chiamate in cattedra sex workers a parlare di malattie sessualmente trasmissibili e sesso a rischio.

In Olanda si è cominciato a parlarne nel 1960 e fin dal 1990 viene insegnata dall'età di quattro anni.

In Francia dal 1973 e nel 1996 è diventata obbligatoria, con corsi di aggiornamento su malattie sessualmente trasmissibili.

In Germania dal 1977 e obbligatoria dal 1995 dall'età di sei anni.

In Austria è obbligatoria fin dal 1970.

In Italia si usa Youporn.

Non c'è possibilità di salvezza per un paese dove se entri in una farmacia e compri un pacchetto di condom, la gente in fila ti guarda come se dovessi inculare la pecora che hai lasciato legata fuori.
Non c'è via d'uscita se argomenti così importante come la sessualità, il rischio gravidanza e le malattie sessualmente trasmissibili sono lasciate alla famiglia (47% di analfabetismo funzionale) o alla buona volontà di un insegnante che rischia un'accusa di pedofilia o induzione alla prostituzione. O a internet.
Non siamo sull'orlo dell'abisso, ci stiamo precipitando a capofitto, rotolando verso una società di adulti anaffettivi e anempatici, dove la sessualità e il sentimento non vengono più distinti, in favore di un rapporto personale debole e superficiale che ci regalerà solo feti abortiti e bambini soli.

Bassa autostima.

Ieri ho cercato di individuare il momento esatto in cui ho perso l'autostima. Il momento esatto in cui ho iniziato a considerarmi inutile. Ho ripercorso quasi ogni istante della mia vita e sono arrivata alla conclusione che sono state le persone, la gente a farmi questo. Ogni persona incontrata fino ad oggi ha contribuito pian piano alla frammentazione del mio essere. Già dall'asilo…Ad ogni recita natalizia. Avevo sempre avuto il desiderio di interpretare il ruolo della protagonista. Un ruolo importante…e non mi importava che avrei dovuto imparare a memoria pagine e pagine di dialoghi..Io ero disposta a farlo per far sì che il mio desiderio si avverasse. Eppure, ogni anno mi ritrovavo a fare l'angioletto..La comparsa della recita. L'unica cosa che avrei dovuto fare era passare da una parte all'altra del palco con altri 20 bambini tenendo le braccia alzate e gli occhi puntati in avanti. Chissà perchè la maestra sceglieva sempre qualcun altro per interpretare i ruoli più importanti. Così in avanti…alle scuole elementari…con i musical…Nonostante sapessi suonare  il piano e cantare mi confinavano sempre nel coro lasciando la parte dei solisti a persone migliori di me. Finalmente alle medie le recite scolastiche andarono a farsi benedire ma iniziò il periodo delle cotte. Nonostante mi piacessero ragazzi comuni, semplici, come me…mai nessuno mi notava…Passavo inosservata, come se niente fosse e, chissà perchè, ad essere notate erano le mie migliori amiche. Sempre! Dalla prima media c'è stato il complesso della “migliore amica bellissima”. Eppure…posso affermare con certezza, che non avevo nulla da invidiare alle altre. Ero una ragazzina normale. Semplice e solare. È alle medie che si frantumò il mito di Cenerentola: la ragazza poverella che, con un tocco di magia, diventa bellissima e viene scelta dal suo principe azzurro dopo aver “gareggiato” con le ragazze più belle del reame. Nella vita reale sarebbe stato il contrario: il principe avrebbe scelto la sorellastra e Cenerentola avrebbe lavato i loro pavimenti. Ed ecco…fine terza media…Cresciuta…Ero diventata silenziosa..Credo che i ragazzini nella fascia d'età dagli 11 ai 14 anni siano i più cattivi. Non hanno ancora la maturità per star zitti di fronte ai fallimenti altrui e ti sputano tutti i tuoi difetti sul viso con tale intensità che ti annientano. Ecco perchè dopo le medie avevo paura a socializzare. Il mio più brutto ricordo d'infanzia è di sicuro quello dei 3 anni di scuola media. Nel primo anno di superiori posso dire di essermela cavata.. cotte passeggere di cui non mi importava nulla in quanto avevo trovato delle amiche fantastiche. A questo punto posso anche affermare che l'autostima era tornata…Forse non era molta…Ma ero felice e, sinceramente neanche ci pensavo. Tutto è cambiato durante il 4…quando è arrivato lui. L'unica cotta trasformatasi in amore. È una storia che ho raccontato già mille volte…forse perchè ha lasciato un segno indelebile nel mio cuore ma posso affermare con certezza che è proprio in questo momento che ho perso me stessa. Mi sono innamorata come ci si innamora di solito: in modo inaspettato. Era un amico. Il migliore amico che avessi mai avuto. Uscivamo insieme a volte..Solo noi due, e non provavo che semplice amicizia. Poi quel giorno che non dimenticherò mai. L'assemblea d'istituto più bella della mia vita. Io seduta accanto a lui con le cuffie nelle orecchie persa nel mio mondo e lui che me ne sfila una, mi sorride e mi chiede di poter ascoltare con me la prossima canzone. Catapultata alla realtà ricambio il suo sorriso e gli dico di si. Il caso…È stato il caso in quel momento. La lista delle canzoni era impostata su “riproduzione casuale” e la canzone che stava per iniziare la dice lunga. “L'amore conta” di Ligabue e io che, senza pensarci appoggio la testa sulla sua spalla e lui si appoggia a me. Ecco. È qui che è nato tutto e mentre lo scrivo lo stomaco si riempie di farfalle. Ancora..dopo 5 anni! Mi innamorai per caso di un mio amico e, non me lo sono immaginato, anche lui iniziò a provare qualcosa. Di sicuro, qualcosa di più piccolo rispetto a quello che era nato in me ma lo sentivo…Nelle sue parole, nel suo modo di fare…provava qualcosa. E poi..così come era iniziato…svanì…Tutto. Quando lui si fidanzò con la mia migliore amica. Eccolo…Il momento in cui tutto cadde di nuovo in frantumi. Avevo rilegato la bassa autostima in chissà quale remota cella del cervello e in un lampo tutto si frantumò. Il mito della “migliore amica bellissima” era tornato e con lei la bassa autostima. Alla fine del 5 anno ho perso tutto e tutti. La mia migliore amica e il mio primo amore sono partiti per studiare insieme e io sono rimasta nel mio mondo ferma a quell'anno di liceo. Per fortuna dopo qualche mese sono riuscita a mettere a posto qualche piccolo frammento della mia vita. Ho avuto anch'io le mie piccole vittorie. La laurea in primis e anche il fatto di aver trovato un ragazzo che mi ama davvero, nonostante tutte queste mie lesioni che, ogni tanto, tornano a farsi sentire come lampi nel sereno cielo estivo. Ho anche saputo che “il mio primo amore” e la mia migliore amica si sono lasciati e lei si è trasferita altrove e devo dire che ho provato un senso di soddisfazione…Non avrei dovuto, lo so..Ma è colpa di una cicatrice che ho nel cuore che ogni tanto tira…come quando cambia il tempo e lo senti là dove i tessuti cutanei sono più deboli a causa di cicatrici di interventi chirurgici. A questo pensavo ieri…Al fatto che io l'autostima ce l'avevo eccome..ma, purtroppo la gente mi ha distrutta ed eccomi qui: il mio cuore è sfigurato da cicatrici profonde lasciatemi da persone che adesso sono chissà dove. Non mi stimo affatto ma provo in qualunque modo ad andare avanti. Mi hanno distrutta emotivamente ma mi hanno anche insegnato a non arrendermi a tutto questo schifo!

Oggi è il tuo compleanno. Hai festeggiato in famiglia, come sempre.

Tra i regali quello che più ti ha colpito è stato quello dei tuoi genitori. Un cellulare.
Hai sempre odiato quegli affari, il fatto di poter essere rintracciato ovunque via onde elettromagnetiche ti da fastidio, tuttavia questo è l'ultimo modello e tua madre ti ha assicurato che per parlare non serve avvicinarlo alla testa. Questo cellulare attiva automaticamente il vivavoce quando viene allontanato dall'orecchio. Tuttavia non è uno smartphone, ha il tastierino numerico come i vecchi modelli.

Data la tua totale ignoranza in questo campo, alla fine dei festeggiamenti, la sera, hai deciso di chiuderti in camera e leggere il manuale d'uso, con il solo ausilio di un lume poggiato sul comodino, di lato al tuo letto.

Per chiamare qualcuno: comporre il numero e schiacciare il pulsante verde.

Decidi di provare a comporre un numero a caso, per capire come funziona.

Il tuo interlocutore ha la voce roca, probabilmente è un uomo anziano. Quando gli dici che hai chiamato per provare il tuo nuovo telefono non si stupisce neppure, anzi, ti propone un gioco. Probabilmente è annoiato quanto te.

Il gioco consiste nel porre delle domande sulla tua vita passata all'estraneo. Nel caso in cui dovesse indovinare allora tu dovrai pagare una penitenza. L'uomo ti assicura che le penitenze saranno simboliche, perciò non hai nulla di cui preoccuparti.

Accetti, convinto che abbia visto un po’ troppi telefilm e che non indovinerà mai neppure una domanda.

Gli poni la prima domanda. Indovina il nome delle scuole elementari che frequentavi.
“Probabilmente ha controllato il luogo da cui sto chiamando tramite numero di cellulare. Questo tipo sa il fatto suo”, pensi.

L'uomo mantiene fede alla sua promessa. La penitenza infatti consiste semplicemente nello spegnere le luci. Poco male, quel lume illuminava già poco di suo.

Gli poni una seconda domanda, decidi di rendergli le cose più difficili. Indovina anche che animale possedevi da bambino.
“Beh, effettivamente molte persone hanno dei gatti. La prossima sarà impossibile.”

Ancora una volta la penitenza è solo simbolica; devi alzarti e chiudere completamente la finestra.

Gli poni una terza domanda, qualcosa che non sanno neppure i tuoi genitori. Indovina perfino il nome della tua prima fidanzatina, Laura.
La cosa comincia a turbarti parecchio. “Come fa a conoscere quel nome? Deve avere avuto per forza una fortuna incredibile. Oppure sarà uno di quei mentalisti o chissà che.”

Arriva anche la terza penitenza. Ti ordina di chiudere la porta a chiave.

“Questo stronzo sta abusando della sua fortuna per farmi crepare di paura, ma non funzionerà.”

Chiudi la porta e torni sul letto, davanti al cellulare. L'estraneo dice che deve andare, ma insisti per un'ultima domanda.

Gli chiedi di descriverti nel dettaglio la tua posizione. L'uomo ci pensa un po’ su, lo senti tentennare, poi parla:
“Sei in una stanza senza illuminazione, con finestra e porta chiuse.”

Sorridi, “così è facile, dimmi qualcos'altro.”

“Sei sul letto, con le gambe incrociate.”

Ci ha azzeccato, ma fingi indifferenza: “andiamo già meglio, ma sai dirmi qualcosa di più?”

“Davanti a te hai il cellulare che i tuoi ti hanno regalato oggi per il tuo compleanno.”

“Come diavolo fai a…”

“Sulla tua destra hai la custodia del cellulare.”

“Ehi basta, è uno scherzo? Chi acciden…”

“Dentro la custodia c'è la batteria.”

L'infanzia vissuta nella realtà di Ela. (capirete molte cose).

Mi ricordo come fosse ieri che in terza elementare rischiai una sospensione catastrofica. Il mese di novembre, perché faceva freddo e alle cinque (quando avevamo il rientro) non era proprio giorno, anzi. La nostra maestra si stava curando da una malattia (che io già chiamavo carcinoma) e vagavamo in un via vai di insegnanti che ci tappavano le ore, senza una supplente fissa. Il maestro Catello era il peggiore (poi cambiai radicalmente idea). Erano tempi in cui io, Diodato, Rocco, Francesca e Katiuscia riempivamo bustine per surgelare con i residui di gomma da cancellare, come fosse polvere da sparo. Avevamo in mente di far saltare in aria la scuola.
Dato che Catello ci sequestrò ogni cosa (chiara dichiarazione di guerra) cominciammo a bucare la parete dell’ aula che dava verso l'esterno con le bic.
Se proprio non potevamo farla esplodere, l'avremmo fatta crollare.
Ci davamo appuntamenti notturni a cui nessuno andava, e il giorno dopo fingevamo ritardi e scuse varie.
Verso febbraio, si crearono due buchi enormi.
Il maestro Marcello, allora vicepreside, con la maestra Clara, che ci faceva leggere un sacco di belle cose, cercavano i colpevoli venendo in classe tre quattro volte al giorno, minacciando tutti di sospensione.

Ah, le elementari.
Tenetevi la vostra play station e cazzi vari. La mia infanzia non la cambio con quella di nessuno. :’)

Chi di noi non ha mai sognato di diventare una principessa? Questo post non sarà come gli altri, sarà un post lungo, un post che parlerà di una bambina e quella bambina sono io. Molti di voi si chiedono come avete fatto a diventare come siete ,o meglio come vi sentite di essere, ora..Beh sappiate ce io lo so benissimo come sono diventata così. Ho 16 anni e da appunto 16 anni soffro di una malattia, una malattia rara che mi ha totalmente stravolto la vita. Sono nata ed i medici pensavano che sarei morta entro massimo 24 ore. Qualcosa o qualcuno mi ha salvata, non capisco per quale motivo. Sono stata operata 6 volte, la prima delle quali quando avevo un mese di vita ed ancora gli interventi non sono finiti. Vado a visita due volte all'anno ed ogni volta per me è una strage. All'inizio, quando ero bambina, ero forte, la guerriera di famiglia. Entravo in sala operatoria e dicevo a mia madre: “mamma non piangere, pensa che quando esco di qua starò meglio, magari le mie mani si aprono.” Poi, poi la guerriera ha iniziato a perdere le battaglie: “devi portare il busto” “al 99% le tue mani non si apriranno mai”. Iniziano i problemi a scuola: “non la toccate, la sua malattia potrebbe essere infettiva.” “guarda quella, è malata” “ha le mani storte”. E la bambina che sognava di essere una principessa iniziò a capire che non sarebbe mai potuta essere quello che voleva, che sognava. Dovetti smettere di ballare, iniziai ad avere problemi depressivi, tutto ciò successe solamente alle scuole elementari. Alle medie dopo 4 anni il medico mi disse che dovevo operarmi di nuovo ad un ginocchio, intervento che poi non feci. Iniziò il liceo e lì le cose peggiorarono totalmente. Non mi bastò la mia malattia,  iniziai ad avere l'anoressia, depressione al massimo. Addirittura lo psichiatra pensa che con me non c'è nulla da fare. “Per te sarai sempre le tue mani e i tuoi piedi, non riuscirai mai ad andare oltre.” E’ così, io proprio non riesco ad andare oltre. Di me vedo quelle mani maledettamente storte, quei piedi che non potranno mai entrare in delle scarpe col tacco. Stupidaggini direte voi, si è vero, ma per me sono tutto. Non potrò mai risolvere questi problemi, è questo che la gente proprio non capisce. Io sarò malata a vita, non potrò mai sentirmi abbastanza. La mia vita non avrà mai un cazzo di senso, perchè io non posso fare nulla di quello che mi piace perchè si, come dice la gente, sono invalida. Ora il 23 Aprile dovrò riandare a visita. Ho paura,m paura da matti. Perchè se il medico dice, come penso, che dovrò operarmi la schiena, molto probabilmente io non camminerò più. Finire su una sedia a rotelle sinceramente non è il massimo. Io non ce la faccio più a subire tutto questo. Rimarrò sempre un qualcosa di imperfetto per me e per tutti. Qualcosa che non potrà mai essere aggiustato. Rimarrò sempre quella bambina che non poté mai sognare di essere una principessa.

Passi.
Passato.
Passi.
Passato.
Ancora.
Ancora.
E ancora.

Passi e passato, in quel momento andavano a braccetto.
Mi strinsi nel giubbotto, affondai il viso nella sciarpa calda, rintanai le mani fredde nelle tasche accoglienti.
Il cielo limpido era nascosto da uno spesso strato di minacciose nuvole scure.
Il mondo sembrava essere scomparso.
Esistevamo solo io e il freddo pungente.
Le ossa sembravano potersi spezzare da un momento all'altro, il naso arrossato pizzicava come in procinto di uno starnuto, mentre camminavo a passi lenti e pesanti.
Le scuole elementari si materializzarono davanti ai miei occhi senza che quasi me ne accorgessi. La feroce velocità con la quale i bambini si buttarono giù dalle scale, fuggendo ai richiami delle maestre, e si dispersero nel piazzale correndo nelle braccia delle madri, mi riportò per un istante a quando quei passi veloci e concisi e quelle voci infantili ed entusiaste erano le mie e quelle dei miei amici d'infanzia.
La bellezza di quelli anni e la malinconia di quella spensieratezza persa mi investirono, travolgendomi bruscamente.

Passi.
Passato.
Passi.
Passato.
Ancora.
Ancora.
E ancora.

Muovevo i piedi allontanandomi ancora, sempre più lontana. Sempre più distante.
Camminavo come in bilico su un filo di lana: il minimo peso e il filo si sarebbe spezzato, la perdita di equilibrio di un istante e sarei caduta per sempre.
L'istituto delle scuole medie si innalzò potente e rovinato davanti ai miei occhi.
Il chiacchiericcio incessante, le risate forti, i sorrisi imbarazzati davanti alle prime simpatie.
Uno schiaffo mi colpì in pieno viso, quasi voltai la testa all'impatto, quando realizzai la purezza di quell'età che tanto avevo odiato.
Quando gli occhi cercavano quella figura che tanto avevo osservato, quando la voce si incrinava leggermente quando riuscivo a parlargli, quando le guance si imporporavano davanti ad un complimento sentito.

Passi.
Passato.
Passi.
Passato.
Ancora.
Ancora.
E ancora.

A piccoli passi abbandonai anche quel passato.
Un colpo di tosse uscì prepotente dalle mie labbra, violandomi la gola e preannunciando l'arrivo di una sicura influenza.
Futuro.
Futuro incerto.
Futuro ancora mutabile.
Non come il passato.
Il passatoè certo.
Il passato si vorrebbe cambiare, e non si può.

E vogliamo cambiare il passato, mentre non facciamo niente per cambiare il futuro, che un giorno sarà quel passato che rimpiangeremo.

L'istituto del liceo si distinse con quelle ondate incostanti di silenzi e urla che si alternano, motorini che si accendono, macchine che partono, odore di fumo, cellulari che squillano.
La rabbia e la trasgressione di quell'età mi pesarono addosso in quel momento, infuocandomi buffamente di quell'indole stravolgente e innovativa che mi aveva contraddistinto quando frequentavo quell'istituto.

Passi.
Passato.
Passi.
Passato.
Ancora.
Ancora.
E ancora.

Le mani pizzicavano, il freddo si era insinuato sotto pelle, conficcandomi la carne con mille spilli.
La bocca chiusa aveva paura ad aprirsi, terrorizzata dal fatto che quel freddo insidioso potesse entrare da essa divulgandosi poi per tutto il corpo.
La quiete silenziosa e in un qual modo rilassate dell'università mi cullò dolce per quei pochi passi nel passato.
Il ricordo quasi divertente, in quel momento, delle borse che picchiavano contro le cosce, dei libri pesanti, delle fotocopie fatte, degli esami preparati e delle nottate passate a studiare in compagnia di numerose tazze di caffè mi si proiettarono nella mente facendo incurvare le mie labbra in un sorriso malinconico e nostalgico.

Passi, passato.
Attimi, presente.

Accarezzavo lentamente i capelli di mio figlio, steso nel letto affianco a me, mentre con fare metodico ripeteva come un mantra la tesi per la laurea.
Nei suoi occhi scorsi il familiare scintillio di preoccupazione e adrenalina che aveva caratterizzato anche i miei occhi, a loro tempo.
Nelle sue parole mi accorsi di quella sfumatura, a me conosciuta, di interesse e eccitazione.
E mentre lui ripeteva, costante e preciso, vissi di nuovo gran parte della mia vita, grata a me stessa per aver fatto certe scelte e aver preso certe decisioni.

Ero quello che ero, solo grazie a me stessa.
E imparai ad amarmi ed apprezzarmi troppo tardi, quando ormai avevo vissuto e rimpiangevo quel passato che mi aveva fatta crescere.

—  Alessia Francini, crollerosenzadisturbare