scuola leonardo

Luce alle ombre 3

Dopo la sua morte, l’armadio fu svuotato ma il baule rimase lì, integro e chiuso. Esercitava un’attrazione fatale su me e mia cugina, fascino, paura e un sottile senso di inquietudine, il brivido lungo la schiena che dà il contatto con la sorte. Intanto la paura: tutto l’appartamento centrale della casa aveva un ché di spaventoso. Troppo si sentiva viva la presenza delle persone che lo avevano abitato fino a poco prima e che erano morte lasciando tutto intatto. L’appartamento non veniva usato, aveva stanze perfettamente in ordine ed altre in cui si ammucchiavano cose, mobili, letti smontati, poltrone, libri, carte, armadi pieni. Luoghi ideali in cui curiosare e nascondersi, ma anche in cui trasalire ad ogni scricchiolio, ad ogni sospiro. E tutto il piano, coi pavimenti di parquet, scricchiolava un sacco. Non che fosse proprio proibito entrarci, ma non era nemmeno ben visto il curiosare. Gli adulti avevano i loro buoni motivi, lo capisco adesso, il dolore, il ricordo, il desiderio di preservare, soprattutto lontano da manine sbadate e sporche. Nella mia famiglia vigeva, anzi vige, un certo culto del passato e del non detto, soprattutto da parte di mio padre e di mio zio ed è comprensibile pensando alla loro storia. Mia madre invece butterebbe tutto oggi stesso, ma mia madre è razionale fino al midollo e anche parecchio hitleriana.

Quindi la paura di essere beccate a curiosare si mescolava alla paura di disturbare persone che ci avevano rimproverato fino al giorno prima e pareva impossibile non lo facessero più. Ma il fascino del baule era irresistibile: togliere la coperta che lo riparava e, con cautela prepararsi ad aprirlo. E bisognava prepararsi perché, sollevato il grosso coperchio, la prima cosa che compariva era una faccia. Nel baule, posata sopra tutte le cose, c’era una bambola, grande come un bambino di 3 anni, il viso lucido di porcellana, con gli occhi che si muovevano, chiari e luminosi. Il corpo rigido, gambe e braccia articolate, i capelli, ricciuti e scuri, che si staccavano lasciando la testa nuda e aperta e dentro potevi vedere il meccanismo degli occhi, affascinante e repellente insieme e ricordo come, nella mia fantasia di bambina, anche i miei occhi si muovevano così, con il loro piccolo contrappeso a chiuderli. Occhi tondi come due uova sode, ma di quell’immagine era responsabile un documentario, visto a scuola, in cui Leonardo da Vinci bolliva degli occhi come le uova per poterli sezionare e studiarne composizione e natura. Da quel momento, per me gli occhi sono uova sode, tuttora non riesco a scacciare questa associazione. I danni che fanno i documentari visti da piccoli andrebbero considerati meglio. La bambola andava presa fra le braccia e sollevata con cura. Era nuda e aveva, ben piegata, solo una camiciola. Istintivamente, da bambine, questa cosa pareva ingiusta. Chissà che vestiti indossava in origine? Che vestiti meritava? Mai saputo da dove venisse e adesso, a pensarci, la cosa mi incuriosisce ancora di più, vedremo più avanti il perché. Insieme alla bambola ce n’erano altre, più piccole e malridotte, non altrettanto spaventose o affascinanti, più normali nella mia fantasia di bambina. Comunque sia, i vestiti non erano nel baule e non ci sono nemmeno ora però ho trovato una cosa