scrutatore

Giornata di uno scrutatore

01,01 STOP. IL VOSTRO CARICO E’ IN ARRIVO STOP. NESSUN SEGNALE DA CRAITO STOP. IL CORPO SARA’ MUTILATO.

Solita giornata “no”. Sveglia presto, rapida passata di dentifricio, sapore della notte in bocca, sorso di caffè mentre fuori uno dei più grigi Lunedì di Novembre si apre in tutto il suo pallido torpore. Questa è la situazione del primo giorno di lavoro dell’impiegato Clachoz Pranu, di certo non uno dei più invoglianti inizi. Ma eccolo, subito, perso di vista per un solo attimo e già è schizzato fuori di casa, scende gli scalini, scruta la proprio figura riflessa in una pozza d’acqua. non si fa in tempo a vedere i contorni ondulati della sua figura delinearsi che Clachoz Pranu è già ripartito. La sua vita è una continua ripartenza, come quella volta che, come a lui stesso piace raccontare, la macchina lo lasciò a piedi, rifiutandosi di accompagnarlo all’appuntamento con la sua donna amata ( una biondina niente male, tutta pepe e sorrisi, di quelle che si incontrano solo nei libri).

Keep reading

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d'essere è l'amore. E poi: l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.
—  Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore.
IL GIOIELLO DELLA CASA

“Questa casa è un gioiello”: quante volte se l’era sentito dire dai suoi amici.
E lui non poteva che concordare.
Quasi annidata nel bosco, un modesto fiume che le scorreva accanto, tutta di legno e vetrate, con il suo studio-laboratorio fotografico ben disposto al suo fianco: una specie di capanno raccolto ma aperto alle visite, da sempre il suo nido, perfetto per il suo lavoro di scrutatore di oggetti.
Era quella una casa pensata e costruita con l’amore di un innamorato del proprio progetto, dove aveva trascorso molti anni della sua lunga vita.
Che ormai era profondamente mutata.
I suoi tre figli si erano trasferiti in città lontane, dal nome strano e dal profumo di terre selvatiche. Sua moglie, catturata da un amore tardivo, l’aveva lasciato. Molti dei suoi amici erano morti. Altri erano ormai imprigionati in malattie o in forme di stupidità senile. Così, dopo aver trascorso qualche inverno da solo, decise che era tempo di andare.
Ma quel suo gioiello, quella sua casa, quel suo amore se lo sarebbe portato con sé. Ripercorrendo ogni attimo della sua vita, fotografò ogni angolo di muro, ogni più minuto particolare, ogni sfumatura di colore, ogni riflesso dei vetri. Poi andò in giardino, dove sorprese il tenue ondeggiare dell’erba del prato, il tremolio delle betulle, gli statici guizzi d’acqua del fiume. Quindi stampò in minuscolo formato tutte quelle centinaia di foto su fragili fogli di carta che tagliò in strisce sottili e che avvolse intorno a una robusta corda. Uscito in giardino, legò la corda a un ramo del grande faggio sotto cui aveva trascorso molti pomeriggi estivi, assopito in gustosi dormiveglia. Fece un cappio.
E, alla fine, tutto si sciolse nel bianco.