scorresanguedallevene

C'è che un giorno,
non tanto vicino,
non tanto lontano,
ti volterai a guardare il passato
e mi vedrai lì
sorridente
con la sigaretta tra le dita
e le labbra screpolate.
Sorriderai e
non ti volterai.
L'immagine di me
cambierà.
Questa volta mordo una liquirizia
e faccio il broncio
e poi mi vedrai
con una felpona enorme
in riva al mare
d'inverno.
Asciugerai una lacrima
salata
e mi vedrai
fissare le luci natalizie
e perdermi mentre guardo i cartoni.
E piangerai.
E sbatterai le palpebre cosi forte
da sanguinare
dentro.
E realizzerai
che ogni
mio capriccio
mio sogno
mio desiderio
mia insicurezza
mia strana voglia
mia paura
mio incubo
mio bacio
mio abbraccio
non sarà dedicato a te.
Capirai che in ogni mio giorno
non ci sei.
Che ci sarà qualcuno
a baciare ogni mio sorriso
ad avermi nuda
a giocare coi miei capelli.
Ci sarà qualcuno
che mi vedrà giocare con un peluche
sorridere agli oggetti che fan luce.
Ci sarà qualcuno a portarmi al mare
a mostrarmi i tramonti
ad insegnarmi ad amare.
Ci sarà qualcuno
ad avere il mio profumo
a cui ruberò le felpe
che amerò.
E capirai
che ogni mio movimento
era per te
che avrei fatto l'amore
con te
che ti rubavo le sigarette dalle labbra
solo per aver il tuo sapore.
E piangerai.
E riderò.
E non mi mancherai
ma ti mancherò.
—  frammenti di me
E’ che uno alle belle cose ci pensa sempre dopo,
quando quelle “belle cose” non gli appartengono più.
E’ sempre dopo che ti rendi conto di
quanto fosse buono quel profumo
quanto fosse bello quel sorriso
quanto fosse casa quell'abbraccio.
E dopo
è troppo tardi.
Ed io
arrivo sempre dopo.
—  frammenti di me
Stamattina sono stata in una terza elementare.
La classe era composta da una ventina di bambini ma molti erano assenti.
Sono stata il loro re per dieci minuti poi ho avuto modo di conoscerli.
Sono partite le presentazioni.
C’era Vincenzo, che da grande sarà un meraviglioso presidente degli Stati Uniti,
Ilaria, che da grande sarebbe stata una ballerina,
Claudia, una futura modella,
Giovanni, un futuro Rocco Hunt,
Adele, una principessa,
Silvia, una parrucchiera.
C’erano gli altri che non sapevano ancora cosa sarebbero voluti diventare.
Poi c’era Raffaella.
Raffaella ha la carnagione un po’ scura, gli occhi nocciola, ed un corpo minuto.
Raffaella dagli occhi tristi.
“Raffaella che non sorride mai, che sa sempre tutto”, così la considera il nostro Rocco Hunt.
Raffaella mi ha permesso di conoscerla a pieno. Mi ha fatto arrivare nei suoi angoli più nascosti.
Mi ha avvicinato a sè e mi ha raccontato della sua famiglia.
Raffaella ha un fratello ed una mamma.
Ha un papà, “quel delinquente”, che ormai è in carcere da anni.
” Quando il mio papà mi ha lasciata” mi ha sussurrato “io ero ancora piccola, maestra. Non mi ha salutata, neanche un bacino. E mi manca tanto”. Si è fermata, lei, per prendere fiato.
“A Maggio ho la recita, lo sai? Sarò la Sibilla e voglio che il mio papà mi veda”
Poi mi ha posto una domanda.
“E’ sbagliato amare?”
Che bella domanda che mi hai fatto, mia piccola Sibilla.
L’hai fatta a me, che non so amare.
L’hai fatta a me, che so amare solo le persone sbagliate.
Mi hai fatto proprio una bella domanda.
E allora sono stata zitta
“Non è mai sbagliato amare. Spesso fa male. Ma non è mai sbagliato”
Ma che sto dicendo? Non è mai sbagliato amare? Ma sul serio?
“Maestra molti bimbi mi amano ma io non ci credo mica, loro amano troppo facile.” ha riso “Perché si ama?” ha continuato, senza staccare il suo pastello grigio, come la mia maglia, dal disegno.
“Sai che non lo so?”
“Io credo che si ama per vivere, ma un po’ fa morire anche”
La sua mamma. La sua mamma piangeva ogni notte per suo marito.
La sua mamma ogni notte tremava.
” Ogni notte la sento piangere. Ogni notte, maestra, da tanti anni.”
“Raffaella, hai mai visto qualcuno morire per amore? Cosa vuol dire morire?” ho continuato, facendo finta di non apprendere.
“Maestra, la mia mamma piange ogni notte, capisci? E’ allergia, mi dice, quando vedo le sue lacrime. Allergia, maestra. Allergia che viene solo quando io dormo. Secondo te a mia mamma non muore qualcosa dentro quando piange? quando aspetta quel delinquente che non torna? La morte colpisce dentro, neanche fuori, ed è più brutta. Tu hai tanto male e non puoi riposare perché non sei morta davvero”
Raffaella, otto anni, sa che l’amore fa male.
Raffaella, otto anni, sa che l’amore non è una favola.
Raffaella, otto anni, sente piangere ogni notte sua madre e non può fare niente.
Raffaella, otto anni, aspetta suo padre ogni giorno. Un padre che non tornerà facilmente.
Raffaella, otto anni, oggi ha scoperto che l’amore fa anche bene, spesso bene.
Raffaella, otto anni, si è sentita dire “Sei una bambina meravigliosa, che si fa amare. Ed io ti sto amando, mia piccola Sibilla”.
Raffaella, otto anni, ha capito che l’amore è la caramella che le ho lasciato sul banco.
Raffaella, otto anni, non vuole amare.
Ed io so che un giorno lo farà.
Che ci soffrirà.
Ma che amerà.
E non ci sarà nulla di più bello.
—  frammenti di me.
Sono diventata una di quelle ragazze che quando finisce una storia d’amore non si abbatte, che prova male ma che non ci piange più sopra.
Ho smesso di mangiarmi le unghie, di portare i jeans larghissimi.
Ho deciso che ogni giorno scrivo qualcosa a qualcuno. Un qualcosa che viaggia dal “farei del sesso con te” ad un “ti bacio” e che passa da un “ti abbraccio” ad un “vai a morire ammazzato”.
Non esco di casa senza aver raccolto per bene i capelli e senza l’eyeliner.
Ho smesso di piangere per cose importanti ma neanche tanto.
Ed ho smesso di dare attenzione a chi di sua spontanea volontà ha deciso di andar via da me.
Ed ho deciso di consumare il mio rossetto un po’ troppo rosso su di una sigaretta ormai consumata da tempo.
Ed è per questo che nessuno mi abbraccia più, mi bacia più.
Ed è per questo che se chiedono di me ricevono come risposta “chi? quella? ma quella se ne frega, è una stronza”.
Io sarò pure stronza, egoista, egocentrica e menefreghista ma voi che vi fermate all’apparenza neanche scherzate.
Ed a volte una sigaretta, l’eyeliner, l’alcool ed un rossetto un po’ acceso non bastano per cancellare il dolore che ti porti dentro.
—  frammenti di me

Ogni giorno entro in classe e non curante di nulla adagio il mio zaino sul mio banco poi, subito dopo, esco fuori la porta. Rientro in aula appena vedo qualche professore avanzare verso l'aula. In quel preciso istante sbuffo e mi accomodo al mio post. I miei occhi cadono su questa scritta e sorrido. 

Non so chi l'abbia scritta, in quale circostanza. Non so quanti anni fa sia stata scritta e non so neppure il volto dell'autore di ciò.

Non so neppure se avesse qualche scopo. So solo che a distanza di anni, forse mesi o giorni, questo qualcuno mi ha salvata. 

La frase scritta me la ripete sempre un mio amico ed è la stessa che io, qualche giorno fa, ho scritto con un pennarello blu sul mio letto.

Perché alla fine è vero..

“Resisti, puoi farcela!”

Sai,
quando ti ho vista su quel pavimento, con il volto sporco di mascara ed il corpo rosso sangue non potevo crederci. Ti guardavo, e se t'avessi stretta più forte forse saresti morta. Solo un grido uscì dalle mie labbra prima che la mano la raggiungesse. Un grido, pieno di dolore. Se t'avessi persa, ma persa davvero, cosa mai avrei potuto fare? E quella forza? Quella forza che ti diedi dov'era finita?
Ti guardavo lì, stesa su quel pavimento, piena di lacrime e voglia di morire. Te lo si leggeva negli occhi che quegli occhi imploravano di lasciarti morire. Morire su quel pavimento, gelido, da sola.
Ed il tuo corpo sarebbe stato privato della sua anima.
Anima pura, ciò che sei tu.
Anima pura e meravigliosa.
Ed i nostri viaggi sarebbero stati sogni di un futuro mai vissuto.
E allora non ti ho lasciata morire. Allora ti ho raccolta. Che tanto si sa, un fiore ha bisogno d'acqua per rivivere. Ed ora, ogni volta che sorridi so che ciò che feci fu la cosa giusta.
Sappi, cuginetta, che non avrei rinunciato a te per niente. Non avrei lasciato appassire i nostri sogni. Non avrei lasciato non veder realizzati i tuoi.
Non farlo più. Uccideresti anche me. Ti voglio bene.
—  Marta.
Oggi mi sono presa la briga di gettare fuori le mie lacrime.
Ero sola in camera, potevo farlo.
Ho messo la nostra canzone ed ho semplicemente pianto.
Non volevo trattenere. Perché non assecondare il dolore quando c'è? Perché far finta di essere felice?
Allora ho semplicemente pianto.
Poi è arrivata lei, con i suoi dodici anni di purezza ed ingenuità. Ha spalancato la porta gridando un banale “buongiorno”. Non c'ha messo molto a capire che stavo male. Mi aspettavo mille domande, mille curiosità, invece mi ha stretta a lei.
Mi ha stretta, in silenzio. Mi ha baciato le lacrime e mi ha sorriso. Siamo rimaste così per un po’, poi mi ha scostato i capelli e mi ha costretto a guardarla. “Andrà bene” mi ha sussurrato.
Non ho risposto ma in mente ho ringraziato il cielo per avermi dato lei come cugina. Una ragazzina di appena dodici anni che capisce quando stare zitta, quando è tempo d'abbracciare e sorridere. Una ragazzina che sta diventando, soprattutto nell'ultimo periodo, la mia forza.
Oggi, per la prima volta, ho pianto di fronte a qualcuno.
Oggi, per la prima volta, ho conosciuto mia cugina.
Mia cugina, quella vera. Mia cugina, una ragazzina che soffre con me ma non lo da a vedere, perché le mie lacrime hanno un valore in più alle sue e meritano d'essere asciugate. Mia cugina, che dei suoi problemi quotidiani non ne parla ma si prende anche i miei, di problemi.
Mia cugina, quella dodicenne meravigliosa, a cui devo la vita.
—  scorresanguedallevene