sciabordio

A far l’amore col mare

Dilato al massimo il diaframma e inspiro dal tubo un lungo e profondo respiro, penso: “È l’ultima capriola dell’estate”.
Sotto di me il blu che degrada in varie tonalità scure verso il fondo, sul quale spicca una lingua di sabbia chiarissima.
Sopra di me l’azzurro terso e il sole che mi accarezza la schiena con piccoli e delicati tocchi.
Spingo un po’ di aria nei dotti sopra la faringe con la lingua sentendo i timpani scrocchiare, e come se m’infilassi una maglia fatta di acqua mi capovolgo entrando a capofitto nel blu.

Precipito verticalmente a testa in giù pinneggiando regolare, il ticchettìo della pressione che aumenta di frequenza lo sento sulle ossa e sui timpani.
Compenso.
La pressione mi avvolge nella muta e preme come una mano sulla maschera, avvertendomi della soglia dei dieci metri e a quel punto cambio assetto, mi metto orizzontale, apro le braccia e fermo ogni movimento.
Trascinato verso il fondo dalla zavorra plano dolcemente verso la lingua di sabbia che ora è diventata una piccola valle pronta ad accogliermi.
Nel silenzio liquido e vellutato la vedo animarsi di pesciolini che schizzano a rifugiarsi nel primo anfratto, piccoli branchi che cambiano repentinamente direzione allontanandosi, paguri che si rintanano nei loro gusci e mitili che si serrano con uno scatto e aggrappati agli scogli lì attorno spugne, alghe, anemoni fluttuanti, ricci e mille altre cose che occhieggiano, si nascondono, osservano, vivono lì.
Chiudo gli occhi nell’ ultimo metro di discesa silenziosa assaporando la quiete uterina dell’acqua materna che mi tiene sospeso, introietto la percezione di me dove sento il cuore battere piano e custodire l’aria che trattengo nei polmoni, fino a che non tocco il fondo con un tonfo ruvido e sabbioso che penso faccia fuggire tutto ciò che è mobile e vivo lì attorno.
Appoggio la testa come fosse il più soffice dei cuscini tenendo l’orecchio posato e cercando di capire che suono ha il fondo del mare, affondo le dita dentro la sabbia ma sento sempre e solo il cuore che batte placido e il ticchettìo leggero ed asincrono del peso dell’acqua, resto lì un po’, disteso, come se volessi dormire fino alla prossima estate in un letargo marino.
Poi riapro gli occhi.
La sabbia è bianchissima e qualche pesce si è già avvicinato curioso, al polso il profondimetro segna tredici, una manciata di decimetri e un minuto e dieci, ho ancora aria e richiudo gli occhi abbracciando con la mente tutto quel profondo silenzio pesante che mi tiene, li riapro, sollevo la testa, mi guardo attorno, tutto è immobile e tutto fluttua, la prima contrazione diaframmatica è un brivido che risale il costato fino al plesso.
È ora di tornare.
Mi sollevo sulle braccia e le faccio mulinare fino a raggiungere la posizione eretta, unisco i piedi, allungo le braccia come se mi stessi per tuffare verso l’alto e così faccio, come le sirene, a pinne unite risalgo a colpi di lombi il peso dell’acqua, solcandola fino a sentirla abbandonare gradualmente la presa e in mille bolle allontanarmi il vetro della maschera dal viso, il ticchettio che diventa un Larsen acuto e ascendente fino al fragore del suono terso e cristallino del mondo di superficie, accompagnato dallo sciabordio delle onde, dal sole e dal vento.
Espiro forte e inspiro altrettanto finché il respiro si regolarizza, ora il cuore batte forte che ha tutto l’ossigeno che vuole, attorno a me l’anfiteatro di scogli della caletta deserta, la mia sacca su uno di essi mi attende.

Lo raggiungerò pigramente, mi leverò maschera e boccaglio e mi toglierò le pinne per poi arrampicarmici sopra tirandomele dietro, sgancerò i pesi facendoli cadere sferraglianti sulla roccia e quindi mi sfilerò la muta mettendo poi tutto nella sacca, e saltellando di roccia in roccia tornerò all’auto rovente di sole dentro la  quale guidando il sale tirerà sulla pelle.
Farò la strada bianca prima di immettermi sulla litoranea e accenderò la radio che nel punto più ad est verrà contaminata da sirtaki e notiziari albanesi, mentre il telefono mi notificherà il benvenuto all’estero con le nuove regole del roaming, e poi rientrerà la trasmissione italiana fino a casa dalla quale tra qualche ora partirò per un lungo viaggio verso nord, verso l’autunno, il lavoro, il clima freddo.

Ma per questo momento, e solo per questo, breve e lungo nello stesso tempo, io quest’acqua croccante di sale l’abbraccio, la bacio e la strigo a me. E mi faccio benedire per tutto l’anno a venire.