sciabica

SEMRET

[English version below]

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni - racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”


Semret, 25 years old, is Eritrean. When 20 members of the religious congregation she was part of were arrested and imprisoned, Semret realized that she was in great danger and decided to turn to a smuggler to cross the few kilometers that separated her from the western frontier of Eritrea and get to Sudan. What Semret could not imagine was that her journey would turn out to be a long and terrible nightmare.

Semret fled at night, on foot, in the company of four fellow-nationals who like her were seeking a safe place to live. After walking all night, they reached Sudan and stopped to rest in a vast desert area next to the frontier. It was then that the woman was assailed by a terrible doubt, noticing that their smuggler was making telephone calls and making sure not to be heard. When the small group saw a jeep arriving with three men aboard, it was immediately clear what was happening: they had been betrayed and sold and the traffickers had come to pick up the goods they had just bought.

“We scattered in all directions,” she says , “I was the first to be caught. I tried to get away but they got hold of me again. At which point they beat me and dragged me to their vehicle.” Semret was taken to a small isolated village made up of a brick house and some huts made from straw and mud. She didn’t have anyone to pay her ransom so she remained there for months, at the mercy of her jailers, sinking deeper and deeper into a nightmare from which there was no awakening, in which sexual violence and beatings were the daily norm.

“They came to me any time they felt like it, sometimes they brought me a Cola and a piece of cake and that was how it went on for seven months. When I became pregnant they stopped locking the house and that was when I planned my escape.” Semret covered 40 kilometers on foot before reaching the town of Kassala where finally, thanks to the help of UNHCR she was given a dignified place to stay and above all a psychological support scheme to help her through the dramatic trauma she had undergone.

Today Semret lives in the Kassala refugee camp. Her daughter, who was born in January, she has called Heyabel, which means “Gift of God”.