sciabica

To the Italian people:

Io sono Zerit. Ho 28 anni e non sono un eroe.
Voglio che il popolo italiano conosca la mia storia e voglio sapere perché non sono stato invitato al funerale di mio fratello.

Sono stati gli italiani ad aver costruito la mia città, Elabaned, in Eritrea, dove sono nato 28 anni fa. Per chi lo ha dimenticato, eravamo colonia di Roma. Sono il primo migrante della mia famiglia e sono un biologo marino [continua a leggere]

My name is Zerit. I’m 28 and I’m not a hero.
I want the Italian people to know story and I want to know why I wasn’t invited to my brother’s funeral.

It was the Italians that built my town, Elabaned, in Eritrea, where I was born 28 years ago. Just in case you’ve forgotten, we were your colony. I’m the first migrant in my family and I’m a marine biologist [read more]

Mentre si piantavano alberi in memoria dei sopravvissuti del naufragio 3 ottobre, durante la passerella politica della commemorazione, e mentre colavano  lacrime a reti unificate, quest’albero capovolto nel verso giusto ricordava al mondo che tutto il resto era storto.

While trees were being planted in memory of the survivors of the shipwreck of 3 October, during the political catwalk of the commemoration, and while tears were flowing in one flood on all television channels, this overturned tree reminded the world that it was all the rest that was upside down. 

Questo messaggio nella bottiglia è stato trovato sulla spiaggia dell'isola di Linosa nel 2011. Non firmato, è stato probabilmente spedito da una ragazza di religione musulmana durante la sua traversata in mare. E’ uno degli oggetti salvati e custoditi dal museo dei migranti dell'associazione Askavuza.

This message in a bottle was found on the beach on the island of Linosa in 2011. It was unsigned and probably thrown into the sea by a Muslim girl during the crossing. It is one of the objects that has been saved and preserved in the Migrants’ museum of the Askavuza association. 

To the Italian authorities:

My name is Mussie Zerai, I’m 38 and I’m not a hero.
Stop conferring citizenship to the dead, start giving rights to the living.

I was born under the heel of the Ethiopian dictatorship in my country Eritrea, and arrived in Italy in 1992. Not in a boat, but comfortably seated in an aircraft; I left with a regular visa [read more]

Io sono Mussie Zerai. Ho 38 anni e non sono un eroe.
Smettetela di dare cittadinanza ai morti, cominciate a dare diritti ai vivi.

Nato sotto il pugno della dittatura etiope nella mia terra eritrea, sono arrivato in Italia nel 1992. Non in barca, ma seduto comodamente in aereo: me ne sono andato con visto regolare [continua a leggere]

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In questa toccante testimonianza, il pescatore Enzo Riso parla della sua paura di investire i migranti in mare.

In this touching testimony fisherman Enzo Riso talks about his fear of killing migrants in the sea.

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FABRICA LAUNCHES SCIABICA

Italian translation below

Tales from Lampedusa
Digital ‘pizzini’ fall into the net

The day after yet another tragedy on the Sicilian Channel, Fabrica launches Sciabica, the digital network that brings together the voices and images of the main actors in this story.

On the night of 3 October, almost four hundred people died in the Sicilian Channel. Dozens of others are missing. First pages. Cover stories. Headlines. Television discussions. For a few days. Then gradually, like the ebbing tide, the discussions quietened down, the voices became less loud. Two months after the shipwreck, the victims were buried almost by stealth. The survivors have been crammed into reception centres. The Lampedusans have been left to collect all that’s remained behind.

Sciabica is a word of Arabic origin that means ‘fishing net’. For  Fabrica, Sciabica is the net that has been cast to collect, after all the clamour of the media, the tales of those that are left. The rhythm of these stories is slow and cannot keep up with the fast pace of the news.  This is the rhythm of those who continue to live here, now that the spotlights have been turned off, and are trying to put a bit of order back into things: the sea, in the street, in their souls.

Sciabica is a digital platform that brings together the cries of protest or signs of solidarity of life that is going on. Digital messages, a contemporary version of the Sicilian paper ‘pizzini’, cover Sciabica with their photographs and tales of the seamen of Lampedusa who helped to save the shipwrecked: Costantino, who with his little boat Nika (‘small one’) saved 18 drowning victims; or Vito, who kept pulling them out of the water until his little boat began to sway dangerously, and who the refugees now call ‘papà’. There are also the stories of the survivors in the reception centre who describe the horror they have lived through, like Zerit, a 28-year-old sea biologist from Eritrea, who lost his brother in the sea. All of them, Lampedusans and refugees, write on a ‘pizzino’ the name of the person who Fabrica will send their message to. On Sciabica all of us can share and participate in the discussion through the social networks.

Storie da Lampedusa
FABRICA LANCIA SCIABICA
Pizzini digitali cadono nella rete

All’indomani dell’ennesima tragedia nel canale di Sicilia, Fabrica lancia Sciabica, la rete digitale che raccoglie le voci e le immagini dei protagonisti di questa storia.

Nel canale di Sicilia nella notte del 3 ottobre sono morte quasi quattrocento persone. Decine di altre sono disperse. Prime pagine.  Copertine. Titoli di testa. Approfondimenti televisivi. Per qualche giorno. Poi lentamente, come la marea quando si ritira, gli aggiornamenti si fanno più sommessi, le voci meno gridate. A due settimane dal naufragio, le vittime sono state sepolte di soppiatto. I sopravvissuti sono stipati nei centri di accoglienza. I lampedusani raccolgono i resti.

Sciabica è una parola di origine araba e significa rete da pesca. Per Fabrica, Sciabica è la rete gettata a raccogliere ora, dopo il clamore mediatico, le storie di chi rimane. I tempi di queste storie sono lenti, non combaciano con quelli serrati della cronaca. Sono i tempi di chi continua a vivere qui, ora che i riflettori sono spenti, e cerca di mettere ordine: in mare, per strada, nel proprio animo.

Sciabica è una piattaforma digitale che accoglie il grido di protesta o il moto di solidarietà della vita che continua. Pizzini digitali, versione contemporanea dei siciliani pizzini di carta, popolano Sciabica con le foto e i racconti degli uomini di mare di Lampedusa che hanno soccorso i naufraghi: Costantino, che con la sua barchetta “Nika” (“piccola”) ha salvato 18 disperati; o Vito, che ne ha tirati su finché la sua barca ha iniziato ad ondeggiare e ora i profughi lo chiamano “papà”. Ci sono anche le storie dei sopravvissuti che dal centro di accoglienza raccontano l’orrore che hanno vissuto; tutti, lampedusani e profughi, indicano nel pizzino il destinatario a cui Fabrica farà pervenire il loro messaggio. Su Sciabica ognuno di noi può condividere e partecipare alla discussione tramite i social network.

A Sciabica:


Io sono una della gente di Lampedusa e voglio spiegare la mia storia. Dalla Libia e in Italia. Noi abbiamo fatto 3 giorni in mare senza mangiare, senza niente. E alla fine siamo arrivati a Lampedusa. 29-06-2012

Questo pizzino è stato scritto da uno spettatore di “Sciabica, storie da Lampedusa”, serata di lettura pubblica tenuta presso il Circolo dei lettori di Torino il 3 dicembre 2013.

To Sciabica:

I’m one of those of Lampedusa and I want to explain my story. From Libya and in Italy. We travelled for 3 days without anything to eat, without anything at all. Eventually, we arrived at Lampedusa. 29-06-2012

This pizzino was written by a spectator during “Sciabica, tales from Lampedusa”, a public lecture that took place at Circolo dei lettori in Turin on 3 December 2013.

Quando avevo 7 anni, a Calapalme, mettevano a secco i pescherecci dopo aver tirato su dal mare le spugne. Adesso è stato distrutto tutto, la pesca delle spugne è finita e in quella cava oggi c’è munnezza a riva. Ma allora, era bellissima Lampedusa e di fronte al mare, c’era una falegnameria navale. I calafati, gli operai che mettevano stoppa catramata tra le fasce delle barche, all’alba cominciavano a suonare la mazzuola sul legno. Non si dice senti come batte bene la mazzuola, ma come “suona”. [clicca qui per continuare]

When I was seven, at Calapalme, I used to draw the fishing boats out of the water after pulling sponges out of the sea. Everything has gone now, destroyed, sponge fishing has finished and in that quarry today there is only rubbish. But Lampedusa in those days was marvellous and facing the sea there was a naval carpenter’s shop. The calafati, the workmen who use tarred jute fibre between the wooden strips of the boats, would start beating the wood with their mallets. You don’t say: listen how well he is beating the mallet, but rather, how well he is ‘playing’. [click here to read further]

English translation below

Io sono Aiam Alsady, ho 25 anni e non sono un eroe. Sono un rifugiato siriano palestinese.


Gesù è nato nella mia terra e per lui gli uomini erano tutti uguali. Se per voi non è così, cosa lo pregate a fare?


I’m Aiam Alsady, I’m 25 and I’m not a hero. I’m a Syrian-Palestinian refugee.

Jesus was born in my land and He considered all men equal. If you don’t, what do you pray to Him for?

Io sono don Mimmo, ho 49 anni e non sono un eroe.
Non li devo mandare io. I pizzini sono stati già lanciati dai fatti.

E’ un lembo di terra di 6000 anime in mezzo al Mediterraneo, dove manca acqua, energia elettrica e trasporti. È un universo metropolitano dove si sta in equilibrio in mezzo a un dramma universale. È un'isola piazzata al confine storico tra mondi in contrasto. Quindi se decidi di rimanere a Lampedusa, decidi di starci per quello che ti offre il cielo, il mare, la storia e la geografia.

 

Lampedusa è rifugio da secoli. Quella grotta, il vallone della Madonna, era nido per tutti quelli che attraversavano il Mediterraneo: è luogo nascosto nell'isola, ne è il cuore. Allora si fuggiva dai corsari. Oggi si fugge da guerra, oppressori e persecuzione. Adesso questo è solo un riferimento storico e non è abbastanza. Ora dobbiamo rispondere al nuovo mondo. Avanza e non lo ferma Frontex. Le forze armate hanno un ruolo insostituibile, ma certo la risposta dell'Europa non può limitarsi all'aspetto tecnico militare. Per quella che noi oggi chiamiamo civiltà e per quella che noi chiamiamo Italia, con la sua presunta cultura. Davanti a loro che arrivano scegliamo che Europa siamo, quale civiltà stiamo scegliendo di essere. Per accogliere loro, che attraversano mezza Africa, mezzo Medio Oriente e arrivano dal mare, come bambini appena nati. Oggi è civiltà dare loro una tuta e fargliela indossare giorno e notte. Una: per due mesi o tre.

 

È civiltà una classe dirigente senza visioni, senza percezione, senza bussola sul tipo di umanità che stiamo diventando. Oggi è civiltà vivere alla giornata del giudizio di gradimento televisivo. È civiltà essere ghetto: paese per paese, regione per regione, isola per isola, casa per casa. È civiltà precludere ai cosiddetti civili l'entrata nel campo dei migranti. È civiltà vietare la spontanea accoglienza per le vie dell'isola. È civiltà impedire la condivisione di un pasto perché passabili di accusa giudiziaria di favoreggiamento alla clandestinità. È civiltà, essendo ufficialmente impedito a quelli che stanno dentro di uscire e a quelli che stanno fuori di entrare, non permettere l'integrazione legalmente.

 

È civiltà far frequentare messa come in segreto perché è civiltà non concedere l'uscita dal campo legalmente. È civiltà non far entrare al campo un prete che parla la loro lingua e predica la loro fede quando arriva in visita sull'isola. Oggi è civiltà la Bossi Fini, civiltà il reato di clandestinità. È civiltà non dell'isola, ma del mondo.

Oggi nessuno può più dire non so, non capisco. Chi ha responsabilità non ha più bisogno di ricevere appelli. Da uomo di fede credo che sia in corso un giudizio nel cuore degli uomini. Anche nel cuore di chi governa. Un cuore in corpo seduto su una sedia di potere. Non si risolve un problema epocale con la peccetta per turare il buco. Io non ho più appelli da fare, sono stati già lanciati dai fatti.

Don Mimmo Zambito è nato a Cattolica Eraclea, Agrigento nel 1964. E’ parroco di Lampedusa dal 2013. E’ un simbolo per la comunità religiosa migrante, un punto di riferimento per la risiedente.

I am Don Mimmo, I’m 49 years old and I am not a hero.
It’s not me that has to send them. The ‘pizzini’ have already been sent by events.

It’s a strip of land with 6,000 souls, in the middle of the Mediterranean, where everything is lacking: water, electricity and transport. It’s a metropolitan universe where you have to do a balancing act in the midst of a universal drama. It’s an island placed on a historical confine between conflicting worlds. So if you decide to stay on Lampedusa, decide to stay for what the sky offers, the sea, history and geography.

Lampedusa has been a refuge for centuries. That grotto, the Valley of the Madonna, was a nest for all those who had crossed the Mediterranean. It is a hidden sanctuary on the island, it is its heart. In those times people were escaping from pirates. Today they are escaping from wars, oppressors and persecution. This is now only a historical reference and it’s not enough. We now have to respond to the new world. It is advancing and Frontex will not stop it. The armed forces obviously have a role that cannot be substituted, but Europe’s response cannot be limited to the military-technical aspect. For all that we call civilization today, and what we call Italy, with its presumed culture. Faced by those who are arriving, let’s choose what Europe we are, what civilization we are choosing to be. To take them in, after they have crossed half Africa, half the Middle East, and are now arriving from the sea, like newborn babies. Today it is civilization that is giving them a playsuit and making them wear it day and night. One: for two months or three.

Civilization is a ruling class without any vision, without perception, without a compass to indicate the kind of humanity that we are becoming. Today it is civilized to live for the day of judgement of television viewing figures. It is civilized to be a ghetto: town upon town, region upon region, island upon island, house on house. It is civilized to stop so-called civilians from entering the migrants’ camp. It is civilized to forbid any spontaneous reception along the roads of the island. It is civilized to prevent the sharing of a meal because this can be seen as being an accessory to the fact of illegal entry. It is civilized, it being officially prohibited for those that are inside to come out and those outside to enter, not to allow integration legally.

It is civilized to oblige people to attend Holy mass in secret because it is civilized not to allow them to leave the camp legally. It is civilized not to grant access to the camp for a priest who speaks their language and preaches their faith when he arrives on a pastoral visit to the island. Today civilization is the Bossi-Fini legislation, civilization the crime of illegal entry. Civilization not of the island, but of the world.

Today nobody can any longer say I don’t know, I don’t understand. Those who have responsibilities no longer need to receive appeals. As a man of faith I believe that a process of judgement is taking place in the hearts of men. Also in the hearts of those who govern us. A heart in a body sitting on the seat of power. An epochal problem cannot be resolved like a patch to sew up a hole. I have no more appeals to make, they have all been made by events.

Don Mimmo Zambito was born in Cattolica Eraclea, Agrigento, in 1964. He has been the parish priest of Lampedusa since 2013. He is a symbol for the migrant religious community, a point of reference for the resident one.

Giovanni è un pescatore di Lampedusa e non è un eroe.
Il vangelo era una metafora. Con le reti si tira il pesce, non gli uomini.

Giovanni Mannino è nato nel 1964 a Lampedusa.
La sua barca si chiama Nuova Nunziata. Il suo nome di mare è Parnocchia.

Giovanni is a fisherman from Lampedusa and he’s not a hero. 
The gospel story was a metaphor. You use nets to pull in fish, not men.

Giovanni Mannino was born in 1964 in Lampedusa. 
His boat is called Nuova Nunziata. At sea they call him Parnocchia.

Pietro è un pescatore di Lampedusa e non è un eroe.
Il vangelo era una metafora. Con le reti si tira il pesce, non gli uomini.

Pietro Pachino è nato nel 1949 a Lampedusa.
Il suo nome di mare è Pachino.

Pietro is a fisherman from Lampedusa and he’s not a hero.
The gospel story was a metaphor. You use nets to pull in fish, not men.

Pietro Pachino was born in 1949 in Lampedusa.
At sea they call him Pachino.

SEMRET

[English version below]

Semret, 25 anni, è eritrea. Quando 20 membri della congregazione religiosa di cui faceva parte furono arrestati e imprigionati, Semret capì che si trovava in grave pericolo e decise di affidarsi ad un contrabbandiere per percorrere i pochi chilometri che la separavano dal confine occidentale dell’Eritrea e recarsi in Sudan. Quello che Semret non poteva immaginare è che il suo viaggio si sarebbe tramutato in una lunga e terribile prigionia.

Semret fuggì di notte, a piedi, in compagnia di quattro connazionali che, come lei, cercavano un luogo sicuro per vivere. Dopo una notte di cammino, raggiunto il Sudan, si fermarono a riposare in una vasta area desertica a ridosso del confine. Fu in quel momento che la donna fu assalita da una profonda angoscia, notando che il contrabbandiere a cui si erano affidati stava effettuando diverse telefonate avendo cura di non essere ascoltato. Quando il piccolo gruppo di profughi vide arrivare un fuoristrada con tre uomini a bordo, fu immediatamente chiaro che cosa stava succedendo: erano stati traditi e venduti e i trafficanti erano venuti a ritirare la “merce” che avevano acquistato.

“Iniziammo a correre in diverse direzioni - racconta la donna- io fui la prima ad essere raggiunta, provai a scappare ancora ma in breve mi raggiunsero nuovamente. A quel punto mi picchiarono e mi trascinarono nella loro auto”. Semret fu condotta in un piccolo villaggio isolato, composto da una casa in muratura e da alcune capanne costruite con paglia e fango. Semret non aveva nessuno che potesse pagare il suo riscatto, così, rimase lì per mesi, alla mercé dei suoi carcerieri, sprofondando in un incubo dal quale non era possibile risvegliarsi, in cui le violenze sessuali e le percosse erano una prassi di sofferenza quotidiana.

“Venivano da me ogni volta che ne avevano voglia, a volte mi portavano una cola e un pezzo di torta e così sono andata avanti per sette mesi. Quando rimasi incinta, smisero di chiudere la casa in cui mi tenevano e così pianificai la mia fuga”. Semret percorse a piedi 40 km prima di raggiungere la città di Kassala, dove finalmente, grazie all’aiuto dell’UNHCR che ha raccolto e diffuso la sua storia, ha potuto usufruire di un’accoglienza dignitosa e soprattutto di un percorso di supporto psicologico che le permettesse di affrontare i drammatici traumi che aveva subito.

Oggi Semret, vive nel campo profughi di Kassala, a sua figlia, nata a gennaio, ha dato il nome di Heyabel che vuol dire “Dono di Dio.”


Semret, 25 years old, is Eritrean. When 20 members of the religious congregation she was part of were arrested and imprisoned, Semret realized that she was in great danger and decided to turn to a smuggler to cross the few kilometers that separated her from the western frontier of Eritrea and get to Sudan. What Semret could not imagine was that her journey would turn out to be a long and terrible nightmare.

Semret fled at night, on foot, in the company of four fellow-nationals who like her were seeking a safe place to live. After walking all night, they reached Sudan and stopped to rest in a vast desert area next to the frontier. It was then that the woman was assailed by a terrible doubt, noticing that their smuggler was making telephone calls and making sure not to be heard. When the small group saw a jeep arriving with three men aboard, it was immediately clear what was happening: they had been betrayed and sold and the traffickers had come to pick up the goods they had just bought.

“We scattered in all directions,” she says , “I was the first to be caught. I tried to get away but they got hold of me again. At which point they beat me and dragged me to their vehicle.” Semret was taken to a small isolated village made up of a brick house and some huts made from straw and mud. She didn’t have anyone to pay her ransom so she remained there for months, at the mercy of her jailers, sinking deeper and deeper into a nightmare from which there was no awakening, in which sexual violence and beatings were the daily norm.

“They came to me any time they felt like it, sometimes they brought me a Cola and a piece of cake and that was how it went on for seven months. When I became pregnant they stopped locking the house and that was when I planned my escape.” Semret covered 40 kilometers on foot before reaching the town of Kassala where finally, thanks to the help of UNHCR she was given a dignified place to stay and above all a psychological support scheme to help her through the dramatic trauma she had undergone.

Today Semret lives in the Kassala refugee camp. Her daughter, who was born in January, she has called Heyabel, which means “Gift of God”.

Dovevo infilarmi la menta nel naso per non sentire l’odore della morte quando prendevo in braccio i cadaveri dei migranti al porto. Li portavo qui al cimitero. Scavavo fossi anche se non c’era più spazio. Costruivo croci di legno per segnare dove stava un morto che non poteva avere lapide perché sopra non poteva avere un nome. Non sapevo né da dove venivano né dove volevano andare. Al posto del numero degli anni di loro contavo solo il numero delle cicatrici. Li conoscevo già morti. I morti hanno bisogno dei vivi. I morti altrimenti diventano solo numeri scritti sopra al cemento. I morti sono anime. Io sono andato in pensione nel 2007 ma vengo ancora a raschiare il muschio alle tombe. Verrò qui ogni giorno finchè riuscirò a camminare.

Vincenzo Lombardo è nato a Lampedusa nel 1947 ed è stato l’ultimo custode del cimitero dell’isola. I primi sbarchi che ricorda sono datati prima degli anni 90. Non sa esattamente quanti migranti ha seppellito da allora. Nonostante sia andato in pensione nel 2007 continua a portare fiori tutti i giorni sulle tombe dei lampedusani e di migranti ignoti. Oggi nessuno è più addetto alla custodia e alla pulizia del luogo.

Testo e foto di Michela A.G. Iaccarino / Fabrica.

I had to stick mint up my nose to hide the smell of death when I lifted the corpses of the migrants at the port. I brought them here to the cemetery. I dug graves, even if there was no more room. I would build wooden crosses to mark the place where there was a dead person who couldn’t have a headstone because there was no name to write on it. I didn’t know where they came from or where they wanted to go. Instead of the number of years I just counted the number of scars. I got to know them when they were already dead. The dead need the living. Otherwise the dead just become numbers written on cement. The dead are souls. I retired in 2007 but I still come to scrape the moss off the tombstones. I’ll come here every day as long as my legs will carry me.

Vincenzo Lombardo was born on Lampedusa in 1947 and he was the last custodian of the island’s cemetery. The first landings that he recalls were before the 90s. He can’t remember exactly how many migrants he has buried since then. Despite the fact that he retired in 2007 he still places flowers every day on the tombs of Lampedusans and unknown migrants. Today there is nobody left to look after the place and keep it clean. 

Text and photo by Michela A.G. Iaccarino / Fabrica.

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[English translation below]

“L’IMMIGRAZIONE NON E’ QUALCOSA DI NUOVO A LAMPEDUSA”

Io sono Franca Parizi. Sono un medico, una pediatra milanese che si è trasferita a Lampedusa da tre anni. Ho scelto di vivere in questo posto perché forse è l’unico posto in cui mi sono sempre sentita veramente a casa. Adesso sono anche Assessore Comunale alla Salute e ai Servizi Sociali e alla Accoglienza e Primo Soccorso ai Migranti, per quello che il Comune può fare.

Il Comune non ha nessun potere, nessuna competenza per quel che riguarda l’accoglienza e il primo soccorso ai migranti, perché il Centro di Accoglienza è un centro extra-territoriale che dipende direttamente dal Ministero degli Interni e dalla Prefettura, quindi. Però può far sentire la sua voce, come credo che si sia fatta sentire parecchio in questi ultimi tempi – perché abbiano un’accoglienza dignitosa, è l’unica cosa che può fare il Comune, credo. Ed è quello che sta facendo, soprattutto con i media.

La popolazione di Lampedusa è sempre stata molto generosa e molto solidale, anche perché il fenomeno dell’immigrazione non è nuovo per quest’isola, ma risale a molto molto tempo fa. Soprattutto nei confronti di questi ultimi migranti, che vengono da situazioni veramente critiche, di guerre, di persecuzioni, di povertà estrema. E’ una delle caratteristiche più belle di questa popolazione, senza dubbio.

“IMMIGRATION IS NOT SOMETHING NEW IN LAMPEDUSA”

My name is Franca Parizi. I’m a doctor, a pediatrician from Milan. I moved to Lampedusa three years ago. I chose to live in this place because this is maybe the only place where I’ve always felt really at home. Now I’m also Councillor for Health, Social Services and Reception and First Help to Migrants, even though I don’t think the municipality can do much.

The municipality has no power, no authority in matters of reception and first help for migrants, because the Reception Centre is an extra-territorial centre which depends directly on the Ministry of the Interior and so on the Prefecture. But it can make its voice heard, and I think this has been done a lot lately – in order to give migrants a decent reception, this is the only thing that the Municipality can do. And it’s what it is doing now, especially with the media.

The people of Lampedusa have always been very generous and very sympathetic, also because migration is not something new for this island, it’s something they have known for many, many years. They are sympathetic, especially with these latest migrants, who leave behind them really critical situations, like wars, persecution, extreme poverty. This is one of the most beautiful characteristics of these people, without any doubt.