sceso

“Mi piaci da morire”

È più forte di me.
Questa frase non l'accetto.
Non si può “piacere da vivere”?
Perché bisogna morire per l'altro, lasciandolo solo e indifeso con il mondo contro?
Meglio vivere per l'altro, camminare insieme giorno dopo giorno senza stancarsi mai. Come scriveva Montale in una delle sue poesie:“Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale.”
Ecco, lui… lui ha vissuto per lei, per vederla crescere, sperimentare, invecchiare. E lei ha fatto lo stesso. Hanno vissuto l'un per l'altro. Non sono morti l'un per l'altro.
Ecco…io credo che questo sia bello. Vivere per se stessi e per le persone che si amano.

—  Dreamshelpmetobealive

Oggi in una stazione di Budapest ho avuto la fortuna di vedere queste due persone rincontrarsi dopo dieci anni. La signora nella foto era seduta di fianco a me, quando siamo arrivati in stazione di servizio e questo soldato è sceso dalla macchina la signora ha cominciato a dirmi in russo “Questo è mio nipote” e intanto piangeva, quando l'autista ha aperto le porte questo soldato è salito con questo mazzo di fiori, probabilmente non si aspettava di vederla subito appena è entrato e appena l'ha vista si è immobilizzato sul posto e ha iniziato a piangere tanto che la signora si è dovuta alzare per abbracciarlo. Quando sono scesi questo ragazzo continuava a piangere e a guardare sua nonna, tanto che a un certo punto la signora è dovuta andare da lui a tranquillizzarlo.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

—  Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale - Eugenio Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

—  Eugenio Montale, Ho sceso, dandoti il braccio.
Ho sceso milioni di scale

Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. 
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

-Eugenio Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

—  Montale

E’ arrivato in edicola un cliente che vive fuori e viene soltanto quando è di passaggio. Erano mesi che non mi vedeva, quando è sceso poco prima dalla sua mercedes ho cominciato a sudare freddo e poi mi sono detta: figuriamoci se mi riconosce. Insomma, il caro cliente, ha acquistato la sua solita (e tanta) roba e ad un certo punto, mentre gli facevo il conto, mi guarda con più attenzione e dice:” In bocca al lupo, stai davvero benissimo”. L’ho ringraziato tantissimo per la sua gentilezza (che è sempre rara a trovare, devo dire) e poi mi sono morsa un po’ la lingua perchè avrei voluto chiedergli: ma adesso che sono diventata come sono, quando ce la facciamo una tresca?

Un anno fa sei entrato nella mia vita.
Forse sarebbe più opportuno dire che ti ci ho trascinato con tutte le mie forze, perché ho deciso che ti volevo e che così doveva essere. Tu eri un po’ restio, un po’ diffidente, molto disilusso, ma io sono testarda come un mulo e mi sono impuntata che dovevi essere mio. Col senno di poi, non ho mai investito le mie forze in qualcosa di migliore. Ci sarebbero talmente tante cose da raccontare dal momento in cui sei sceso da quel treno per la prima volta fino ad oggi. “Un anno che paiono sei” dici tu, ed è proprio vero: ne abbiamo passate così tante in questi 365 giorni. Ci sono state tante cose belle ma anche tante cose dolorose, sorrisi e lacrime, ma oggi mi rendo conto che ognuna di queste ne è valsa la pena. Che quando io piangevo mentre salivi sul treno che ti riportava lontano da me e tu mi dicevi che sarebbe andato tutto bene avevi ragione. E se un anno fa, mentre mi crogiolavo nell'emozione e nell'ansia aspettando di scorgerti lungo il binario per la prima volta, qualcuno mi avesse detto che 12 mesi dopo saremmo stati ancora insieme, tu ti saresti trasferito nella mia città e avremmo fatto tanti progetti per il futuro, io gli avrei creduto. Perché in fondo l'ho sempre saputo. Da prima ancora di incontrarti.

La più grande soddisfazione di questa giornata non è il fatto che posso dichiarare quasi conclusa la magistrale, ma che stamani ho liberato una bellissima farfalla dalle ali bianche e nere, rimasta intrappolata nell’autobus, e che annaspava nel tentativo di uscire, credendo che il vetro fosse la sua salvezza.
E’ stato dolce il signore che quando è sceso mi ha detto “buona giornata, liberatrice di farfalle”.

anonymous asked:

È sceso dall'autobus, sta arrivando... Giuro che mi è venuto mal di pancia, non riesco a stare ferma e al telefono ho sentito che anche lui piangeva dalla felicità... Non riesco a respirare oh. Al telefono mi ha detto "non so se riesco a baciarti tata, mi cedono le gambe"... Uah, mamma mia. Okay, sto sclerando. Sto male da quanto sto bene, non mi ero mai sentita così... Mio, tutto mio, dopo 7 mesi... Mio.

Buona nottata tesoro, ora spegni il telefono però e pensa solo a lui!

Stamattina sono uscito senza fare colazione.
Dovevo recarmi dal barbiere.
Al ritorno però una fame atavica, mi sono detto fanculo alla miseria e mi sono fermato al bar sulla salita, intenzionato a drogarmi di cornetto e caffè doppio. Quando sono sceso dalla macchina ho incontrato sulla porta la signora Franca, scopa in mano e intenta nelle pulizie, il locale deserto e con le tapparelle mezze abbassate. Mi sono ricordato, d'un tratto, che il mercoledì il bar è chiuso.
“Vieni, vieni lo stesso”, mi ha detto la Franca, “che mi fai compagnia.”
Franca mi ha fatto accomodare e mi ha portato una brioche alla crema e un succhino all'albicocca, ché la macchina del caffè ce l'aveva spenta e, anche se insisteva, non ho avuto cuore di fargliela accendere solo per me. La Franca mi si è seduta di fronte con quell'aria di stanchezza consapevole che hanno le signore di quella generazione lì e in genere tutte le mamme dopo i sessanta. Mi ha raccontato per l'ennesima volta la storia della sua vita, di come abbia tirato su tre figli da sola, che suo marito è scappato con una svedese quando i bambini erano piccoli e non lo ha mai più rivisto. Di come sia riuscita a comprare il bar dopo aver fatto la mondina, la calzolaia, l'ortolana, dopo esser scappata da Venezia. Me lo racconta mischiando sempre il suo dialetto con un perfetto italiano.
Mentre finivo la mia brioche, e stavo per chiederne una seconda lanciando sguardi languidi al cabaret di delizie che faceva bella mostra di sé sul bancone, mi è venuto un pensiero.
“Franca”, ho detto, “ma com'è che c'hai le paste e le brioches anche il giorno di chiusura?”
“Eeh, parché un po’ per abitudine e un po’ parché el panettièr l'è un sémo che nol capìsse gnente”, ha detto. “E comunque a qualcosa servon sempre, dai.”
È stato lì che è arrivato, facendo il suo ingresso come John Wayne in un saloon. Un nero enorme carico di borsoni, un vucumprà alto quasi due metri, è entrato nel bar senza preavviso, come fosse casa sua. Io ho pensato subito ecco, stiamo per assistere alla solita tragedia veneta del “no me serve gnente”, a immaginarsela tranquilla.
“Franca!”, è esploso il nero enorme, “hai visto che oggi c'è il sole?”
“Eh sì, almànco non te te ciàpi l'acqua sula testa, stèla bèla”, gli ha detto la Franca.
Il nero ha posato le borse a terra, ha aperto la zip di una e ne ha estratto un contenitore di cartone pieno di accendini colorati tipo bic, di quelli piccoli.
“Come lo vuoi, oggi?”, le ha chiesto.
“Dàmelo aràncio, dai”, gli ha detto la Franca.
La Franca ha preso l'accendino in mano guardando il nero da sotto in su, e lo ha posato su una mensola in fianco al bancone dove ci saranno stati, giuro, qualcosa come cinquanta accendini di tutti i colori. Poi ha sollevato il cabaret di paste che c'erano in bella vista, le ha messe in un sacchettone di carta coi manici, ci ha infilato dentro una bottiglietta di minerale e ha consegnato il tutto al nero. Il ragazzone ha fatto un sorriso che ha mostrato una fila di denti bianchissimi, ha preso la borsa con le paste, sì è caricato nuovamente sulla schiena i borsoni, ha ringraziato la Franca e ha infilato la porta senza nemmeno chiedermi se volessi comprare qualcosa.
“Non mangiarle tutte insieme, Mamùr!”, gli ha urlato la Franca alle spalle.
Mamur, mentre salutava con la mano, stava già addentando la prima.
La Franca è tornata da me e mi si è seduta vicino, cogliendo subito il mio sguardo interrogativo.
“Eeh, è che quando una fuma gli accendini non sono mai abbastanza”, mi ha detto scuotendo la testa.
“Sì”, ho detto.
Poi mi è partito il tic all'occhio sinistro come quando sento che sta per venirmi da piangere e la Franca mi ha chiesto se volevo un altro succhino ma io le ho detto di no, che dovevo proprio andare.

–Mimmo Letto

Standard&Poor’s: “Con Grexit PIL Greco in calo del 20% in quattro anni”.
Io ci farei un pensiero, con la troika in quattro anni è sceso del 25%.

Gli compro i cornetti ieri sera. ‘Almeno fai colazione, stamattina li volevi tanto.’, dico. Oggi non é una bella giornata, ha ripreso il treno ed é andato via. L'ho accompagnato in stazione alle 7.30, mi sono vestita al buio e di corsa, con gli occhi chiusi dal sonno. Quando é sceso dalla macchina, dopo avermi baciato per l'ennesima volta, mi dice 'guarda in frigo, tanto lo sapevo, di mattina fai tutto tranne aprire il frigo’. Grazie.