saltations

Ciò che voglio dirvi è di non arrendervi mai. Non dovete smettere mai di lottare. Non dovete rassegnarvi allo stare male. No. Dovete trovare qualcosa che riesca a distrarvi. Uscite, cantate, ballate, sognate, siate folli, saltate, urlate, sfogatevi, tirate pugni contro una porta, fate di tutto ma non arrendetevi MAI. Non strisciate mai. E soprattutto, non smettete mai di sognare perché quando una persona smette di sognare inizia un po a morire
—  Luigi Cerciello, Ho bisogno di te
Policlinico TorVergata

Salve a tutti ragazzi :) Sono una volontaria al Centro Trasfusionale del PTV (Policlinico Tor Vergata). Purtroppo, a causa della carenza di sangue, all'ospedale sono saltate diverse operazioni, anche importanti… Siamo in piena emergenza :( chiunque voglia (e soprattutto possa) dare un contributo in tal senso, può recarsi al trasfusionale, aperto tutti i giorni fino alle 11 :) grazie a tutti di cuore  

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A certain type of SILENCE’S filled my voice
A scream beneath the water make no noise
All my PRAYERS go quiet and never heard
And I am lost again in the sea of lovers without ships

And lovers without sign
You’re the ONLY way out of this  —   

                      @saltate

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Okay, I tried XD I don’t know but there might be mumbling ( but definitely yelling, not as loud as I wanted it though because I didn’t want my neighbors to think I went totally mad and call the police XD ). I only listened to it once while editing the parts together. I’m embarrassed. It’s hard to voice act a man XD Tagging the people that wanted to hear this @wehrmxcht @reputatiions @saltate @indissoluta @quietresistence

Se solo sapessi quello che ho fatto per te, ciò che ho lasciato per te.
Se solo chiedessi alle mie amiche quante volte ti ho difeso, quante volte me la sono presa con loro invece che con te.
Se solo sapessi quanto mi è costato fingere di non amarti per non farti sentire in colpa.
Se solo sapessi le lacrime che ho trattenuto, che i lividi sulle mani erano per sfogare la rabbia con i pugni al muro.
Se solo sapessi le cene saltate, le sfuriate con mia madre, le volte in cui mi sono fatta bella e hai disdetto quanto ho speso a far finta di niente e metter su un sorriso.
Chiedilo al mio cuscino, chiedilo ai muri della mia stanza, chiedilo alle cuffie che ho rotto a forza di consolarmi con una voce che somigliasse alla tua o che almeno mi avesse detto che sarebbe andato tutto bene.
Se solo sapessi i diari che ho riempito col tuo nome, le insufficienze che ho preso perché il tuo volto non mi permetteva di studiare.
Se solo sapessi le maledizioni che ti ha mandato mia cugina ogni volta che ti chiamavo e non rispondevi, ogni volta che avevo bisogno di lei alle 2 del mattino perché tu non eri con me ma a farti modellare da altre mani.
Se solo sapessi, capiresti.
Se solo sapessi, piangeresti anche tu.
—  About a moonlight
10 consigli su come perdere peso senza essere a dieta:
  • Non saltate i pasti: al primo pasto che farete riprenderete tutto quello che non avete mangiato, con gli interessi.
  • Fate una cena leggera, possibilmente non dopo le 20.

  • Camminate velocemente per almeno mezz’ora al giorno.

  • Non mangiate tra i pasti, limitatevi ad acqua, caffé o tè senza zucchero o, se siete amanti dello zucchero, usate la Stevia.

  • Eliminate le bevande zuccherate.

  • Mangiate tanta carne magra, specialmente pollame senza pelle, pesce e crostacei.

  • Evitate salumi grassi e cibi in scatola.

  • Prima del pasto bevete un grosso bicchiere d’acqua e mangiate un po’ di insalata condita con Novosal e olio d’oliva, aiuta a saziarsi più in fretta.

  • Mangiate verdure tutti i giorni, crude, cotte o nelle minestre.

  • Mangiate non più di due frutti al giorno: la frutta fa bene, ma contiene anche un’alta quantità di zuccheri.
Pubblico non pagante

Ma sinceramente, chi siete? Non chi siamo noi, esseri umani, chi siete voi. Prendetevi un momento, sollevate le dita dalla tastiera, fatevi la domanda “chi sono io?” E… osservate.
Quante parole di canzoni vi sono venute in mente per descrivervi? Quante citazioni da libri? Quante immagini da film? Quante parole dette, scritte, pensate da altri vi sono saltate alla mente per descrivere i vostri stati emotivi e fisici, la vostra identità, il vostro essere?
E di vostre? Di parole dette, scritte e pensate da voi, quante?
E quando parlate della vostra vita, la descrivete con parole vostre, o con prestiti da altri? I vostri amori, vi appartengono, o sono il riflesso di canzoni, film, libri, o peggio ancora citazioni degli amori degli altri, delle descrizioni degli altri, copie sbiadite che voi tenete su una pagina di diario o appese alla parete, cercando di vivere ogni giorno come se fosse l’imitazione della “famosa frase di”, “di quella cosa che ho letto lì” “di quel ritornello che dice così” “di quella scena che sta al minuto”?
Perchè in queste domande, si vede dove siete finiti, si vede la strada che avete percorso per allontanarvi dalla realtà, si vede la matrice, la natura del vostro linguaggio, e parte di tutti quei problemi di non comprensione, di mancata accettazione, di difficoltà d’integrazione.
Non siete un film.
Non siete un libro.
Non siete una canzone.
Potete essere la somma di tante cose, di ognuna di queste cose, ma le vostre parole non devono essere la ripetizione stantia di cose dette da altri, devono essere vostre.
Quando parlate, quando descrivete, dovete sentire la carne, il sangue, il respiro, dovete ricordare mentre parlate che aria tirava quel giorno in cui avete vissuto, il sapore di quel bacio non può essere quello che l’autore generico X scrisse in quel libro, perchè porca puttana non era lui a baciare quel giorno quella persona, eravate voi, e solo voi sapete che sapore avessero le sue labbra, solo voi avete assaggiato le vostre lacrime quando vi sono scese sulla guancia, solo voi avete sentito il suono della risata dei vostri amici, o lo schianto nel cuore quando vi siete sentiti traditi, non c’era un cronista con la penna ed il blocco degli appunti pronto a trasformare tutto in poesia.
Eravate voi quella cazzo di poesia, e vi è rimasta dentro, e sta ancora lì che vi gira nel corpo, vi vibra nelle mani, vi ronza nella punta delle dita e sotto la lingua, e voi non la fate mai uscire perchè chiedete sempre ad altri di descrivere le vostre storie, chiedete sempre ad altri le parole per la vostra vita.
Ma come potete diventare qualcosa, se rifiutate di ascoltare il seme del vostro stesso linguaggio, la nascita delle vostre stesse parole, di tutte le descrizioni, le metafore, se avete paura che vostro figlio sia brutto e quindi non siete disposti ad amarlo semplicemente per il fatto che è una vostra creazione, è qualcosa che è vostra, è qualcosa che partecipa alla vostra identità più di qualsiasi altra cosa troverete, è la vostra storia, la vostra vita, siete voi e vi state arpionando dentro il vostro stesso corpo per paura di guardarvi in faccia, ma lo capite quanto male vi state facendo a ripetere sempre le stesse parole, le stesse frasi, le stesse citazioni, ma vi accorgete di quanto rimanete fermi sul posto solo perchè è più facile dire a qualcuno “mi descrivi questa cosa?” “mi fai rileggere questa storia?” piuttosto che dire a voi stessi “io cosa ricordo di questo sentimento? Cosa ho provato quel giorno? Chi ero quando ho vissuto quel momento?” E poi dirlo, scriverlo cazzo, trasformarlo in un’emozione che possiate rivivere quando volete, sia che faccia male, sia che faccia bene, ma che sia solo vostra e di nessuno.
Ma volete davvero diventare solamente quelli che in silenzio e ai margini leggeranno le vite vissute da altri?
E’ così sbagliato rischiare di vivere, una volta tanto?

Windblown snow bears a certain resemblance to desert sands or a Martian landscape. Many of the same aeolian processes–like erosion, transport, and deposition–take place in each. The animation above shows an example of suspension, where fine snowflakes are lifted and carried along near the ground. Larger snowflakes may bounce or skip along the surface in a process called saltation. For more, check out some of the crazy things snow does or learn about how dunes form. (Image credit: Redemption Designs, source video)

let’s imagine that together
we are one untranslatable word.
our meanings cudgelled to something
that breathes only at the boundaries of accidents.
an orphaned nuance. semaphored, then gagged.  

let’s try to make this confusion beautiful
the best way we can - let’s sky over what is
fustian, garbled, like our bodies were shapeless
hyperboles. maybe make syntax out of silhouettes.

consider  cafune, & best explain it as the way
night licks the last embers of wind from a wolf’s fur.
or how that an egret saltates against
the silvered foil of an idle stream.

maybe i  fernweh, that debt of distance always
cursing me out to ransom. that cartography
i covet but can’t contain. your body growing
into an echo -  memory turning into mourning.

dear circus lion, i’d rather watch & winnow
a bonfire of ticket-stubs than to think of
all the nights you stagger rehearsing your dance
through those bronzed wreaths of tameless flames.
i’d rather the jaws of serengeti, the empire of a maneater
not this declawed animal cowering in the incongruence of shame.

let’s imagine that we can stitch up a scarecrow
from all the wool we pulled over each other’s eyes
& refuse the liquorice-winged omens their nesting
feast. let’s allow me a moment to watch desire fled
like a colt cutting through a tremble in the barley.

let us forget that the day you told me about your dream,
you had a spot picked, a bridge, a precise height
from where to dive & i didn’t think about my father
- same age as you when he hushed his own heartbeat
- his body bloated to a blue lily; thick with strangled
nightmares; floating against a seasurf of spanish red.  

consider  ya'aburnee :
the final plea
that you will bury me.

Scherezade Siobhan


cafune (Brazilian Portugese) - running your fingers through your lover’s hair
fernweh (German) - wanderlust for a place you have never been
ya'aburnee (Arabic) -  a declaration of one’s hope that they’ll die before another person because of how difficult it would be to live without them.

Come lettere dell'alfabeto dette da un bambino che non sa cos'è e comincia ad elencarle alla rinfusa: dovrebbero stare in ordine e non se ne prende il capo; alcune troppo distanti, altre troppo vicine e quelle saltate, o costrette a stare accanto a chi non appartengono:

T-u-e-d-i-o-e-i-l-m-o-n-d-o-f-u-o-r-i.