sala da ballo

ilragazzosatellite  asked:

Come fa ad essere sicuro che la sua relazione d’amore sia esistita anche nelle vostre vite precedenti?

Ci siamo incontrati in una sala da ballo. Non la conoscevo, ma appena vista mi sono detto che dovevo sposare quella ragazza.
Sì, il classico colpo di fulmine che non avevo mai provato prima, nonostante avessi conosciuto e freguentato diverse altre ragazze (allora d'estate facevo il bagnino).
Eppure lei era diversa; solo guardarla mi ispirava sentimenti che non potevo spiegarmi razionalmente.
Appena ho potuto mi sono seduto vicino a lei e le ho chiesto se voleva ballare. Mi ha detto che lei non ballava. “Neanch'io” le ho risposto e sono stato lì, in silenzio, sorridendole.
Non so come l'ho conquistata; forse ascoltandola più che raccontandomi, più con i gesti che con le parole. Ero presente vicino a lei, e questo lo ha capito.
Poi siamo usciti e scoperti vicendevolmente: poteva funzionare.
Infatti ha funzionato e continua a farlo perché abbiamo lottato insieme e le vere difficoltà le abbiamo superato insieme.

“Sicuramente questa foto non dirà niente ai più, ma cercate di concentrarvi sulle persone intorno all'uomo evidenziato. Ora immaginate l'uomo al centro di una foto più grande, raffigurante un gran gruppo di persone riunite in una sala da ballo con una palma sullo sfondo. Iniziate ad associarla a qualcosa di famigliare?
Immaginate ora di vedere il viso di Jack Nicholson al posto del volto di quest'uomo, o meglio, immaginate di vedere il viso di Jack Torrance. Esatto, questa è la versione non ritoccata della celebre fotografia finale del film "The Shining”, capolavoro di Stanley Kubrick.
Il grande regista inserì questa fotografia, modificata con il volto del protagonista, nella scena finale facendo impazzire i fan che per anni si sono scervellati cercando di capire cosa potesse significare. La foto originale è stata introvabile per anni finchè non ricomparve su un manuale di fotografia del 1985 che presenta questa foto come esempio di fotoritocco eseguito con l'aerografo. Gli autori del libro, Peter Owen e John Sutcliffe, furono i responsabili del trucco fotografico per Kubrick.“

( - Le fotografie che hanno fatto la storia, pagina fb)

Vent’anni fa, lavoravo come tassista per mantenermi. Una notte, dopo una chiamata, intorno alle 2.30 del mattino, sono arrivato davanti ad un edificio buio, tranne che per una piccolissima luce che si intravedeva in una finestra del piano terra.

In queste circostanze, molti avrebbe suonato il clacson e atteso qualche minuto, e dopo sarebbero andati via. Ma ho visto troppe persone che dipendevano dal taxi perché non avevano un mezzo proprio.

Se non vedevo un pericolo imminente, andavo a citofonare. Così sono andato a bussare alla porta. Rispose una voce fragile che sembrava una voce di anziana: “un momento!”. Poi ho sentito trascinare qualcosa per il pavimento. Dopo una lunga pausa la porta si aprì. Davanti a me si presentò una vecchietta che probabilmente aveva più o meno 80 anni. Indossava un abito molto colorato ed un grande cappello, come una donna dei film degli anni ’40. Accanto a lei aveva una piccola valigia di plastica.

L’appartamento sembrava come se non ci avesse mai vissuto nessuno. Tutti i mobili erano coperti. Non c’era nè un orologio nè un soprammobile. In un angolo c’era un quadro di cartone pieno di foto.
– “Può portare il mio bagaglio in macchina?”, mi chiese la donna.
Ho messo la valigia in macchina e successivamente sono tornato per accompagnare la donna, che mi prese sotto braccio e si incammino con me lentamente verso la macchina. Per tutto il tempo continuò a ringraziarmi con gentilezza.
– “Niente di che”, risposi io. “Cerco di trattare i miei clienti nel migliore dei modi, come vorrei fosse trattata mia madre”
– “Oh, sei un ragazzo così buono!”, disse lei.
Quando sono entrato in macchina, mi ha dato un indirizzo e mi ha chiesto:
– “Potrebbe guidare in centro per favore?”
– “Non è la via più breve” , risposi.
– “Non si preoccupi!”, disse lei. “Non ho fretta, sto andando in un centro per anziani”
La guardai attraverso lo specchietto ed i suoi occhi brillavano.
– “Non ho più nessuno della mia famiglia”, continuo l’anziana. “Il medico mi ha detto che non ho molto tempo”, in silenzio, ho cercato il tassametro e l’ho staccato.
– “Quale tragitto vuole fare?”, ho chiesto.
Per le ore successive guidai per tutta la città e lei mi mostrò l’edificio dove aveva lavorato come operatrice dell’ascensore. Guidai attraverso il quartiere dove lei e suo marito avevano vissuto subito dopo essersi sposati. Sono passato difronte ad un deposito di mobili che un tempo era una sala da ballo , che frequentava quando era ragazza. Qualche volta mi chiedeva di fermarmi di fronte ad alcuni edifici e di stare li con lei a contemplarli in silenzio.
Con le prime luci dell’alba, improvvisamente mi disse:
– “Sono stanca… Andiamo.”
Ho guidato fino all’indirizzo che mi aveva chiesto. Era un edificio basso, una piccola casetta con un vialetto che passava sotto ad un cancello. Due persone sono uscite ad accoglierci. Erano molto attenti alla donna. Ho aperto il portabagagli ed ho portato la valigia alla porta. La donna era già seduta su una sedia a rotelle.
– “Quanto ti devo?”, mi chiese uscendo il portafoglio.
– “Niente”, risposi
– “Anche tu devi mantenerti!”
– “Non preoccupatevi, ci sono altri passeggeri”, risposi io senza pensarci, mi chinai e le diedi un abbraccio fortissimo.
– “Hai dato ad una vecchia un momento di gioia. Grazie!”, disse lei sorridendomi.
Le strinsi la mano lasciandola nella luce del mattino.
Dietro di me, la porta si chiuse. Un rumore che chiudeva una vita. In quel turno non ho preso nessun altro passeggero. Ho guidato perso tra i miei pensieri e per il resto della giornata, potevo a mala pena parlare.
Che cosa sarebbe successo se quella donna avesse trovato un autista impaziente di finire il suo turno? Cosa sarebbe stato se avessi rifiutato di prendere la chiamata o suonare al citofono?
Guardando indietro penso di non aver fatto niente di più importante in tutta la mia vita. Pensiamo che la nostra vita ruoti attorno ad alcuni grandi momenti, ma spesso questi momenti ci colgono di sorpresa, avvolti in ciò che molti considerano banale.

Questa vita può non essere la festa sperata, ma siamo qui e tutti dobbiamo ballare.
Ogni mattina, quando apro gli occhi, mi ripeto: Oggi è un giorno speciale!
Ricordatevelo sempre: non si può tornare indietro.
Trattate le persone come vorresti essere trattato tu.

-web-

anonymous asked:

A che età hai conosciuto tua moglie? (Sono l'anonimo della domanda sul come capire se il mio partner possa essere il mio futuro marito) scusa se sono insistente o mi "impiccio", però io sono innamorata persa e anche lui parla già di figli e matrimonio però siamo giovani, ma non sopporterei di non averlo al mio fianco tutta la vita...

Avevo ventidue anni e lei venti, Anon.
Ci siamo incontrati in una sala da ballo. Non la conoscevo, ma appena vista mi sono detto che dovevo sposare quella ragazza. Come ti avevo già spiegato, è stato il classico colpo di fulmine che non avevo mai provato prima, nonostante avessi conosciuto e freguentato diverse altre ragazze (allora d'estate facevo il bagnino). Eppure lei era diversa; solo guardarla mi ispirava sentimenti che non potevo spiegarmi razionalmente.
Appena ho potuto mi sono seduto vicino a lei e le ho chiesto se voleva ballare. Mi ha detto che lei non ballava. “Neanch'io” le ho risposto e sono stato lì, in silenzio, sorridendole.
Non so come l'ho conquistata; forse ascoltandola più che raccontandomi, più con i gesti che con le parole. Ero presente vicino a lei, e questo lo ha capito.
Poi siamo usciti e scoperti vicendevolmente: poteva funzionare.
Infatti ha funzionato e continua a farlo perché abbiamo lottato insieme e le vere difficoltà le abbiamo superato insieme.
Auguro la stessa fortuna anche a te. :)

Iniziava dagli occhi, lei.
Le parole invisibili che fuoriuscivano da quegli occhi erano inizio.
Il suo inizio.
Un posto dove il mondo finiva e lei, lei iniziava.
Così, il mare ha le navi, lei ha gli occhi.

Che dire dei suoi occhi? Risplendevano. Risplendevano di un colore strano, e sembravano riflettere tutti i colori dell'arcobaleno. Erano degli occhi belli i suoi, belli, ma che allo stesso tempo nascondevano qualcosa. E così navi di tutto il mondo, dirette verso ogni dove, partite da chissà quale città, si perdevano in quel mare che era il colore suoi occhi.
Ci si chiedeva sempre cosa si celasse dietro quegli occhi.
Passavano i giorni ma nessuno trovava una risposta.
Forse perché era la domanda, l'errore.
Tutti si chiedevano cosa rifrangessero quegli occhi. Errore.
La vera domanda era se quella ragazza respirasse vita.
E così navi di tutto il mondo si fermavano proprio lì, in quel porto apparentemente sicuro, ripetendosi sempre la stessa domanda, errata.

Era una ragazza strana quella.
Quel che sembrava era che fosse forte. Forte di una forza incontrollata, quasi violenta.
Le navi lo vedevano, alcune scappavano fin da subito, altre invece erano attratte da ciò che era per loro canto di sirene. Vita e morte nello stesso istante.

La forza che le navi vedevano però, era una forza apparente.
Lei, che respirava aria di mondo, appariva forte. Dentro, scoppiava.

[Rumore di passi in lontananza, passi calmi e leggeri come vento]

La sua forza era stata consumata dal tempo, il tempo, e da tutte quelle navi che pian piano ne hanno rubata un po’, di forza, si intende, per poter ripartire verso una nuova meta. E succede, che in questo modo, col tempo, si muore.

Ma lei non voleva morire.
Era una ragazza fragile, ma voleva vivere. Vivere davvero.
Ed ecco la vera risposta: voglia di vivere. Quello era l'inizio.
I suoi occhi. La sua vita.
I suoi occhi erano belli e stanchi, ma erano vita.
Succedeva, così, che combatteva, ogni giorno, con tutte le sue forze per conquistarsela quella vita che sognava.
E lei, nonostante le navi, il tempo, le navi, che continuavano a rubarle forza, si salvava. Ogni giorno.
Usciva da quella tempesta integra e piena di tagli.
E forse, dico forse, erano proprio quei tagli il suo punto di fine.


Era quello ciò che rendeva meravigliosa quella ragazza, come dal nulla, potesse far incrociare alla perfezione inizio e fine.
Perché il suo inizio guardava in faccia ogni momento la fine. Ed era strano come gli si avvicinasse sempre talmente tanto senza però mai toccarla: anzi, sfiorandola, quasi un gesto di madre, sfiorare.
Il suo inizio si proiettava sulla fine, ma ecco che essa non arrivava mai.

Le navi si chiedevano come facesse, lei, ad avvicinarsi così tanto alla morte, ma a non farsi toccare mai.
E la risposta era dentro di lei.
Tra inizio e fine dev’esserci vita. Quella vita che lei non aveva mai respirato e che mai si sarebbe aspettata quando, d’improvviso, un giorno arrivò.

Era mezzanotte spaccata quando la sentì. Una melodia: irreale, maestosa. Qualcosa che scivolava dentro di lei come un onda che la fece svegliare da quel lungo sonno dal quale non si era mai svegliata.
Si avvicinò verso la sala da ballo e vide una bambina di poco più di cinque anni seduta dietro il piano. Muoveva le dita come se accarezzassero seta delicata. Pareva magia.
Nel vederla, la ragazza sentì una forza strana pervadere su di lei, qualcosa di ancora più forte della sua stessa volontà.
Spinta solo dalle sue gambe arrivò dalla bambina e le chiese il suo nome.
La bambina, continuando a suonare, si girò, la guardò e sorrise.
Non staccava mai le dita da lì, e il tempo pulsava in un modo perfetto nelle sue piccole vene azzurre.

Fu lì che, ricordo.

Le sue piccole vene azzurre. Era sempre stata, per così dire, “famosa” per questo.
Non ricordava niente della sua infanzia. Ricordava solo le sue piccole bambole senza vestiti. Era come se il suo passato fuggisse da lei, come una di quelle navi impaurita dalla sua tempesta.

All’improvviso, ricordo. Era lei stessa quella bambina che le sorrise.
In realtà quella era solo l’illusione del suo passato dimenticato.
Arrivò allora come una raffica di vento, tutto.
Ricordò ogni cosa, e quello che sentiva era vero e proprio dolore fisico. Cedette e cadde in ginocchio, continuando a fissare quella che era lei a 5 anni.

Era vita che voleva, e avrebbe lottato.

Si rialzò con un nuovo bagliore nei suoi occhi: una luce viva e non più stanca.
Si sedette al fianco della sua proiezione che, come se fosse arrivata alla fine, arrestò la melodia. Aveva paura di quella bambina, ma non si sarebbe fermata proprio ora.
Così avvicinò le sue mani proprio sopra le sue. Voleva stabilire un contatto e abbassò con calma le mani verso quelle di colei che era stata.
Le toccò per un solo istante e la bimba sparì come dileguandosi nel nulla. La ragazza poggiò le sue dita sui tasti bianchi e neri di quel pianoforte e apprese immediatamente tutti gli accordi a memoria.

Ecco che con quel ricordo arrivarono anche le grida, assordanti e penetranti. Lei, ferma, senza timore, continuando la sua melodia.
Urla che crescevano e squarciavano la notte. Urla di già segnati annegati o, nel migliore dei casi, di futuri naufraghi, sopravvissuti. Urla di terrore soffocate dalla pioggia, ma, lo sapeva, quella ai suoi piedi non era pioggia.
Intorno a lei rumori di legno che si spezzavano, e il pavimento sotto ai suoi piedi che iniziava a cedere. Lei e le sue dita, incanto.
Il livello dell’acqua saliva e raggiungeva man mano il bacino, la vita e le dita. Lei, continuando per sé.
Le urla ormai cessate, la gente era stanca. Nella sala l’acqua era arrivata alle labbra della ragazza ma lei continuava ad incantare le onde, sembrando di dettarne l’andatura.

Sapeva di star andando incontro alla fine, ma ciò non la spaventava, e sapeva che questa volta la fine avrebbe vinto definitivamente, perché lei, quella notte, aveva finalmente vissuto.

Fluttuava il corpo in apnea sott’acqua, con le dita ancora attaccate a quei tasti: La Ragazza che cessò la sinfonia con l’ultimo accordo.
Un Si.
E poi, la fine.

—  Kevin Mascitti
Ti distendi sul letto con la musica alle orecchie e incominci a ricordare… Ricordi quella sera in cui una conversazione si era trasformata in un bacio. Tutti ballano, voi distesi sul divano a scambiarvi tutto l'amore di cui eravate in possesso quella sera.
Poi vi alzate e andate a ballare con tutti gli altri. Siete in mezzo alla sala da ballo… e vi scambiate il sorriso più bello in assoluto, non un sorriso qualsiasi, ma quello che ti fa capire che tutta la felicità che provavi in quel momento era ricambiata.
La serata continua, i baci lasciano il segno, ma come per ogni cosa, arriva la fine: dobbiamo salutarci. In un istante la felicità diventa passato e ora non ti resta che un amaro in bocca perché sai che domani si tornerà alla vita quotidiana e la felicità provata quella sera, non è compresa. Però nonostante tutto ero felice, mi aveva resa felice.
Anche se dentro di me sapevo che era solo una festa ed io ero solo una ragazza.
Ciò che resta di quella festa sono solo ricordi: ricordi di baci, di carezze, di sorrisi, di abbracci…
Il più bel ricordo che ho.
Fu come nei vecchi film, nei quali il marinaio vede la ragazza in una sala da ballo affollata, si volta verso l'amico e gli dice “La vedi quella? Un giorno io la sposerò!”
—  How I Met Your Mother

CREEPY STORIES
- Lo strano caso di Madeline Taylor

George Town, Isole Cayman.

In una notte tempestosa di un venerdì 17, Madeline Taylor sta per diventare ragazza madre nella sala parto dell’ospedale Cayman Island hospital.
In realtà, è una delle ultime piogge della stagione in quanto l’inverno è ormai alle porte per lasciar spazio alla primavera e alle belle serate festose, una di quelle serate allegre, dove Madeline tra un bicchiere e l’altro lascia che un perfetto individuo, nella sala da ballo della disco più “in” dell’isola, la seduca con due parole e la porti nel più vicino cimitero abbandonato, il Dixie Cemetery per potersi approfittare sessualmente di lei. Il cimitero si affaccia sulla costa, la luna piena e il suono delle onde del mare, suggellano tra i due, un patto di sangue dai risvolti inaspettati.

Deve odiare all’infinito quella maledetta notte Madeline, mentre urla e si dimena per dare alla luce la piccola Viola, un nome preso a caso dritta dritta da una lapide su cui lei e il giovane impenitente hanno consumato il loro rito dai gusti a dir poco contestabili. La ragazza ha da poco compiuto ventitré anni e quella gravidanza ha segnato la fine delle sue “notti brave” da fotografa turista, in cerca del suo “io” in giro per il mondo. Così non gli resta che stabilirsi alle Cayman e svolgere il lavoro di cameriera presso un fast food accantonando la possibilità di laurearsi per riuscire ad allevare la piccola Viola, una bambina piuttosto taciturna, a detta della babysitter, con cui trascorre le sue serate tra le merendine e i colori che tiene in mano per disegnare le sue buffe opere d’arte.

All’età di nove anni, però, qualcosa cambia. Negli incubi notturni di Viola, sempre più frequenti, si manifestano dei de ja vous particolari e tuttavia sempre più ben definiti e descritti dalla bambina come ricordi vividi di una vita passata, dettagli che ogni giorno di più affiorano nella sua mente con dovizia di particolari che di tanto in tanto giungono al cospetto di Madeline, che presa dal lavoro e dalle faccende di tutti i giorni relega una superficiale considerazione, data la possibile immaginazione più o meno fervida che una bambina può celare dentro di sé. Sulla questione però non resta indifferente Amanda, anche se pagata pochi spiccioli l’ora, è per Viola l’amica più prossima non ché confidente referenziata. Quando Amanda, un giorno, spulcia gli ultimi disegni, nota l’assidua presenza raffigurante una casa in stile vittoriano di colore chiaro avente una porta d’ingresso di un rosso acceso con in mezzo una maniglia dorata.

“Dove hai visto questa casa?”, domanda Amanda alla fanciulla.
“La vedo nei miei sogni…” Spiega la piccola Viola “…è lì che abitavo prima!” sostiene.
“Davvero? Ma io ti ho vista crescere qui, questa casa dove si trova? E’ forse la casa dei tuoi nonni, tesoro?”.
“No no, questa è la mia prima casa, la mia vera casa e io presto ci voglio andare e ci andrò!” esclama tutta orgogliosa.

La ragazza, con scrupolo, racconta i dettagli a Madeline che gli confessa di non aver mai visto una casa simile in tutta la sua vita. Così, entrambi interrogano la bambina per scoprire cosa la tormentasse nelle notti insonni e capire se tutto ciò fosse scaturito da un brutto film visto in tv o da qualche altra spiegazione plausibile, ma più si inoltrano nella mente di Viola più questa si sente oppressa e desiderosa di andare in quella casa perché, a suo dire, è lì che abitava prima.

Dopo alcuni giorni, finalmente, Amanda scorge, in un disegno, la mappa di un’isola con dei chiari riferimenti, così accende il suo portatile e si mette a cercare, su internet, nei dintorni, un’isola che combaci con le descrizioni del disegno. Dopo una buona mezz’ora capisce che la località in questione esiste davvero, è Freeport! Una regione situata presso un’isola a nord est di Miami e grazie alle mappe satellitari e alle cartoline turistiche riesce a distinguere perfettamente la casa descritta così morbosamente dalla bambina. E’ una struttura situata a Fortune Beach, in una delle zone più desolate e poco frequentate. Viola smania per poter visitare quella località non appena ascolta Amanda raccontare della scoperta a sua madre, ma il vincolo del lavoro non consente a Madeline di allontanarsi dalla città, così con i pochi soldi che aveva messo da parte per i regali di natale ottenuti con le mance, decide di affidare ad Amanda il compito di soddisfare la curiosità di Viola e concedere ad entrambi, una gita, anche se non programmata. I due corrono a fare i biglietti. Partenza prevista con il volo di domani.

Amanda porta con sé uno zaino abbastanza capiente per un pick-nick improvvisato costituito da vari snack, una torcia a manovella e un set trucco da viaggio. La bambina, salita in aereo, è a dir poco contenta e festosa e questo mette di buon umore la sua accompagnatrice.
“Finalmente torno a casa, la mia vera casa!” Urla felice Viola, che lascia stupita e incuriosita Amanda.
La giornata è perfetta e il comandante della Cayman Airways annuncia previsioni meteo stabili e augura ai suoi passeggeri un volo sereno.
Giunti all’aeroporto lo sportello della guida turistica locale li indirizza sopra l’autobus che li porterà direttamente nei pressi Fortune Beach.
Durante il tragitto Viola termina il suo ultimo disegno raffigurante la casa e l’immagine di lei con un grande sorriso. Il mezzo li lascia sul ciglio della statale, dove a fianco si dirama una strada di campagna che conduce alla loro destinazione. I due s’incamminano lungo il sentiero, ma a poco a poco il cielo si fa, inaspettatamente, sempre più cupo intimando un’incalzante acquazzone che minaccia di rovinare la gita.

Finalmente arrivano alla meta. Di fronte a loro un edificio color chiaro invecchiato, con evidenti segni di abbandono e fatiscenza. La porta d’ingresso è tale e quale al disegno realizzato più e più volte da Viola. Perfino quello appena creato in viaggio tenuto in mano dai due è la foto spiccicata di quella casa.
“Viola, ora che finalmente siamo qui, vuoi dirmi dove hai visto questa casa? A prima vista sembra abbandonata, guarda quante erbacce ci sono in giro, non è che ti è capitata in mano una foto, una cartolina o una pubblicità di qualche asta di vendita alla tv?” le chiede la giovane donna.
“Questa è casa mia, ti dico. Vieni, entriamo” insiste la fanciulla, che adesso ha assunto il volto curioso e fremente sgranando gli occhietti azzurri.

Amanda bussa inutilmente la maniglia in finto oro laccato, ma non riceve risposta alcuna.
Tutt’attorno, un silenzio macabro, una finestra rotta, ma nessun segno di vita, né tanto meno un cartello di avviso, niente. Niente che faccia pensare all’uso costituito da quell’immobile, se fosse appartenuta a una specifica utenza, come a due coniugi anziani o se fosse adibita come centro culturale, un ospizio o addirittura una casa per appuntamenti, niente. D’innanzi all’insistenza di Viola, Amanda gira la maniglia che sorprendentemente fa aprire la porta, ma solo di una decina di centimetri, quel tanto che basta per dare una piccola spallata e riuscire ad addentrarsi all’interno. L’ambiente è buio e fuori inizia a piovere, ma Viola è contenta perché finalmente è a casa! L’elettricità è assente, quindi Amanda posa il suo zaino a terra e si munisce di torcia, ma non fa in tempo a dare una carica che Viola gli sguscia via come un’anguilla dritta nel ventre oscuro della casa. Un passo davvero azzardato. Cosa spinge una bambina di nove anni a fiondarsi all’interno di una dimora sinistra e a lei sconosciuta? La sente urlare felice in corsa lungo i corridoi e le stanze che di certo Amanda non dovrebbe conoscere affatto!

La ragazza si mette immediatamente alla rincorsa di Viola vagando in lungo e in largo sopra i pavimenti di legno scricchiolanti, ma ben presto si ritrova nell’atrio vicino alla porta d’ingresso in piena oscurità dove si accorge che il suo zaino è sparito nel nulla! La babysitter comincia ad avere paura e urla alla bambina nel tentativo di capire dove si sia cacciata. Armata della sola torcia che ogni tanto si spegne e necessita di essere ricaricata a mano, decide di andare a vedere nello scantinato.
Tra un lampo e l’altro si accorge di sporadici disegni fatti lungo le pareti dei corridoi con il suo rossetto trafugato dalla bambina. La voce di Viola si ode sempre più forte man mano che scende le scale che conducono al piano sotterraneo allorquando, finalmente, intravede la sua esile sagoma nella penombra. Amanda gli illumina il volto con la torcia che inizia a lampeggiare, un volto chiaro, divertito, ma dallo sguardo vuoto, perso chissà dove, come quando le persone entrano in uno stato d’ipnosi.

“Viola? Viola che fai lì al buio tutta sola? Vieni, andiamocene da qui! Questa casa mi dà i brividi! Viola? Non vuoi tornare dalla mamma?”
“La mamma non deve preoccuparsi, io ora sono a casa, a casa mia. Visto che non dicevo bugie?” risponde la bambina.
“No tesoro, questa non è casa tua lo sai, perché insisti ancora con questa storia?” domanda la ragazza.
“Perché è qui che sono morta la prima volta…” si sentì rispondere “…e adesso tu verrai con me!”
Sulle guance di Viola compaiono improvvisamente due cicatrici e dalle labbra sgocciolano colate di sangue di un rosso intenso. La bambina trascina Amanda nell’oblio con un abbraccio mortale e di loro non vi rimane più traccia.

Madeline non scoprì mai che fine abbia fatto Amanda.
Dopo le indagini della polizia non gli restò altro da fare che seppellire il corpicino ritrovato di sua figlia, a Dixie Cemetery, proprio là, dov’è sepolta un’altra Viola.

A volte anche i titoli sono di troppo

C'è questo posto qui che è un po’ isolato, ed un po’ frequentato, che non è niente di che, eppure è tutto quello che serve.

Ha pochi tavoli, l'interno non sarà più grande - anzi decisamente meno grande - del salotto di casa di un mio amico, che ha un salotto enorme ok, sembra una sala da ballo, ma è comunque un salotto e si pensa sempre che certi posti siano più grandi di un salotto no? Ed invece no, questo posto non è grande come il salotto di casa del mio amico che ha il salotto grande.

Forse è grande come il salotto di casa mia che non è un salotto grande ma è un salotto onesto, e già dire che ho una casa mia ed un salotto onesto mi fa capire che sono messo meglio di chi un salotto non ce l'ha - che poi io non lo uso molto questo salotto, quando ho il tempo di piazzarmi in salotto che sto sempre in giro fra corsi e studio e girare e fare e studio e scrivere e studio ancora che se scrivo ancora studio mi rattristo - e comunque io il salotto ce l'ho ed ho anche la piessetrè che sta lì a fare la polvere e sky con tutti i suoi film che non guarderò mai, che la metafora della vita più calzante degli ultimi anni è la possibilità di lasciare a sky il compito di registrare film e serie che poi lascerai lì a scadere perchè non troverai mai il tempo di guardarle, ed io mi immagino tutti quei film e quelle serie che stanno lì in attesa a dire “ora ci guarda ecco ecco ora ci guarda si sta avvicinando alla tv ora ci guarda guarderà me che voleva guardarmi da mesi e che poi domani scado dai che ci guarda” ed invece niente. Dovevo solamente aprire la finestra e di quella serie e di quei film io mi sono dimenticato, che non ricordo neanche più che li avessi e che mi sono scaduti ed allora perchè tengo sky e pago ancora l'abbonamento? E mentre me lo chiedo registro altre serie tv ed altri film, che la vita a volte prosegue senza il nostro minimo controllo e dominio.

Però questo posto qui che ha questa grandezza diciamo di un salotto onesto e che è pieno di tavoli e sedie e posate immense appese alle pareti e di quadri con un grosso specchio ha anche i tavoli fuori sotto una verandina, o tettoietta, o qualche altro vezzeggiativo inutile che definisca quel luogo geografico direttamente fuori dal locale, che è un locale, un ristorante, un bel ristorante. Si chiama anche ristorantino, così tu sai già che è piccolo e che non te la vanno a dire e non ti ingannano, ed i posti che non mi ingannano assieme alle persone che non mi ingannano mi piacciono da matti e mi lasciano anche un po’ perplesso e stupito, che sono le tre cose che chiedo di più alle persone. Piacermi da matti e lasciarmi perplesso e stupito. Però non è nè l'interno nè l'esterno sotto la verandina o la tettoietta ad essere interessante.

C'è la possibilità di avere un tavolo isolato, che sembra essere in realtà di fronte a tutti ma che nello stesso tempo è isolato. Perchè è un tavolino da due vicino alle macchine, a bordo del marciapiede, davvero lontano da tutto e tutti, dove quando tutti gli altri tavoli sono pieni o semplicemente vuoi stare in pace puoi metterti. E’ tremendamente romantico, o tremendamente da vecchi. Ed io ieri non ero un tipo romantico, nè lo era il mio amico.

O forse lo eravamo in una maniera da vecchi, quel romanticismo che è passato di moda nel momento stesso in cui è stato creato. Ma stavamo lì, in un tavolino isolato con due calici di vino un piatto di pasta un dolce ed un amaro al carciofo che sembra sempre chinotto alcolico, che magari non è bella da dire come cosa ma la bottiglia è bella davvero, sembra una di quelle cose da distillati alchemici, ed il sapore arriva e scende bene ed il vino della casa forse era un po’ troppo secco ma aveva un bel rosso, e poi era della casa e quando sei a casa di qualcuno bevi quello che la casa offre, è quasi una consuetudine da vecchi.

Ma in quel tavolo noi sentivamo tutto, sentivamo le ragazzine parlare delle loro cotte e più in là il tavolo di donne trentenni che si vantavano di aver accalappiato il maschio di turno facendosi mettere incinta in qualche acrobatica e strana maniera, e c'eravamo io e lui che parlavamo di donne perdute e donne ritrovate, di quello che è successo quando abbiamo perso tutto, quando neanche la dignità c'è rimasta, quando lavorare stanca e non lavorare stanca ancora di più perchè fai i conti con te stesso, ed hai lasciato un conto aperto all'interno del cuore e del cervello, e quelli incassano duro ogni volta che passi da quelle parti a chiedere qualche straccio di sentimento e di pensiero in più.

E quando non si hanno più soldi o valuta da offrire, tu non passi più dalle parti di cuore e cervello, non chiedi più nè pensieri nè sentimenti, li rubi dalla vita che hai attorno, vivi la vita e le storie di rimbalzo, rimbalzi fra presente e passato come quelle palline dalle traiettorie casuali e prive di fisica, che ti domandi ma perchè pallina del cazzo se stavi andando così armonicamente bene in avanti sei dovuta scattare all'indietro proprio su quella foto su quel pensiero e su quelle immagini? E capisci che anche quella pallina del cazzo che hai usato come metafora, che prima non esisteva, la stai immediatamente collegando alla pallina che lancio ogni notte quando torni a casa alla tua di Notte, a quella palla di pelo che ti ha salvato la vita, e lui che è come me ha un gatto che gli riempie le giornate e che credo sempre che abbia chiamato Charles in onore di Bukowski, ed io non so se farei mai un torto od un favore così grande ad un gatto, che già fra me e lui e l'alcol e le sigarette e le vite rosicchiate ai bordi come le croste di pane raffermo gli assomigliamo troppo, e certe mattine mi domando perchè non ho il viso sfatto di rughe ma constato solamente qualche pelo in più che s'ingrigisce sul mento, e scuoto il capo. Le rughe forse le ho tutte all'interno, è lì che la situazione è andata degenerando invecchiandosi un pezzo alla volta, e l'esterno s'è incastrato in una giovinezza perpetua, e rimarrò così di colpo a morire in piedi senza nessun segno di quello che è successo. O forse è già successo e, appunto, sto continuando a rimbalzare.

Ma questo posto e questo salotto con il tavolo singolo lontano dalla gente mi ha fatto parlare di tante cose, mi ha fatto riordinare i pensieri e mi ha fatto riscoprire qualcosa che mi mancava, che a volte davvero posso essere più vecchio e più saggio di quello che mi interessa essere, ma sono sempre il solito cazzone che parlava con questo mio amico dieci o più anni fa, che è sempre perplesso quando qualcosa di bello gli capita fra le mani, quando qualcosa di bello gli ricorda che c'è qualcosa di buono nella sua vita, e parlare di gatti di donne di vino di lavoro di malattie che prendono al cuore ed alla mente e li trasformano in pensieri e sentimenti, che sono brutte malattie i sentimenti ed i pensieri, a volte serve a riordinare il filo del discorso per capire se davvero le cose hanno la possibilità di andare avanti un po’ più lineari e meno sincopate.

Comunque poi sul salotto di casa mia, quello che è onesto per capirsi, abbiamo visto un film su sky. Era una cazzata epocale, ma proprio per questo abbiamo riso. E fra me e lui ridere è sempre qualcosa di necessario, anche se non lo sappiamo fare veramente come si deve.

Ma a trentanni e qualche spiccio si può sempre imparare a migliorarsi, o a cadere con uno stile ineguagliabile.

anonymous asked:

E con sua moglie che rapporto ha? ( se può dire qualcosina )

Beh, potrei scrivere un romanzo…rosa.  Ma non lo farò.
Brevemente:
Ci siamo incontrati in una sala da ballo. Non la conoscevo, ma appena vista mi sono detto che dovevo sposare quella ragazza. Sì, Anon, il classico colpo di fulmine che non avevo mai provato prima, nonostante avessi conosciuto e freguentato diverse altre ragazze (allora d'estate facevo il bagnino). Eppure lei era diversa; solo guardarla mi ispirava sentimenti che non potevo spiegarmi razionalmente.
Appena ho potuto mi sono seduto vicino a lei e le ho chiesto se voleva ballare. Mi ha detto che lei non ballava. “Neanch'io” le ho risposto e sono stato lì, in silenzio, sorridendole.
Non so come l'ho conquistata; forse ascoltandola più che raccontandomi, più con i gesti che con le parole. Ero presente vicino a lei, e questo lo ha capito.
Poi siamo usciti e scoperti vicendevolmente: poteva funzionare.
Infatti ha funzionato e continua a farlo perché abbiamo lottato insieme e le vere difficoltà le abbiamo superate insieme.