saccheggio

Uscire dall’euro Piuttosto che lasciarsi prima svenare e poi vendere…


Avv. Marco della Luna - http://marcodellaluna.info/sito/

I rimedi ai problemi finanziari proposti dalle parti sociali e dai partiti sono meri palliativi, inutili, perché servono solo a tirare avanti di qualche settimana. La manovra governativa, anche la seconda, è iniqua e recessiva, sbilanciata sul lato delle entrate, e ha mobilitato resistenze insuperabili nel paese. Ora il governo, dopo che l’UE l’ha approvata, se la rimangia e ne fa un’altra, non migliore, ma semplicemente congegnata in modo da evitare che si coalizzi un’efficace resistenza, sia civile, che interna alla partitocrazia, la quale vuole conservare i suoi canali di spesa. La manovra alternativa del PD frutterebbe solo 1/10 dei 40 miliardi da recuperare (Tito Boeri su La Repubblica del 27 Agosto) e dimostra che l’opposizione non vale nulla, non ha capacità, non ha idee, non ha uomini. Il sistema partitico è oramai solo una zavorra senza capacità di soluzioni e senza valore di rappresentanza. Quindi senza legittimazione.

Sono decenni che in Italia si fanno sacrifici e manovre di risanamento e di adeguamento ai parametri europei, e siamo messi sempre peggio. Nessuno vuole ammetterlo, ma è palese che non funzionano. Il debito pubblico ha sempre continuato a crescere. Il motore del disastroso processo di indebitamento, su scala mondiale è il monopolio privato e irresponsabile della creazione e distruzione di moneta e credito, in mano a un pugno di banchieri, che controlla le banche centrali, BCE compresa, e ricatta i governi con minacce di declassamento e di non acquisto dei loro titoli del debito pubblico. Essenzialmente, li ricatta a trasferire al settore finanziario crescenti quote di reddito e risparmio dei cittadini e delle imprese. 
Recenti dati mostrano che i paesi che hanno dichiarato di non potere o volere pagare il debito pubblico, dopo il default si sono ripresi bene.

Piuttosto che continuare con manovre depressive e socialmente laceranti, che non risolvono niente da decenni, sarebbe preferibile, per l’Italia, il seguente programma:

1-Uscire dall’Euro ritornando alla Lira;

2-Ripudiare il debito pubblico;

3-Nazionalizzare la Banca d’Italia e sottoporla a una commissione parlamentare;

4-Ripristinare i vincoli di portafoglio e di acquisto dei titoli di stato, come prima del divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro;

5-Porre un vincolo costituzionale di pareggio di bilancio;

6-Nazionalizzare le banche commerciali che, avendo nel portafoglio molti titoli del debito pubblico, entreranno in crisi .

In tal modo, si eviterebbe tagli depressivi e socialmente laceranti, si risparmierebbe il 22% della spesa pubblica, si azzererebbe il debito pubblico, si potrebbe svalutare e così rilanciare le esportazioni, gli investimenti, l’occupazione; non si avrebbe più bisogno di emettere titoli del debito pubblico, salvo il caso di emergenze; anche in tal caso, li comprerebbe la Banca d’Italia.

Ma continuare con gli inasprimenti fiscali, con la tassazione di redditi presunti, con i tagli allo stato sociale, ai diritti dei lavoratori – continuare con l’indebolimento del paese e l’incremento dell’insicurezza e della paura – tutto questo è utile a portare il paese e la gente in condizioni ottimali  per il capitale internazionale che aspira a rilevare dall’esterno l’economia e le risorse, compresi i lavoratori, di un paese in ginocchio, pronto a lavorare per bassi salari, senza garanzie e tutele, livellato al basso. Un paese dove la gente e le imprese devono svendere i propri beni per debiti, anche fiscali. A questo pare che mirino le politiche e i ricatti della c.d. Europa – BCE, UE –, del FMI, delle società di rating. Ma non è l’Europa, bensì la maschera della comunità finanziaria sovrannazionale.

Il processo integrativo europeo dell’Europa allargata a 27 membri è finito. La Commissione conta sempre meno. Le decisioni si prendono tra cancellerie di paesi forti, esclusi gli altri. Soprattutto quelle per decidere le mosse della BCE, in modo che salvaguardi innanzitutto la Germania. Questa, assieme ai suoi satelliti e alla sua imitatrice, la Francia, l’ha oramai detto e ripetuto: non accetterà mai di emettere gli eurobond, cioè di mettere in comune il debito pubblico proprio con quello italiano e degli altri paesi eurodeboli. I paesi euroforti non accetteranno mai l’integrazione politica con l’Italia non solo per il suo debito pubblico, ma anche perché la classe politica e dirigente italiana è troppo marcia e incompetente: all’estero hanno visto tutti abbastanza, oramai, dalla mafia, alle storie dei rifiuti di Napoli, al bunga bunga, alla giustizia a livelli di Africa Nera. Forse negli anni ’90 pensavano che l’Italia avrebbe eliminato questa classe dirigente e corretto i propri difetti grazie alla pressione dell’Euro, ma ciò non è avvenuto. All’estero sanno che l’Italia non riesce a riformarsi, a intervenire sui propri vizi strutturali, e che sta declinando da 20 anni incessantemente. Sanno che inevitabilmente uscirà dall’Euro. Sanno che integrarsi politicamente con un paese come l’Italia sarebbe come impiantarsi una grave malattia.  Nessun paese o azienda efficiente ha interesse a integrarsi con un paese o un’azienda inefficiente. Ha per contro interesse a sfruttarlo/a assumendone il controllo dall’esterno.

La Germania (seguita da altri paesi forti) è un paese molto più efficiente, corretto e serio dell’Italia. La sua politica è quindi quella di tenere l’Italia sotto la BCE e gli organismi comunitari, che la Germania può dirigere, al fine di neutralizzarla come paese concorrente sui mercati internazionali, e di costringerla, prima che finisca per lasciare l’Euro, a pagare i propri debiti in Euro verso le banche tedesche anche al costo di dissanguarsi. 
E questa linea politica si sta confermando e irrigidendo nel progredire della crisi. Giulio Tremonti, il 27 Agosto, parlando ai Ciellini di Rimini, ha non senza ragioni ammonito la Germania ad accettare l’eurobond e a non ostinarsi nella sua politica solipsistica, perché potrebbe finire a suo danno. Ma ostinarsi nelle politiche solipsistiche è ciò che la Germania sta facendo da quando è nata, dal 1871. Non ha mai cambiato linea, nonostante due guerre rovinosamente perse. Il sistema-paese Germania capisce i fatti, non ragioni, moniti e minacce.

Il governo italiano impone al paese sacrifici durissimi e recessivi in nome dell’integrazione europea. Ma l’integrazione europea è finita, per noi. L’Italia non sarà mai integrata. Quindi sarebbe tempo di rovesciare il tavolo, prima che il governo di centro-destra adesso, e un governo di centro-sinistra domani, facciano qualche altra manovra di salasso, per poi annunciare che, inopinatamente, le manovre non sono sufficienti, e che bisogna alzare l’uva, mettere l’imposta patrimoniale, tagliare le pensioni, marchionnizzare tutto il paese immediatamente e senza discutere per pagare gli interessi sui debiti – in ossequio alla curiosa inversione dei ruoli, oramai dilagata in tutto il mondo libero, in virtù della quale lavoratori, imprenditori e consumatori  producono la ricchezza che dà valore alla carta prodotta dal settore finanziario, però si ritrovano di esso eternamente debitori, anzi devono sottomettersi alle sue regole e alla sua morale.

Ripudiare il debito pubblico, dunque, e uscire dall’Euro. Immediatamente, finché non siamo ancora dissanguati. 
Alle lamentale di chi ha comperato titoli del debito pubblico italiani e farà l’indignato quando l’Italia non li pagherà, si replicherebbe che li ha comperati sapendo che erano a rischio, che per il rischio ha avuto un premio di maggior rendimento, e che in ogni caso poteva venderli nei mesi scorsi, vista l’aria che tirava; quindi se la prenda con se stesso;

A chi (banche, perlopiù) li ha ricevuti in garanzia in epoca non sospetta, per l’apertura di una linea di credito non speculativa, si offrirebbe una garanzia sostitutiva;

A Germania e soci, si replicherebbe che i benefici dall’Euro, e ancor prima dallo SME, e prima ancora dalla politica agricola comune, li hanno avuti proprio loro, e a spese e danno dell’Italia, soprattutto in fatto di competitività, di quote di mercato, di occupazione;

Alla BCE si replicherebbe che il suo comportamento è inaccettabile, in quanto non rende nota la quantità di denaro prodotta e la quantità di crediti erogati;

A Bruxelles si replicherebbe che il SEBC viola l’art. 1 e 11 Cost.  L’art. 11, perché questo autorizza limitazioni e non trasferimenti della sovranità; li autorizza per fini di tutela della pace e della giustizia, non finanziari, come fatto per la BCE; li autorizza in favore di altri paesi, non in favore di un organismo sovrannazionale, esente da controllo democratico, come è  la BCE; li autorizza a condizioni di parità, mentre la presenza nella BCE delle banche centrali di Regno Unito, Danimarca e Svezia, che non sono soggette a Euro e BCE ma partecipano ai suoi utili e alla sua sovranità monetaria anche sull’Italia, viola tale condizione. Inoltre viola la norma fondamentale, l’art. 1, sia in quanto toglie al popolo la sovranità monetaria ed economica, che è la principale componente della sovranità e del governo; sia  in quanto il fine della BCE non è la tutela del lavoro, ma del potere d’acquisto della moneta. L’art. 1 afferma per contro i due principi fondamentali: la sovranità appartiene al popolo, e l’Italia è fondata sul lavoro. Questi principi fondamentali sono limiti assoluti, o controlimiti, a quanto possono disporre trattati internazionali come quello di Maastricht che costituisce il sistema della BCE. Un trattato, quindi, illegittimo ed eversivo dell’ordine costituzionale, come tette le controparti dell’Italia dovevano sapere.

Ma che cosa si potrebbe spiegare a Washington e Londra? Potremmo dire loro che l’Italia ha oramai fatto quanto poteva fare, dall’interno dell’UE e dell’Euro, per ostacolare il costituirsi di una potenza europea concorrente degli USA, con una valuta concorrente al Dollaro. E che ora, per contrastare un’unificazione centro-europea sotto i Tedeschi, è indispensabile che riprenda una certa libertà di manovra.

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SULL’OPERATO DEL FMI: LA STORIA INFINITA DEL BRUTALE SACCHEGGIO ARGENTINO (parte 1)

Riceviamo da Mario D’Aloisio e volentieri pubblichiamo (a puntate).

La prima parte copre gli eventi che vanno dalla morte di Perón (1974) all’elezione di Alfonsín (1982).

La copertina del Time raffigurante i Peron

Il primo luglio del 1974 morì Juan Domingo Perón, stroncato da un infarto. La vedova del presidente, Isabelita, organizzò a Buenos Aires imponenti funerali di Stato. Il paese si strinse attorno alla salma del leader che aveva saputo portare prosperità economica e relativo benessere alla nazione, nonostante l’instabilità politica degli ultimi anni. La “terza via” peronista era riuscita a contenere la povertà, garantendo Stato sociale e diritti.

Alla morte di Perón l’Argentina contava “solo” tre milioni di indigenti su una popolazione di venticinque milioni di persone. Ma le cose sarebbero presto precipitate irreversibilmente con effetti durevoli nel tempo (quarant’anni più tardi la popolazione avrebbe superato i quaranta milioni di abitanti con oltre dieci milioni di poveri). Poco dopo la scomparsa di Perón una dittatura militare con a capo Jorge Rafael Videla prese il potere con la forza. Il regime di Videla ereditò una nazione in salute e la portò immediatamente al collasso.

Nel 1974 l’Argentina vantava un debito estero di appena 6 miliardi di dollari, e un tasso di disoccupazione che non superava il 6%. In seguito al golpe militare l’indebitamento crebbe in valore nominale di quattro volte e la percentuale dei disoccupati salì al 28%. Il paese precipitò nel più totale caos politico, economico e sociale. La dittatura avviò il cosiddetto “Proceso de reorganización nacional” che prevedeva l’installazione di un sistema economico neoliberista e l’allontanamento della minaccia comunista attraverso la tortura e la sparizione di chiunque si opponesse al regime. Più di trentamila persone, i tristemente noti desaparecidos, scomparvero nel nulla, senza fare più ritorno a casa. Il regime dichiarò fuorilegge i sindacati, censurò la stampa e chiuse le Università. La Guerra sporca, questo il nome del programma di repressione, fu attuata sotto il controllo diretto di Washington e dei servizi segreti americani nell’ambito dell’Operazione Condor.

Il Fondo Monetario Internazionale giocò un ruolo chiave nel sostenere l’indebitamento argentino durante gli anni della dittatura di Videla. Attraverso l’operato di un proprio funzionario locale, Dante Simone, oltre che con la complicità di Videla stesso, del ministro dell’Economia, Martínez de Hoz, e dell’allora direttore della Banca centrale, Domingo Cavallo, il Fondo Monetario Internazionale favorì il programma di apertura economica del governo di Buenos Aires, determinando l’indebitamento forzato delle principali aziende pubbliche del paese.

Emblematico fu il caso della principale impresa pubblica argentina, la società petrolifera YPF (Giacimenti Petroliferi Fiscali), costretta a indebitarsi con l’estero pur avendo risorse sufficienti per sostenere sviluppo e investimenti. Al momento del golpe militare la YPF aveva un debito estero di 372 milioni di dollari. Sette anni più tardi, quando cadde il regime, il debito era salito a 6.000 milioni di dollari, aumentando di oltre 16 volte. Quell’ammontare di denaro in valuta estera non fu depositato nelle casse dell’azienda, ma finì direttamente nelle mani del regime. Contemporaneamente il governo impose pesanti tagli al personale della società, che passò da 47.000 a 34.000 lavoratori, stabilendo inoltre di dimezzare a proprio vantaggio la quota di introiti dell’azienda derivante dalle commissioni per la vendita di combustibile. In soli sette anni la YPF fu letteralmente depredata. Il brutale dissesto finanziario a cui fu sottoposta l’azienda costrinse la YPF a raffinare il petrolio che estraeva presso le multinazionali Shell ed Esso, impedendole dunque di dotarsi della capacità di depurazione del greggio adeguata alle proprie esigenze commerciali. Il denaro continuò a fluire dalle banche straniere e in pochi anni l’intero attivo della YPF fu pignorato per debiti.

Intanto il passivo con l’estero dell’Argentina cresceva come un bubbone infetto. I responsabili economici del regime e il FMI giustificarono l’enorme indebitamento dello Stato con la necessità di aumentare le riserve in valuta estera del paese per sostenere una politica di apertura economica che favorisse l’interscambio sul mercato mondiale. In realtà il denaro che finì nelle casse del governo dalle banche estere non passò sotto il controllo della Banca Centrale argentina, ma venne immediatamente ricollocato sotto forma di depositi presso le stesse banche di provenienza o in altri istituti di credito stranieri, ma a tassi di interesse inferiori a quelli pagati per il prestito. Alla base di questo perverso sistema di gestione economica, che di fatto avrebbe compromesso irrimediabilmente il bilancio dello Stato argentino negli anni a venire, ci furono i biechi obiettivi di arricchimento personale delle stesse autorità che lo avevano architettato, grazie alle allettati commissioni elargite dai banchieri che parteciparono al saccheggio.

L’accumulo di riserve in valuta estera favorì l’aumento delle importazioni, soprattutto di armi, assolutamente indispensabili al regime per seminare il terrore. La Federal Reserve si mostrò disponibile a sostenere la politica economica del ministro de Hoz, giacché buona parte del debito rimaneva depositato nelle banche nordamericane. Anche il FMI e l’amministrazione statunitense accolsero positivamente la politica autodistruttiva di Buenos Aires.

L’Argentina, il paese che aveva vissuto un vero e proprio miracolo economico durante l’era di Perón, stava tornando a poco a poco sotto il controllo diretto di Washington. Nel 1981 Videla fu deposto da un colpo di Stato. Il generale Roberto Eduardo Viola si autoproclamò presidente a vita. Ma la strategia del terrore e della repressione non cambiò d’una virgola, anzi si inasprì. Nove mesi più tardi il generale Viola fu destituito da un nuovo colpo di Stato. Il generale Galtieri, stretto collaboratore di Videla, prese il potere in un momento particolarmente drammatico per il paese. La nuova giunta militare si distinse per un inasprimento ancora maggiore della repressione. Ma i giorni del regime erano ormai contati. Con la sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas, nel giugno del 1982, il generale Galtieri presentò le proprie dimissioni. Il generale Reynaldo Bignone prese il comando del paese con l’obiettivo di gestire un periodo di transizione democratica. Tuttavia, di fronte alla crescente pressione delle opposizioni e di gran parte della comunità internazionale, Bignone fu costretto quasi immediatamente ad indire libere elezioni democratiche. Raúl Alfonsín, candidato dalla Unión Cívica Radical, venne eletto con il 52% dei voti.

Agli anni bui della dittatura militare sarebbero presto seguiti quelli dolorosi della dittatura del debito. Il triste destino dell’Argentina era ormai segnato.

(continua…)


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Rischio Calcolato

20 dati statistici che provano che la ricchezza mondiale viene riversata nelle mani dell’élite - lasciando il resto del mondo sventuratamente povero

Traduzione dell’articolo: “20 Statistics That Prove That Global Wealth Is Being Funneled Into The Hands Of The Elite – Leaving Most Of The Rest Of The World Wretchedly Poor”, di The Economic Collapse Blog

Al giorno d’oggi la ricchezza mondiale è più concentrata nelle mani di una élite di quanto lo sia mai stata nella storia moderna. 

Un tempo la maggior parte della popolazione sul pianeta sapeva come coltivare i propri alimenti, allevare i propri animali e prendersi cura di sè. Non c’erano molte persone favolosamente ricche, ma c’era una certa dignità nell’avere un pezzo di terra che potevi chiamare tuo, o nell’avere un’abilità che potevi far fruttare.
Tristemente, nelle ultime decine di anni, una percentuale sempre maggiore di terre coltivabili è stata inghiottita da grosse corporation e da governi corrotti. Centinaia di milioni di persone sono state cacciate dalle proprie terre verso aree urbane sempre più dense.
Nel frattempo, è diventato sempre più difficile avviare un’attività propria, dal momento che poche monolitiche corporation globali hanno iniziato a dominare quasi ogni settore dell’economia mondiale. Così, un numero sempre maggiore di persone nel mondo è stata obbligata a lavorare per “il sistema” per riuscire appena a sopravvivere. Allo stesso tempo, coloro che sono al vertice della catena alimentare (l’élite) hanno impiegato decenni per implementare il sistema in modo da assicurarsi nelle proprie tasche porzioni sempre più vaste di ricchezza.

E così oggi, nel 2010, abbiamo un sistema globale in cui pochissime persone al vertice sono assurdamente ricche, mentre circa metà della popolazione di questo pianeta è irrimediabilmente povera.

Ci sono davvero poche nazioni nel mondo che non siano state quasi interamente saccheggiate dall’élite globale.
Quando l’élite parla di “investire” nei paesi poveri, ciò che intende veramente è prendere possesso delle terre, dell’acqua, del petrolio e delle altre risorse naturali. Grosse corporations globali stanno oggi spogliando dozzine di nazioni in tutto il mondo di favolose quantità di ricchezza, mentre la maggior parte della popolazione di quelle nazioni continua a vivere in un’abietta povertà. Nel frattempo, i politici al vertice di quelle nazioni ricevono ingenti doni per poter perpretare il saccheggio.

Quello che quindi abbiamo nel 2010 è un mondo dominato da una minuscola manciata di persone ultraricche al vertice che posseggono una quantità incredibile di beni reali, un gruppo più numeroso di “manager intermedi” che fa funzionare il sistema per l’élite globale (e che è pagato veramente bene per farlo), centinaia di milioni di persone che fanno il lavoro richiesto dal sistema, e diversi miliardi di “inutili avventori” di cui l’élite globale non ha bisogno alcuno.

Il sistema non è stato progettato per elevare il tenore di vita dei poveri. Né per promuovere la “libera impresa” e la “competizione”. L’élite intende piuttosto accaparrarsi tutta la ricchezza e lasciare il resto di noi schiavi del debito o della povertà.

Quello che segue è un elenco di 20 dati statistici che provano il continuo accentramento di ricchezza nelle mani dell’élite globale, lasciando la maggior parte del resto del mondo in povertà e miseria.

  1. Secondo la UN Conference on Trade and Development (Conferenza dell’ONU su Commercio e Sviluppo), il numero di “paesi meno sviluppati” è raddoppiato negli ultimi 40 anni.
  2. I “paesi meno sviluppati” hanno speso 9 miliardi di dollari per importazioni di alimenti nel 2002. Nel 2008 questa cifra è salita a 23 miliardi di dollari.
  3. Il reddito medio pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a ¼ negli ultimi 20 anni.
  4. Bill Gates ha un patrimonio netto dell'ordine dei 50 miliardi di dollari. Ci sono circa 140 paesi al mondo che hanno un PIL annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates.
  5. Uno studio del World Institute for Development Economics Research (Istituto Mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo) evidenzia che la metà inferiore della popolazione mondiale detiene circa l’1% della ricchezza globale.
  6. Circa 1 miliardo di persone nel mondo va a dormire affamato ogni notte.
  7. Il 2% delle persone più ricche detiene più della metà di tutto il patrimonio immobiliare globale.
  8. Si stima che più dell’80% della popolazione mondiale vive in paesi dove il divario fra ricchi e poveri è in continuo aumento.
  9. Ogni 3,6 secondi qualcuno muore di fame, e ¾ di essi sono bambini sotto i 5 anni.
  10. Secondo Gallup, il 33% della popolazione mondiale dice di non avere abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.
  11. Mentre stai leggendo questo articolo, 2,6 miliardi di persone nel mondo stanno soffrendo per mancanza di servizi sanitari di base.
  12. Secondo il più recente “Global Wealth Report” di Credit Suisse, lo 0,5% di persone più ricche controlla più del 35% della ricchezza mondiale.
  13. Oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 dollari al giorno.
  14. Il fondatore della CNN, Ted Turner, è il più grande proprietario terriero privato negli Stati Uniti. Oggi, Turner possiede circa 2 milioni di acri [più di 8.000 Km quadrati - NdT] di terra. Questa quantità è maggiore dell’area del Delaware e di Rhode Island messe assieme [come l’intera superficie dell’Abruzzo - NdT]. Turner peraltro invoca restrizioni governative per limitare a 2 o meno figli per coppia nell’ottica di un controllo della crescita demografica.
  15. 400 milioni di bambini nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile.
  16. Circa il 28% dei bambini dei paesi in via di sviluppo sono considerati malnutriti o hanno una crescita ridotta a causa della malnutrizione.
  17. Si stima che gli Stati Uniti detengano circa il 25% della ricchezza totale del mondo.
  18. Si stima che l’intero continente africano possegga solo l’1% della ricchezza totale del mondo.
  19. Nel 2008 circa 9 milioni di bambini sono morti prima di compiere i 5 anni. Circa 1/3 di tutte queste morti è dovuto direttamente o indirettamente a scarsità di cibo.
  20. La famiglia di banchieri più famosa al mondo, i Rothschild, ha accumulato montagne di ricchezza mentre il resto del mondo è stato intrappolato nella povertà. Ecco cosa afferma Wikipedia a proposito delle ricchezze della famiglia Rothschild:

Si è sostenuto che nel corso del 19° secolo, la famiglia possedeva di gran lunga il più grande patrimonio privato del mondo, e di gran lunga la più grande fortuna nella storia moderna.

Nessuno sembra conoscere esattamente quanta ricchezza posseggano i Rothschild oggi. Dominano il sistema bancario in Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Svizzera e molte altre nazioni. E’ stato stimato che la loro ricchezza aveva un valore di miliardi [di dollari] già alla metà dell’800. Senza dubbio la quantità di ricchezza detenuta oggi dalla famiglia è qualcosa di inimmaginabile, ma nessuno lo sa con certezza.

Nel frattempo, miliardi di persone nel mondo si stanno chiedendo come far saltar fuori il loro prossimo pasto.

A questo punto, molti lettori vorranno discutere di quanto è orribile il capitalismo e di quanto meravigliosi siano il socialismo e il comunismo.

Ma il problema non è il capitalismo e come abbiamo visto innumerevoli volte nei decenni passati, la proprietà statale delle imprese non costituisce soluzione a nulla.

Ciò che abbiamo nel mondo oggi non è capitalismo. E’ piuttosto qualcosa di più vicino al “feudalesimo”. L’élite è costituita da “uomini-monopolio” che sfruttano la loro incredibile ricchezza e potere per dominare il resto di noi. Di fatto, è stato John D. Rockefeller ad affermare: “La competizione è peccato”.

Sarebbe bellissimo se vivessimo in un mondo in cui chi vive in povertà fosse incoraggiato a intraprendere una propria attività agricola, a crearsi un lavoro e costruirsi una vita migliore.

Invece le cose vanno nella direzione opposta. La ricchezza diventa sempre più concentrata nelle mani di pochissimi, e il ceto medio ha iniziato a venire eliminato anche nelle nazioni benestanti come gli Stati Uniti.

Risulta che l’élite globale ha deciso che non ha realmente bisogno di così tante e costose “api operaie” statunitensi dopo aver spostato oltreoceano migliaia di fabbriche e milioni di posti di lavoro.

Nel frattempo gli statunitensi sono così distratti da Ballando sotto le stelle, da Lady Gaga e dalla propria squadra sportiva da non rendersi conto di cosa sta accadendo.

Non c’è alcuna garanzia sul fatto che gli Stati Uniti saranno prosperi per sempre. Oggi, un numero record di statunitensi vive già in povertà. Il reddito medio familiare è calato lo scorso anno ed è calato anche lo scorso anno rispetto a quello precedente.

Quindi svegliamoci. Gli Stati Uniti si stanno integrando in un sistema economico globale dominato e controllato da una élite spropositatamente ricca. A costoro non interessa che tu abbia da pagare il mutuo e che tu desideri mandare tuo figlio all’università. Ciò che interessa loro è accumulare quanto più denaro possibile per sè stessi.

L’avidità sta correndo rampante attorno al pianeta e il mondo sta diventando un luogo molto molto freddo. Sfortunatamente, a meno di eventi davvero drammatici, i ricchi stanno solo diventando più ricchi, e i poveri stanno solo diventando più poveri. 


Traduzione a cura di Eileen Morgan

Ha perfettamente ragione. 

Non perché, come i sinistri vorrebbero far credere che crediamo, la “mia roba” valga più delle vite (nella realtà i sinistri son dalla parte dei ladri in quanto o sono idealisti fuori dal mondo che pensano ancora che i ladri rubino per bisogno e solo ai ricchi, o sono dei lividi antagonisti nerastri che non vogliono rischiare in caso di manifestazioni con annesso saccheggio). 

Il motivo dell’estensione della legittima difesa in caso di irruzione è (a) creare un valido deterrente contro la massa dei rapinatori e saccheggiatori improvvisati e soprattutto (b) perché la legittima difesa così com’è applicata in Italì è una ciofeca: non puoi mai sapere prima che armi un ladro porti con sè (già uno che ruba in una casa quando c’è gente non è solo un ladro, è un rapinatore), se cerchi solo roba o anche donne, bambini o te, visti i tempi, e cosa sia disposto a fare pur di ottenere quel che cerca. 

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Coprifuoco a Ferguson per bloccare il saccheggio dei vandali neri

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Il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha dichiarato lo stato di emergenza e il coprifuoco a Ferguson, sobborgo preda di orde di vandali neri che la notte escono dai loro rifugi per mettere a ferro e fuoco e predare i negozi, da mezzanotte alle cinque del mattino.

La decisione è stata presa per contenere i saccheggi e le violenze nel sobborgo di St. Louis che vanno avanti dopo l’uccisione del giovane ladro nero Michael Brown.

La società multietnica regge solo con l’esercizio pubblico della repressione.  Volete città con il coprifuoco? Al Fano sta lavorando per voi.

 


VoxNews – VERSIONE MANUTENZIONE

- Allora, perché sei arrivato a quest'ora?
- Nottata moscia. Solo una rissa.
- Quanti all'ospedale?
- Un paio.
- Ma Strama… ma cosa… all'ospedale mi conoscono, eh!  Ma io che figura ci faccio!
- Io non posso fare una strage solo per farti contento!
- Ma benedetto figliolo, ma che cosa ti chiedo? Di correre contromano in moto, qualche saccheggio, un atto di teppismo… ma ce ne sarebbero di cose da fare. È che a te manca la volontà, Strama!
- Senti papà,  la vita è la mia e faccio quello che mi  pare!
- No. No, finché sei sotto il mio tetto, hai capito?
—  Dialogo dal film Ti stramo - Ho voglia di un'ultima notte da manuale prima di tre baci sopra il cielo.
youtube

Spunta il forcone con Monti - ME.TRO. (Merighi-Troja)

Sfogo.

ilragazzodisperso:

Dentro di me piove,questo è quello che mi rappresenta e che il resto delle persone non sa. Dentro di me,dentro Matteo,ci sono angoli bui,nascosti da specchi.Vetri che riflettono le paure che regnano dentro di me,un ego abbastanza timido da nascondersi in una cassaforte situata nella costola sinistra. Sono allagato. Il saccheggio di Roma dei Barbari,o le rivoluzioni dei contadini del sud contro i Piemontesi sono niente,in confronto a quello che c’è in me.I miei organi sono tutti staccati dalla mia mente e dal mio cuore,fanno un lavoro a parte,oggettivo e monotono,assimilano ciò che gli serve e fanno il loro gioco,e fino qui tutto ok. Il problema viene dopo,non è poi tanto bello avere mente e cuore e staccato. SI sta sempre su un bivio,sempre isolato,su una piattaforma dispersa e deserta.Oh quanto odio la solitudine,mi fa fare cose che io  non farei mai e poi mai,se non fossi così.Odio il vento,mi rovina il ciuffo,mi irrita,sempre così arrabbiato,proprio come me.Io odio chi è come me,tutto così ondeggiante,come il mare d’altro canto.La gente,le persone,sono monotone cazzo,camminano per strada con occhi chiusi e col cervello modalità off.Tutti a dormire,con una sveglia spenta incorporata dal momento in cui trovano un lavoro.Perchè?Perchè non si aprono gli occhi?Perchè ?Non ditemi che vi piace dove vivete,cosa fate e con chi state. Obbligati a star con una persona anche a cinquant’anni per paura di rimaner soli,per paura di perdere quella miseria che avete.Queste lacrime che mi coprono il viso sono le uniche cose che mi abbracciano veramente,che mi fanno pensare e mi fanno tremare.Brividi mi trapassano le ossa.Saper che cambiare qualcosa,è veramente così difficile è come non saper cosa ci aspetta dopo la morte..Sono così confuso.

Oliver Burkeman, giornalista 

Il parco nazionale della foresta pietrificata, nel deserto dell’Arizona, è famoso per i resti fossili di alberi vissuti milioni di anni fa. Ma ormai è famoso anche perché spesso i visitatori portano via pezzi di fossili come souvenir, e stanno trasformando quella meraviglia della natura in migliaia di brutti soprammobili. Per cercare di mettere fine al saccheggio, un’équipe di psicologi ha suggerito di mettere dei cartelli che invitavano a non rubare con questa spiegazione: “Molti visitatori hanno sottratto frammenti di legno pietrificato dal parco, cambiando la natura della foresta”. Ma con la comparsa dei cartelli i furti sono triplicati. Il messaggio principale è stato spazzato via da quello implicito: se tutti rubano, un pezzetto in più che differenza fa?

Questa storia mi è tornata in mente mentre leggevo (su digest.bps.org.uk) uno studio di Michelle Duguid e Melissa Thomas-Hunt sul potere degli stereotipi. Dato che tutti siamo un po’ razzisti e sessisti, il sistema migliore per combattere i pregiudizi non è più svergognare le persone che li esprimono – perché si metterebbero subito sulla difensiva – ma ricordargli che tutti tendiamo a pensare in modo stereotipato. Tuttavia, le autrici dello studio hanno scoperto che questa idea degli “stereotipi comuni” funziona esattamente come i cartelli della foresta pietrificata: hanno fatto sentire la gente più a suo agio mentre continuava a portarsi via i pezzi di legno, come avevano fatto in precedenza le altre persone.

Ricordare ai capi che nei posti di lavoro il sessismo è molto diffuso, per esempio, può farli sentire meno in colpa se al momento di assumere qualcuno prendono decisioni sessiste.

Questo crea problemi a chiunque sia impegnato in una “campagna di sensibilizzazione” o stia cercando di risolvere un problema sociale: dire alle persone che stanno facendo una cosa sbagliata non aumenta le probabilità che smettano di farla. A volte dipende dai perversi meccanismi della mente umana: per esempio, si comincia a sospettare che le campagne contro il fumo o gli eccessi alimentari ottengano il risultato opposto, se non altro perché mettono ansia, e quando i fumatori o le persone che mangiano troppo diventano ansiose, la prima cosa che fanno è… sì, proprio fumare o mangiare.

Ma spesso il motivo è che più sono le persone che agiscono in un certo modo, meno quel comportamento sembra sbagliato. I risultati delle ricerche fanno pensare che perfino campagne contro comportamenti palesemente criminali come la violenza domestica possano dimostrarsi altrettanto controproducenti: quando sanno di non essere soli, i violenti si vergognano meno.

La cosa più preoccupante è che i tentativi di sensibilizzazione possono influenzare anche il concetto di “problema grave”. Questa è una possibile interpretazione dei risultati di un recente studio sul perché la gente tolleri livelli di disuguaglianza sempre più alti: la ragione principale è proprio l’aumento della disuguaglianza stessa. Mano a mano che la disuguaglianza cresce, sale anche il nostro livello di accettazione. La soluzione non è certo tenere la gente all’oscuro delle ingiustizie sociali o dei rischi del fumo, ma queste scoperte ci ricordano che sottolineare un problema non significa risolverlo.

Considerate la mia rubrica di oggi una campagna di sensibilizzazione sui limiti delle campagne di sensibilizzazione. Il che significa che probabilmente ho peggiorato le cose.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Internazionale 26 maggio 2015

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Il saccheggio della Grecia!

In questi anni, successivi alla crisi finanziaria che ha giocato il “pivot role” nel portare alla crisi economica attuale, chiamata impropriamente – per chi scrive – dei debiti sovrani, ci siamo numerose volte sentiti dire che le misure di austerità e le riforme strutturali avrebbero risolto tutti i nostri problemi. Questo ritornello è stato ripetuto in tutte le nazioni periferiche – gli arcinoti PIIGS – corroborato dall’affermazione che così facendo si sarebbero facilitati i “salvataggi” dei paesi in difficoltà. Ovviamente, al momento, non si vedono segni di nessun genere di salvataggio; e ce lo testimoniano le vicende di cronaca nera, la continua perdita di posti di lavoro con la chiusura e la delocalizzazione delle imprese, ecc. ecc.. Ma, principalmente, quello su cui ci si vorrebbe focalizzare, ancora una volta, e proprio in relazione agli effetti sociali tragici sottostanti, è una delle “balle” più grandi che ci sono state raccontate in questi anni; e che solo dei professionisti del falso, degli “spacciatori di menzogne”, possono raccontare: il salvataggio della Grecia! Non c’è stato nessun salvataggio della Grecia! Nessuno ha salvato la Grecia! Quello che è stato fatto in Grecia si può trovare in molti articoli, anche datati, di blog che ne hanno seguito le vicende dandone poi notizia. Per vedere quello che la Troika ha fatto in Grecia, che è molto più simile ad un saccheggio che ad un salvataggio, si utilizzeranno principalmente articoli del blog Zerohedge. Ancora: ricordiamo che pure in Italia qualcuno ha avuto il coraggio di dire che “ci vorrebbe la Troika”, oppure “il dolore sta producendo risultati”: peccato che poi se arrivasse la Troika per il signore che ci ha propinato la prima affermazione sarebbe un taglio di una trentina di Kgs e forse più, mentre per quello della seconda il dolore è sempre quello degli altri; non esattamente dei modelli di mutualismo e solidarietà. Ma vediamo senza ulteriori indugi alcune di queste miracolose misure di salvataggio approntate in Grecia ed al cui modello l’Italia si dovrebbe ispirare.

Vista la premessa, la prima domanda lecita da porsi sarebbe quella relativa a dove, o a chi, finiscono i soldi dei salvataggi della Grecia. Il grafico (a torta) utilizzato dal blog Zerohedge – di fine 2011 – per rispondere a questa domanda in un suo articolo dal titolo “Where Does The Greek Bailout Money Go?”- “Dove vanno i soldi del salvataggio greco”, è abbastanza esplicativo così come il commento stesso.

Dove sta andando il salvataggio?!

Infatti come si può vedere nel grafico sopra riportato solo il 19% del denaro dei salvataggi finisce in spesa (parte azzurra, Greek-Spending); il 18% (parte verde, ECB) finisce alla BCE; il 23% (parte rossa, Greek Financials) finisce alle istituzioni finanziarie greche, cioè ancora alla BCE della quale quelle sono parte, e quindi, della cui parte, invece, i greci non possono beneficiare pienamente; mentre il 40% (parte viola, Non-Greek Financials) va ad assicurazioni banche e compagnie al di fuori della Grecia. È facile intuire che se il 18% dei salvataggi va alla BCE ed il 40% ad istituzioni finanziarie non greche, praticamente il 58% del salvataggio della Grecia non va alla Grecia; ma Zerohedge si spinge oltre sostenendo che con gli accordi di repurchase si può arrivare facilmente anche al 70%.

Ma questo è solo l’inizio – come detto l’articolo è del 2011 – e verso la fine del febbraio 2012, sempre il blog Zerohedge riporta un altro articolo il cui titolo è ancora una volta molto esplicativo: “Scandal: Greece To Receive “Negative” Cash From “Second Bailout” As It Funds Insolvent European Banks” – “Scandalo: la Grecia riceve contanti “negativi” dal “secondo salvataggio” e finanzia le banche europee insolventi”. Nell’articolo si riporta la notizia, confermata anche dalla Reuters in un articolo di inizio febbraio 2012, della creazione di un conto di garanzia (Escrow Account), per volontà principalmente di Francia e Germania, in relazione al debito greco e per il pagamento dei suoi creditori. La metafora tanto cara della pistola fumante recita: “L’Eurogruppo accoglie con favore le intenzioni della Grecia di approntare un meccanismo che permetta una migliore la tracciabilità ed un miglior monitoraggio dei soldi ufficialmente presi a prestito ed i fondi internazionalmente generati e destinati al servizio del debito greco, sotto il controllo della Troika, pagando un importo corrispondente al servizio del debito del prossimo trimestre direttamente sul conto separato di un agente di pagamento greco”. Il secondo colpo invece sostiene: “Infine, l’Eurogruppo, in tale contesto accoglie con favore l’intenzione delle autorità greche di introdurre nel corso dei prossimi due mesi, nel quadro giuridico greco, una disposizione che garantisca che la priorità è accordata ai pagamenti del servizio del debito. Questa disposizione sarà introdotta nella Costituzione greca non appena possibile”. Il salvataggio della Grecia e dei greci diventa, grazie a questo modo di operare, un elemento di ordine secondario, in quanto la priorità per il denaro che arriva dai salvataggi è relativa, principalmente al pagamento delle scadenze a favore dei creditori e al finanziamento del servizio del debito; cosicché sempre Zerohedge arriva a definire il secondo salvataggio della Grecia come il primo salvataggio delle banche europee.

Ancora: sempre dal blog di riferimento per questo articolo (Zerohedge) sappiamo – verso fine febbraio del 2012 – che: “It’s Official – Greece Unveils The Negative Salary, And A Whole New Meaning For “Pay To Play” – “È ufficiale – la Grecia presenta il salario negativo ed un significato interamente nuovo di ‘pagare per giocare’”; in cui si ipotizza, richiamando altra fonte, la possibilità che i lavoratori greci “paghino per il privilegio di avere un lavoro”. Oppure che: “The Colonization Begins: Germany May Send 160 Tax Collectors To Greece” – “La colonizzazione inizia: la Germania può mandare 160 esattori delle tasse in Grecia”; sempre confermato anche da Reuters per cui gli agenti di riscossione delle tasse greci sarebbero potuti essere … tedeschi. E tutti nella raccolta delle tasse sarebbero dovuti essere molto più efficienti: “Back To Surreality – Greek Tax Collectors Told They Need To Be 200% More Efficient” – “Ritorno al surreale – è stato detto ai funzionari greci per la riscossione delle tasse che devono essere del 200% più efficienti”. Dopo l’implementazione di queste misure, che potrebbero non sembrare, ma invece sono, molto simili a quelle adottate in Italia – non abbiamo forse anche noi inserito un vincolo, seppur diverso, quello del pareggio di bilancio, in Costituzione?! Non abbiamo vissuto la stretta nella riscossione delle tasse da parte di Equitalia?! – le cose in Grecia non sono affatto migliorate, anzi sono anche peggiorate; e lo si può evincere da un paio di grafici che riportiamo e che si riferiscono proprio a due indicatori molto significativi che sono quello del PIL pro capite e quello sul tasso di disoccupazione.

PIL pro capite della Grecia dal 2005

Tasso di disoccupazione in Grecia dal 2005

Come si può notare, gli effetti delle misure implementate, dopo il 2008 in Grecia, hanno avuto come conseguenze la diminuzione dei redditi disponibili per i greci e l’aumento del tasso di disoccupazione. Non solo, dopo il 2011, grazie ai salvataggi queste tendenze non si sono invertite e nemmeno stabilizzate, anzi sembrano essersi acuite; portando ad un ulteriore impoverimento della Grecia e ad un allarmante aumento del tasso di disoccupazione. Pertanto in termini di redditi disponibili e di occupazione i “salvataggi che hanno salvato la Grecia” non sembrano essere tali e nemmeno aver salvato i greci. Al contrario, invece, sempre facendo riferimento ad informazioni che sono facilmente rinvenibili in rete, sappiamo che la Grecia “piazzava” i suoi titoli a sei mesi, ad inizio agosto 2012, al 4,38%; e a settembre del 2013, i titoli a tre mesi al 4,02%. Oltre a questo, sappiamo che negli ultimi anni la crisi è stata accompagnata dai bassi tassi di interesse; le promesse di liquidità della BCE ed il “wathever it takes” di Draghi – come già spiegato in altro articolo su questo blog – sono stati sufficienti per calmare le paure dei mercati relativamente alla liquidità, facendo scendere i tassi di interesse e portando il tasso di riferimento della BCE vicino allo zero (la BCE presta allo 0,5%). Purtroppo questo sembra valere per molti ma non per tutti. Come visto dagli articoli appena riportati la Grecia continua a prendere a prestito a tassi a breve molto più alti di quanto invece facciano “altri investitori”; e così a fine 2013 ci ritroviamo con la BCE di Mario Draghi che fa il pieno di profitti e riduce addirittura le attività. La BCE riduce le attività di 33 miliardi e realizza un utile netto di 1,44 miliardi di euro “anche grazie ai titoli di Stato che ha acquistato nei momenti più bui della crisi (…)”, di cui 437 milioni arrivano dai titoli greci. L’effetto di queste manovre è opposto a quello delle manovre di altre banche centrali come per esempio Federal Reserve, Bank of Japan e Bank of England, che al contrario della BCE hanno posto in essere manovre espansive, ed ha determinato, appena dopo l’inizio del 2012, una “stabilizzazione” della base monetaria ed una sua diminuzione verso la fine del 2012 e per tutto il 2013 – non proprio una politica espansiva che avrebbe potuto aiutare a contenere i peggiori effetti della crisi su redditi disponibili e disoccupazione, o almeno una parte di questi.

Base monetaria delle banche centrali 

La BCE, in un periodo in cui quello che si richiede è liquidità, la promette calmando i mercati e poi la riduce; e mentre presta alle banche allo 0,5%, fa lo stesso con la Grecia – che affonda – ma ad un tasso di molto maggiore, che le permette di guadagnare in interessi sui soli titoli greci (437 milioni), addirittura più di quello che ha guadagnato in interessi sulle banconote (406 milioni). Dopo tutto questo, e dopo che la nazione dell’ex calciatore Olli Rehn ha chiesto alla Grecia addirittura il Partenone in garanzia per degli aiuti che non sono mai, se non in piccola parte, arrivati ai greci, ci sentiamo ancora ripetere frasi stucchevoli, false ed ipocrite, come “stanno salvando la Grecia”, “gli Stati virtuosi del nord stanno pagando per la Grecia”, mentre la Grecia sembra sparire dall’Europa e le notizie sulla Grecia sparire dai media. Pertanto, nessuno ha salvato la Grecia e tantomeno aiutato i greci; non li ha aiutati la BCE e nemmeno gli investitori internazionali. Al contrario la BCE assieme a molte altre istituzioni finanziarie hanno guadagnato dalla crisi greca prestando alla Grecia, a tre e sei mesi ed anche per periodi maggiori, ad un tasso probabilmente tenuto alto proprio scimmiottando un continuo stato di pericolo di insolvenza; spingendo la Grecia ed i greci nel baratro, piuttosto che “tendendogli una mano”, per garantirsi e garantire i profitti che i soliti noti vogliono sempre più a breve.

Luca Pezzotta di Economia Per I Cittadini.

Rischio Calcolato

Land grabbing: banche e multinazionali stanno mangiando il mondo

Il Cambiamento

È in atto una ‘rapina alla terra’ (land grabbing) compiuta da banche e multinazionali che acquistano terreni destinati all'agricoltura. Sotto accusa anche Unicredit e Generali. Le banche europee continuano a contribuire alla volatilità dei prezzi nei mercati alimentari e alla fame nel mondo.

Pressenza Londra, 1/19/12 Il numero delle grandi acquisizioni di terre in Africa, America Latina, Asia Centrale e nel Sud Est asiatico è aumentato notevolmente negli ultimi anni.

È quanto denuncia una ricerca di Friends of the Earth dal titolo Farming Money, how Europeans banks and private finance profit from food speculation and land grabs che ha stilato una lista di banche e multinazionali implicate nel fenomeno del land grabbing e delle speculazioni borsistiche sul cibo. La ricerca ha analizzato l'attività di 29 banche europee (tra cui Allianz, BNP Paribas, Dexia, Deutsche Bank e HSBC), companies di assicurazione e fondi pensione in 8 Stati membri.

Il rapporto denuncia il coinvolgimento delle istituzioni finanziarie nell'accaparramento di terre. Secondo la ricerca, dato l'impatto ambientale e le implicazioni sociali di queste attività, il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in questo settore richiede un controllo maggiore. Scopo della ricerca è dunque quello di sensibilizzare i decisori europei e stimolare le istituzioni finanziarie a riconoscere il loro ruolo nella crisi alimentare.

Il rapporto rivela che il numero delle grandi acquisizioni di terre in Africa, America Latina, Asia Centrale e nel Sud Est asiatico è aumentato notevolmente negli ultimi anni. Casi di espropriazione di terre agricole sono stati documentati in Angola, Etiopia, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Madagascar, Mali, Mozambico, Sierra Leone, Zambia, Sud Sudan e Tanzania, così come in economie emergenti (Brasile, Argentina, Indonesia e Ucraina).

Secondo la FAO, fino a 20 milioni di ettari di terreno sono stati acquisiti negli ultimi tre anni nella sola Africa.

Come sostiene la stessa Friends of the Earth è un dovere dei governi europei ascoltare le preoccupazioni di consumatori, lavoratori, agricoltori, attivisti e tutti coloro che credono che controlli efficaci sulla speculazione finanziaria sulle materie prime agricole siano necessari per difendere i più poveri del mondo e i produttori di alimenti dall'esposizione a improvvisi aumenti dei prezzi alimentari.

Il diritto al cibo e la sovranità alimentare dovrebbero essere al centro della regolamentazione europea in materia.

Dopo l’ampia partecipazione dello scorso anno, dal 29 maggio al 2 giugno 2015 si terrà a Trento la seconda edizione dell’OltrEconomia Festival, l'evento che per cinque giorni vuole raccontare l'altra faccia dell'economia.

OltrEconomia è uno spazio aperto e pubblico di critica ed alternativa rispetto al modello economico, sociale, politico, ambientale che la governance globale impone a miliardi di persone in tutto il mondo. Un modello basato sull’egemonia del capitale finanziario, sulla concentrazione di ricchezza e patrimoni nelle mani di pochi, sul saccheggio dei beni comuni e delle risorse naturali ed ambientali, sulla sottrazione dei diritti e della democrazia, sull’indebitamento come forma di accesso differenziale al Welfare.

Anche quest’anno OltrEconomia Festival si terrà in contemporanea al Festival dell’Economia, giunto alla sua decima edizione, che quest’anno avrà come tema la “mobilità sociale”. Un tema ricco di spunti e contraddizioni, inserito però in una cornice che si afferma in continuità con un paradigma economico-sociale costruito sulla competizione, la gerarchia e il privilegio.

Le realtà sociali, associative e sindacali che portano avanti esperienze innovative di alternativa, come quella dell’OltrEconomia, sono convinte che l’unica “mobilità sociale” possibile e necessaria sia quella che produce redistribuzione, di ricchezza e decisionalità, e che si conquista attraverso i conflitti sociali e le spinte reali che dal basso muovono verso il cambiamento.

E’ quindi “necessariamente possibile” oltrepassare i muri statici della visione mainstream dell’economia, muovendosi in senso orizzontale e producendo pratiche sociali di accessibilità e ampliamento dei diritti sociali e ambientali.

E’ possibile una società nella quale democrazia, inclusione sociale e partecipazione siano direttamente connessi con il diritto al reddito, ad un lavoro degno, alla casa, alla salute, all’istruzione, alla mobilità per tutti e tutte.

E’ possibile vivere in una relazione di reciprocità con il mondo che ci circonda, nel rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi in cui acqua e beni comuni siano gestiti in forma collettiva e sostenibile. E’ possibile una società mobile ed orizzontale il cui motore non sia quello dell’individualismo competitivo, ma i valori e i principi di una solidarietà interculturale e cooperante.

Per queste ragioni il campo di analisi, elaborazione e proposta politica che viene quest’anno dall’OltrEconomia è quello determinato dai conflitti, sociali ed ambientali, che si producono in Europa, in Italia e nei territori nel tempo dell’oligarchia della troika e delle élites finanziarie.

Sul piano europeo e internazionale ci troviamo di fronte ad uno schiacciamento tra le nuove politiche liberiste promosse da Draghi e dalla BCE, che attraverso il Quantitative Easing hanno introdotto liquidità monetaria immediatamente drenata dal capitale finanziario, e la rigida austerità promossa dal governo tedesco e dalla Deutsche Bundesbank, che da mesi tiene sotto ricatto il popolo greco rispetto alla rinegoziazione del debito sovrano. Inoltre, le trattative segrete tra Stati Uniti ed Unione Europea sul Parternariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) stanno determinando la creazione di un’area di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, per favorire gli interessi delle multinazionali sulla pelle dei cittadini e sul diritto all’ambiente e alla salute.

A livello nazionale Renzi non si discosta dai suoi predecessori, e se da un lato implementa il “modello grandi opere” lasciando il Paese in balia della speculazione selvaggia e della devastazione ambientale, dall’altro istituzionalizza la precarietà attraverso il Jobs-Act.

In questo quadro si stanno delineando importanti elementi di discontinuità.

La vittoria di Syriza in Grecia, avvenuta lo scorso 25 gennaio, è importante non solamente per la sfida lanciata dal Governo greco alla Troika, ma soprattutto perché è stata il frutto di anni in cui lotte di piazza, scioperi generali ed esperienze di mutualismo dal basso hanno rappresentato per i cittadini greci l’unica reale alternativa al default. Inoltre il consolidamento di movimenti e coalizioni transnazionali di lotta alle politiche di austerity ha prodotto mobilitazioni significative, come quella di Blockupy del 18 marzo a Francoforte, contro l’apertura della nuova sede della BCE, o quella delMovimento Europeo dell’Acqua, che si è tenuta a Bruxelles dal 22 al 24 marzo per chiedere, a partire dall’acqua, politiche europee contro la mercificazione dei beni comuni. Se la dimensione europea è sempre più presente in tutti i movimenti, la loro affermazione avviene nel radicamento territoriale ed in quelle battaglie quotidiane contro la finanziarizzazione e lo sfruttamento dell’ambiente e della vita.

Nel corso di OltrEconomia 2015 tratteremo queste tematiche in tre sessioni specifiche: una dedicata ai conflitti ambientali verso l’appuntamento di Cop 21, che si terrà a Parigi nel prossimo dicembre,una legata alle pratiche di mutualismo e cooperazione dal basso e alla loro messa in rete, una di analisi dell’attuale contesto politico ed economico europeo. Oltre ai dibattiti ci saranno due assemblee generali nelle quali verranno discusse con le diverse realtà interessate, le potenziali azioni comuni e le campagne da mettere in campo per aggredire in maniera efficace i temi trattati.

L’OltrEconomia sarà anche uno spazio comune di socialità e aggregazione, all’interno del quale ci saranno musica, presentazioni di libri, mercatini con produttori locali, vari laboratori, giocoleria per bambini ed una giornata dedicata allo sport popolare.

Info: https://oltreconomiafestival.wordpress.com

4

Monumento ai tetrarchi.

Altorilievo in porfido risalente al III/IV secolo d.C . Provenienti originariamente da Bisanzio , è probabile facessero parte di due colonne onorarie in porfido.

Le quattro figure vestono con abiti tradizionalmente legati al potere molto simili fra loro. Lo stile si separa completamente da quello ellenistico o da quello romano , si distanzia perfino dall’arte plebea: i volti infatti sono anonimi , e non vi è una caratterizzazione dei personaggi ( ad eccezione della figura barbuta visibile nella terza foto , che è stata rappresentata così per indicarne l’età avanzata ) .

Arrivò a Venezia dopo il saccheggio della città da parte dei veneziani nel 1204 durante la quarta crociata.

Si noti nella quarta foto il particolare del piede della figura più giovane. Il basamento con il piede mancante è conservato ad Istanbul nel suo museo Archeologico ( ciò prova le origini dell’opera ).

Ad oggi si trova ancora a Venezia , in Piazza San Marco.

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Il saccheggio della Grecia!

In questi anni, successivi alla crisi finanziaria che ha giocato il “pivot role” nel portare alla crisi economica attuale, chiamata impropriamente – per chi scrive – dei debiti sovrani, ci siamo numerose volte sentiti dire che le misure di austerità e le riforme strutturali avrebbero risolto tutti i nostri problemi. Questo ritornello è stato ripetuto in tutte le nazioni periferiche – gli arcinoti PIIGS – corroborato dall’affermazione che così facendo si sarebbero facilitati i “salvataggi” dei paesi in difficoltà. Ovviamente, al momento, non si vedono segni di nessun genere di salvataggio; e ce lo testimoniano le vicende di cronaca nera, la continua perdita di posti di lavoro con la chiusura e la delocalizzazione delle imprese, ecc. ecc.. Ma, principalmente, quello su cui ci si vorrebbe focalizzare, ancora una volta, e proprio in relazione agli effetti sociali tragici sottostanti, è una delle “balle” più grandi che ci sono state raccontate in questi anni; e che solo dei professionisti del falso, degli “spacciatori di menzogne”, possono raccontare: il salvataggio della Grecia! Non c’è stato nessun salvataggio della Grecia! Nessuno ha salvato la Grecia! Quello che è stato fatto in Grecia si può trovare in molti articoli, anche datati, di blog che ne hanno seguito le vicende dandone poi notizia. Per vedere quello che la Troika ha fatto in Grecia, che è molto più simile ad un saccheggio che ad un salvataggio, si utilizzeranno principalmente articoli del blog Zerohedge. Ancora: ricordiamo che pure in Italia qualcuno ha avuto il coraggio di dire che “ci vorrebbe la Troika”, oppure “il dolore sta producendo risultati”: peccato che poi se arrivasse la Troika per il signore che ci ha propinato la prima affermazione sarebbe un taglio di una trentina di Kgs e forse più, mentre per quello della seconda il dolore è sempre quello degli altri; non esattamente dei modelli di mutualismo e solidarietà. Ma vediamo senza ulteriori indugi alcune di queste miracolose misure di salvataggio approntate in Grecia ed al cui modello l’Italia si dovrebbe ispirare.

Vista la premessa, la prima domanda lecita da porsi sarebbe quella relativa a dove, o a chi, finiscono i soldi dei salvataggi della Grecia. Il grafico (a torta) utilizzato dal blog Zerohedge – di fine 2011 – per rispondere a questa domanda in un suo articolo dal titolo “Where Does The Greek Bailout Money Go?”- “Dove vanno i soldi del salvataggio greco”, è abbastanza esplicativo così come il commento stesso.

Dove sta andando il salvataggio?!

Infatti come si può vedere nel grafico sopra riportato solo il 19% del denaro dei salvataggi finisce in spesa (parte azzurra, Greek-Spending); il 18% (parte verde, ECB) finisce alla BCE; il 23% (parte rossa, Greek Financials) finisce alle istituzioni finanziarie greche, cioè ancora alla BCE della quale quelle sono parte, e quindi, della cui parte, invece, i greci non possono beneficiare pienamente; mentre il 40% (parte viola, Non-Greek Financials) va ad assicurazioni banche e compagnie al di fuori della Grecia. È facile intuire che se il 18% dei salvataggi va alla BCE ed il 40% ad istituzioni finanziarie non greche, praticamente il 58% del salvataggio della Grecia non va alla Grecia; ma Zerohedge si spinge oltre sostenendo che con gli accordi di repurchase si può arrivare facilmente anche al 70%.

Ma questo è solo l’inizio – come detto l’articolo è del 2011 – e verso la fine del febbraio 2012, sempre il blog Zerohedge riporta un altro articolo il cui titolo è ancora una volta molto esplicativo: “Scandal: Greece To Receive “Negative” Cash From “Second Bailout” As It Funds Insolvent European Banks” – “Scandalo: la Grecia riceve contanti “negativi” dal “secondo salvataggio” e finanzia le banche europee insolventi”. Nell’articolo si riporta la notizia, confermata anche dalla Reuters in un articolo di inizio febbraio 2012, della creazione di un conto di garanzia (Escrow Account), per volontà principalmente di Francia e Germania, in relazione al debito greco e per il pagamento dei suoi creditori. La metafora tanto cara della pistola fumante recita: “L’Eurogruppo accoglie con favore le intenzioni della Grecia di approntare un meccanismo che permetta una migliore la tracciabilità ed un miglior monitoraggio dei soldi ufficialmente presi a prestito ed i fondi internazionalmente generati e destinati al servizio del debito greco, sotto il controllo della Troika, pagando un importo corrispondente al servizio del debito del prossimo trimestre direttamente sul conto separato di un agente di pagamento greco”. Il secondo colpo invece sostiene: “Infine, l’Eurogruppo, in tale contesto accoglie con favore l’intenzione delle autorità greche di introdurre nel corso dei prossimi due mesi, nel quadro giuridico greco, una disposizione che garantisca che la priorità è accordata ai pagamenti del servizio del debito. Questa disposizione sarà introdotta nella Costituzione greca non appena possibile”. Il salvataggio della Grecia e dei greci diventa, grazie a questo modo di operare, un elemento di ordine secondario, in quanto la priorità per il denaro che arriva dai salvataggi è relativa, principalmente al pagamento delle scadenze a favore dei creditori e al finanziamento del servizio del debito; cosicché sempre Zerohedge arriva a definire il secondo salvataggio della Grecia come il primo salvataggio delle banche europee.

Ancora: sempre dal blog di riferimento per questo articolo (Zerohedge) sappiamo – verso fine febbraio del 2012 – che: “It’s Official – Greece Unveils The Negative Salary, And A Whole New Meaning For “Pay To Play” – “È ufficiale – la Grecia presenta il salario negativo ed un significato interamente nuovo di ‘pagare per giocare’”; in cui si ipotizza, richiamando altra fonte, la possibilità che i lavoratori greci “paghino per il privilegio di avere un lavoro”. Oppure che: “The Colonization Begins: Germany May Send 160 Tax Collectors To Greece” – “La colonizzazione inizia: la Germania può mandare 160 esattori delle tasse in Grecia”; sempre confermato anche da Reuters per cui gli agenti di riscossione delle tasse greci sarebbero potuti essere … tedeschi. E tutti nella raccolta delle tasse sarebbero dovuti essere molto più efficienti: “Back To Surreality – Greek Tax Collectors Told They Need To Be 200% More Efficient” – “Ritorno al surreale – è stato detto ai funzionari greci per la riscossione delle tasse che devono essere del 200% più efficienti”. Dopo l’implementazione di queste misure, che potrebbero non sembrare, ma invece sono, molto simili a quelle adottate in Italia – non abbiamo forse anche noi inserito un vincolo, seppur diverso, quello del pareggio di bilancio, in Costituzione?! Non abbiamo vissuto la stretta nella riscossione delle tasse da parte di Equitalia?! – le cose in Grecia non sono affatto migliorate, anzi sono anche peggiorate; e lo si può evincere da un paio di grafici che riportiamo e che si riferiscono proprio a due indicatori molto significativi che sono quello del PIL pro capite e quello sul tasso di disoccupazione.

PIL pro capite della Grecia dal 2005

Tasso di disoccupazione in Grecia dal 2005

Come si può notare, gli effetti delle misure implementate, dopo il 2008 in Grecia, hanno avuto come conseguenze la diminuzione dei redditi disponibili per i greci e l’aumento del tasso di disoccupazione. Non solo, dopo il 2011, grazie ai salvataggi queste tendenze non si sono invertite e nemmeno stabilizzate, anzi sembrano essersi acuite; portando ad un ulteriore impoverimento della Grecia e ad un allarmante aumento del tasso di disoccupazione. Pertanto in termini di redditi disponibili e di occupazione i “salvataggi che hanno salvato la Grecia” non sembrano essere tali e nemmeno aver salvato i greci. Al contrario, invece, sempre facendo riferimento ad informazioni che sono facilmente rinvenibili in rete, sappiamo che la Grecia “piazzava” i suoi titoli a sei mesi, ad inizio agosto 2012, al 4,38%; e a settembre del 2013, i titoli a tre mesi al 4,02%. Oltre a questo, sappiamo che negli ultimi anni la crisi è stata accompagnata dai bassi tassi di interesse; le promesse di liquidità della BCE ed il “wathever it takes” di Draghi – come già spiegato in altro articolo su questo blog – sono stati sufficienti per calmare le paure dei mercati relativamente alla liquidità, facendo scendere i tassi di interesse e portando il tasso di riferimento della BCE vicino allo zero (la BCE presta allo 0,5%). Purtroppo questo sembra valere per molti ma non per tutti. Come visto dagli articoli appena riportati la Grecia continua a prendere a prestito a tassi a breve molto più alti di quanto invece facciano “altri investitori”; e così a fine 2013 ci ritroviamo con la BCE di Mario Draghi che fa il pieno di profitti e riduce addirittura le attività. La BCE riduce le attività di 33 miliardi e realizza un utile netto di 1,44 miliardi di euro “anche grazie ai titoli di Stato che ha acquistato nei momenti più bui della crisi (…)”, di cui 437 milioni arrivano dai titoli greci. L’effetto di queste manovre è opposto a quello delle manovre di altre banche centrali come per esempio Federal Reserve, Bank of Japan e Bank of England, che al contrario della BCE hanno posto in essere manovre espansive, ed ha determinato, appena dopo l’inizio del 2012, una “stabilizzazione” della base monetaria ed una sua diminuzione verso la fine del 2012 e per tutto il 2013 – non proprio una politica espansiva che avrebbe potuto aiutare a contenere i peggiori effetti della crisi su redditi disponibili e disoccupazione, o almeno una parte di questi.

Base monetaria delle banche centrali 

La BCE, in un periodo in cui quello che si richiede è liquidità, la promette calmando i mercati e poi la riduce; e mentre presta alle banche allo 0,5%, fa lo stesso con la Grecia – che affonda – ma ad un tasso di molto maggiore, che le permette di guadagnare in interessi sui soli titoli greci (437 milioni), addirittura più di quello che ha guadagnato in interessi sulle banconote (406 milioni). Dopo tutto questo, e dopo che la nazione dell’ex calciatore Olli Rehn ha chiesto alla Grecia addirittura il Partenone in garanzia per degli aiuti che non sono mai, se non in piccola parte, arrivati ai greci, ci sentiamo ancora ripetere frasi stucchevoli, false ed ipocrite, come “stanno salvando la Grecia”, “gli Stati virtuosi del nord stanno pagando per la Grecia”, mentre la Grecia sembra sparire dall’Europa e le notizie sulla Grecia sparire dai media. Pertanto, nessuno ha salvato la Grecia e tantomeno aiutato i greci; non li ha aiutati la BCE e nemmeno gli investitori internazionali. Al contrario la BCE assieme a molte altre istituzioni finanziarie hanno guadagnato dalla crisi greca prestando alla Grecia, a tre e sei mesi ed anche per periodi maggiori, ad un tasso probabilmente tenuto alto proprio scimmiottando un continuo stato di pericolo di insolvenza; spingendo la Grecia ed i greci nel baratro, piuttosto che “tendendogli una mano”, per garantirsi e garantire i profitti che i soliti noti vogliono sempre più a breve.

Luca Pezzotta di Economia Per I Cittadini.

Rischio Calcolato

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Davide Rosci libero grazie allo “svuotacarceri” non più sei anni ma solo 32 mesi

“Sono libero da ieri sera perché grazie a una legge entrata in vigore lo scorso 8 maggio sono cessate le esigenze cautelari”.  A dichiararlo all’Ansa è Davide Rosci, uno degli attivisti di sinistra accusati dell’assalto al blindato dei carabinieri negli scontri di Piazza San Giovanni dell’ottobre 2011 a Roma, durante la manifestazione degli Indignati .

Teramano, 32enne, leader di Azione Antifascista, Rosci è stato condannato a 6 anni di carcere in abbreviato dal gup di Roma con le accuse di devastazione, saccheggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale pluriaggravate. La condanna è stata confermata anche dalla Corte d’appello, che però ha disposto per lui gli arresti domiciliari, dopo che il 32enne detenuto nel carcere di Viterbo, è finito al centro di una querelle sui continui trasferimenti da penitenziario a peniteziario. Ora è in attesa del processo in Cassazione. Ma, dopo soli 32 mesi tra prigione e arresti, Rosci torna in libertà, come annuncia con un post sul profilo Facebook.

E questo grazie alle modifiche introdotte nel codice di procedura penale con la legge numero 47 del 16 aprile 2015, che rendono assai più arduo il ricorso al carcere preventivo. Ora, infatti, si può ricorrere alla custodia cautelare solo in casi eccezionali, purché non si sia in presenza di accuse molto gravi come l’associazione sovversiva, l’associazione terroristica, anche internazionale e l’associazione mafiosa. La Legge corregge anche la disciplina degli arresti domiciliari, che potranno essere prolungati, al massimo, per un periodo che va dai 2 a 12 mesi “Ora riprenderò la mia attività politica e domani sarò a Lanciano (Chieti) per la grande manifestazione contro le trivelle in mare Adriatico dove sono previste 40 mila presenze. Sono un uomo libero”, afferma Rosci, che da oltre un anno era ai domiciliari nella sua residenza di Teramo.

“Sarò in prima linea domani a Lanciano ma sarò anche in curva domenica per la partita di Supercoppa di Prima Divisione tra Teramo e Novara”, ha concluso il 32enne, da sempre considerato il capo degli Ultrà del Teramo.

RAGAZZI NON SO’ PIANGERE O RIDERE MA MI HANNO APPENA SCARCERATO. DOPO 32 MESI SONO LIBERO! FINALMETE TORNO ALLA MIA VITA! CI VEDIAMO FRA UN PO’ ALL’ARCO E SABATO A LANCIANO! LIBER* TUTT*!

Posted by Davide Rosci on Giovedì 21 maggio 2015

Fonte: Qui

SVENDITA AL PEGGIORE OFFERENTE: ”STORIA DI UNO STATO DISMESSO”

Prima di affrontare e di incamminarci direttamente verso il tema centrale dell’articolo, c’è bisogno di fare un “piccolo” excursus storico che affonderebbe le sue radici addirittura negli anni ’30 del ‘900, ma per semplificare il flusso di questa storia, con tante ombre e poche luci, partiamo dal dopoguerra. Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme quale struttura economica dare al nascente Stato italiano. Vennero rifiutati entrambi i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico; la nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questo è il sistema della cosiddetta “terza via”, che aiuterà l’Italia a crescere dal dopoguerra in avanti.[1]

Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di “salvataggio”, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Dagli anni cinquanta in poi fu il vero strumento di ammodernamento del paese; il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario, settore alimentare, trasporti, ecc. Sostanzialmente l’IRI fu una delle strutture produttive nazionali complesse, capace di misurarsi e competere con i settori di alta tecnologia e alta produttività sorti nel resto d’Europa. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Esso gestiva le partecipazioni  statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori della petrolchimica, e fu all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi. Da menzionare per la loro relativa importanza nel campo dell’intervento statale, l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo Stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.[2]

Fin qui la storia sembrerà sicuramente didascalica e scolastica, però tutto ciò è necessario conoscerlo, per affrontare la parte interessante e “sconvolgente” di questa narrazione avendo acquisito una buona dose di concetti base.

Entriamo finalmente nel vivo, e arriviamo alle avvisaglie di quello sarà poi il grande saccheggio della nostra Nazione.

Anni ’80, qui incontriamo i primi due personaggi chiave: Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo, invece, era ed è il proprietario del gruppoRepubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza, infatti, in qualità di presidente concederà alla società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale è dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto di interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI fu la vendita dell’Alfa Romeo alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grosse somme in tangenti, per soli 1000 miliardi a rate, mentre la FORD offriva 2000 miliardi in contanti (il fiuto per gli “affari” è sicuramente innato!).[3] E’ nel 1986 che Carlo De Benedetti sale in cattedra. Infatti, un anno prima, il governo presieduto da Bettino Craxi decise di privatizzare il comparto agro‐alimentare dell’IRI, la SME, che presentava bilanci in deficit. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo.[4] Il buon Romano Prodi si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64,36% della SME a soli 393 miliardi, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi.[5] Naturalmente, secondo chissà quale visione economica naif, Prodi non prende neanche in esame le offerte maggiori degli altri acquirenti interessati alla SME. Alla fine, comunque, a rompere le uova nel paniere al duo De Benedetti‐Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME nell’ambito pubblico.[6] Queste sono solo le prime avvisaglie di un “colpo grosso”, che porterà allo smantellamento completo dell’assetto economico italiano.

Gli anni ’90 si aprirono subito con grandi sconvolgimenti e grandi temi da affrontare: iniziò la stagione di “mani pulite”, furono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino, il debito pubblico arrivò ai massimi storici e vi fu un attacco speculativo alla lira e alle altre valute europee, da parte del finanziere George Soros, che portò alla distruzione del “sistema monetario europeo”.[7]

Andiamo con ordine, è il 2 giugno 1992, sul panfilo “BRITANNIA” di sua Maestà la Regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del TesoroBeniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario DRAGHI”. La discussione fu incentrata sul tema delle “privatizzazioni” del comparto pubblico italiano, e si basò soprattutto su una critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali, di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere“, come ebbe a dire sullo “yacht reale” il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.[8] Ad inasprire il dibattito ci pensò il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò:” Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.[9] Quindi, se in quell’Italia la volontà politica non era propensa alle privatizzazioni, i vari manager pubblici e persone del calibro di Draghi, uomo della finanza internazionale, erano già catapultati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta nel spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire.

Torniamo indietro di 5 mesi, andiamo al 17 febbraio 1992, data dell’arresto di Mario Chiesa, che darà avvio alla stagione di “mani pulite”. Da lì a pochi mesi un’intera classe politica sarà spazzata via dalle inchieste di Di Pietro & co. I partiti letteralmente distrutti da questa stagione giudiziaria furono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i quali avevano una caratteristica comune: erano fortemente intrisi di “statalismo”, cioè erano fortemente inseriti nella concezione dellepartecipazioni statali, e non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Sicuramente, questo era un sistema lontano anni luce da quello degli affaristi della “city” di Londra e dei nuovi liberal/liberisti italiani. Da qui inizia la fase dei cosiddetti “governi tecnici” e nel 1993 il Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il suo governo istituiscono il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, con presidente Mario Draghi (vedi “Britannia”), e il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta (vedi “Britannia”) istituirà accordi con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert, affinché le aziende di Stato possano diventare appetibili per il capitale privato.[10]

Avete notato cosa è successo? Ricordate le 4 condizioni per le privatizzazioni del  "Britannia"?

Numero 1 (una forte volontà politica): dopo la scomparsa, causa Tangentopoli, dei partiti storici DC/PSI, si avvicendarono al governo vari “tecnici”, tutti fortemente propensi al nuovo corso economico; i nomi e cognomi di questi tecnici sono: Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, i già citati Andreatta e Draghi ed in seguito anche altri protagonisti.[11] 

Numero 2 (un contesto sociale favorevole): beh, in quegli anni di grande caos, dove l’indignazione contro una classe politica “corrotta”(e statalista) che veniva spazzata via dalle inchieste(?) era alta, e dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era sicuramente favorevole per lasciare spazio alle privatizzazioni.

Numero 3 (un quadro legislativo chiaro): il quadro normativo cominciò ad essere chiaro dal 1993, con il già citato accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse e l’azzeramento del debito delle imprese statali. [12]Inoltre, con il cosiddetto “decreto Amato” si trasformarono in società per azionil’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni.[13]

Numero 4 (un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni): ed ecco anche l’ufficio, cioè il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi.

Ecco, ora i tasselli del puzzle sembrano incastrarsi meglio, nel giro di pochi anni gli interessi della grande finanza sono riusciti a mettere tutte le cose in ordine, grazie a: tangentopoli (giustizia a orologeria?) e ad una classe politica completamente asservita (vedi sopra). Vediamo ora il secondo step di questo processo e cioè le privatizzazioni vere e proprie.

Nel corso del 1993 ritorna in auge un personaggio che abbiamo già incontrato nella nostra storia: Romano Prodi. Ritornato alla presidenza dell’IRI, dopo esser stato consulente per la Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica (compartoSME), alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari per l’acquisto. Ed ecco perché questo giochetto: la Fisvi acquista a due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli all’UNILEVER(multinazionale alimentare anglo-olandese). Chi era “l’advisory director” (direttore per le consulenze) dell’UNILEVER?? La risposta è semplice: l’impareggiabile Romano Prodi.[14] Risale al 1993 anche la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, il “Credito Italiano”. La “Merril Lynch” (banca d’affari americana), incaricata come consulente dall’IRI, valuterà il prezzo di vendita del Credito Italiano in 8/9.000 miliardi, ma alla fine verrà svenduta per 2.700 miliardi, e cioè il prezzo stabilito dalla “Goldman Sachs”(altra banca d’affari americana).[15] Sempre quell’anno verranno cedute anche le quote della COMIT, che assieme al Credito Italiano e alla BNL detenevano il 95% delle azioni della Banca d’Italia. Come consulenti per la cessione delle banche furono chiamati uomini come Mario Monti, Letta, Tononi e Draghi, tutti gravitanti nell’orbita “Goldman Sachs”.[16] Nel 1994, dopo le prime elezioni post Tangentopoli, al governo andrà il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul quale peserà il sospetto di eccessiva accondiscendenza ad Alleanza Nazionale, che aveva in Antonio Parlato, sottosegretario al Bilancio, e nel vicepremier Giuseppe Tatarella due posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni.[16] Comunque, il governo Berlusconi durò pochi mesi, e alla presidenza del consiglio fu sostituito dal “tecnico” Dini. Con Dini, nel 1995, cominciò la prima fase di privatizzazione dell’ENI, dove fu dismesso circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.[18] Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato dal “santo spirito” Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi dà il meglio di sé, infatti, ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti. Sugli “affari” fatti dai due, l’ex segretario del Partito Liberale ed ex ministro dell’Industria Renato Altissimo sentenziò: “Infostrada — cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato – fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila - ripeto - 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”.[19] Un vero e proprio regalo si direbbe! Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio, infatti, appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più (+ 514%).[20]

Dopo la caduta del governo Prodi nell’Ottobre 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitisi alla causa liberista, che nel Novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana).[21] Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton (quella delle magliette). L’ultima fase di privatizzazione riguarda quel poco che era rimasto all’ENI, infatti, l’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio immobiliare dell’ente per il valore di 3000 miliardi di lire. La cara Goldman farà incetta anche di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (ennesima banca d’affari americana) si catapulterà all’acquisto dei patrimoni di Unim, Ras e Toro. Secondo studi eseguiti dal “Sole 24 ore”, i gruppi esteri oramai posseggono più patrimoni ex-pubblici di quanti ne posseggano gruppi italiani.[22] La fase delle privatizzazioni si può ritenere chiusa nel 2002, con la dismissione e la liquidazione dell’IRI.

Così, in meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto e tutto quello che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale viene ridotto a poco più che uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL, e cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello Stato italiano sono gli stessi uomini che ci hanno consegnato nelle mani dell’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che oggi vengono pontificati come profeti della buona politica,“grandi statisti”; ma prima o poi arriverà anche per loro, il giorno in cui dovranno rispondere al tribunale della storia e a tutti gli italiani per il loro alto tradimento alla patria. Per gli affaristi, che hanno svenduto l’Italia e gli italiani al peggiore offerente, quel giorno arriverà. 

Sperando che giustizia ci sia.

A.D.G.  La Voce del Corsaro


note:

[1] http://www.youtube.com/watch?v=lD_qRPGf0ug&feature=player_embedded ‐ at=121

[2] http://dipeco.economia.unimib.it/persone/Marzi/didatticaPolEconB/Le privatizzazioni In Italia.pdf

[3] http://informatorepolitico.ej.am/de‐benedetti‐romano‐prod…

[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Vicenda_SME

[5] vedi nota 3

[6] vedi nota 4

[7] http://www.movisol.org/privatizzazioni.pdf

[8] http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/03/Inglesi…

[9] vedi nota 8

[10] http://www.emigrazione-notizie.org/public/upload/Il_Piu_G…

[11] http://www.emigrazione-notizie.org/public/upload/Il_Piu_G…

[13] Le privatizzazioni In Italia.pdf

[14] Vendita_Cirio_processi_Prodi

[15] http://www.impresaoggi.com/it/stampa.asp?cacod=60

[16] http://www.conflittiestrategie.it/2010/11/05/svendita‐italia‐labc‐panfilo‐britannia‐dinicoletta‐forcheri/

[16] vedi nota 15

[18] http://www.impresaoggi.com/it/stampa.asp?cacod=61

[19] http://www.ilgiornale.it/interni/de_benedetti_vi_spiego_chi_e_davvero/30‐08‐
2009/articolo‐id=378414‐page=0‐comments=1

[20] http://www.disinformazione.it/telecom_e_le_storie.htm

[21] http://www.tesoro.it/ufficio‐stampa/comunicati/?idc=297

[22] http://ladiscussione.ilcannocchiale.it/2011/04/24/draghi_…