rotels

Non sono mai stata brava a giocare.
Da bambina mentre le mie amiche pettinavano le barbie, io me ne stavo in disparte a pettinarmi i pensieri.
Mi chiedevo che senso aveva infilare una mini ragazza bionda in una macchina di plastica rosa coi fiori gialli e far finta che potesse viaggiare ovunque.
Guardavo “i grandi” che poi così grandi non sono e cercavo di capire come mai sapevano amare un bambino più di un altro e perché dovevo mangiare sul divano per far spazio agli adulti a tavola.
Ricordo bene che regalavo i miei peluche e mamma mi sgridava dicendomi che non dovevo dare tutte le mie cose, e ignorava il fatto che mi faceva felice vedere un sorriso nato da una mio gesto.
Perché aspettavo fino a tarda notte che zia venisse a prendermi per portarmi con lei e poi non veniva mai?
Perché le mie migliori amiche avevano preferito lasciarmi?
Perché c’erano bambini che con gravi handicap e io non potevo fare niente?
Cosa provava un signore sulla sedia a rotelle quando mi vedeva camminare? (In quei momenti mi vergognavo ad avere le gambe).
E il tempo di giocare non c’era, dovevo darmi delle risposte, dovevo scrivere sui diari quanto fosse brutto il mondo e quanto facesse male vivere.
Adesso che a vent’anni qualche risposta l’ho trovata, qualche altra la sto ancora aspettando e mi fa rabbia non esser mai stata davvero una bambina senza preoccupazioni con la voglia di giocare e mettermi il rossetto della mamma di nascosto.
Non giudicatemi, se ogni tanto faccio qualche fesseria, perché sono stanca di sentirmi donna da quando sono nata.
Io voglio sentirmi bambina.
Eppure l'unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti.
—  Virginia Woolf