rotels

Oggi, mentre pranzavo, ho detto a mia madre che mi sarebbe piaciuto poter riprendere la bici dalla cantina per andarci al parco. E’ una cosa che mi è sempre piaciuta, e, come la madeleine per Proust, quel pensiero mi ha riportata agli anni che furono, più di venti, quando in sella ad una bicicletta rosa e bianca, tentavo per la prima volta di tenermi in equilibrio per non finire sull’asfalto, senza le mie rotelle di fiducia, quelle che mi facevano pedalare in diagonale. C’era papà, dietro di me, e mi spingeva, ricordandomi costantemente che dovevo concentrami e provare a restare in equilibrio, e che dovevo pedalare senza fermarmi, altrimenti sarei caduta a terra. Poi mi dava sempre una spinta con forza, lasciandomi andare allo sbaraglio perché, lo ricordo chiaramente, non sapevo se era meglio pedalare, tentare di tenere dritto il manubrio o più semplicemente lasciarmi cadere a terra, che mi sembrava la scelta più saggia.

Ieri sono stata nei luoghi della mia adolescenza, che ora sono luoghi dell’adolescenza di qualcun altro, e un poco è stato strano. E’ una consapevolezza che ho da molto, ma ieri non avevo i jeans e i maglioni larghi come ai tempi, ma un vestitino rosso, e dei sandali col tacco; improvvisamente donna nei luoghi in cui fui solo una bambina. E per quanto potevo avere questa consapevolezza, dentro di me da tempo, farla diventare una certezza pura e tangibile la rende diversa. Sono andata via con una crepa in più.

Primo giorno di ciclo, stanotte ho dormito 3 ore, ci sono 34 gradi e ho lavorato dieci ore di fila in un cubo di plastica di 50 mq. Voglio qualcuno che mi porti a casa su un letto a rotelle mentre mi fa un massaggio, mi sventola con piume di pavone e mi fa bere litri di Sprite ghiacciata.

Le cose che ti dirò tra vent’anni

Adesso non è il momento è la frase che più mi ripeterò durante il concerto dei Chemical Brothers. Adesso, non è il momento. Tra vent’anni allora, tra vent’anni io sarò di fianco a te a dirti che non se ne può più delle autodimostrazioni a sé stessi, come quando lavorai a capodanno, o scalai il Corno alle Scale sotto la pioggia o mi misi a parlare in pubblico. O stasera? Tra vent’anni sarò lì sulle punte dei piedi come stasera, a ballare da solo e dirti dell’anziano seduto sulla sedia a rotelle che ondeggiava incatenato alla sua paralisi, con sua moglie che ogni tanto si avvicinava, lo accarezzava, poi ritornava al suo posto, lasciando l’anziano signore a ballare sulla sua sedie a rotelle, tra vent’anni ti dirò che mentre si spingeva in avanti su Believe era bellissimo, ma non adesso. Non è il momento per riscrivere le leggi della termodinamica e della robotica e far avvicinare le persone, tra vent’anni ti spiegherò come si fa a restare vicini, senza muovere un passo, ora non lo so fare, e non sarebbe comunque il momento, tra vent’anni ti dirò che erano transenne e non corpi umani quelli che stavano trasportando dietro la tribuna, tra vent’anni ti ricorderò di quando ho corso per arrivare sotto al palco giusto in tempo per l’ultima canzone, di quanto mi piacciano le canzoni lunghe, che non finiscono mai, che quando sembrano finite e alcuni già si stanno girando verso le uscite, ri-prendono, ri-attaccano, ri-spiazzano, ti dirò di quando sono scappato via un secondo, per restare per sempre, delle piante delle basiliche proiettate, sempre su Believe, dei due bambini che erano sul cubo a ballare, degli sconosciuti che mi chiamano Daniela, di quelli che ballano sulle terrazze di marmo sopra agli anfiteatri, di Star Guitar che quasi mi commuove perché la sto ballando con vent’anni di ritardo. Adesso non è il momento per spiegarti la differenza dei ciottoli tra Villa Contarini e piazza Castello, la differenza delle code per le birre tra villa Contarini e piazza Castello, tra vent’anni ti dirò perché nella seconda ci si sente a casa, e non per assonanza geografica, farò ancora giochi di parole imbarazzanti sulle marche della birra, ti dirò di quanto mi piacciono le persone che non ballano, mentre tutti ballano, delle persone che chiedono se sei contento, delle persone che non vogliono rispondere a domande del genere, delle persone che vogliono rispondere, di quelle che devono alzarsi alle cinque del mattino, delle persone da sollevare per aria, delle pause emotive durante un concerto elettronico, dei banchetti promozionali che fanno assomigliare un festival veneto a una fiera campionaria, dei tralicci dell’alta tensione contro cui rischio di sfracellarmi perché ti guardo i piedi, di quanto fossero così luminose quelle icone sacre da sembrare davvero fatte di vetro, di quanto avrei voluto saltare ancora più in alto, ti dirò, tra vent’anni, che non ne posso più di accorgermi degli istinti delle persone, ora non è il momento, adesso invece colano dalle casse soltanto istinti in quattro quarti, su istinti, su istinti, tra vent’anni gli istinti saranno fioriti e diventati finalmente farfalle elettroniche da riprendere con il telefonino.

per la serie casi interessanti del giorno:

paziente n.1 - coppia madre-figlia epilettica che vanno in giro vestite punk-grunge con stesso taglio di capelli rasato
paziente n. 2 - maschio con disturbo bipolare in fase maniacale che ci prova al tempo stesso con tre dottoresse 
paziente n. 3 - vecchietto che dice di usare la sedia a rotelle per gli spostamenti e quando gli chiediamo il modello indica la sedia con rotelle dietro la scrivania

anonymous asked:

La tua figura più di merda? Qual è stata?

Probabilmente quando girai tutta Bologna a piedi e mi misi ad urlare ai miei amici: “basta camminare! non mi sento più le gambe, cazzo! sto perdendo le gambe, ragaz. tra poco sbatto a terra!”, alzai gli occhi e stavo andando a scontrarmi (non per esagerare, gli stavo seriamente andando addosso) con un ragazzo sulla sedia a rotelle, senza gambe.

Avrei voluto MO-RI-RE.