ristrutturato

- Non sono come gli altri.
- Tutti pensano di essere diversi.
- Getto scompiglio nelle abitazioni borghesi.
- Lo fanno anche i punk e i situazionisti.
- Ma loro non lo fanno nel tuo appartamento.
- Tu sì?
- Certo.
- Maledizione! L'ho appena ristrutturato.
- Lo so.
- Sei un bastardo, Jack.
- Stavo scherzando. Non sono mai stato nel tuo appartamento.
- Scherzavo anch'io. Vivo in una roulotte.
- Sai una cosa? Ti invidio.
- Perché?
- Sembri spensierato.
- Tu non lo sei?
- No. Lavoro troppo.
- E cosa fai nei momenti liberi?
- Distruggo metropoli.
- È orribile. Perché lo fai?
- Ho i miei motivi.
- Ti disapprovo. Non hai scuse.
- Ma ho avuto un'infanzia difficile!
- L'infanzia non è mai facile.
- Giocavo a nascondino e perdevo sempre.
- Ti sembra una giustificazione?
- Poi a casa c'era una brutta atmosfera.
- In che senso?
- I miei fratelli ascoltavano tormentoni latinoamericani.
- Ah, allora ok. Fai bene a devastare luoghi abitati.

Passioni

C’è un collega di papà, nonché amico, appassionato di musica classica. Ha comprato un appartamento, l’ha ristrutturato, ha permesso a suo fratello architetto di divertirsi, ed è davvero bellissimo. Nell’immenso salone, ha un piccolo mobile interamente dedicato alla musica classica. Mobile che io ho cercato di disegnare, si tratta di uno schizzo fatto al volo con la penna*. Come potete vedere, nella parte superiore, ci sono due ante di vetro su cui si è fatto incidere le note di un’opera di Bach, Air on the G string (spero di non sbagliare). Sotto, ha tutti cd di musica classica. Questa cosa mi ha colpito molto, era la prima volta che vedevo una cosa del genere e suppongo sia costata un bel po’. Quest’uomo non ha una famiglia, vive solo, prima viveva con la madre. Poi, dopo la sua morte, ha abbandonato il nido materno e ha comprato un appartamento tutto suo. È la prima volta, nella sua vita, che ha una casa tutta sua. Mi sono chiesta cosa potesse spingere un uomo solo e adulto a spendere tanti soldi in un appartamento, ad essere così egocentrico, con un pizzico di criticismo. Poi, riflettendoci, reputando importante la casa, ho capito che ha fatto bene. Credo che in lui ci fosse la voglia di avere uno spazio che lo rispecchiasse, uno spazio accogliente, uno spazio in cui gli altri avrebbero riconosciuto la sua persona, uno spazio che parlasse di lui. E la casa è anche questo. Quello è solo un mobile, e i mobili sono solo mobili, ma quel mobile è parte di lui, quel mobile parla di una sua grande passione. E, in fondo, un po’ a tutti noi piacerebbe avere una parte della casa dedicata alle nostre passioni.

(*note messe a casaccio)

Ah, comunque non ho specificato che io questo mobile non l’ho visto. Me l’ha descritto mia madre, così come mi ha descritto tutta casa, perché lei è attentissima ai dettagli. Prima le ho fatto vedere il disegno e mi ha detto “sì, così”. Da quando me ne ha parlato, non ho fatto altro che immaginare questo mobile. Avevo bisogno di dargli una consistenza, e quindi disegnarlo.

(Parte 19) “Solo amici.” Avevamo detto, ma nessuno dei due ci credeva davvero.
Restammo a guardarci per qualche minuto, continuando a nuotare in cerchio.
Mi prese la mano e la intrecciò alla sua.
“Scusa, ma penso che non riuscirò mai a smettere di amarti.” Mormorò.
Sorrisi.
Mi avvicinai a lui e questa volta fui io a spezzare la distanza che separava le nostre labbra.
Il sapore di quelle labbra, non le scorderò mai.
Ancora oggi, quando penso a quella notte, sento quelle labbra premere dolcemente contro le mie.
“Allora non smettere mai.” Bisbigliai.
Sorrise.
“Hai ancora freddo?” Chiese.
Annuii anche se non era vero.
Mi strinse forte tra le sue braccia, era bello sentirlo così vicino.
Non so quando era successo, ma me ne resi conto solo in quell’istante che ero innamorata di James.

Qualche minuto dopo ritornammo sulla spiaggia.
“Cos’è quella faccia?” Chiesi, continuando a fissarlo.
Si rimise la canottiera.
Sorrise.
Non me l’aspettavo proprio quando venne verso di me e mi sollevò.
Girò tutt’attorno e urlò.
“Sono la persona più felice del mondo!”
Sorrise.
“James stanno dormendo tutti!” Disse, trattenendo un sorriso.
“Non me ne frega un cazzo.” Disse continuando a girare. “Ti amo Abby!”
Mi strinsi attorno al suo collo e sorrisi.
“Ti amo.” Mormorai fra me e me.
“Aspetta.” Mi mise giù e mi guardò serio. “È un sogno?”
Scossi la testa e sorrisi.
“Idiota.”
“Giuro che se qualcuno mi sveglia lo ammazzo.” Disse.
Risi.
“Penso che sia l’ora di ritornare in hotel.”
“Ma io non ho sonno!” Protestò.
“Io sì, sto per crollare.” Risposi sbadigliando.
“Quindi non ti potrò rivedere fino a domani mattina?”
“Se non vado subito anche pomeriggio.”
“So già che durerà un’eternità.”
“Saremo nello stesso edificio!”
Dissi continuando a camminare.
“Appunto per questo!”
“Stai delirando.”
“No, sono sanissimo.”
“Hai bisogno di dormire.”
Ero ormai arrivata davanti alla mia camera.
“No.”
“James.”
“Cosa c’è?”
“Vai a dormire o non ti rivolgerò la parola per il resto della tua esistenza.”
Sbuffò.
“Ma…”
“Buonanotte.” Dissi prima di sbattergli la porta in faccia.
“Sperò che queste ore passino in fretta!” Urlò da fuori.
Mi appoggiai alla parete e chiusi gli occhi per un istante.
Era successo, era successo davvero.
Sorrisi.
Mi distesi sul letto e guardai il soffitto.
Non era vero che stavo morendo di sonno, semplicemente avevo bisogno di stare sola per un po’ e comprendere che tutto ciò che era appena successo era reale.
Sorrisi.

I giorni alle Hawaii passarono in fretta, troppo in fretta, tanto che non riuscii a visitare tutti posti della lista che mi ero fatta.
Raccontai a Mari di quella notte, e anche se contrariata, era felice che ero di nuovo felice.
Nonostante Danielle stesse ancora alle calcagna di James, ero tranquilla, o per lo meno, cercavo di esserlo.

La scuola finì, e le vacanze finalmente cominciarono.
Ritornai a lavorare nello stesso ristorante dell’anno precedente.
L’avevano ristrutturato e cambiato del tutto.
C’era un nuovo cameriere.
Era un ragazzo più o meno della mia stessa età di nome Josh.
Era più alto di me e aveva un fisico molto atletico.
Andammo subito molto d’accordo.
Durante le pause pomeridiane parlavamo spesso.
Aveva due anni in più di me e si era diplomato da poco.
A causa di problemi economici, quell’anno non era potuto andare all’università.
Sua madre era morta quando aveva 10 anni e suo padre era un alcolizzato.
Aveva una sorellina di 12 anni, Samantha, con la quale andava molto d’accordo.
“Se hai bisogno, io ci sono.” Dissi in un sorriso.
“Grazie.” Rispose, ricambiando il sorriso.

Durante quell’estate, James si fece sentire di più.
Ricordo ancora quando, in una domenica di fine giugno si presentò sotto casa mia.
“Che ci fai qui?” Chiesi.
“Non posso venire a trovarti?”
“Mh, no.”
Rise.
“Okay, allora me ne vado.” Disse e fece per andarsene.
“Ormai, sei già qui!”
Si girò e sorrise.
Lo feci entrare e accomodare in soggiorno, dove Jacob stava giocando alla play.
“Chi era Abby?” Chiese mia madre arrivando dalla cucina.
“Mamma, questo è James.”
Lo fissò per un po e disse. “Ma questo non era lo ‘scarafaggio’ alla quale avevi chiuso la porta in faccia?” Domandandolo.
“Abby?” Chiede James voltandosi verso di me.
Sorrisi e mi coprii la faccia.
“Mamma, lui è James e James, lui è mia madre.”
“Abby ha il ragazzo! Abby ha il ragazzo!” Cominciò a urlare Jacob.
“Tu, piccola peste! Smettila di urlare, lui non è il mio ragazzo!” Ribattei.
“Tanto non mi prendi!” Disse correndo.
“Quando ci riuscirò sarà la tua fine!” Dissi rincorrendolo per le scale.
“Eccoti!”
Lo presi e gli arruffai tutti i capelli.
“Mamma, Abby mi picchia!” Urlò Jacob.
“Hey, ma non è vero!” Ribattei mettendogli una mano davanti alla bocca.
“Abby, smettila! Hai 17 anni!” Disse mia madre.
Jacob mi morsicò la mano e corse via.
“Ahi! Mi hai fatto male, cavolo!”
Mi fece la linguaccia e andò in camera sua.
“Che fai? Te la prendi con i bambini ora?” Chiese James, ora dietro di me.
Mi voltai. “Non è un bambino, è una peste!” Borbottai andando in camera mia.
Mi tuffai nel letto e sbuffai.
“Mi farà impazzire prima o poi.” Dissi.
“Non lo sei già?” Chiese James, trattenendo una risata.
“Stai zitto tu!” Dissi lanciandogli un cuscino addosso.
“Non avresti dovuto farlo.” Rispose con aria minacciosa.
“Ah sì?” Chiesi lanciandogli un altro cuscino.
“Te la sei cercata!” Disse venendo verso di me.
Mi rimisi in piedi e scappai via.
Mi rincorse per tutta la camera anche se non era granché grande.
“Presa!” Disse, afferrandomi la vita con le sue braccia.
“Lasciami!” Dissi dimenandomi.
“Non ci penso nemmeno!” Rispose, cominciando a farmi il solletico.
Se c’era una cosa che poteva mettermi fuori gioco era il solletico.
Lo soffrivo come nient’altro.
Cominciai a ridere e ridere ancora.
“Così impari!” Disse continuando.
“Ahahaha… Ti prego… Smettila! Ahahah.”
Gli afferrai il braccio sinistro e lo spinsi a terra, ma in qualche modo, non so come, caddi anch’io, accanto a lui.
Continuai a ridere, penso che furono i postumi del solletico.
James continuava a ridere.
Mi fissammo per qualche istante ed entrambi ritornammo seri.
“Quindi non sarei il tuo ragazzo?” Chiese, dopo un po.
“Non mi hai mai chiesto ufficialmente di essere la tua ragazza quindi in teoria…”
Si avvicinò a me e mi baciò.
“Hey, ma non ho finit…”
Sorrise e mi baciò nuovamente.
Era qualcosa di indescrivibile sentire le sue labbra sulle mie.
Se c’era qualcosa di cui non mi sarei mai stancata erano i suoi baci, dolci, inaspettati.
“Mamma! James e Abby si stann…” Urlò Jacob, di fronte a noi.
Mi alzai di scatto e gli tappai la bocca.
“Se dici qualcos’altro, qualcosa di brutto accadrà a Mr. Tommy, capito?” Dissi minacciosa.
Annuì con la testa.
Lasciai la mano e Jacob fece un lungo respiro.
James rise. “Chi è Mr. Tommy?”
“È il pupazzo che mi aveva regalato papà!”
“Già, uno stupidissimo pupazzo a forma di elefante.”
“Hey, Mr. Tommy è più intelligente di te!” Disse facendomi una linguaccia.
Ricambiai.
James rise di nuovo. “Jacob, ma come hai fatto a sopportare tua sorella per tutto questo tempo?” Chiese.
“Tu!”
“Non lo so guarda.” Rispose Jacob, scuotendo la testa.
“Senti un po’…” Disse James mettendogli una mano sulla spalla e dicendogli qualcosa all’orecchio.
“Cosa vi state dicendo voi due?” Chiesi guardandoli con sospetto.
“Shh!” Mi urlarono tutti e due.
Uscirono dalla stanza ed andarono in camera di Jacob.
“Hey ma…!”
Mi chiusero la porta in faccia.
“Andate all’inferno!”
Scesi le scale ed uscii in veranda.
Dopo un quarto d’ora James mi raggiunse.
Si sedette accanto a me e rise.
“Perché ridi?” Borbottai.
“Canti sotto la doccia?”
“Vaffanculo.”
Rise.
“Dai, non prenderla male.
Tuo fratello è proprio simpatico.” Disse continuando a ridere.
“Sì, certo.” Dissi voltandomi dall’altra parte.
Suonò il suo cellulare. “Devo andare, mia madre mi ha organizzato un altro delle sue stupide festicciole e mi ha obbligato a parteciparvi - è un’altra delle sue condizioni perché io possa restare qui.”
“Vai!”
“Ritornerò!” Urlò fuori dal cancello.
“Te lo proibisco!”
“Tanto non verrò a trovare te ma Jacob!” Disse.
Corsi fuori e vidi che era già verso la fine della via.
Sorrisi.
“Idiota.” Mormorai fra me e me.

m
Cerco casa a Roma - una guida agli annunci del cazzo
  • Punteggiatura? Che perdita di tempo 
  • Vicino è un concetto elastico. Vicino metro è un concetto dilatabile
  • Le foto con i peluche sopra al letto
  • Tutti i comfort è il campanello d’allarme. Un annuncio riportava “tutti i comfort: gas per cucinare, acqua calda e fredda”
  • Solo per non residenti. Perchè? Mistero
  • “luminosissima” è come dire “una persona solare”: inutile e irritante
  • La differenza fra restaurato e ristrutturato. Non ha gli affreschi del Mantegna, non l'hai restaurata
  • Classe energetica K (stufa a carbon coke)
  • “raggiungibile a piedi” include anche Santiago di Compostela
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La zia vintage

Ho fotografato alcuni oggetti vintage che mia zia conserva con tanto amore. Usa ancora quel telefono, ma ha anche un cellulare, ve lo assicuro. Quel televisore è in bianco e nero, fa parte dell'arredamento di una cucina semi-moderna, perché anche le mattonelle sono molto vintage. Nell'angolo di uno dei due garage, ha questo vecchio focolare che ha più di cinquant'anni. Mi ha spiegato come si usava. Ho promesso a mia zia che non sarà mai distrutto, tutt'al più sarà ristrutturato. Lei non vuole perché ci tiene a lasciare in questo garage tutto come sta, ci sono troppi ricordi. Questo garage sta sempre aperto, è una specie di porto dove sostano tutti quelli che passano fuori casa sua per una tazzulella e cafè. Mentre scattavo queste foto, lei mi ha detto così “però dici a quelli che stanno su quel coso dove stai tu che io non ho solo roba vecchia, ma pure roba nuova eh!”. 

Piccole cose che ti fanno ricredere nell'umanità.

A Londra esistono varie “librerie gratuite”. Quella che ho scoperto io è un vecchio pub abbandonato, ristrutturato da cima a fondo, adattato a libreria. Una libreria gratis in cui tu entri e puoi prendere fino a tre libri per volta senza pagare. Funziona così: entri, vedi se c'è qualcosa che ti interessa, e la prendi. Solo, “per favore,” mi ha detto un volontario, indicandomi gli scaffali, “se hai qualche libro che non ti interessa più, portalo, solo per riempire lo spazio sullo scaffale”.

E la cosa bella è che oggi ci sono ripassata e davanti alla porta c'erano buste e buste di libri in attesa di essere presi e posti sugli scaffali.

Il cardinal Bertone usava i soldi destinati ai bambini poveri per ristrutturarsi l'attico di lusso. Lui si difende: “L'ho ristrutturato da Dio”