ristorante indiano

7,30: binario 1

Sai tutte quelle storie sull'anima gemella? Quelle che dicono che alla fine, per quanto tu possa cercare, affannarti, il giorno in cui l'avrai davanti la riconoscerai al volo?
Ecco, così è stato per me.
Non che mi stessi affannando, però la cercavo, sì. Mi guardavo intorno, guardavo le ragazze che incrociavo per strada, chiedendomi “sarà lei?”.
Alcune volte mi facevo anche dei film mentali… Immaginavo di avvicinarmi, di iniziare a parlarci insieme, di avere il coraggio di chiederle di uscire. E nella mia testa lei accettava, mangiavamo fuori, la portavo al luna park, era tutta una stretta di mano e baci e abbracci e fare l'amore al caldo sotto le coperte mentre fuori infuria la tempesta.
Ma la verità è che non la trovavo mai.
Mai una che mi facesse dire “è lei”, mai una che mi portasse a uscire dal mio guscio per arrischiarmi a fare veramente tutte quelle cose che sognavo.
Poi l'ho vista. Ho visto lei.
Il primo giorno stava in piedi, vicino al cartello con gli orari dei treni. Era un giorno grigio, pioveva a dirotto e gli unici suoni che si sentivano erano le gocce sull'asfalto e il rumore dell'acqua che il traffico sollevava fuori dalla stazione. Io ero seduto al centro della banchina, tra i binari due e tre.
Lei era lì, appena oltre le rotaie, con il suo ombrello giallo sotto il segnale del binario uno. Sembrava l'unico punto di colore, come quando d'estate in un prato spunta il primo papavero rosso in mezzo a tutto quel verde. Era minuta, con un cappotto sancrato che ne slanciava le forme; stava chiusa nelle spalle a proteggersi dal freddo, lo sguardo basso a osservare le gocce di pioggia rimbalzarle intorno ai piedi chiusi dentro delle minuscole scarpette a punta.
Intorno a lei c'era altra gente, ma per me era come avere gli occhiali appannati e poter mettere a fuoco solo un piccolo punto. E in quel punto c'era lei.
Lei che era perfetta in tutto: nell'armonia del corpo, nella forma delle scarpe, in quella tristezza timida che le si leggeva negli occhi, nei capelli che le ricadevano sulle guance come un casco protettivo contro il resto del mondo.
Lei era la mia metà, l'altro pezzo di mela scagliato da Zeus in una qualsiasi parte del mondo, l'anima gemella, lo spirito affine.
Lei era l'unica cosa che poteva rendere perfetto il mio universo.
Stavo per alzarmi quando arrivò il suo treno. Potei osservarla attraverso i finestrini rigati dall'acqua mentre saliva e cercava un posto a sedere, che casualmente era proprio di fronte a dove ero io.
Si voltò e i nostri sguardi si incrociarono. Fu un secondo, perché lei subito fuggì via.
Il treno partì, e io rimasi lì incantato.
Il giorno successivo pioveva ancora di più e molti avevano deciso di rinunciare a quello che dovevano fare. La stazione sembrava deserta. O forse era una mia impressione, perché lei era di nuovo lì, con il suo ombrello giallo e il suo cappotto sancrato e le sue scarpette a punta.
In realtà non avevo pensato che a lei per tutto il giorno e per buona parte della notte; avevo immaginato scene, mi ero preparato discorsi che non sarei mai riuscito a fare, però una cosa la sapevo: indipendentemente da dove lei sarebbe andata, io sarei andato con lei.
Mi feci quindi trovare al binario uno e quando il treno arrivò mi accodai, per essere sicuro di potermi sedere vicino a lei.
Non sto a raccontarvi tutta la storia, fatto sta che ci trovammo uno davanti all'altra. Lei tirò fuori un libro dalla borsa. Lo avevo letto. Iniziammo a parlare e quello fu il vero principio della nostra storia di anime separate in tempi arcaici e ora riunite.
Lavoravo dall'altra parte della città, ma la bottega era mia. Quindi cambiai orario. Tutte le mattine prendevo il treno al binario uno, arrivavo e scendevo con lei nella zona dell'Università, poi tornavo in stazione e dal binario due risalivo le dieci stazioni che ci separavano.
Quando le chiesi di uscire accettò.
Come potrei dimenticare quella sera?
Mi aveva dato l'indirizzo di casa sua. Suonai al campanello alle otto precise. Era bella (Dio se era bella) Come si può descrivere una sensazione simile? La mente sembra aperta e ricettiva come non lo è mai stata, il corpo è teso ma di una tensione che non stanca, anzi inebria; tutto sembra svolgersi al rallentatore:
noi che camminiamo sul marciapiede lastricato, il suo sorriso, la sua voce delicata, i movimenti armonici del suo corpo ad ogni passo.
Cenammo in un ristorante indiano, dove le luci erano soffuse. Che meraviglia le sue guance, che spesso diventavano rosse, il mascara e la matita nera a segnarle gli occhi, che diventavano più profondi nella penombra, la morbidezza delle sue labbra e il loro splendente, umido riflesso.
Ci ritrovammo abbracciati pochi metri dopo essere usciti dal locale. Le nostre labbra si toccarono e non era un bacio, era voglia di mangiarsi, di diventare un tutt'uno. Che fosse estate o inverno non ce ne saremmo accorti. Sentivo le sue mani avvinghiarmi e tirarmi verso di lei, mentre le mie cercavano di esplorare ogni millimetro della sua pelle scoperta, il collo, la schiena, le spalle.
Mi prese per mano e, in silenzio, mi accompagnò nella strada a ritroso verso casa sua.
Se ti dovessi descrivere casa sua da quella prima sera, non sarei in grado. Quello che so è che appena la porta si chiuse le nostre labbra si trovarono di nuovo attaccate, mentre le mani vorticosamente cercavano di togliersi vicendevolmente i vestiti.
Nuda davanti a me era come avevo sempre sognato: il corpo diafano, il seno turgido e fremente, quel piccolo ciuffo nero in cui ardevo sprofondare.
Fu lei a spezzare il momento. Si avvicinò, mi morse il labbro inferiore mentre la sua mano si avvolgeva intorno alla mia eccitazione. Mi baciò il mento, il collo e scese giù sul petto.
Quello che successe dopo credo tu possa immaginarlo, ma non sarai mai in grado di capirlo se non hai mai trovato la tua anima gemella.
Fu la prima di una lunga serie di serate, poi di giorni, fino a che, poi, mi chiese di stare da lei.
Due anni.
Due anni di idillio.
Poi arrivò il primo problema: lei faceva ricerca e le fecero una proposta. Lontana mille chilometri.
La pregai di non accettare e subito lei sembrò essere d'accordo con me. Meglio insieme nello stesso posto con un lavoro poco interessante che lontani con un lavoro bellissimo.
Pensai anche di trasferirmi con lei, ma subito non era possibile: dovevo trovare da vendere la mia casa, la bottega, trovare un altro lavoro in quell'altro posto. Ci sarebbe voluto del tempo e nel frattempo saremmo stati separati.
Poi iniziarono le discussioni. Lei era sempre nervosa. Probabilmente per frustrazione.
Hai presente no? Quando vuoi una cosa ma non puoi averla, o peggio; puoi averla ma devi rinunciarci per via di qualcun altro.
Iniziammo a litigare, cosa che non avevamo mai fatto. Così quella sera uscii di casa e me ne andai.
Lo so che mi capisci… Succede a tutti prima o poi.
Passai la notte nella mia vecchia casa, seduto sul divano ormai ricoperto di polvere, domandandomi cosa ci fosse di così importante in quella casa da non poterla abbandonare lì, magari dopo aver dato le chiavi ad un'agenzia con l'incarico di venderla.
La bottega potevo gestirla; non avevo molti attrezzi, con una buona compagnia di traslochi avrei potuto organizzare tutto in una settimana.
Così presi il telefono e la chiamai.
“Riiniziamo da capo. Domani mattina, alla stazione, binario uno.”
Lei piangeva, ma sentivo che era felice.
“Domani mattina. Binario uno.” Rispose. “Ti amo.”
Cercai nell'armadio i vestiti che avevo il giorno in cui l'avevo vista per la prima volta e puntuale, alle 7,30, ero al binario 2.
Lei si presentò allo stesso modo, con il cappotto sancrato e l'ombrello giallo, anche se non pioveva. Sorrise, e io mi alzai, presi il sottopassaggio sotto le rotaie e sbucai al binario uno.
“Buongiorno.” Le dissi.
“Buongiorno.” Rispose.
Notai che aveva con se due valigie: la sua, rosa e perfetta e la mia, di un colore indefinito e le cuciture mangiate dalle tarme.
“Le ho preparato una valigia.” Mi disse. “Nel caso lei voglia restare con me per sempre.”
La abbracciai e le nostre labbra si ritrovarono come quella prima sera fuori dal locale. Le cinsi i fianchi e la sollevai, iniziando a farla volteggiare.
“Lo voglio, lo voglio, lo voglio!”
Danzavamo come Ginger Rogers e Fred Astaire, mente lei rideva con la testa gettata all'indietro.
Poi sentii il colpo.
Le sue risa cessarono all'improvviso mentre il mio corpo si ritrovava scaraventato di fianco. Qualcosa di caldo e appiccicoso mi colpì il viso, mentre la spalla mi si spezzava al contatto con il terreno e la vista si annebbiava.
Sentii gridare.
Il rumore delle ruote del treno che stridevano sulle rotaie.
Altre grida.
Qualcuno che vomitava.
La testa pulsava e non riuscivo ad aprire gli occhi, ma lei era ancora tra le mie braccia e questo era ciò che contava.
Cercai di aprire gli occhi. Erano bagnati. Sfilai un braccio e cercai di ripulirli con il dorso della mano. Quando la guardai era rossa.
Qualcuno mi prese da sotto le spalle e cercò di sollevarmi. Il treno si era fermato (che strana quella striscia rossa sulla fiancata).
La cercai ed era lì. Per terra. Il cappotto sancrato, le scarpette a punta. Era lì, tranne la sua testa.
Un po’ era sulla fiancata del treno, un po’ sul mio volto, un po’ in giro per una ventina di metri di banchina.
Tu non mi puoi capire. Nessuno mi può capire… Fate tutti prima a dire che mi ha dato di volta il cervello.
Fatto sta che ho fatto ciò che lei avrebbe voluto. Ho preso le nostre due valigie, rimaste lì vicino e sono salito sul treno. Tanto le porte erano aperte ed erano già scesi tutti, chi intento a stare male, chi a scattare foto con i telefonini.
Ho preso quelli che erano stati i nostri posti anni prima e mi sono seduto, aspettando che il treno partisse verso dove io e lei saremmo stati felici.
Poi sono arrivati a prendermi e mi hanno portato via.
E tu, dottore, ancora oggi non capisci che avreste dovuto lasciarmi lì.
Vabbè, fammi un'altra puntura e rimandami nel mondo dei sogni, però lasciate le due valigie sempre vicino al mio letto.

QUELLO CHE SUDA AL CURRY

Un filosofo tedesco del 1800 disse che “Siamo quello che mangiamo” e io cambierei la frase in “Sudiamo quello che mangiamo”, nel senso che ci sono alcuni alimenti che modificano l'odore del sudore e per esempio l'aglio o la cipolla, se mangiati in grande quantità, sono responsabili di una sudorazione molto forte, ma anche il broccolo e le spezie come il curry e il cumino e in palestra ci sono questi indiani che praticamente loro mi sa che mangiano tutti gli alimenti elencati e non appena iniziano a faticare, sudano al sapore di curry e se gli passi vicino sembra di stare in un ristorante indiano con un bel piatto di chicken tikka masala davanti. Ma non hai un chicken tikka masala davanti, non so se mi spiego.

English version

anonymous asked:

Chi è Gaia?

Sai, lavorando in un ristorante indiano e con colleghi da un po tutte le parti del mondo, mi sto informando su molte cose: culture e tradizioni, ma anche sulle lingue.
Ora come ora so salutare, come un semplice “Ciao”, in diciassette lingue diverse.
So mandare a Fanculo in sette lingue e dire “Ti amo” in dieci.
Inoltre la parola/nome, Gaia, in Hindi, significa “Andato”
Quindi chi lo sa, magari è un segno del destino.

itwasjustmydreamtomorrow  asked:

Come mai sai l'indiano?😳

Perché lavoro in un ristorante indiano e pensa che delle volte mi metto pure a parlare con i clienti.
L'altro giorno ho parlato con un bambino per qualche minuto!
I bambini di colore sono i più belli al mondo, secondo me!