ripiano

Ho comprato il bimby a mia nonna.

Solo che il bimby sta chiedendo a mia nonna come fa le lasagne.

Mia nonna ci tiene alle sue ricette così ha litigato con il bimby.

Ora il bimby non le dice più niente.

Solo che c'era dentro il poco di farina che mia nonna aveva e non vuole aprirsi per ripicca.

Così mia nonna mi chiama, mi spiega la situazione e mi dice di andare a prendere della farina.

Vado all’ Esselunga a comprare la farina, incontro Lenny Kravitz che sta comprando l'occorrente per la polenta.

Gli spiego che la taragna è meglio, ma ci vogliono i giusti formaggi, mi ringrazia limonandomi. Approvo.

Torno da mia nonna ma la situazione è in stallo, il bimby impugna un coltello e mia nonna un mattarello insieme al ripiano del forno come scudo.

Mi tocca chiamare il servizio assistenza della bimby per provare a risolvere, premo 1 per assistenza, premo 3 per risoluzione problemi, premo 7 per “bimby incazzato con la nonna che non rivela le ricette e prova a farsele svelare con la forza”.

Scopro che mia nonna per sbaglio al posto di “ciclo di impasto semplice” ha premuto “sindrome da pre-ciclo di impasto”, quindi il bimby si calma. Che poi a sto punto è la bimby.

Mia nonna riesce fare i cannelloni.

Alla radio suona l'ultima hit di Lenny Kravitz “taragna is better than yellow flour”.

Stamattina, mentre andavamo a scuola in auto, Ginevra mi ha chiesto dell'amore.
“Papà”, ha detto cogliendomi di sorpresa, “ma due donne possono sposarsi?”
Prima di rispondere ci ho pensato molto bene, avrei tanto voluto che al mio posto ci fosse la mamma.
“No”, le ho detto per non mentirle, “nel nostro Paese no, però possono volersi bene e vivere insieme.”
“Come te e la mamma?”, ha detto.
“Sì.”
“Ma perché non possono sposarsi?”
“È un discorso difficile, Ginevra”, ho detto. “In certi Paesi possono, da noi ancora no.”
“A Sant'Ambrogio possono?”
“No, Ginevra, non intendevo paesi paesi, intendevo Stati come l'Italia.”
“Ma io a Sant'Ambrogio ho visto due ragazze che si baciavano.”
“Non c'è niente di male, Ginevra. Tutti, se si vogliono molto bene, possono baciarsi.”
“Anche i maschi?”
“Se si vogliono tanto bene, sì.”
Ha fatto una pausa che pareva una rincorsa.
“Papà”, ha detto, “ma quando si sposano due donne come fanno a volersi bene?”
“Come fanno tutte le persone del mondo”, ho detto. “Col cuore.”
“Dentro al cuore c'è il bene?”
“Dentro al cuore c'è tutto.”
“Perché?”
“Perché il cuore è come un grande armadio, Ginevra”, ho detto. “Ci sono dentro prima di tutto le persone che hai scelto, poi ci sono il ripiano dei baci, i cassetti degli abbracci, gli appendini degli sguardi, gli scaffali del male e quelli del bene. Tutto.”
“Melania ha il cassetto dei lecconi sulla faccia!”
“Vero”, ho detto ridendo.
“Papà”, ha detto.
“Cosa?”
“Nei cuori ci sono anche l'amore, vero?”
“Sì, ma non si dice ci sono, Ginevra. Si dice c'è, l'amore è singolare.”
“Non è vero!”, ha detto seria. “L'amore sono tanti.”
Mi sono zittito e non l'ho corretta più, perché l'amore sono tanti anche secondo me.
Che peccato che ci siano persone che non lo capiscono, ho pensato.
—  Matteo Bussola
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At work …
Ho fotografato il ripiano del germoglio di crescione circa 2 volte al giorno… è spettacolare vederlo crescere così, sotto i propri occhi
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luceat lux

Quando il calore della sigaretta gli arrivò d'improvviso sull'indice, si riscosse con un tremito. Fissò la brace per qualche secondo, assaporando il lieve dolore fisico, poi la spense sul posacenere davanti a sé.

Dal lato opposto del tavolino, c'era lei. Lei e una tazzina di caffè con una macchia di rossetto sul bordo. E, proprio al centro, tra loro, un abisso incolmabile di parole non dette, di silenzi mai infranti, di lacrime ricacciate nel fondo degli occhi. Un abisso che si era allungato per dieci anni, disteso su settemila chilometri di terra e d'oceano e ora, compresso a forza in quei pochi centimetri – quindici, forse venti, tanto che gli sarebbe bastato distendere le dita per arrivare a sfiorarle la mano – sembrava perfino più terribile, profondo, invalicabile. Peggio di un muro, pensò tra sé, che per superare un muro devi salire verso l'alto, ma l'abisso, Dio, l'abisso si supera precipitando. Si deve cadere, rovinare a terra, schiantarsi.

E lui, lui era già caduto. Si era rialzato, però. Da solo, in silenzio, aveva scosso via polvere e fango dalle ginocchia. Poi aveva deciso di partire. Erano passati dieci anni, ormai, ma a ripensarci gli sembrava che quel giorno non si fosse mai concluso del tutto.


Era di pomeriggio, giovedì, le tre e un quarto. Sole pigro di ottobre, ma solo fuori dalla finestra: dentro schianti di tuono, fulmini a rendere l'aria elettrica, pioggia sporca, vento. Aveva radunato sul letto qualche t-shirt, dei jeans slavati, due libri da cui non voleva separarsi, una vecchia macchina fotografica e il passaporto fresco d'inchiostro. La foto lo mostrava serio, come sempre, con lo sguardo che evitava l'obiettivo per perdersi in un punto più a destra, guardando chissà cosa, un riflesso, un bagliore che aveva attirato la sua attenzione più della luce fredda del flash. Non lo sopportava, il flash: era una menzogna. Aveva cercato in quel dizionario ingiallito riposto sulla mensola più alta della libreria di suo nonno: fotografare veniva dal greco; significava scrivere con la luce. Lui, che di fotografia non si occupava ancora, già si intendeva molto di luce, ma di luce vera. La luce del flash era artificiale, appiattiva, cancellava ombre e sfumature e lui la detestava: era umana, quindi destinata all'imperfezione. La luce vera, invece, era un'altra storia: divina, impalpabile eppure così concreta. Era ovunque. La luce vera era ovunque: bisognava solo avere la pazienza di lasciar abituare gli occhi al buio, di modo che potessero scorgerla. Rigirava quell'idea in testa come un amuleto tra le dita, a volte la pronunciava ad alta voce per ascoltarne il suono nelle orecchie e memorizzare i movimenti che lingua e labbra compivano.

Richiuse il passaporto, coprendo quel volto impersonale che nulla aveva da dire sulla sua identità, stipò ogni cosa, ordinatamente, nel fondo di una valigia di cuoio. Poi, con lo stesso metodo, ripiegò tutti i sentimenti, tutte le emozioni – belle e brutte, nessuna distinzione –, ogni grammo di rabbia, ogni stupida incertezza mai provata fino a quel momento e le ripose in un angolino remoto del petto, con la speranza che occupassero poco spazio e non trovassero mai la strada per uscire fuori.


Dieci anni, ed era ancora al punto di partenza.

Un paesino di provincia, tremila anime appena, e tutte intrappolate lì dentro, in riva al mare, a fingere che le sbarre fossero meno fitte, che l'orizzonte fosse più vicino, che si potesse costruire una strada, che si potesse partire con facilità. Non era stato facile, invece, neppure per lui che a quel posto non aveva mai pensato d'appartenere. Ed ora, ora che era tornato, la notizia aveva rapidamente percorso ogni vicolo, ogni finestra aperta, ogni orecchio. All'inizio quasi non l'avevano riconosciuto. Ma poi, oh, poi si erano ricordati di lui: il figlio di, il nipote di, o – semplicemente – il ragazzino che chiamavano bastardo, colpevole d'esser nato da padre incerto, d'esser cresciuto senza lo scudo di un cognome rispettato. Non si curavano che sua madre potesse sentire, allora. Non si curavano che lui, o i loro stessi figli potessero sentire e, inevitabilmente, ripetergli quelle sillabe rabbiose contro, fargliele pesare sulla testa come un ergastolo. Mangiava la polvere ogni giorno, dopo la scuola, quando decidevano di buttarlo a terra dietro il campo da calcio e cantilenare i loro insulti in rima. Quel bastardo, però, era cresciuto e lo sguardo di sfida che aveva imparato a sfoggiare faceva morire sulla bocca ogni brusio, almeno finché era presente. Conquista di poco conto, dato che il silenzio imbarazzato e le patetiche frasi cortesi che riceveva in cambio erano coltellate molto più profonde di un qualsiasi insulto. Ditelo, stronzi. Ditelo: bastardo. Guardatemi in faccia e ripetetelo ancora. Scandite ogni lettera. Incidetemela addosso, codardi. Avrebbe voluto urlarglielo in faccia. Attaccarli a viso aperto, distruggerli: ora sapeva di esserne capace. Invece no, ricacciava in gola ogni parola, non prima di averla assaporata sulla punta della lingua con tutto il suo livore, e se ne andava per la sua strada. Non era tornato per quello. Era tornato perché doveva sistemare delle cose, mettere dei punti fermi, smettere di rimandare. Voltare pagina, ma stavolta davvero. Aveva aperto la porta di quella casa, chiusa da dieci anni a tripla mandata, e si era sistemato nella stanza al pianterreno, che era stata di suo nonno. Il ripiano dell'armadio traballava un po’ sotto il peso dei suoi vestiti, così come il suo petto tremava ad ogni ricordo: decise di ignorarli entrambi. Poi, in soggiorno, squillò il telefono. E quando un telefono squilla in una casa che è rimasta disabitata per dieci di anni, significa una sola cosa: guai.

Sollevò la cornetta e rimase in ascolto. Un respiro, e nient'altro per dieci secondi.

Poi: “Sei tornato”. Non rispose. Non ce n'era bisogno: non era una domanda.

Vorrei vederti. Solo vederti, prima che tu riparta” - silenzio - “Perché ripartirai, vero?”.

”, rispose stavolta. “Sì a cosa?”, fece lei, un impercettibile tremito nella voce a misurarne l'attesa. “Sì, ripartirò. E sì anche al resto”, replicò lui calmo, senza lasciare che il suo tono tradisse alcuna emozione: sapeva farlo benissimo. Eppure, eppure il cuore gli batteva forte in gola, e sulle tempie, e nel profondo delle viscere. Gli batteva un po’ ovunque, sordo e implacabile.


Così si era ritrovato seduto a quel tavolino, sul lungomare, a guardare i riflessi del sole sull'acqua fino a farsi lacrimare gli occhi. Lei era in ritardo. Copione consunto, replica di mille altri giorni uguali a quello, congelati in un passato non troppo lontano. Ordinò un aperitivo al banco e poi tornò a sedersi rivolto verso l'acqua. Arrivò qualche minuto dopo, ondeggiando sull'acciottolato con dei tacchi che gli parvero terribilmente fuori luogo. La studiò da lontano e comprese che i ruoli si erano invertiti: ora era lei, coi suoi quindici anni in più, a volerlo impressionare. Si alzò e la salutò con un frettoloso bacio sulla guancia, scostando la sedia per porgergliela. I primi minuti furono tesi, impacciati, fatti di come stai? - che fai? - ti ricordi di? - e tu? - ed era come conoscersi di nuovo, annusarsi a distanza di sicurezza per capire chi era la persona di fronte, così familiare e così estranea insieme.

Era ancora bella, anche coi suoi quarantacinque anni. Una bellezza fragile, generosa, esposta. L'occhio clinico di lui si soffermò su alcune inquadrature, valutando tempi di scatto e esposizione per riprodurre fedelmente il biancore di latte di quella pelle, la discesa dolce di quelle curve, la morbidezza; poi soppesò i suoi lineamenti, le rughe che prima non c'erano e trovò belle anche quelle. Quando lei tolse gli occhiali da sole, però, rimase frastornato per qualche secondo. Il suo sguardo era andato per istinto a cercarne gli occhi, ma non li aveva trovati: indossava delle lenti a contatto colorate, d'un blu innaturale, che le regalavano un'espressione vuota e stupida. La fissò per un attimo, incerto sul parlare o tacere, desiderando solo che si rimettesse gli occhiali per non dover più inciampare in quello sguardo di vetro. Di che colore erano i suoi occhi? Non riusciva a ricordarlo, ma sapeva che erano stati belli, e vivi, e tristi.

Parlarono per qualche ora.

Lui le raccontò di aver avuto un discreto successo come fotografo, a New York, e di aver viaggiato molto per lavoro; le parlò del suo cane, del suo appartamento ancora da pagare, dello stordimento che ancora dopo tutti quegli anni gli causava vivere in una città talmente vasta, lui, che era cresciuto in un paesino in cui le strade si possono misurare contando i passi. Vista così, al netto delle difficoltà, sembrava persino una vita invidiabile, la sua. Ma sì, lo era. Era la sua vita, e lui se l'era presa, l'aveva conquistata palmo a palmo. L'aveva  scelta e le voleva bene, come si vuole bene ad una persona che si conosce da anni, di cui si sanno a memoria tutte le piccole imperfezioni, di cui si ricordano gli errori, ma a cui si guarda sempre con complicità e affetto, pronti a difenderla da qualunque attacco.

Lei gli disse, col solito tono a mezza via tra noia e depressione, che niente era cambiato, lì. Prevedibile anche in questo. Si sentiva strangolata, e suo marito – “oh, non farmene parlare, ti prego” – suo marito era il solito stronzo. L'aveva sposato quando era ancora troppo giovane per capire che certi sentimenti non erano destinati a durare, e poi ci era rimasta per non dare un dispiacere ai suoi genitori. Gli disse di essere stata molto male, e le dita scattavano ancora nervosamente mentre afferrava l'ennesima sigaretta. “Non ho più nessuno, nessuno a starmi accanto, mi sento così sola.

Era sempre stata brava con le parole, pensò lui: anche ora, si ritraeva come la protagonista infelice di un romanzo, ammantando tutto d'una vena malinconica, parlando di alti sentimenti, di dolore incomunicabile, dell'essere umano destinato sempre alla solitudine. Le era sempre piaciuto crogiolarsi nell'idea di un fato ineluttabile. Ma ora, dall'altra parte, ad ascoltarla non c'era più quel ragazzino incantato, perso d'amore, desideroso di diventare la sua via di fuga. Non riusciva più a provare un briciolo di empatia per lei, nemmeno a vederla così fragile, insicura, a cercare disperatamente di attirarne l'attenzione, anzi – si corresse –, la compassione. Avrebbe voluto contraddirla, dirle che era colpa sua, solo sua, e non di un destino già scritto: era lei ad essersi arresa, ad aver preferito la sicurezza del fallimento, le comodità di un matrimonio che disprezzava.  Invece rimase zitto, il labbro stretto tra indice e pollice, a chiedersi se fosse lui ad essere cambiato o lei a non essere mai stata niente di speciale. L'aveva amata, certo, ma ad un certo punto l'amore non era bastato. Si era stancato. Di essere dato per scontato, di sentirsi sempre meno, di essere trattato come un bambino. Di essere presente. Perciò si era fatto assenza, si era fatto mancanza. E i cattivi sentimenti da cui era pervaso, e che frenava a stento, erano il frutto maturo di quell'assenza.

Vide la bocca di lei che continuava a muoversi, non la ascoltava ormai da qualche minuto. Solo quando si accorse che gli rivolgeva un qualche tipo di domanda si concentrò di nuovo sulle parole.  

Scusa…dicevi?

Dicevo…vorrei che mi fotografassi, prima di andare via.

Sollevò lo sguardo, confuso.

Vorrei un mio ritratto, fatto da te.” continuò lei, quasi pensasse di non essere stata chiara, aggiungendo alle parole ampi gesti con le mani che ne tradivano l'urgenza.

Prese coraggio e la guardò dritta negli occhi, quegli occhi che aveva cercato di evitare per tutto il pomeriggio, quel blu innaturale, quel vuoto. D'improvviso, comprese che l'unica cosa che a lei era mai importata di lui, era se stessa. O, più precisamente, il suo riflesso, l'idea che lo sguardo di lui le restituiva. Così implorava d'avere l'ultimo feticcio di quella relazione insana, finita da anni e mai del tutto sepolta. Non smise di fissarla un attimo, durante questa presa di coscienza dolorosa. Poi, seppe cosa fare.

No.

Si limitò ad una sillaba, una soltanto. La pronunciò con calma, i lineamenti distesi. La sentì esplodere in bocca, piccola, semplice, perfetta.

Definitiva.

Qualche attimo più tardi era sulla strada che portava verso casa sua. Appese un cartello con su scritto vendesi e il numero dell'agenzia immobiliare a cui aveva affidato le pratiche. Ripiegò con lo stesso metodo d'un tempo i suoi vestiti, disponendoli sul letto. Prese la macchina fotografica, la posizionò su un ripiano dell'armadio, aggiustò i parametri e impostò l'autoscatto, poi si mise in piedi di fianco al letto, le braccia lunghe con i palmi rivolti avanti. Quella sarebbe stata l'immagine che avrebbe riportato a casa da quel viaggio: sé stesso, il suo ordine che finalmente era anche mentale, una valigia da riempire sul pavimento, un sorriso ferino che gli sarebbe spuntato sulle labbra ogni volta che avrebbe ricordato il sapore di quel no.

Se tu mi avessi persa per la strada
come capita alle cose più importanti
quando cadono per sbaglio dalle tasche
o ancora peggio vengono rubate,
sarebbe stato meglio che restarti
in salvo su un ripiano che si riempie,
che cresce con il mucchio delle ore.
Mi muovo attorno a te come la polvere
e non mi hai mai sentito camminare.

Isabella Leardini

Da un paio di giorni sono tornato a casa di mia madre. Ci torno saltuariamente perché non vivo più qui. Ho ancora un letto che ritorna alla sua funzione il giorno prima di arrivare: altrimenti lo ritroverei colmo dei vestiti dei miei fratelli, dei panni da sistemare negli armadi. Ma ho ancora un ripiano della libreria pieno di libri che credo non leggerò mai più.

Non è cambiato nulla da quel settembre che decisi di andare a vivere per conto mio, 23 anni appena compiuti e solamente due bagagli a mano con me. Da quel giorno non ho mai smesso di far valige e partire sempre con meno cose, non accumulare nulla. La precarietà fa questo: riduce la tua vita al minimo indispensabile e tutto quelli che pensavi potesse avere un senso come un regalo, un bel libro od una fotografia, lo perde piano piano. Non c'è spazio nei trasferimenti per portarsi dietro il proprio passato, così che la valigia diventa tutto ciò che hai e molto importante che sia ben organizzata: funzionale, con pratici abbinamenti e per tutte le stagioni. Tutte le esperienze vengono catalogate in qualche verso sparso, nel retro dei biglietti dei treni, in qualche scatto; delle più belle e significative, che si svelano nei momenti più inaspettati, non c'è assolutamente traccia. I percorsi emozionali vissuti sono segnati semplicemente in una memoria che talvolta coglie particolari inattesi. Si viaggia leggeri ma spesso è difficile lasciare posto nel proprio cuore al nuovo, al futuro ancora da vivere.

Vorrei da un lato svuotare questa libreria, regalare questi libri che non leggerò mai più, ma dall'altro non lo faccio perché ho un po’ di timore a lasciare uno spazio vuoto, come un presagio di imminente ritorno, perché ogni qualvolta che rimetto piede in questa magnifica terra, nella quale mi posso permettere di godermi un sole nudo il due di novembre e quasi farmi il bagno al mare, sento la sua energia travolgente che come una sirena mi richiama -un'energia primordiale, materna che ti invita a bere dal suo seno salato e profumato di timo - e questa volta il richiamo è più forte del solito.

A.

una volta in un vivaio ho inavvertitamente fatto cadere un cactus da un ripiano in alto, e per salvarlo l'ho afferrato al volo. Io e il mio costante desiderio di prendere per mano.

Burattino senza fichi

Sono il più amabile dei confidenti, comprendo le situazioni, intuisco i bisogni, sono prodigo di piccoli gesti e di premure, si illudono di passarmi oltre per inseguire le loro vampe ma tornano sempre da me, perché si accorgono che negli altri manca sempre qualcosa, quello che solo io posso dare. Faccio la vita del pupazzetto dimenticato in fondo all’armadio che viene riscoperto e rimesso sul ripiano buono della living room, finché vengo di nuovo dimenticato per sciatteria e via che si riparte.

La curiosità ha vinto tutto il resto: ho sfogliato il diario che dormiva nel ripiano della libreria con racchiusi i miei primi otto mesi fuori di casa. Ho riletto esperienze che non ricordavo: ragazze che inaspettatamente mi facevano battere il cuore, incontri interessanti, uscite e viaggi; tutto condito con una dose costante di ricerca di me stesso.
Vedo quel me di allora molto maturo, forse più di adesso, sicuramente più pesante, con tanti problemi che ora non mi sarei minimamente posto.
Ha ragione Guccini nel dire: “a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si han in testa a quell'età!” non rimpiango però niente di tutto quello che ho vissuto, sopratutto in quei mesi molto delicati. Rileggersi fa sorridere: in quelle righe credevo di scrivere tutto mentre ora ci vedo il niente, quasi l'inutile ed il banale; eppure nell'atto creativo mi sembrava di usare una lama per tagliare le situazioni in fette sottili ed ora, invece, mi sembra tutto così grossolano.
Pensavo di aver trovato la chiarezza, di vedere nel modo giusto e di avere in mano il mondo. Il potere che idiozia! ma, fortunatamente, sento di aver concluso quest'assurda fase di onnipotenza.
Ora mi sento nulla in confronto al ragazzino di allora che si beveva il mondo in un unico grande sorso, (e non solo in senso metaforico) non ho più uno scheletro: vago nel mondo prendendo la forma di ciò che mi circonda e riesco bene a passare inosservato. Quasi.

Hai presente quando compri una nuova felpa? Hai presente la soddisfazione nel fare l'acquisto, arrivare a casa, e appenderla nell'armadio? Hai presente quando sei tutto emozionato di poterla finalmente mettere? E poi? E poi ti accorgi che la taglia è sbagliata, ma non ci avevi fatto caso. Che le maniche sono troppo lunghe o troppo corte. Che il collo ti stringe a soffocare. Che sulla pancia si formano pieghe orribili. Che dentro, il tessuto punge. Che la zip si inceppa sempre. Che il cordino del cappuccio è sparito nell'asola. Che si sta già sfilando infondo. Che ormai non c'è nulla da fare, se non rimetterla nell'armadio.
Ecco, io mi sento come una di queste felpe, costantemente. Mi scelgono, mi amano, ma poi si accorgono che sono solo un casino, e non hanno voglia di farmi diventare la splendida felpa che avevano scelto. E mi ripongono nell'armadio, così senza guardare. Mi gettano come uno straccio su un ripiano. E non gli interessa cosa provo io. “È solo un'altra stupida felpa, non c'è nulla da fare”.
—  Ilcacciatoredioccasioniperse

“Scolò il bicchiere di scotch: un gusto di fumo e di erica tra i cubetti di acqua fluorata. Il ghiaccio sbattè contro il suo labbro superiore. Si alzò per riempirsi il bicchiere e barcollò. La bottiglia era sul ripiano basso dello scaffale, sotto una lunga fila di Balzac che sembravano tante minuscole bare scure.”

“Ottobre portava avanti giorno dopo giorno la sua opera di disfacimento e arrivò al suo ultimo giorno ancora bello, bello abbastanza per giocare a tennis.”

J. Updike

Il bambino chiese alla bambina di dire nel barattolo ‘ti amo’, senza fornirle altre spiegazioni. E lei non gliene chiese, nè disse ‘che sciocchezza’, o ‘siamo troppo giovani per l’amore’; e non suggerì neanche alla lontana che diceva ‘ti amo’ perchè glielo aveva chiesto lui. Invece, gli rispose : ‘ti amo’. Il messaggio viaggiò per lo yo-yo, la bambola, il diario, la collana, la trapunta, il filo da bucato, il regalo di compleanno, l’arpa, la bustina da tè, la racchetta da tennis, l’orlo della gonna che un giorno lui avrebbe voluto toglierle.. […] Il bambino coprì il suo barattolo con un coperchio, lo staccò dalla corda e collocò l’amore della bambina per lui su un ripiano del proprio armadio. Ovviamente, non potè mai aprire il barattolo perchè altrimenti avrebbe perso il contenuto. Gli bastava sapere che era lì.
—  Jonathan Safran Foer, Molto forte incredibilmente vicino.
Il bambino chiese alla bambina di dire nel barattolo “Ti Amo”, senza fornirle altre spiegazioni. E lei non gliene chiese, gli rispose: “Ti Amo”. Il bambino coprì il suo barattolo e collocò l'amore della bambina, per lui, su un ripiano nel proprio armadio. Non potrà mai aprire il barattolo, perché altrimenti perderebbe il contenuto. A lui, bastava sapere che era lì.
—  Jonathan Safran Foer
Un gioco da bambini.

Sono le piccole cose quelle che mi colpiscono di più, non c'è niente da fare.
Non i grandiosissimi gesti eroici del tipo ‘ehi guardami, ti sto salvando dal maniaco stupratore della Tiburtina chiavandogli due paccheri in faccia’, no.
Sono le piccole cose, dicevo. E’ una rosa comprata senza premeditazione mentre aspettiamo il taxi, è il fatto che quella rosa sia volata dalla mia finestra nemmeno mezz'ora dopo in seguito ad un litigio e recuperata dalla stessa mano che me l'ha regalata (e che l'ha fiondata giù, pure, ma sono solo dettagli). E’ uno sguardo lungo se siamo in mezzo ad altri, è uscire dal locale mentre sto fumando una sigaretta, darmi un bacio e tornare dentro senza dire niente. Sentirsi chiamare ‘amore mio’ prima di dormire.
Ho trovato quel tubetto di dentifricio lì, e lo spazzolino là, e le chiavi di casa sua su un ripiano di camera mia, come se lasciando in ogni angolo cose che gli appartengono avesse voluto rimarcare la sua presenza.
Piccole cose, piccoli dettagli, piccole attenzioni.

Ho fatto la scelta giusta, ora lo so.

Ho rivisto quella casa

Inizialmente fu il paradiso.
Angolo raccolto, in cui sfogare le rispettive paure.
Notti spese a fissare un camino,
aspettando albe portatrici di realtà.
Temevamo il giorno, come si teme l’arrivo del boia.
Notti spese a fare l’amore,
a scambiarci anime senza esserne proprietari.
Era incanto ed era meraviglia.
Ho rivisto quella casa.
C’era una cucina.
C’era una finestra che dava sulle colline.
Eravamo bambini ma in fondo non lo siamo mai stati.
Ho rivisto quel ripiano. Mi ci sedevo a fumare e a guardarti preparare.
C’era un salotto.
C’era un divano che per fortuna non sa parlare.
Ho rivisto quel divano. Mi ci accucciavo a tacere e a sentirti respirare.

C’era un ripiano e c’è ancora.
Lo stesso dal quale mi hai tirato giù,
prendendomi per una caviglia.
Ricordo il pavimento sulla faccia e il cuoio contro un fianco.

C’era un divano e c’è ancora.
Lo stesso sul quale mi hai preso il viso tra le mani,
sussurrandomi che mi avresti spaccato la faccia.
“Chi non ingoia muore”, dicesti.

C’era una camera da letto e c’è ancora.
Ma questo è un altro capitolo.

Il bambino chiese alla bambina di dire nel barattolo:
“Ti amo”, senza fornirle altre spiegazioni.
E lei non gliene chiese, gli rispose:
“Ti amo”.
Il bambino coprì il suo barattolo con un coperchio e collocò l’amore della bambina per lui su un ripiano nel proprio armadio.
Ovviamente, non poté mai aprire il barattolo, perché altrimenti avrebbe perso il contenuto.

Gli bastava sapere che era lì.


- Jonathan Safran Foer

Mia mamma entra di soppiatto in camera mia con una confezione di fazzoletti tutti colorati. Entra e, senza dirmi nulla, apre armadi e cassetti. Alla fine mette la confezione di fazzoletti in un ripiano dell'armadio e mi dice: “Sara li nascondiamo qui questi, così possiamo usarli solo noi due”.