ripara

x

sei quella frase nel mio libro preferito.

sei la canzone che ascolto tutte le mattine.

sei il caffè dopo una notte passata in bianco.

sei quelle note che mi rimbombano in testa.

sei quel fiore che adoro.

sei l'ombrello che mi ripara dalla pioggia.

sei l'odore di carta e inchiostro nella libreria.

sei i baci sul collo.

sei tutti quei ricci.

sei gli occhi profondi.

sei l'insicurezza che non mostri.

sei un bel voto a scuola.

sei una giornata di sole nel weekend.

sei tutti quei segni sul braccio.

sei quelle labbra carnose.

sei la risata che adoro.

sei il sorriso in un momento buio.

sei il mio colore preferito.

sei una carezza sul viso.

sei la tua pelle bianca.

sei, semplicemente

tu.

Ho bisogno di dolcezza. Me lo diceva sempre la maestra, che se un cucciolo non lo accarezzi, questo muore. Io non capivo, ed ero preoccupato perché a casa mia avevo un cagnolino, e gli volevo tanto bene, per questo ci giocavo insieme e gli davo anche il cibo da sotto il tavolo, anche se la mamma non voleva. Eppure non capivo cosa intendesse la maestra: perché un cucciolo, senza carezze, morirebbe? Magari diventa triste, ma per vivere un animale ha bisogno di altro: di cibo, dei croccantini, dell'acqua. Allora chiedevo a mia mamma se un cucciolo senza carezze moriva e lei mi rispondeva che sì, certi animali, da soli, muoiono.
Quando tornavo a casa da scuola, allora, spendevo sempre del tempo a passare docilmente la mano sul musetto del mio cagnolino, e quando in cortile ci giocavo insieme, tra un gioco e l'altro lo accarezzavo, perché la paura che la fame di carezze lo avrebbe potuto uccidere mi tormentava.
È morto lo stesso, più o meno sei o sette anni fa. Era gennaio e l'hanno investito, senza nemmeno fermarsi a chiedere scusa, senza spostare il suo corpicino bianco e marrone dalla strada. Ho pianto tanto quando l'ho saputo da mio papà, e la prima cosa razionale che nella mia testa di bambino è saltata fuori è stata quella di accarezzare il suo pelo. Ma non ce l'ho fatta, mi faceva impressione. Mi faceva paura. La morte mi terrorizza.
L'abbiamo seppellito, senza mai sostituirlo. Ed io ho creduto, per molto tempo, che le carezze fossero una bugia e che i cani morivano lo stesso.
Ci sono voluti anni prima di capire che la mia maestra aveva del tutto ragione. L'ho capito a mie spese, crescendo.
Abbiamo bisogno di dolcezza, di atti di gentilezza senza un motivo ben preciso, se non l'amore. Il bisogno -la fame di carezze- che un cucciolo prova non è molto differente da quella sensazione di tristezza e malinconia che ci pervade quando ci rendiamo conto di essere soli.
Quando, la sera, con la testa poggiata sul cuscino e con il cuore chissà dove, sentiamo che l'unica cosa che può salvarci è un abbraccio, o una carezza. È di questo che viviamo.
Cosa ci salva, se non l'amore che qualcuno prova verso di noi? Non ci si salva da soli. Da soli ci si abitua a sopravvivere. Da soli ci si ripara dal mondo.
Ho bisogno di una carezza, stasera. Non perché sto per morire, non perché sto male, non perché voglio dormire. Solo perché ne ho bisogno, tutto qua.
Perché ad amare si impara in due. E le carezze sono un buon punto di partenza.
Tempo!

[titolo preferibilmente da leggersi con la voce di Jerry Calà in bomber]

dramma in 3 atti

Atto primo

Fra le cose che mi piacciono e non dovrei dirlo c'è una brutta trasmissione televisiva che incrocio ogni tanto nella quale due tizi inglesi recuperano auto vecchie e le rimettono in sesto per rivenderle (o meglio, uno le compra e l'altro le ripara).
Ecco, anche al netto di tutte le inevitabili sceneggiature e artefatti che ci sono dietro, ho una sconfinata ammirazione per il tizio che le ripara. Oltre ad avere quel bel mix di tono competente e divulgativo, ci infila sempre qualche commento sul valore di smontare e riparare le cose (in maniera più o meno creativa) rispetto a buttarle e ricomprarle.
Poi chiaro che viene qualche perplessità se uno si ferma a pensare che anche in una trasmissione costruita ad arte uno perde una settimana dietro alle riparazioni per un margine di vendita di qualche centinaio di sterline, ma non è che guardo la tv per fermarmi a pensare.
La realtà è che tocca una corda a me cara.

Atto secondo

Mio padre è ingegnere elettronico e sua madre faceva la sarta. Uno dice: due mondi a parte, ma c'è un filo conduttore [pun intended - attimo di pausa per apprezzare appieno] che ha sempre unito quel lato della famiglia, ed è: le cose si riparano (tranne i circuiti integrati rotti, la roba pressofusa e le camicie con strappi sul davanti).

Da quando ne ho memoria mio padre ha sempre avuto attrezzi e saldatore a portata di mano e l'ho visto riparare (o provare a farlo) di tutto. Nel peggiore dei casi, pure un oggetto senza speranza merita una smontatina per capire com'è fatto.
Come dicevo, ha appunto avuto una buona maestra jedi. Mia nonna gestiva l'equivalente di un database relazionale con la stoffa avanzata di tutti i vestiti di parenti e clienti “perché se c'è da rifare qualcosa”. Mio padre credo abbia ancora il suo vestito di laurea e camicie dell'epoca alle quali mia nonna rifaceva polsi e colletto quando si consumavano.

E qui merita due parole anche il signor Panzacchi. Cliente storico di mia nonna, si faceva fare principalmente camicie. Quando si consumavano troppo, gliene riportava un tot chiedendole di fare delle camicie da notte con i pezzi ancora buoni.
Allora mia nonna tirava fuori tutti i pezzi, e s'ingegnava a fare qualcosa di rigorosamente simmetrico facendo combaciare una riga di qua, una colore di là, e uscivano cose meravigliose. All'epoca ero alle medie e già per un cinno delle medie la cifra che mia nonna si faceva pagare per il lavoro a fronte del tempo impiegato mi pareva irrisoria. “Ma lui me le fa fare per risparmiare, e mi porta anche il materiale.”

Ora il signor Panzacchi credo sia passato a miglior vita da un pezzo, e ogni tanto mi chiedo se chi ha (inevitabilmente) buttato il suo patrimonio di camicie da notte si sia fermato anche solo un paio di minuti ad apprezzare quei capolavori.

Atto terzo

Qui è dove la tradizione di famiglia si interrompe. Ora, possiamo sia farci i segoni di macroeconomia fra come si sono evoluti i prezzi dei lavorati rispetto alle materie prime, oppure buttarla sui nipoti fancazzisti che preferiscono l’ozio alimentato a batterie al litio rispetto ai cacciaviti o agli aghi, e c’è del vero da entrambe le parti. Magari è un’impressione da anziano ma credo si siano un po’ ridotti rispetto ad anni fa i tentativi di creare quel poco di autocoscienza su consumismo, consumo critico e dintorni.
Poi personalmente a parte tener su a calcioni il già citato pc del 2007 ogni volta che si rompe una bagatella mi si combatte dentro l’eterna lotta fra perderci le orette a tentare riparazioni o cedere al lato oscuro del butta e ricompra.
In genere finisco per pentirmene in entrambi i casi.

Ci sono donne che hanno il fascino di uno splendido tramonto o di un’alba. Che ti fanno provare un senso di libertà, di sollievo, di meraviglia. Donne come luoghi, oasi, dove ci si ripara dalle intemperie della vita. Quando le conosci non hai che un desiderio. Tornare a incontrarle, per trovare conforto e riparo.
—  Liberamente estratto da “ Gli Infiniti Adesso dell'Anima”
Agostino  Degas

Ferite d'oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un'antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore.
—  Concita de Gregorio (via materiasenzanima)
Cose da sapere

Qualche mese fa ho chiesto ad una persona, abbastanza conosciuta su questa piattaforma, se potesse pubblicare un mio pensiero a suo nome.

Non avevo il coraggio di metterci la faccia e mi sono riparata dietro scuse opinabili.

Ieri sera ho parlato con una Donna maiuscola.

È stata picchiata e violentata dal suo ex compagno.

È una Donna maiuscola perché non si ripara dietro certe cazzate.

Va avanti per la sua strada, tiene la testa alta e negli occhi porta la vita.

Così, dopo una notte di merda, ho deciso di parlare.

Il 19 Dicembre saranno passati quattro anni.

Un tempo sufficiente ma per cosa non l’ho ancora capito.

Ricordo benissimo gli sguardi della gente con cui parlavo. Ancora oggi leggo il disagio nei loro volti.

Pare siano argomenti scomodi e lo posso anche comprendere.

Parlarne con distacco, come leggessi un saggio ad alta voce, è stata per anni la mia arma.

Ma le persone si disorientano.

“Ma come” pensano, “c’è una tizia che racconta un film horror come la trama della Sirenetta”.

Va a finire che sei matta, sei fredda, sei insensibile. Sei matta un’altra volta.

E allora te la sei cercata.

E allora così male non stai.

Così male non ti ha fatto.

Le persone vogliono le tue lacrime, vogliono i tuoi lividi e il tuo dolore.

Se riprendi a scopare sei un mostro.

“Ti è piaciuto allora, vero?”

Probabilmente sto divagando.

Probabilmente era il 17 Dicembre.

Fatto sta che dopo aver passato quattro ore avvolta in un asciugamano, col culo sul pavimento e la schiena contro il calorifero, mi sono vestita e sono andata ad una festa di laurea.

Il giorno dopo ho preso la macchina; gita turistica al consultorio e pomeriggio in un centro anti violenza.

Esami, fotografie, resoconti dettagliati e giretto da una psicologa.

Ero in trance.

Ero lucida. Troppo lucida, direbbe uno psichiatra.

Lo stesso pomeriggio mi ha chiamata mia madre. Il Natale si stava avvicinando e mi chiedeva di andare a comprare i regali per la tombolata.

Ci sono andata.

Sono tornata a casa e ho fatto tanti bei pacchettini colorati.

Poi è arrivato il pranzo. Sorrisi, abbracci, cibo buono e spumante.

Ho raggiunto gli amici storici in un locale per lo scambio degli auguri.

Ce ne stavamo fuori a fumare e qualcuno mi ha chiesto come stessi.

“Bene” ho risposto, “una settimana fa sono stata violentata”.

Qualcuno ha fatto finta di non sentire, qualcuno si è gelato e qualcuno è rimasto.

Sono seguiti giorni strani.

C’era chi mi ospitava per la notte, chi mi chiamava per il giorno, chi chiedeva e chi non capiva.

Stavo bene, credo.

Sono stata bene per anni.

Mi sono fatta la mia vita, ho avuti uomini, sono stata in Africa, ho continuato a fare lavatrici e infine mi sono laureata.

Mia madre ha saputo tutto solo quest’inverno.

Mio padre un mese fa.

Ho visto un Uomo piangere.

Io non so il dolore che possa aver sentito.

Non lo so come un padre possa immaginare la figlia sequestrata e stuprata.

Non lo so.

So che adesso non ho segreti.

So che posso continuare a parlarne come una favola che non mi appartiene.

So che scriverne è meno facile.

So che andava fatto.

Ma non solo per me.

“Ci vorrebbe la stessa intraprendenza che hai in discoteca nella vita reale.”
Detta così, sembra quasi facile. Ma in discoteca sono gli altri che hanno intraprendenza, io non faccio niente se non assecondarli, perché so che non li rivedrò mai più. So che quello che succede tra noi due, in quei minuti, nella
vita reale non esiste. È una specie di incantesimo. Condividi attimi con uno sconosciuto. Può piacerti, anche tanto, o può disgustarti, ma tanto finisce, puff, un attimo dopo è già tutto sparito. E cosa è stato non si ricorda più. E poi in discoteca è buio, c'è la musica a palla e non si capisce niente. Senti solo il tuo cuore che batte a ritmo con le luci psichedeliche, e quella parte di te che vuole uscire fuori. La parte che tieni nascosta, sotterrata da maschere, dai “non ho bisogno di nessuno” che ti ripeti prima di andare a dormire. Nel buio di una discoteca, senza che tu possa farci niente, vince quella parte di te che cerca solo un po’ di amore, e si accontenta di qualche surrogato addolcito dalle carezze di uno sconosciuto. In discoteca è tutto più facile. Non cadi mai, perché hai sempre le mani di qualcuno addosso. Non puoi farti male, quel buio ti ripara da ogni delusione.
Nella vita reale c'è troppa luce ad illuminare tutti i miei difetti, tutte le mie paure. Nella vita reale, inevitabilmente, ti fai male. Cadi. E io non ho più la forza di rialzarmi.
Viviamo in un tempo in cui raccontare qualcosa di positivo desta sospetto. Credo che dovremmo abbassare le nostre difese e cercare ciò che in mezzo all’inferno non è inferno, farlo durare e dargli spazio, come dice il Marco Polo creato da uno scrittore a me caro. Questo però richiede coraggio, perché accogliere qualcosa di bello, vero, buono, cioè riconoscerlo come bello, vero, buono, significa mettersi in gioco personalmente per difendere e ampliare quel bello, vero, buono. Il cinismo è scorciatoia che ripara dal coinvolgimento personale e dal conseguente impegno, e a volte sembra un rifugio comodo, ma alla lunga inaridisce. Invece non nascondersi l’inferno e far crescere qualcosa di bello, lì in mezzo, è molto più appassionante.
—  Alessandro D’Avenia
E chi ha detto che le storie più belle sono quelle vissute di inverno?
È vero,in inverno puoi ripararti dal freddo tra le sue braccia,passare le giornate accoccolati davanti ad una tazza calda di cioccolata e un bel film. L’inverno è più bello se lo si passa con la persona che si ama. Eh si.
Ma nulla è paragonabile ad una storia vissuta di estate.
Nulla è paragonabile agli abbracci dati nonostante il caldo. Erano qualcosa del tipo ‘muoio di caldo ma non importa,preferisco stare tra le tue braccia’.
Nulla è paragonabile alle giornate passate al mare, a guardare il tramonto insieme e le onde o a giocare nell’acqua come due bambini.
Nulla è paragonabile alle mattine passate insieme che erano qualcosa del tipo ‘ieri abbiamo passato la notte a scriverci ma stamattina nonostante sia estate mi sono svegliato presto passarla con te’. E i baci salati dati al mare,in acqua,ne vogliamo parlare? E di estate se capita di far freddo, ti ripara lui. Io sinceramente, preferisco l’estate. Si percepisce di più, la percepisci sulla pelle, la si percepisce più nel cuore.
—  Noemi Pei
Piccolo sfogo

Okay sono stanca di essere trattata come una persona che non merita, che non è abbastanza, che non raggiungerà mai i suoi sogni.
Cara sorella invece di rinfacciarmi le mie debolezze potresti starmi vicina per una volta?
La famiglia dovrebbe essere un luogo sicuro che ti ripara dalle cattiverie del mondo esterno e non il contrario.
Un giorno ti accorgerai quanto valgo. E quel giorno tutto ciò che dici non riuscirà più a ferirmi, quel giorno sarà troppo tardi per raggiungermi.

La migliore amica. Quella che ripara dove gli altri feriscono. Quella che ti fa ridere come una pazza in mezzo alla gente. Quella che è in grado di farti sentire unica.
—  @vogliaditumblrh.

anonymous asked:

Sono mesi che ho impulsi suicida, se posso chiamarli così. Mi sento totalmente inutile. Ho deluso le aspettative di tutti. Ho cercato di aiutare mia madre a superare i suoi problemi con la droga, e non ci sono riuscita. Mio padre, l'unico che tiene a me, lo sto deludendo facendomi bocciare. E il mio migliore amico, si è tagliato le vene, e io non sospettavo minimamente che stesse male. Sono una persona orribile e non merito di vivere. Scusa lo sfogo, non sapevo con chi parlarne ma dovevo farlo.

No anzi.
Voglio che tu ti faccia forza okay? Tua padre non ti mollerà solo perché verrai bocciata e non sentirti una delusione per tutti, alzati in piedi e ripara quello che riesci..non arrenderti mh.

Un giorno giuro che capirai.
Un giorno, quando sarò lontana, quando sarà troppo tardi, capirai.
Aprirai gli occhi e vedrai quello che io ho impiegato anni a vedere, offuscata dai tuoi giudizi, dai tuoi continui insulti.
Finalmente ti accorgerai di me, di tua figlia, che non è poi così un disastro come ami dipingermi.
Quando succeserà sarò adulta.
Avrò una famiglia mia, quella che io costruirò, non quella in cui sono capitata.
Avrò un marito di cui sarò ancora innamorata come il primo giorno anche dopo 30 anni.
Non farò come te che sei restata accanto a mio babbo solo per “dovere”.
Che poi mamma tu non hai mai capito nulla dell’amore, non si può decidere chi amare, l’amore capita non si scieglie.
Tu non sai amare.
E avrò dei figli, una bambina a cui insegnerò a pensare in modo autonomo e indipendente, a cui spiegherò come nella vita dovrà essere lei a decidere per se stessa, perché a se stessa e a nessun altro dovrà rendere conto, ma le assicurerò anche che io ci sarò sempre per lei nonostante tutto.
E le mie non saranno solo belle parole.
La amerò incondizionatamente.
Mi assicurerò che non abbia mai paura di parlarmi, e lei potrà dirmi davvero tutto, non come con te dove solo tu parlavi e dove solo io ascoltavo.
Non la farò mai sentire sbagliata.
Sarà la mia principessa.
Non un disastro, non un errore.
Un giorno giuro che capirai tutto il male che mi hai fatto, i complessi che mi hai creato e tutta la strada che ho fatto senza di te.
Quel giorno cercherai di rientrare nella mia vita ma io non te lo permetterò.
No, perché è troppo facile lasciarmi sola, arrivare a farmi odiare me stessa e poi tornare a riprendermi.
Sai, se fai cadere un bicchiere per terra quello di rompe, non si ripara.
Tu mi hai lasciata cadere.
Qualcun altro mi ha raccolta, mi ha curata.
E quel qualcuno lo amerò per sempre.
Ho già iniziato a scrivere la mia vita, a scegliere la mia famiglia.
Tu non te ne accorgi, non ci credi.
Ma non importa ho imparato ad essere felice senza bisogno di te.
Un giorno giuro che capirai.
—  portolealidiunangelo