ringhiera

Mentre osservavo il mare - che quando lo guardo mi perdo sempre un po’ - il ragazzino è venuto verso di me, mi ha detto un paio di parole veloci, esaltato, e quando ho scosso la testa perché non capivo ha indicato la mia macchina fotografica e ha fatto quello che universalmente è il gesto dello scatto; poi si è arrampicato sulla ringhiera, mi ha guardata, ha sorriso e si è lanciato in picchiata, come fosse un pesce o un uccello dalle ali tese. Io ho scattato, ho sorriso - che quel piccolo gesto sciocco mi aveva scaldato il cuore - ma poco dopo, mentre già mi allontanavo, seguito da un rumore bagnaticcio di acqua che gocciola a terra, ho sentito la mano del ragazzino sul braccio, ha guardato Paolo e in arabo gli ha detto: “L’ha fatta? Chiedile se vuole che mi tuffi di nuovo”. Io ho riso forte e scosso la testa, lui allora è corso via, soddisfatto, poi si è rituffato e mentre si avvicinava all’acqua rideva, con tutto il suo corpo. Allora ho pensato che il mare non è una cura solo per me, ma è una culla, una casa, una madre e una strada per chissà quanti occhi. 

La Corniche, Beirut 2016

flickr

il buco nero [stairs in lecce, salento, puglia, italia, italy] da Paolo Margari
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Join my page on Facebook inside the tallest residential building in lecce, southern italy published on ‘bright hub’ 'The Big Picture – Photography Composition Techniques’ by rhonda turner on 18th may 2008 www.brighthub.com/Multimedia/Photography/articles/951.aspx candidate at premioceleste09

Era proprio quel giorno, e il cielo era caldo e sereno, azzurro, limpido, trasparente, poteva benissimo esser fatto di vetro.
Ma quel dì, quel secondo giorno di scuola, dove l’avventura iniziava, soffiava un vento fresco, leggero, forse qualche nuvola copriva il cortile, ed era tutto un po’ grigio. Il grigio dell'ignoto davanti a sè, per quel ragazzo un po’ perso, con una mano appoggiata alla ringhiera delle scalette nel cortile, che scrutava la folla degli altri ragazzi a ricreazione come se fosse un oceano in cui navigare con una barca fragile, fatta di carta. Aveva paura, era esaltato: il mondo era nuovo e sempre uguale, pieno di strade aperte e di mura invalicabili. Era solo con le sue domande, sopra tutti, sopra le persone, sognando forse di essere ancora più in alto, forse di unirsi a loro e trovare qualcuno con cui volare.
E poi, per un'istante, come una perla cristallina che riflette il sole sotto la cresta dell'onda e poi torna giù negli abissi, c'era stata lei.
Prima aveva svariati dubbi e paure, ma credeva di sapere fin troppe cose, degli altri e di sè.
Poi era stato rapito da quei capelli lunghissimi, erano di un colore sul castano, brillavano, aveva fissato curioso la montatura nera di un paio di occhiali e per un breve momento, prima che la folla si richiudesse, aveva colto quegli occhi piccoli e scuri, e il sorriso che rifletteva la stessa luce calda e profonda, e si era accorto di non sapere ancora nulla. Si era sorpreso ad osservare il resto di lei mentre camminava in un modo che non capiva e si era voltato, scosso.
Lei era sparita, per il momento. Ma sapeva che l'avrebbe rivista, ne era certo, così come era certo di volere che accadesse, comunque, ed era già capace di avere fede.
Ma ancora doveva imparare ad avere coraggio. Appoggiò le braccia alla ringhiera metallica, e posò il mento sulle mani giunte, con aria assorta.
Aveva paura di troppe cose, ma soprattutto, forse c'era qualcosa di lui che sembrava spaventare gli altri. E lui non voleva che…
“È la nostra stessa paura che intimidisce.” sussurrò una voce.
Il ragazzo sì voltò all'istante, sorpreso ma non spaventato. Lo vide, e sgranò gli occhi.
Alla sua sinistra, nella stessa posizione, stava un altro ragazzo, di almeno un anno e mezzo-due più grande, che lo fissava con un sorriso. Il sedicenne aprì un paio di volte la bocca a vuoto fissando l'altro, ipnotizzato da ciò che vedeva, ma nei suoi occhi si accendeva una scintilla di stupefatta comprensione, incontrando un bagliore soddisfatto nello sguardo dell'altro, che lo fissava come se lo conoscesse da sempre, come se ciascuno dei due avesse sempre vissuto sapendo che l'altro era costantemente dentro di lui.
Il diciottenne annuì con un sorriso compiaciuto. I suoi capelli erano scuri e mossi, diversamente da quelli del ragazzino, sempre scuri, ma pettinati verso l’altro, e aveva un accenno di barba corta e ancora rada. Era abbastanza alto, e vestiva in modo comunque un po’ trasandato, ma ben più consapevole. Pareva aver usato un qualche profumo, cosa che turbò un po’ il più giovane dei due, ma la faccia dell'altro gli disse che succedeva di rado.
Il ragazzo parlò di nuovo, con tono complice: “ci sei arrivato da solo, vero?”
"Sì…” annuì dopo qualche secondo il più giovane. Il diciottenne sorrise: “Bravo!” approvò, con un tono che però parve abbastanza sfottente. Per un paio di attimi scrutarono insieme la folla, poi il più grande parlò ancora: “Che hai intenzione di fare, quindi?”
“Di cosa parli, stavolta?” fu la risposta.
“Lo sai benissimo di cosa sto parlando.”
Il ragazzino rimase in silenzio per un po’. “Non lo so proprio, te lo giuro.” ammise.
“Lo saprai presto. Ma è giusto che ci voglia il suo tempo.” commentò il ragazzo.
“Però mi piacerebbe parlarle…credo,” aggiunse il più giovane.
Il ragazzo lo fissò con un'espressione indecifrabile: “E troverai il modo di farlo?”
Il ragazzino strinse gli occhi, insospettito: “Che intendi?”
L'altro assunse la stessa espressione: “Immaginiamo che tu decida che è quello che vuoi davvero. Che cosa faresti, allora?”
Il ragazzino riflettè per pochi istanti, e replicò quasi d'istinto: “Ci rifletterei… cercherei di trovare il momento adatto, le cose giuste da dire, di immaginare cosa potrebbe accadere, e cosa dovrei fare in ogni caso, semplicemente aspetterei il momento giusto…”
“Mentre sei nascosto, al buio, nell’ombra?” lo interruppe l'altro, che di fronte al suo sguardo proseguì: “Non diresti mai nulla se il momento non capitasse? Non sveleresti a qualcuno di cui ti fidi quello che provi? O non ne cercheresti l'aiuto?”
Il ragazzino apparve scosso, e rispose: “Non lo so… Forse no, ma non lo so. Ho troppa paura di fallire, mi vergogno praticamente per ogni cosa…”
“Non è vero.” fu secco il diciottenne. Aveva una luce strana nello sguardo. Sembrava rabbia. “Tu non hai paura di fallire. In fondo non hai nemmeno paura della vergogna. Tu sai affrontarla, dopotutto, tu l'hai già affrontata; ricordi la rabbia, quando ti prendevano in giro per i tuoi problemi? La frustrazione, quando ti senti incompreso, o incompetente? Ricordi che chi crede in te ti ha mostrato l'orgoglio di essere te stesso? La forza e la determinazione di tuo padre, la saggezza e la fede di tua madre… ti sei già accorto che li hai sempre con te?
Non c'è caduta da cui non possano rialzarti. Non è la vergogna che ti frena, amico mio”
Guardò il sedicenne, che si passava turbato la mano nei capelli imbrattati di cera, e sorrise, come per invitarlo alla prossima domanda. Il ragazzino lo fissò, con un lampo negli occhi: “E allora cos'è? Perchè ho così tanta paura?”
“Tu hai solo paura della scintilla. Tu hai paura di quell'attimo in cui esiste solo la tua volontà, in cui devi spingere il sassolino oltre il bordo, con un calcio secco. Dopo sono solo conseguenze e penso tu le sappia affrontare. Tu non ti senti degno del momento in cui tutto è affidato a te. Ti ricordi come ti impedisci perfino di immaginare quello che secondo te non è tuo diritto desiderare? Come una villa al mare, una macchina da corsa, ne rifiuti l’idea per il semplice fatto che sembra irraggiungibile, ed è sbagliato”
Il ragazzino annuì, affascinato e spaventato. L'altro continuò: “È vero che ad alcune cose forse non abbiamo diritto. E il solo volerne certe può rovinarci. Ma dove sta scritto che ciò che non ti è dovuto è proibito? Non puoi incolpare il mondo se non l'ottieni, ma non ti si può impedire di cercarlo , quando scegli di farlo, tutto ciò che trovi, tutto ciò che causi diventa tuo. È questo che ti spaventa. Non è dover tappare una falla per non annegare, il problema sarebbe sapere che la falla potresti averla creata tu. Tu hai paura della responsabilità che ne deriva.”
Il diciottenne rimase in silenzio, mentre l'altro lo fissava, rosso in viso e con lo sguardo tremante, per poi parlare: “Tu ce l'hai ancora?”
Temeva la risposta.
Il ragazzo lo fissò, tormentandosi l'accenno di barba con un sorriso: “Mi pare ovvio. Ce l'abbiamo tutti.”
Il sedicenne deglutì e chiese ancora: “Ma sai superarla?”
Il ragazzo più grande abbassò agli occhi: “Più spesso di un tempo. Un paio di volte mi sono stupito di me stesso.”
Il ragazzino annuì, stranamente sollevato, e si voltò a guardare il cortile. Qualcosa gli roteò a tradimento nello stomaco. Lei era di nuovo là, bellissima, vicina, in un mondo diverso. Parlava fitto con una ragazza della loro stessa età.
Si voltò verso il ragazzo più grande. Lui aveva gli occhi chiusi, le mani sulla ringhiera, e inspirò come se percepisse un profumo inebriante, prima di riaprire gli occhi e fissarlo con un sorriso strano. Il sedicenne sussurrò: “Come hai fatto, tu? Ho paura… troppa paura. Quando riuscirò a liberarmi?”
L'altro si avvicinò, e gli posò una mano sulla spalla. Fissarono insieme le due ragazze per qualche istante. Il ragazzo più grande inspirò ancora e alla fine parlò: “Quando preferirai soffrire che rimpiangere. I sogni falliti ci fanno crescere. I rimpianti ci uccidono. Guardala ora, e pensa a come la vedi. È già qualcosa di unico, ma non è molto, vero? Se però lo lasci nascere, nel giro di un paio di settimane sarà qualcosa di cui non avevi nemmeno idea. E tu questo lo sai… Mi hai detto cosa vuoi fare: lo terresti per te, nascosto, protetto, meravigliandoti ogni giorno di come ti faccia sentire, aspettando che qualcosa ti dica che puoi farlo uscire alla luce. Ti capisco, alla tua età l'avrei fatto anche io, ma tanto lo sai.
Pensa a quanto ti sembra lontana ora, lei e la ragazza con cui sta parlando. Potresti non avere mai la tua occasione, incontrarla di sfuggita nei corridoi per anni, e fantasticare qualcosa, che si spegnerebbe poco alla volta, senza mai toccarti davvero. Hai paura anche di questo. La vita non è un film americano, dove un ragazzo, per pura coincidenza dettata da qualche agente divino, urta la ragazza dei propri sogni e le fa cadere tutti i libri, per poi raccoglierli e vivere felici e contenti.
E se io invece ti dicessi che tra non molto lei entrerà un po’ alla volta nella tua vita?
Se ti dicessi che tra circa tre anni a mezzo, quando ormai non avrai potuto parlarle di ciò che contava davvero e lei l'avrà scoperto solo per vie traverse, tu le chiederai terrorizzato se l'hai messa a disagio, e lei ti risponderà che forse all'inizio sì, ma poi aveva notato “che non era cambiato niente, che tu non volevi niente di diverso da prima”? E tu potrai solo sorridere dolcemente, perchè saprai che quello che provi lo senti da quando l'hai conosciuta, e non può essere cambiato nulla. Odierai te stesso per essertelo permesso, che la notte urlerai in silenzio chiedendo il perchè, che chiamerai idiozia i tuoi sentimenti, e ti sembreranno catene, da cui però non vorresti mai essere liberato?
Che l'altra ragazza con cui la vedi parlare sarà la persona che ti è stata più vicina in quel momento, e ti avrà ridato la forza di sperare, anche se in quel momento non saprai bene cosa sperare?
E se ti dicessi che tra meno di cinque anni sarete entrambi a casa tua, ridendo come due cretini per qualche scemenza di entrambi, in mezzo ai vostri amici? Che poi lei ti appoggerà la mano sul braccio, e tu sentirai come se bruciasse e la guarderai, ancora più bella di ora, sapendo davvero cosa ami di lei, e riuscirai a pensare solo che nel tempo che ci è voluto per questo lei è stata con due ragazzi, ed è ancora troppo vicina al secondo, mentre tu ti chiederai se ti sei innamorato di lei per tre volte o in fondo una sola? Che nel frattempo, per lei avrai ridotto in lacrime una ragazza che si era innamorata di te, che dopo di lei un'altra sola volta ti sarai innamorato davvero, e che quella volta avrebbe ridotto te in lacrime, dopo aver finalmente tentato e fallito? Che alla fine non saprai cosa ti è successo finchè non piangerai di nuovo per lei, e ci saranno di nuovo solo il suo sorriso e la tua paura, esattamente come all'inizio di tutto?
Che quando ti accorgerai che è questo quello che senti, e mancherà poco alla fine di questa parte della storia, starai male, ma per un momento ti sentirai tornato a casa?
E che in tutto questo, non ti pentirai comunque di nulla, se non di una cosa: non aver cominciato il viaggio quando tutte le strade erano ancora aperte? Non perchè avresti avuto più speranze, ma perchè è giusto che una strada sia fatta di vittorie e sconfitte, non illusioni e rimpianti.
Se potessi dirti tutto questo, e se tu dovessi scegliere tra questo e l'ignoto…
che cosa faresti, ora?”
Sotto le scalette, lei si voltò per un attimo, con ancora un mezzo sorriso, e per un attimo il suo sguardo incrociò quello dei due ragazzi. Il più grande sorrise, con alcune strane domande in mente. Il più piccolo accennò un sorriso anche lui, ma si sentì subito la gola secca, e si voltò in fretta. Il diciottenne rise piano, con una certa indulgenza, e diede un altra pacca sulla del ragazzino, per poi chinarsi, accenare alla ragazza con un movimento del capo e sussurrare un nome all'orecchio del più giovane, che sgranò gli occhi come se avesse ricevuto una chiave preziosa, e sorrise.
Poi, svanirono ognuno dagli occhi dell'altro.
I cortili furono di nuovo due, e quell'istante in cui il tempo aveva toccato se stesso finì. Da quello strano presente, passato e futuro nacquero ancora. In uno, l'avventura che avrebbe cambiato tutto era appena agli inizi. Nell'altro, era vicina alla fine e si apprestava a cedere il passo alla prossima. Il sole di Settembre e quello di Giugno brillarono insieme, ai capi opposti del tempo, e i due ragazzi non seppero mai se il presente aveva toccato uno dei suoi tanti futuri, o il suo solo passato, a chi dei due era stato concesso di affrontare quell'unica volta se stesso. Ma non aveva troppa importanza, perchè sapevano che in entrambi i tempi, se non altro, restava qualcosa, e qualcuno, per cui lottare.