rincorsi

Il capitalismo
che ci rende tutti un po’ infelici,
o talvolta moltissimo,
promettendoci di essere molto felici. Il capitalismo
è feroce
è barbaria, morte della poesia, assassinio
ché se non lo sposi ti ammazza
come un amante rifiutato e psicotico
a meno che tu non sia più svelto
a fuggire via
e devi essere molto bravo
e devi avere un ottimo piano
di riserva
invece che un'ottima riserva
di capitale.
Ti fa male
ti fa litigare
ti ruba il sonno
ti porta via gli affetti
ti chiede gli effetti
personali
facendoti sentire inadatto
schiacciandoti sotto una montagna
di senso di colpa
e non è il denaro
ma l'obbligo di averne
per non essere rincorsi da un vecchio sogno
mai sperimentato
o da un vecchio debito
dimenticato.
E non è facile dire, ma io no
non è facile restare immuni al bisogno
di avere bisogni non necessari
non è facile essere asceti nell'asfalto
pellegrini nella fretta o semplicemente
fare da sé nel mondo della legge
non è facile
è come ascoltare un pezzo blues
e non tenere il tempo col piede
come esser circondati da mille promesse di bellezza
e continuare a sceglierne solo una
e stare calmi nella corrente contraria della folla
senza smettere di commuoversi per una lirica triste
nelle cuffie
mentre il mondo impazzisce,
è già impazzito
e sferra calci
sulla faccia.

Ciao Miriam ho pensato di fare questa lettera un pomeriggio di un pigro Marzo, per ricordarci di ciò che siamo state e noi.. Siamo state tante cose.
Siamo state quelle bambine un po’ paffutelle che entravano in classe mano nella mano, quelle bambine che venivano prese di mira ogni giorno a scuola, quelle bambine che si chiudevano in bagno ad esplorare il mondo dei trucchi solamente all'età di 7 anni..Quelle bambine che facevano spostare tutta la classe perché dovevano stare vicine, quelle bambine che avevano solo un sogno diventare grandi, quelle bambine che hanno giudicato, guardato male è messo sempre in discussione la loro amicizia . Poi d'un tratto si sono svegliate ed erano ragazze, quelle ragazze con tanta cipria e poco cervello, le prime vere litigate, le prime vere gelosie quelle ragazze dalle prime cotte, dai primi pettegolezzi dalle prime delusioni, quelle ragazze diventate a poco a poco DONNE. Sai amore mio sono stata una stupida ragazzina a scegliere lui e non te..ma tu lo sapevi, lo sapevi che alla fine sarebbe finita così, me lo dissi una volta “quando lo capirai sarà troppo tardi” ed avevi ragione.
Troppo tardi ho capito chi eri te e chi era lui, troppo tardi ho capito come ci si sente a non ricevere nessun buongiorno, a non avere una migliore amica, troppo tardi ho capito cosa significa stare in camera a fissare il vuoto, stare male e non parlarne, quel dolore insopportabile..
Troppo tardi ho capito come le cose possono cambiare questione di secondi, un giorno ti alzi e PUF!! É finita.
Ti ho trattato male molte volte perché ti amavo più della mia stessa vita, poi quando te ne sei andata la mia vita si è spenta.
Sono 175 giorni che te ne sei andata, 175 giorni che non sento la tua voce, il rumore della tua risata.
Come stai? Dico davvero come sta Miriam? Quella del pigiama rosa della musica troppo alta, quella che come una bambina si metteva a guardare Disney channel, come sta la Miriam quella con la coda e il trucco colato..La Miriam dalla battuta sempre pronta quella pronta ad aspettarmi dietro quella porta con una coperta lilla. Come sta Dimitry? Come sta mia sorella? E invece vuoi sapere come sto veramente io? Io sono cambiata non so se questa ragazza ti sarebbe piaciuta ma alla fine neanche l'altra ti piaceva. Sono quella che non vuole più storie serie, anzi i ragazzi sono ABOLITI, sono quella che non spettegola più perché la vita degli altri non mi interessa, sono quella che non crede più all'amore mi dici come faccio a crederci? Sono quella a cui piace andare a scuola e finalmente non sono più triste, sono sempre felice e di buon umore, una Sara che ha smesso di rincorrere i suoi sogni che vive giorno per giorno che le occasioni ci sono ma basta prendere quella giusta, la Sara che ha smesso di fumare quella che non sa fare più la faccia da castoro.
Quella Sara che non da più consigli perché quando servivano a lei nessuno c'era.
Sai amore in questi 175 giorni mi hai fatto stati contro, parlato alle spalle fatto stare male in tutti i modi possibili facendo foto e video con lui, alcune volte rischiavo veramente di impazzire , ma so che lo hai fatto per ribellarti, ho chiuso gli occhi ho fatto dei bei respiri dandomi una pacca sulla spalla dicendomi “Sara tutto passa” il bene che ti voglio va oltre queste stronzate.
E guardami cazzo sono qui 175 giorni dopo a dirti che ti vorrei qui vicino a me adesso nonostante tutto.
Che sono pronta a ricominciare da capo, perché non voglio nessun'altra amica oltre a te, perché eri la cosa più bella.. Sono qui una domenica qualunque a dirti che mi manchi.
Mi manchi quando mi sveglio e non so a chi mandare il buongiorno, quando vedo un bel ragazzo e non so a chi dirlo, quando vedo un film che mi piace ma non posso rivederlo con te, quando c'è uno scoop ma non c'è nessuno con cui parlarne, quando non so più da chi farmi fare i capelli.
Mi manchi quando vedo quel bus e adesso non so con chi rincorrerlo quando compro le sigarette e metà pacchetto non si svuota, quando mangio il cornetto con la Nutella ma il tuo puntualmente non si riempie mai.
Mi manchi quando prendo quell'album e rivedo le vecchie foto, quando adesso il 24 di ogni mese non spengo più le candeline, quando apro quella chat sperando che quell'online si trasforma in sta scrivendo, quando ho voglia di far uscire Igor ma nessuno capirebbe. Mi manchi quando chiamo Marcello e non ci sono più le corse per andare fuori.
Al per sempre non ci credo più, perché tutto passa.
Come siamo passate anche noi.
Come sono passate quelle due ragazzine un po folli con la voglia inefrenabile di andare ad Albano, come è passata la voglia di fare dolci, la speranza che un giorno le cose potessero cambiare.. Tutto passa come è passato il desiderio di avere nuovi amici, come la paura di andare al mare, tutto passa come sono passate se notti insonni, il cellulare sempre carico, quel maledetto cellulare che non si è mai acceso. Tutto passa come è passata la solitudine la malinconia di prima mattina i brutti sogni, tutto passa come sei passato tu e lui e quell'ago sorriso di dolore.
Sai da quando ho iniziato a vivere come volevi tu? Quando non ho visto più le persone come treni da prendere ma da quando io mi sento un treno chi vuole esserci c'è chi non vuole esserci non ci sarà .
E noi di treni ne abbiamo rincorsi tanti..
Tutto passa come sono passati i bulli, i pomeriggi di noia quelli di piene risate e quelli con la musica troppo alta, tutto passa come è passato Emanuele, Chiara, Carmine, Francesca e Giulia, ogni giorno vedevamo come la gente passava e noi rimanevano sempre lì sulla nostra panchina .
Tutto passa come passerai anche tu.
Si Miriam passerai.
Arriverà un giorno in cui mi stancherò di aspettarti fuori scuola, quel giorno che non avrò più lettere per te, che i pensieri si appassiranno, arriverà quel giorno in cui avrò altre amiche da consolare, altre amiche da abbracciare altre amiche che mi faranno la piastra altre amiche che rideranno, gioiranno si incazzeranno con me e per me.
Arriverà il giorno in cui le tue foto non mi faranno più paura che non ci resterò male se tu piangi e io non sono li a consolarti, arriverà il giorno in cui non controllerò più il tuo ultimo accesso e tu sarai solo un ricordo lontano, un libro letto e stra letto e poi buttato lì in un angolo. E sarà proprio quel giorno che per una volta sarai tu a rincorrere me e non io te..
Perché piccola ammettiamolo era la nostra ultima battaglia e noi ci siamo rifiutate di combatterla.
—  laragazzachenonsiama
Ho bisogno che tu mi guardi negli occhi, che mi dica che va tutto bene, che tu ci sei, che non te ne vai nonostante tutto, che va bene essere come sono, che tutto questo passerà, che mi porterai lontano da tutti con la macchina, che faremo colazione all’alba sulla spiaggia, che faremo il bagno a mezzanotte vestiti, che mi pettinerai i capelli per togliere i nodi, che comprerai i fiori freschi da mettere nelle bottiglie di vodka che svuoteremo la sera prima, che mi terrai la mano anche quando ti respingerò come una cogliona, che NESSUNO si metterà tra noi, che avrai sempre l’accendino per le sigarette che ci fumeremo, che se fa freddo mi presterai la tua felpa, che scriveremo sui muri i nostri nomi, che con le cuffie canteremo a squarciagola le nostre canzoni, che rideremo di cuore come solo noi sappiamo fare, che respireremo a pieni polmoni dopo esserci rincorsi per metri e metri, che mi toglierai le sbavature di mascara sulla faccia, che mi dirai che é ancora presto per tornare a casa e resteremo abbracciati forte, che scatteremo tante foto, che crescerai con me, che saliremo ancora sui treni per incontrarci, che passeremo delle serate stupende in discoteca, che arriverà il giorno in cui faremo l'amore e farlo per ore e ore, che ci scriveremo addosso con i pennarelli indelebili che ci amiamo, che ci dedicheremo canzoni e poesie.
E va bene litigare, e va bene farci male. Ma poi prometti che ci faremo bene, che ci asciugheremo le lacrime insieme, che non mangeremo finché non faremo pace, che ci urleremo cose orribili e poi cose meravigliose, che mi arrabbierò ma tu mi bacerai per fare pace, che ci lanceremo addosso cenere, penne, cuscini, pezzi di cuore. 
Poi prometti che riprenderemo i pezzi, li metteremo di nuovo insieme come abbiamo sempre fatto e che saremo più forti di prima. Dimmi che è ciò che vuoi anche tu, perché sei la mia casa ormai, e non ho niente se non ci sei. Buonanotte salvezza mia, ti amo.
Ti capita mai di sentirti sbagliato?” chiese con occhi strani.
“Sbagliato in che senso?”
Era febbraio e faceva abbastanza freddo per camminare nel parco sotto casa sua, non c'era nessuno, forse due anziani che tornavano a casa dal supermercato con delle borse mezze vuote.
“Sbagliato nel senso di: non saper giustificare la tua presenza qui, nel mondo, cioè, perché sono qui?” continuò.
Non riuscivo a capire la domanda e mentre camminavamo un cane ci passò vicino, ma lei non si accorse di nulla, guardava il vuoto e continuava a parlare:
“Delle volte mi capita di sentirmi, come se fossi non abbastanza.. Guardo certe ragazze con occhi diversi, perché loro, effettivamente, sono diverse da me.”
Il cane andò in un’altra direzione e tornai alla realtà; cominciai ad ascoltarla, ma prima, la guardai.
Volevo farle una sola domanda: “Perché sei così bella?” ma mi limitai a rimanere in silenzio.
“Beh… Quando passo per i corridoi di scuola e ci sono tutte quelle ragazze che mi guardano, sembra sempre che vogliano sbattermi in faccia la loro bellezza… non hai idea di quanto siano belle. Osservo i loro capelli che sono molto più belli dei miei, per non parlare dei loro sorrisi.. Certe hanno dei sorrisi proprio perfetti..“ non smetteva di parlare e io, che stavo ascoltando, m’ accorsi delle sue labbra: screpolate.
“Forse non bacia un ragazzo da troppo tempo.. No.. È impossibile! Lei sarà piena di ragazzi! È stupenda” continuavo a pensare in silenzio.
“Certe hanno dei lineamenti che io non avrò mai.. e anche loro non scherzano per quanto riguarda il fatto di rinfacciartelo ridendomi dietro, mi guardano da lontano e appena sanno che hai la loro attenzione, iniziano a sfilarti davanti come se lavorassero per una rivista di moda e credimi, sono bellissime.”
“Perché non andiamo dentro casa sua, ci potremmo tranquillamente mettere sul divano, sotto delle coperte a vedere un film..” continuavo a pensare mentre la guardavo con il suo modo di fare semplice ed elegante.
Poi continuò dicendo: “Mi vergogno di essere me e mi sento sbagliata..”
“Che begli occhi che hai!“ pensai e a poco a poco il suo sguardo finì incrociato al mio e m’ accorsi che sotto il suo sorriso perfetto, aveva qualcosa di strano, qualcosa di triste.
“Come stai?” le chiesi senza pensarci.
“Ma che cazzo stai dicendo! Non hai sentito tutto quello che ti ho appena detto!” esclamò e cominciò a camminare veloce.
La rincorsi e le diedi un abbraccio da dietro, uno di quelli spontanei e sinceri, forse era uno di quegli abbracci che significano quasi: “Stai qui, ho bisogno di te”.
Si fermò in mezzo al parco, il buio era ormai sopra le nostre teste e lei aveva delle piccole gocce cadenti sul suo volto.
“Sei bellissima” le dissi sottovoce, vicino all’ orecchio.
Non so spiegare cosa successe, ma lei si fermò ancor più di quanto non lo fosse già e non so come, ma me la ritrovai avvolta alle mie costole.
Mi resi conto che tutte le persone, in fondo, sono tutte fragili e delle volte basta solo un abbraccio per sistemare quel minimo di confusione che c'è dentro la testa di ognuno di noi.
"Sei bellissima.
—  ricordounbacio

Ho bisogno che tu mi guardi negli occhi, che mi dica che va tutto bene, che tu ci sei, che non te ne vai, che va bene essere come sono, che tutto questo passerà, che mi porterai lontano, che faremo colazione all’alba sulla spiaggia, che faremo il bagno a mezzanotte, che mi pettinerai i capelli per togliere i nodi, che comprerai i fiori freschi da mettere nelle bottiglie di liquore che svuoteremo la sera prima, che mi terrai la mano anche quando ti respingerò, che nessuno si metterà tra noi, che avrai sempre l’accendino per le sigarette, che se fa freddo mi presterai il tuo maglione, che i tagli guariranno, che il sangue smetterà di uscire fuori e che resterà dove deve stare, nelle vene, che scriveremo sui muri i nostri nomi, che con le cuffie canteremo a squarciagola, che rideremo di cuore, che respireremo a pieni polmoni dopo esserci rincorsi per metri e metri, che mi toglierai le sbavature di eye-liner sulla faccia, che mi chiederai se hai i segni del mio rossetto, che mi dirai che é ancora presto per tornare a casa, che scatteremo tante foto con una polaroid, che riempirai il muro con le nostre immagini, che ci scriveremo addosso con i pennarelli indelebili, che ci dedicheremo canzoni e poesie.
E va bene litigare, e va bene farci male. Ma poi prometti che ci faremo bene, che ci asciugheremo le lacrime, che non mangeremo finché non faremo pace, che ci urleremo cose orribili e poi cose meravigliose, che ci lanceremo addosso cenere, penne, cuscini, libri, pezzi di cuore.
Poi prometti che riprenderemo i pezzi, li metteremo di nuovo insieme.

Dimmi che è ciò che vuoi anche tu, perché sei la mia casa ormai, e non ho niente se non ci sei.

—  Ilcuoretrafittobenedicelafreccia
Ho bisogno che tu mi guardi negli occhi, che mi dica che va tutto bene, che tu ci sei, che non te ne vai, che va bene essere come sono, che tutto questo passerà, che mi porterai lontano, che faremo colazione all’alba sulla spiaggia, che faremo il bagno a mezzanotte, che mi pettinerai i capelli per togliere i nodi, che comprerai i fiori freschi da mettere nelle bottiglie di liquore che svuoteremo la sera prima, che mi terrai la mano anche quando ti respingerò, che nessuno si metterà tra noi, che avrai sempre l’accendino per le sigarette, che se fa freddo mi presterai il tuo maglione, che i tagli guariranno, che il sangue smetterà di uscire fuori e che resterà dove deve stare, nelle vene, che scriveremo sui muri i nostri nomi, che con le cuffie canteremo a squarciagola, che rideremo di cuore, che respireremo a pieni polmoni dopo esserci rincorsi per metri e metri, che mi toglierai le sbavature di eye-liner sulla faccia, che mi chiederai se hai i segni del mio rossetto, che mi dirai che é ancora presto per tornare a casa, che scatteremo tante foto con una polaroid, che riempirai il muro con le nostre immagini, che ci scriveremo addosso con i pennarelli indelebili, che ci dedicheremo canzoni e poesie.
E va bene litigare, e va bene farci male. Ma poi prometti che ci faremo bene, che ci asciugheremo le lacrime, che non mangeremo finché non faremo pace, che ci urleremo cose orribili e poi cose meravigliose, che ci lanceremo addosso cenere, penne, cuscini, libri, pezzi di cuore. 
Poi prometti che riprenderemo i pezzi, li metteremo di nuovo insieme.
Dimmi che è ciò che vuoi anche tu, perché sei la mia casa ormai, e non ho niente se non ci sei.
Mi sveglio con calma, pensando che sarebbe bello parlare al plurale. E dire che andiamo a vedere insieme cosa c'è in frigo. Invece sono sostanzialmente solo e con poca fame. E vorrei traslocare. Che mi spaccherei il setto nasale come i pugili prima di venire a vivere con te, così puoi farmi quello che vuoi che tanto non mi succede niente e posso continuare a girarti intorno, facendo finta di colpirti e poi abbracciarti finché l'arbitro non riesce a staccarci. Misuro coi pensieri i chilometri, i metri quadrati della stanza immaginaria che non ci divideremo. Perchè non ci siamo mai rincorsi come nei brutti film. Farò rifare l'asfalto per quando tornerai. Sabato mi sveglio relativamente presto e prendo tutti i treni che riesco. Cerco di convincermi che le distanze sono una cosa bellissima. E lo sono, di sicuro, ma vaffanculo. Mi manchi che mi mancano praticamente tutti i pavimenti. Chissà se sono solo un bisogno fisiologico gli abbracci. E sarei sempre sugli eurostar e sulle frecce rosse a sfogliare riviste, per venirti incontro. Stammi a duecentotrentasei chilometri di distanza e corrimi addosso. A tre ore di macchina o trenta euro di treno. Adesso se fossimo in un telefilm ti dicevo che ti amavo. Così, coniugando anche male i verbi. E noi siamo meglio di un telefilm, e infatti non ci diciamo niente. Poi in qualche altro modo tecnologico ci abbracciamo appoggiando la fronte sullo schermo del computer. Amare è tutto un tornare che cazzo vuol dire. I compleanni i supplementi sui biglietti dei treni interregionali. I nostri laghi interni, scambiarci la saliva e le illusioni. Vorrei tanto rivederti e portarti con me in posti orrendi. E mi sembra di essermi trasferito in una cazzo di canzone di Battisti che lavora e pensa a lei che non dorme e pensa a lei che non è stato divertente e pensa a lei. E la tua risata telefonica, quello che se ne va. - Intanto vengo lì domani - mi dici. E il cuore è una gomma da masticare. Che per rivederci siamo involontariamente diventati tra i maggiori azionisti di Trenitalia. Poi guardavo attraverso i tuoi occhi che sono praticamente trasparenti. Se non stai bene qui possiamo anche andare via. Vedrai che scopriremo altre americhe io e te. E ci siamo sdraiati vicini con i cuori arresi. Ti presento i miei difetti. E mi dici che finalmente abbiamo perso il conto delle volte che ci siamo visti. Poi guardi in internet gli orari e i prezzi dei treni per tornare e ci escono delle vezze salmastre dagli occhi. I nostri laceranti arrivederci. E il treno dei desideri è deragliato l'altro ieri. Tu mi dici che alla fine è colpa dei platani, e di tutte le nostre distrazioni. E il diaframma si sente quando piangi. Le stelle comete come te. Avrei voluto essere un taxista per farmi chiedere da te di portarti per favore a Roma. E tu che entri col piccone e col casco da minatore nel mio cuore. Io che cerco delle agenzie di copyright per riuscire a venderti il mio carattere di merda, per leggerti chilometri di righe confusionarie d'amore. Che non mi scrivi più. Per risarcirti i giorni e i giorni grigi. Per ricucirti i polsi e riaggiustarti le dita. Per pagare le multe dei miei divieti di fermata e di sosta nella tua testa. Vorrei mettere degli asterischi ai margini delle nostre conversazioni, per cercare di capirti. Telefonami di notte ti prego svegliami. A volte si sente male quando mi chiami perchè la capsula microfonica del tuo telefono è piena di lacrime. Puoi amarmi come una madre, come vuoi tu, puoi ammalarti di me. Davvero vorrei circumnavigare i tuoi occhi. Che io ti voglio bene a fondo perduto. Starai dentro di me in ergastolo. E quando mi trovo a mezzogiorno a letto a trascrivere i tuoi silenzi. Un nome che ti trema dentro. Ho scritto col catrame sulle strade che mi mancherai. E me ne accorgerò solo quando ti avrò perso. Quando per paura di disturbare, non ci sei mai. Quando a forza di ferirci siamo diventati consanguinei. Scriverti sulla fronte torno subito, e poi non tornare mai. Non mi succede niente di che, sono solo un po’ stanco e stanco di parlare male di me. Di dire come sto, e di sapere cosa ne penso e cosa non ne penso. È inutile dire che è un periodo difficile, sono tutti così. E le canzoni non servono a niente. Mi fa abbastanza male, ma non è niente. Niente di che.
—  Un po’ di belle frasi da Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, Vasco Brondi.
Non sparate sul facocero
Venne da me un bambino
dondolando un oceano su un bastone.
Mi disse che sua sorella era morta,
io gli tirai giù i calzoni
e gli diedi un calcio.
Lo rincorsi lungo le strade
lungo la notte della mia generazione
urlai il suo nome, il suo nome maledetto,
lungo le strade della mia generazione
e bambini saltarono di gioia a quel nome
e corsero da me in processione.
Madri e padri chinarono la testa per sentire;
io urlai il nome.
Il bambino tremò, cadde,
e si rialzò barcollando,
io urlai il suo nome!
E una furia di madri e padri
gli affondarono i denti nel cervello.
Invocai gli angeli della mia generazione
sui tetti, nei vicoli,
sotto l'immondizia e le pietre,
io urlai il nome! e corsero da me in processione
e rosicchiarono le ossa del bambino.
Io urlai il nome: Bellezza
Bellezza Bellezza Bellezza
—  Gregory Corso
Ho bisogno che tu mi guardi negli occhi, che mi dica che va tutto bene, che tu ci sei, che non te ne vai, che va bene essere come sono, che tutto questo passerà, che mi porterai lontano, che faremo colazione all’alba sulla spiaggia, che faremo il bagno a mezzanotte, che mi pettinerai i capelli per togliere i nodi, che comprerai i fiori freschi da mettere nelle bottiglie di liquore che svuoteremo la sera prima, che mi terrai la mano anche quando ti respingerò, che nessuno si metterà tra noi, che avrai sempre l’accendino per le sigarette, che se fa freddo mi presterai il tuo maglione, che i tagli guariranno, che il sangue smetterà di uscire fuori e che resterà dove deve stare, nelle vene, che scriveremo sui muri i nostri nomi, che con le cuffie canteremo a squarciagola, che rideremo di cuore, che respireremo a pieni polmoni dopo esserci rincorsi per metri e metri, che mi toglierai le sbavature di eye-liner sulla faccia, che mi chiederai se hai i segni del mio rossetto, che mi dirai che è ancora presto per tornare a casa, che scatteremo tante foto con una polaroid, che riempirai il muro con le nostre immagini, che ci scriveremo addosso con i pennarelli indelebili, che ci dedicheremo canzoni e poesie.
E va bene litigare, e va bene farci male. Ma poi prometti che ci faremo bene, che ci asciugheremo le lacrime, che non mangeremo finché non faremo pace, che ci urleremo cose orribili e poi cose meravigliose, che ci lanceremo addosso cenere, penne, cuscini, libri, pezzi di cuore.
Poi prometti che riprenderemo i pezzi, li metteremo di nuovo insieme.
Dimmi che è ciò che vuoi anche tu, perché sei la mia casa ormai, e non ho niente se non ci sei.
Era finita la scuola da pochi giorni, quindi avevo più tempo per uscire e per sfruttare questi ultimi mesi, prima di partire per un anno, per stare con lei.
Eravamo al centro commerciale e avevamo appena litigato perchè, come tutti i ragazzi su questa Terra, sono un coglione.
“Fai quel cazzo che ti pare!” mi urlò dietro.
Gridò quella frase, si girò e iniziò a camminare verso una destinazione che non sapeva nemmeno lei quale sarebbe stata.
Mi sentivo stupido, ma pensavo a quanto bella fosse quando si arrabbiava.
Sorrisi stupidamente, ma poi, tornato nel mondo reale, la rincorsi.
Stava andando verso i bagni, ma prima che entrasse la fermai, le presi la mano e la portai con me in un piccolo spazio dove potemmo parlare più tranquillamente.
“Ehi..” le dissi cercando i suoi occhi verdi.
Mi guardò e pensai – Quanto sei bella – poi le chiedi: “Puoi spiegarmi i tuoi problemi e del perchè hai fatto tutta questa sceneggiata?”
“E tu perchè devi sempre fare il coglione con tutte?”
“Ma se nemmeno stiamo insieme, che problemi ti fai? Sarai mica gelosa? Non cre..”
“Si! Si cazzo che sono gelosa!” mi urlò dietro senza che potessi finire la frase.
“Gelosa?” dissi balbo, quasi senza voce.
Forse ero contento di questo, ma poi pensai a quell’ anno lontano da qui, lontano da lei e tornai al mondo reale.
“Si sono gelosa… Perchè.. ” esitò.
Io non sapevo cosa fare, probabilmente avrei voluto baciarla, ma avevo paura di sbagliare.
“Sei un coglione” disse.
“Si, sono un coglione” confermai.
“Sei uno stronzo”
“Si, sono uno stronzo”
“Sei un lurido stronzo”
“E tu bellissima”
“Sei un faccia di merda”
“E tu hai degl’ occhi bellissimi”
“Stai qui” disse.
“Io?” le sorrisi “Perchè dovrei?” chiesi poi.
Sembrava che la nostra piccola lite fosse finita lì, ma ne fui certo quando mi disse “Perchè devo star bene e mi servi tu”
La baciai.
Per un momento non pensai a nulla, non pensai di aver commesso qualcosa di sbagliato, non pensai se quel bacio avrebbe potuto compromettere la nostra amicizia, pensai solo ai suoi occhi.
Li vidi, sentii quelle parole, sentii che dovevo fare qualcosa e nient'altro.
Avevo voglia di baciarla, così lo feci, anzi, non smisi di farlo.
Non capivo se lei non li volesse, so che io li volevo e la volevo.
Così quella fu la prima volta che mi sentii di nuovo vivo e ora che ho lei, le mie giornate iniziano con il sorriso.
—  ricorodunbacio
Stavo alla fermata del pullman, il solito.
Ero pronto per andare a scuola, con le mie cuffiette e la sigarette fra le dita e il cappuccio che mi copriva la fronte. Ero pronto per l'ennesima giornata del cazzo, ad ascoltare e vedere persone che non volevo nè vedere e nè sentire.
Aspettavo il pullman passare appoggiato al muretto, quando vidi una ragazza. Questa ragazza era pochi centimetri da me, appoggiata allo stesso muretto dov'ero io.
Oh, se era bella. Era bellissima. Anche lei aveva le cuffiette alle orecchie e una sigaretta fra le dita.
Muoveva le labbra, come se stesse canticchiando la canzone che stava ascoltando.
E lo potevo ripetere mille volte nella mia testa, era bellissima.
Una di quelle persone che quando le guardi desideri vederle per tutta la vita, contemplarle per tutto il giorno.
Si accorse che la stavo guardando, spostò i suoi verso i miei, buttando fuori il fumo e arrossì, per poi spostare lo sguardo sulla strada aspirando nuovamente.
Aspirai anche io sorridendo al suo rossore. Anche quando arrossiva era bellissima, dio.
Il pullman passò pochi minuti dopo ed entrambi salimmo dopo aver finito la nostra sigaretta.
Lei si sedette in un posto dove c'erano due sedili. Io, dolcemente e con discrezione le chiesi “posso sedermi affianco a te?”, e lei sorridendo dolcemente rispose un tenero “si” sospirato.
Lei guardava dal finestrino, mentre io continuavo a guardarla. Volevo tanto guardarla negli occhi.
Aveva le mani con le nocche rosse, poggiate sulle sue gambe.
Spostai il mio sguardo sulle mani e lentamente poggiai le mie mani sulle sue. Lei si girò verso di me e guardò le nostre mani insieme, una sopra l'altra. Sussultò.
“Ti dispiace?”, le chiesi. Lei disse un “no” sospirato.
“Sei bellissima.”, le dissi, ma non so nemmeno io con quale cazzo di coraggio.
Lei sussurrò un “grazie” arrossendo ancora di più.
Quanto mi sarebbe piaciuto, in quel momento, sfiorarle le guance. Eravamo arrivati alla fermata della scuola.
Io mi alzo, lei pure. Veniva nella mia stessa scuola, “questo dev'essere il mio giorno fortunato”, pensai fra me e me.
Vedo lei che correva velocemente, io la rincorsi e la fermai prendendola da un polso. “Dove vai così di fretta? Non scappare.”, le dissi con gli occhi pieni di malinconia.
“Non ci conosciamo nemmeno.”, disse a bassa voce, prendendo una sigaretta e mettendosela fra le dita.
La guardai, lei era diversa.
Aveva quel non so che di magico.
“Possiamo sempre conoscerci.”, le dissi con un minimo di speranza.
Lei mi guardò.
“Piacere, io mi chiamo Riccardo.”, le dissi allugandole la mano.
“Piacere mio.”, mi strinse la mano, ma me la stringe in un modo che nessuno aveva mai fatto. Come se avesse bisogno di calore. Come se avesse bisogno di qualcuno che la stringeva talmente forte.. fino a farla sentire al sicuro.
Gettò per strada la sigaretta, ma non era finita, era a metà.
“Perchè l'hai lanciata via? Non era finita. Se non ti andava, me l'avresti data a me, così la finivo io.”,dissi.
“Preferisco altro in questo momento che una sigaretta nella bocca.”, mi disse.
Non so cosa mi sia preso in quel momento, ma la presi e la baciai.
Non so se era questo quello che voleva lei invece che della sigaretta. Non sapevo se ero meglio io di una sigaretta.
Insomma, una sigaretta è sempre una sigaretta.
Ma non me ne fotteva un cazzo.
E da quel giorno, ci vedevamo tutti i giorni, alla fermata, per i corridoi, eravamo solo io e lei. Il resto non mi importava.
Passavamo giorni felici, belli, insieme.
Però poi accadde una cosa strana, dopo due settimane non la vidi più. Era sparita. Volevo cercarla, ma non sapevo da dove partire. Non sapevo come si chiamava, non avevo il suo numero e la cercavo anche a scuola, ma i suoi compagni di classe dicevano che non si presentava a scuola da parecchi giorni.
Ero un folle. Solamente un folle.
Però, finalmente, dopo un mese la rividi.
Un mese dove scappava da me, dove mi evitava, dove pensavo che fosse successo qualcosa la rividi.
Era alla fermata, e andai verso di lei. Lei mi guardò.
“Dov'eri finita?”, domandai. “Non sai quanto ti ho cercato.”
“Volevo vedere se senza di te stavo meglio. Ho messo alla prova tutta me stessa.”
La guardai in modo strano.
“Ma non ci sono riuscita, dal giorno in cui mi hai baciata non ho capito più niente, sento un strano sentimento dentro di me. Un sapore diverso. Sapore di felicità, cosa che fino a prima non avevo mai provato. Sono sparita per vedere se era solo un'illusione o eri tu che mi avevi provocato questo quel famoso giorno. Dopo scuola non ho fatto altro che pensarti e ripensarti, e mi scappava sempre un sorriso. Adesso ho capito una cosa.”
“Che cosa hai capito?”
“Che ti voglio per tutta la vita.”
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto.
Ho incrociato i tuoi occhi tra mille altri sguardi.
Ci siamo bloccati tra la folla, con i tuoi amici che ti spingevano e continuavano a parlarti.
Ma noi non ci muovevamo.
Incatenati da uno sguardo.
Ci eravamo riconosciuti.
Tra mille altre paia di occhi, il marrone dei tuoi che inchiodava quello dei miei.
Restavamo senza fiato, come se ci fossimo rincorsi una vita e finalmente ci fossimo trovati.
—  Sonounnumeroprimo

anonymous asked:

Mi racconti della prima volta che hai fatto l'amore?

Era il giorno del mio compleanno, l'otto marzo di tre anni fa. Era venuto a dormire da me dopo parecchi mesi che stavamo insieme. Non ci sembrava nemmeno vero di essere riusciti a convincere sua mamma. Eravamo stati al Luna Park e c'eravamo divertiti tutto il pomeriggio. A casa mia c'eravamo rincorsi con una birra e siamo finiti per versarcela addosso mentre eravamo sul balcone. Riuscivamo a ridere così tanto solo quando eravamo insieme. Non so come sia successo precisamente, perché non ho avuto nemmeno il tempo di ragionare quella notte. Avevamo cenato tutti insieme in famiglia su dalla mia amica ed io e lui abbiamo deciso di scendere giù prima, per andare a letto. Eravamo stanchi visto il pomeriggio che avevamo trascorso, ma improvvisamente quando ci siamo ritrovati soli i piani sono cambiati ed io mi sono trovata davanti  a questa scelta che timidamente ho accettato senza pensarci poi più di tanto. Anche perché era il mio primo ragazzo serio e mi sentivo davvero sicura solo quando lo avevo al mio fianco, era premuroso, geloso, gentile e dolce, era un po’ quel ragazzo che tutte le ragazzine vorrebbero avere. Mi faceva sempre trovare enormi mazzi di rose sul tavolo del suo ristorante e mi riempiva di attenzioni, riusciva a mettermi prima di qualsiasi cosa in un modo davvero affascinante. Prima di allora non si era mai permesso di appoggiarmi la mano dove sapeva che non volevo, nemmeno per gioco. E questo so che è un gesto che non ho mai smesso di apprezzare. 
Quella notte è finita così, ci siamo distesi sul mio letto piccolo, avevo ancora quello singolo allora e in un batter d'occhio di siam ritrovati nudi sotto le lenzuola, mi ha spogliata lentamente, con tutta la passione che aveva addosso ed io ho svestito lui. Sai quando ti senti nuda, ma non solo perché sei senza indumenti, ma anche perché ti senti libera e ti sembra di svolazzare come una piuma? Ecco, io mi sentivo uguale. E avevo il terrore del mio corpo, mentre lui continuava a ripetermi che ero bellissima. Avevamo i corpi sudati e appiccicati, vicini finalmente. Sono anche scoppiata a piangere, ed erano lacrime di gioia ovviamente. Successe perché lui aveva quel tremendissimo vizio di sussurrarmi all'orecchio cose che nessun ragazzo mi aveva mai detto. Era riuscito ancora una volta a farmi sentire al centro del suo mondo, che per me non era affatto un mondo qualsiasi, anzi. 
Il lenzuolo avvolgeva a stento le nostre gambe e le sue mani passavano delicatamente tra i miei capelli che a quel tempo erano ancora lunghissimi e non rovinati. 
Pianse anche lui, mi disse che ne era valsa la pena aspettare così tanto, che avrebbe aspettato ancora pur di rivivere quel momento con me, ma che il desiderio del mio corpo non avrebbe mai più smesso di tormentarlo. Ci addormentammo sfiniti, abbracciati, io appoggiata al suo petto e lui che mi accarezzava dolcemente la schiena.