rimase

Così lui le sfiorò le mani. Erano fredde, come il sangue che sentiva nelle sue vene. La ragazza riusciva a sentire l'aria fresca ed umida della sera sul suo viso bagnato: gli occhi le bruciavano e le mancava quasi il respiro per essersi sporta così tanto. Quasi non si accorse di quel tocco, finché lui arrivò così vicino che i loro respiri si mescolarono, come due melodie di mondi diversi. Rimase immobile a fissare la luce nel nero dei suoi occhi, unica stella del suo universo. Rimasero così per un lungo istante. Sapevano entrambi cosa fare ma non si mossero e le loro labbra neppure si sfiorarono. Non sapevano amare, dicevano…eppure riuscivano a sentire il suono dei loro cuori.
Vivi. Si sentirono vivi.
—  Cit.
Dopo un istante di riflessione, Lalitha annuì. Poi, lasciando andare la cintura, gli posò le mani sulle spalle, gli diede un bacio solenne e si tirò indietro per valutare la sua reazione. Walter sentiva di aver fatto tutto il possibile e di non poter più andare avanti da solo. Si limitò ad aspettare mentre, con un cipiglio concentrato da bambina, Lalitha gli toglieva gli occhiali, li appoggiava sul cruscotto, gli posava le mani sulla testa e avvicinava il nasino al suo naso. Ebbe l’impressione che lei e Patty si somigliassero molto, così da vicino, e per un attimo rimase turbato, ma gli bastò chiudere gli occhi e baciarla per ritrovare la vera Lalitha, le labbra morbide, la bocca dolce come una pesca, la testa piena di sangue caldo sotto i capelli serici. Lottò contro la riluttanza a baciare una persona così giovane. Sentiva la sua giovinezza come una specie di fragilità tra le mani, e provò sollievo quando Lalitha si ritrasse di nuovo per guardarlo, con gli occhi luccicanti. Sapeva di dover dire qualche parola di apprezzamento, ma non riusciva a smettere di fissarla, e lei sembrò prenderlo come un invito ad arrampicarsi oltre la leva del cambio e sedersi goffamente a cavalcioni del suo sedile, per consentirgli di prenderla fra le braccia. L’aggressività, l’avido abbandono con cui lo baciò gli diedero una gioia così estrema che si sentì esplodere la terra sotto i piedi. Cominciò a precipitare, vide tutto ciò in cui credeva scomparire nelle tenebre, e scoppiò a piangere.
– Oh, cosa c’è? – disse Lalitha.
– Devi andarci piano con me.
– Piano, piano, sì, – rispose lei, baciandogli le lacrime, asciugandole con i pollici satinati. – Walter, sei triste?
– No, tesoro, tutto il contrario.
– Allora permettimi di amarti.
– Okay. Va bene.
– Davvero?
– Sì, – disse Walter, piangendo. – Però adesso dovremmo andare.
– Tra un minuto.
Gli sfiorò le labbra con la lingua, e lui le aprì per lasciarla entrare. C’era più desiderio nella bocca di Lalitha che in tutto il corpo di Patty. Le sue spalle, quando Walter le strinse attraverso la giacca a vento di nylon, gli sembrarono tutte ossa e ciccia infantile e niente muscoli, piene di bramosa arrendevolezza. Lalitha raddrizzò la schiena e gli spinse i fianchi contro il busto; ma Walter non era pronto per questo. Adesso c’era più vicino, ma non era ancora arrivato. La sua resistenza della sera prima non era stata solo una questione di tabù o principio, e le sue lacrime non erano solo di gioia.
Lalitha se ne accorse, si ritrasse e lo scrutò in viso. Come reazione a quello che vide, si spostò di nuovo sull’altro sedile e lo osservò da maggiore distanza. Adesso che l’aveva allontanata, Walter la desiderava di nuovo con ardore, (…). Rimase fermo per un po’ nell’immutabile luce violacea del lampione, ascoltando i camion sull’interstatale.
– Scusami, – disse infine. – Sto ancora cercando di capire come vivere.
– Va bene. Posso concederti un po’ di tempo.
Walter annuì, prendendo nota di quell’un po’.
– Posso chiederti una cosa però? – aggiunse Lalitha.
– Puoi chiedermene un milione.
– Be’, solo una, per adesso. Pensi che potresti amarmi?
Walter sorrise. – Sì, questo lo penso senz’altro.
– Allora non mi serve altro –. E accese il motore.
—  Jonathan Franzen, Libertà

Pandora, un giorno scoperchiò il vaso, liberando così tutti i mali del mondo, che erano gli spiriti maligni della vecchiaia, gelosia,malattia, pazzia e il vizio. Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, ed il mondo riprese a vivere.

Appoggiò la testa alla sua spalla e rimase a odorare e adorare quel piccolo miracolo rappresentato dalla propria pelle contro quella di lui. Le piaceva immaginare che qualcuno, forse una alchimista geniale e ruffiano, avesse fabbricato di proposito le loro epidermidi con elementi fatti apposta per funzionare l'uno da richiamo per l'altro.
Poi, aveva atteso paziente il loro incontro per avere la conferma del successo della sua opera. Il suo sorriso di trionfo era diventato il loro sorriso.
Fra lei e Connor c'erano parole e rispetto e ammirazione e talvolta una forma di pudore di fronte alle rispettive collocazioni nel mondo, però Maureen non poteva fare a meno di rabbrividire di piacere a ogni abbraccio, che aveva dentro di sé quella perfezione che solo la casualità può creare.
—  Giorgio Faletti

Ristabiliamo i ruoli, le ha detto.
Torniamo alle cose normali, scontate. Facciamo quello che si aspettano tutti. Ricominciamo, restiamo. Questa solitudine mi pesa troppo e non ho mani grandi abbastanza per nasconderci dentro la faccia. Dimmi anche tu che ti accorgi di tutto. Dimmi anche tu che le cose ci guardano e prendono nota di quello che siamo, di dove scappiamo, di quali piani di fuga facciamo.

Le diceva cosi e si cercava la convinzione nei polpastrelli. Lei lo guardava con l'aria afflitta di chi non ha un posto sicuro dove potersi annullare e sparire. Annuiva, poco convinta. In un angolo, sulla sedia scura, c'era una pila di camicie bianche, piegate e ordinate come promesse. Lei si alzò dal letto e raccolse la gonna. Ci ancheggiò dentro per farla salire e poi rimase a guardarlo dal fondo del letto. La luce entrava squadrata dalla finestra. Lei allora sorrise e poi alzò gli occhi al soffitto.

Va bene, gli disse. Va bene. Ristabiliamo i ruoli. Io sono la donna. E tu la puttana.

Saranno state le otto all'incirca e tra poco sarebbe certamente piovuto.

Ricordava bene di averglielo chiesto.. un giorno di molto tempo prima…- “TU non mi farai del male vero..?”- LUI sorrideva.. la mangiava con gli occhi e disse: “Sєmplɨcєmєηtє ησ..”..LUI passò come un fulmine nella sua vita…e LEI… lei rimase “Sєmplɨcєmєηtє"  incenerita… Đɨcɨσttσ. ღ Gɨσɨα.

Ɓuσηa ησttє..

Prima di sparire, si voltò e per un attimo rimase li, cercando un gesto per dire che era stato un viaggio bellissimo.
dal libro “Seta” di (Alessandro Baricco)

gemeLLe - cap. 6

Un bacio con Lenore è una sequenza in cui io pattino con scarpe imburrate sull’umida pista del suo labbro inferiore, protetto dalle intemperie grazie all’aggetto madido e tiepido di quello superiore, per infine riparare tra labbro e gengiva e rimboccarmi il labbro sin sul naso come un bimbo la coperta e da lì scrutare con occhi lustri e ostili il mondo esterno a Lenore, del quale non voglio più far parte.
[ David Foster Wallace]

***

5 gennaio 1996

E così Gemma iniziò a raccontare:

“ A Parigi studiavo al “Bossuet-Notredame”, uno dei più rinomati licei privati francesi, fucina della futura classe dirigente del paese. Classe tutta al femminile, eravamo in quindici. A metà anno il nostro professore di francese fu colpito da un ictus e dopo una settimana di agonia ci rimase secco. In fretta e in furia fu sostituito. Il supplente si chiamava Gilles, aveva poco meno di trent’anni, capello lungo ribelle, barba incolta ed un’aria perennemente stropicciata da vero “maudit”. Aveva un modo di fare decisamente “easy”, pretendeva che noi studentesse gli dessimo del tu, spiegava da cani ma elargiva voti altissimi. Buttare quel pezzo d’uomo in una classe tutta al femminile in piena tempesta ormonale adolescenziale non fu davvero un’idea brillante. Fu come mettere una faina in un pollaio. E lui non ci mise molto a scegliere la gallina più saporita, me ovviamente, e a farla fuori.  Caddi tra le sue braccia, allargando le cosce, come una scema quasi senza rendermene conto.  Mi sono letteralmente annullata per lui pronta ad assecondare ogni suo vizio e desiderio compresi i più perversi. Mi ha preso per il culo per mesi, ammaliandomi e seducendomi fino a quando, una domenica mattina, mentre facevo jogging alla “Villette” lo incontrai che spingeva un passeggino. Era sposato e aveva un figlio. Cosa che mi aveva subdolamente nascosto. Lì per lì ti confesso che pensai di tagliarmi le vene, ma poi riflettei. Quella storia gridava vendetta e quello che ci voleva era un bello scandalo. Il bastardo, purtroppo per lui, era stato piuttosto imprudente, visto che mi aveva scritto più di una lettera infuocata che io naturalmente avevo conservato. Fotocopiai una delle più compromettenti e ne spedii una copia alla preside della scuola e l’altra a sua moglie. Ne venne fuori un casino che ti lascio solo immaginare. Gilles venne licenziato, la moglie lo lasciò e io fui cacciata dalla scuola. Da mio padre presi tutti gli schiaffi che non avevo buscato fino ad allora e fui spedita il più lontano possibile da Parigi, ovvero qui a Roma da mia zia…”

Gemma concluse così il suo racconto mentre io la guardavo esterreffato. Si scolò tutto d’un fiato il suo secondo Cuba-libre per poi accendersi un’altra sigaretta. Io provai a dire qualcosa.

– Che storia Gemma, sono senza parole…
– Guai a te se ti viene fuori qualcosa.
– Puoi stare tranquilla.

Bevvi un sorso dal mio drink. Avevo i suoi occhi addosso e non sapevo cosa dire, lei sorrise.

– Manfrè hai una faccia! Ti ho sconvolto vero?
- Non mi aspettavo una storia del genere e mi sorprende che tu l’abbia raccontata proprio a me.
– Di qualcuno bisogna pur fidarsi no?
– Perché io?
– Hai l’aria da bravo ragazzo, ispiri fiducia.
– Mai fidarsi dei bravi ragazzi Gemma
– Dunque ho preso un’altra fregatura?
– No figurati io non sono mica sposato!

Mi regalò l'ennesimo sorriso della serata che naturalmente ricambiai e tra noi calò un imbarazzato silenzio.

– Ce l’hai la ragazza Manfredi ?
– No.
– Esci con qualcuna?
– No Gemma, tu frequenti qualcuno?
– No nessuno… ma stasera credo di aver bevuto un po’ troppo lo sai?
– Vuoi che ti accompagni a casa?
– E’ meglio di sì.

Era proprio cotta, si teneva a malapena in piedi. Lasciai il mio drink pagai il conto, la aiutai a infilarsi il suo cappottino, ed uscimmo insieme dal locale. Ci sistemammo sul mio motorino. Le diedi il casco e, una volta seduti, lei si avvolse a me come un koala che abbraccia un albero di eucalipto. Vi lascio immaginare quale fu la mia reazione. Attraversammo una Roma fredda, umida e deserta. Orfana di traffico e folla, si stentava quasi a riconoscerla. Allungai la strada il più possibile nell’accompagnarla a casa per far sì che quell’abbraccio potesse durare più tempo possibile: allungare lo spazio per dilatare il tempo, ovviamente niente di più che un’illusione. Poco dopo le tre, infatti, eravamo sotto il portone della casa di sua zia. Un elegante condominio su via Baldo degli Ubaldi con vista sul cupolone.

- Grazie per il passaggio Manfredi.
– Grazie a te della compagnia Gemma.
– Mi puoi fare una cortesia?
– Dimmi.
– Lo puoi tenere tu il pacchetto di sigarette? Ovviamente fumo di nascosto, non vorrei che mia zia mi scoprisse.
– Va bene.

Recuperò il pacchetto dalla borsetta e si avvicinò per darmelo. Me lo appoggiò sulla mano e si accostò per salutarmi con un bacio sulla guancia, così almeno avevo inteso io. Mi avvicinai a mia volta e lei, improvvisamente, cambiò rapidamente direzione, piegò il collo e stese il viso verso di me superando quella invisibile linea di confine che esiste nell’abisso che separa due persone, consegnandomi le sue labbra e violando la mia bocca con la sua lingua. Imparai quella sera, sulla mia pelle, come si ruba un bacio. Fu un assaggiarsi violento, aggressivo e feroce; fatto di morsi, lingue succhiate, spasmi corporei, vigorosa materializzazione di un desiderio covato da tempo che finalmente si faceva carne.  Lei teneva gli occhi chiusi e io lo so perché nel frattempo la guardavo. Lo so che non si dovrebbe. Lo so che i romantici ci insegnano che bisogna lasciarsi andare e chiudere gli occhi quando si bacia. Ma io non ce la faccio. Io non voglio lasciarmi andare. Io voglio esserci anche quando si va via. Ci voglio essere con tutto me stesso, con tutti i miei sensi, perché, malgrado tutto, la passione è anche, inevitabilmente, percezione.  Lei alla fine se  ne accorse. Forse ci rimase un po’ male.  Si staccò da me,  si passò la lingua sulle labbra, e mentre provai a riavvicinarmi lei mi fermò appoggiandomi una mano sul petto. Sembrava tutto finito e invece lei clamorosamente si sbottonò i primi bottoni del suo cappotto e mi offri il suo collo sul quale io mi avventai disperatamente. Lo baciai, lo leccai dall’orecchio fino alla clavicola, mentre sentivo le sue mani che frugravano dentro i miei pantaloni.

“Mordimi Manfredi”.

Il suo imperativo fu un colpo di frusta. Affondai i miei denti nel suo collo e sentii la sua carne aprirsi. Lei ebbe uno spasmo e io mi bagnai i boxer. Ci rintraemmo entrambi contemporanemante ansimando in modo animalesco.

- Ti ho fatto male Gemma?

- Non quanto avrei voluto Manfredi.

E mentre mi regalava un ultimo sorriso dal sapore un po’ perfido, fece un passo indietro come una ballerina sul palcoscenico di un teatro, e scomparì nel portone del suo palazzo lasciandomi sciogliere come un pupazzo di neve al sole sotto la pallida luce di un anonimo lampione.

[continua…]

***

La canzone del capitolo.

Salvarsi

Quando la donna di carattere tornò decisi di uccidere il diavolo che stava in me, ch’ero io. Il diavolo che tormentava le mie notti, egoista. Il diavolo che dava inchiostro alla penna, nero e marcio. Lo uccisi e di me rimase “O’ scrittò” della casa a Mentone, quello disteso su una panchina di via Gucciardini, quello rapito da un kimono e dalla donna che lo indossava. Rimasi con una manciata di tabacco secco, una tazzina vuota con resti di caffè e lei distesa, al mio fianco, in un letto di una piccola casa di montagna. Non aveva bisogno dei miei demoni per amarmi e così, in un pomeriggio d’inizio gennaio, mi ripulì l’anima. La donna di carattere con il cappello i paglia in testa mi accartocciò, mi gettò tra i rifiuti, infine mi riprese. Dopodiché mai più se ne andò ed io feci lo stesso, donandole “Anema e’ core.” Salvai lei e salvai me stesso, insomma ci salvai, lasciando affondare ed affogare il mio diavolo e tutto il suo inchiostro avvelenato. Così fu amore. Fu rivoluzione. Fu mezza sigaretta. Furono lei ed i suoi occhi piccoli e, per una volta e per sempre, non furono i miei libri, perché tutta quella donna significava molto di più.


alfentanil.wordpress.com

(…)

e furibonda lo lasciò
a fissare torvo il fuoco: “vieni a cercarmi” gli buttò, ultima sfida.
Lui non venne

ma rimase seduto a guardia delle cupe feritoie.
Sulla soglia
le margherite decapitate dall'inverno, senza nerbo, scorte,

l'ammonirono a restare
in casa, saggia e conciliante, a non gettarsi
in un paesaggio

di alture nude tormentate dal vento e da vortici di nebbia;
ma lei si allontanò a gran passi
intrattabile come un fantasma senza pace e s'inoltrò

tra le nevi della brughiera
butterate da zampe di corvi e peste di conigli: sarebbe riuscita
a ridurla in ginocchio -

(…)

L'uomo di neve sulla brughiera, Sylvia Plath

Mi portai le mani al volto e soffocai un singhiozzo. Lo cacciai giù, lo cacciai giù sino in fondo finché non rimase più niente.
Finché non sentii piu niente.
—  Jennifer L. Armentrout
M: Perché ti sei tagliata ancora?
Ho tentato il suicidio, ma non lo dissi, rimase solo nella mia testa, rimasi in silenzio finché non se ne andò.
—  Diario di bordo.
Per tua buona sorte 7

Riscopertosi “padre”, Roberto cerca di recuperare il rapporto con Nick. Commovente dialogo fra i due…

Andammo avanti per sei, sette giorni serenamente. Io lavoravo e lui si dedicava al figlio. Seguendo il consiglio che gli diedi sulla barca a Palinuro, un paio di pomeriggi, solo loro due andarono in giro con la macchina a parlarsi e conoscersi. Lo portò a Paestum un pomeriggio – dopo averlo cercato nelle varie traverse – a quel famoso pontile della sera che lo portai per la prima volta a casa mia e gli feci vedere quei video. Parcheggiò e volle andare con lui a piedi. Arrivato alla fine, dove c’era “il bivio” disse:

«Vedi cucciolo…» Nick lo interruppe con le lacrime agli occhi, «Che bello quando mi chiami cucciolo. Mi ricorda di quando venivi nella mia stanza e mi parlavi, da piccolo…» Roberto rimase sbalordito: «Ma, ti ricordi? Ero convinto che dormissi… poi eri così piccolo.»

«Facevo finta per ascoltare i tuoi consigli. Se aprivo gli occhi, tu t’interrompevi e mostravi la facciata da duro.»

«Come mi pento di averti trattato così distaccatamente…» pianse.

«No papi, non mi piace vederti piangere, non è da te.»

«Cucciolo, piangere non è una vergogna, anzi…»

«Continua ti prego…»

«Sì, certo. Una sera con Mario capitai in questa traversa. C’era la luna piena e vidi questo piccolo pontile, mi piacque molto. Mario mi disse: “Guardalo come un bivio, da una parte c’è felicità e serenità… dall’altra sofferenza e…” bene io ero quasi arrivato al ciglio della parte sbagliata. Per fortuna qualcuno all’ultimo momento mi ha trattenuto prima che precipitassi!» si abbracciarono e ognuno di loro fra se e se pensò: “Grazie Mario!”

da: Per tua buona sorte