richiudere

certi giorni mi manchi così tanto che è come se avessi una ferita aperta che nessun punto di sutura può richiudere…sei come quer pianto strozzato quanno te more ‘na persona cara….er dolore che te pja l'anima e la fica e nun te li lascia mai….quante volte ti ho cancellato dalla mia vita…e quante cazzo de vorte sei rivenuto a piamme…..lasciame sta….lasciame perde….nun te pjà gioco de me…

l'amore grande di una donna è indimenticabile….spesso invece quello di un uomo è solo corrispondente alla chiamata del suo cazzo.

sradiofonicamente amore 2

Non mi era mai successo di svegliarmi con la malinconia adosso, con il cuore più pesante sera prima. Svegliarsi ma senza la forza di niente, di aprire gli occhi, di alzarsi, di muovere una mano.. di vivere. Desiderando solo richiudere gli occhi e aspettare che venga da sé la morte. Non mi era mai capitato prima d'ora, ma sta cominciando a succedere fin troppo spesso. Sta diventando tutto così normale… come se le mie emozioni dovessero ridursi a quelle.

Perchè è dovuto finire tutto così? Perchè le nostre giornate insieme, le nostre chiacchierate interminabili sono solo un lontano ricordo? Io non riesco a richiudere questa ferita. 

[ capitolo 1. ] Isabelle.

Scesi dall'auto. Vidi il colore del cielo, di un celeste brillante che fa impazzire anche il più odioso degli uomini. Fissai mia madre che era scesa subito dopo di me. Lei sorrise. Poi mi girai e guardai mio padre. Era stanco. Aveva guidato per molti kilometri. Per tutto il sud dell’ Italia. Sbattei lo sportello, che si chiuse con fragoroso rumore. << Aio!! >> gridò qualcuno dall'altra parte del vetro. Mia sorella più piccola: Angela. Lei aprì lo sportello e la feci scendere, spostandomi. Uscì dalla macchina e si diresse verso la porta di casa senza importarsene di prendere una valigia o di richiudere la portiera della macchina. Impecrai leggermente nella mia mente. Aveva 11 anni. Poteva essere leggermente gentile ? Pff… . Andai dritta verso lo sportello e presi le mie valige e qualche bustone. Giusto per aiutare i miei. Poi, senza girarmi, urlai << Sto salendo su. >>

Era sera quando il mio telefono iniziò ad emettere fastidiosi fischi. Messaggi di whatsapp. Presi il telefono e lessi il messaggio. << Hei. Sissi. Sei tornata. Finalmente. >>. Era Francesco. Non lo vedevo da due mesi. Ma c'eravamo sempre scritti. << Eh si. Ma chi te l’ ha detto? Angela? Chi? >>, era tutto ciò che avevo intenzione di rispondere. La risposta al messaggi arrivò subito. << Non te lo dico. Stanne certa. … >> Odiavo quando faceva così. << Che ne dici di andare in pizzeria? >> Fissai l’ orologio del telefono. Erano le 7:30. Non era tardi. I miei mi avrebbero fatto uscire, e poi…. siamo in estate. << Aspetta. Fammi vestire. Ci vediamo fra 30 minuti alla fermata ? >> Ricevetti, come risposta, un semplice sì segnato da una faccina col pollice in su.

La fermata era lontana 10 minuti, all'incirca, da casa mia. Arrivai prima di Francesco. Molto prima. La strada era vuota. Chi volete che passi da queste strade isolate ? Solo un pazzo. Ovvio. E io ero una pazza a starmene li, da sola. Con tutte le cose che si sentivano. Ma, sentivo, nel profondo del mio cuore, che avrei saputo difendermi da qualsiasi attacco, se mai ce ne fosse stato uno contro di me. Cercai di togliermi dalla mente tutte quelle brutte pazzie. Perciò chinai il capo e osservai com'ero vestita: jeans scoloriti, con moltissimi tagli da qualche parte e un po’ larghi; una camicia a quadri rossa a neri che penzolava tranquillamente qualche centimetro più sotto alla mia orribile vita, troppo grossa per una quattordicenne. Poi osservai le scarpe, delle superga nere. Non ero niente male, a parte i miei capelli ricci e la mancanza di centinaia di graziose e seducenti lentiggini sulle guance e sul mio naso, che, purtroppo, era un orrore. Avevo un naso troppo grande per un adolescente e troppo brutto per qualsiasi essere che ogni tanto si fa vedere in giro. Ma non potevo farci nulla. Per far passare il tempo feci sbattere i piedi, uno contro l’ altro. Punta contro punta, che poi si staccavano facendo battere tacco contro tacco. Speravo che in questo strano modo sarei riusciuta ad non annoiarmi nell’ attesa di Francesco. Più volte osservai l’ orologio e la strada. Ma nulla. Neanche un gattino spaventato passava di li. Forse sarei dovuta rimanere a casa. Ecco ciò che pensavo ogni volta che quel bellissimo ragazzo, coi capelli rossi e gli occhi celesti , arrivava in ritardo ai nostri “ amichevoli appuntamenti ”. Continuai a giocare coi piedi. Ma, ad un certo punto , la mia tranquillità crollo in un urlo spaventoso. Qualcosa, da dietro, mi toccò. L’ ansia cresceva in tutto il corpo. Un altro tocco. E mi girai. I miei occhi erano sbarrati perché infuriati con la persona che vedevano: Francesco. << Brutto bastardo! >> gridai. Non credevo a ciò che le mie orecchie sentivano. Ero abituata a bestemmiare ma mai parole del genere contro Francesco. << Oh oh! >> la sua voce era tra un misto di sfida e di divertimento. Non era solito ad arrabbiarsi. E, quando si arrabbiava era letale. Una volta, quando avevamo entrambi 8 anni, facemmo una gara di castelli di sabbia, vinceva il più bello. Ci avevo messo tutto l’ amore che una bambina di 8 anni possa avere per un castello di sabbia. Lui ci aveva messo la voglia di vincere. I castelli erano molto diversi. Quello di Francesco aveva le torri, perché aveva costruito solo tre torri, che pian piano si sgretolavano. Il mio era perfetto, per ciò che, in quel periodo, per me era perfetto. Avevo fatto un buco al centro e l’ avevo circondato con alcune torri. Su ogni torre avevo sistemato una pietra. Amavo le pietre marine, da piccola. Pensavo fossero un regalo delle sirene per la bellezza di un mare. Più il mare è limpido mi ricordai le tenere parole di mia madre più bellissime pietre le sirene ci regaleranno. Ma per me , ora, quella era solo una leggenda. Una bella leggenda. << Hei. È questo il modo con cui saluti un tuo caro amico? >> Ero arrabbiata. Spaventata, molto spaventata. << Se il tuo amico ti fa stare male prendendoti da dietro. Be’…. SII!! >> Gridai, un po’. Ma, vedendo il suo viso, divertito, risi anch'io. Si sedette sulla panchina della fermata e, con la mano, picchiettò sulla panchina, in segno di sedermi. Lo seguì. << Bene. Che mi dici? >> chiese lui. Aveva le mani tese, appoggiate sulle ginocchia. Il capo basso. Gli occhi che guardavano il marciapiede. << Mi sei mancato. >> non era questa la risposta che li volevo dare. Ma non avrei mai voluto dire :Mia madre è stata male. Ho dovuto vendere tutte le mie cose per aiutare la mia famiglia a darle delle cure. Mi sono venduta il telefono e le robe firmate, le poche robe firmate che avevo, una giacca che non si avvicinava neanche ai 100 euro e un vestito utilizzato per il matrimonio di mia cugina. Ho regalato i soldi ai miei per far guarire mia madre. Che dici tu? Come sto ?  Ma non era colpa sua se la mamma non è in gran forma, con la sua malattia. << A me mi manca qualcosa nello stomaco. Andiamo ? >> Accennai un si con la testa. Lui mi vide. Aveva alzato il capo e l’ aveva rivolto verso di me.

La pizzeria era distante circa due kilometri dalla fermata. Ma ne valeva la pena, arrivarci a piedi. Era la miglior pizzeria di tutta la regione. Ci sedemmo ad un tavolo. Il cameriere, Sam, si avvicinò a noi e ci porto due menu. Uno a testa. Ringraziai con un sorriso, un sorriso sforzato. Presi il menu e lessi le pietanze, tutto ciò era inutile, sapevo già cosa avrei ordinato: una pizza margherita. Nient’ altro. Sam ritornò subito. Li dissi la mia ordinazione e Francesco fece lo stesso, ordinando una pizza “ alla diavola ”. Ordinammo anche una bottiglia di cola. Non parlammo fino a quando il cameriere non ci lasciò da soli. << Bene. Romana. Non vuoi parlare? >> aveva la voce divertita, ma non capivo cosa ci fosse di divertente in tutto ciò. Non risposi alla domanda. Non lo guardai nemmeno, ciò era molto strano. Nessuno riusciva a resistere a quegli occhi celesti sposati perfettamente con quei capelli rossi tutti immobili. Era irresistibile. Mi mosse con la mano, come per capire se fossi sveglia. Alzai la testa per farli vedere che l’ avevo sentito ma che era un leggero idiota. Ero andata a Roma per mia madre no per un bel fusto che poi mi aveva scaricato dopo aver passato momenti piccanti. << Allora che ne dici. Sei pronta per le superiori? >> Non parlai neanche adesso. Scuotei la testa in segno di risposta. << Qualcuno ti ha tagliato la lingua? >> era divertito. Gli mostrai la lingua. << E’ tutt'intera. >> aggiunsi dopo averla tirata dentro. << Bene. Perché speravo di sentire qualche risposta maleducata dopo ciò che ti dirò. >> lo guardai strano. Non avevo idea di ciò che volesse dire. << C'è un tipo che quest'anno a saputo dei tuoi ricci seducenti e vorrebbe conoscerti. >> Un altra delle sue cazzate. << Va al diavolo, Fra. >> << Hei. Isabelle…. > stava per terminare la frase ma lo bloccai parlando prima io << Ora lo azzecchi il nome. Prima mi hai chiamato Sissi. >> << Be’ … >> disse tutto fiero di se e dei suoi soprannomi << Sissi è un nome seducente. Non trovi? >> << Certo che no. >> dissi con aria di disgusto. << E’ il soprannome che hai dato alla tua ultima ragazza. >> vedendo che non stava capendo chi intendevo con “ la sua ultima ragazza ” gli chiarì le idee. << Silvia. >> ma ancora nulla. << Silvia De Pasquale. Quella che mi odiava solo perché pensava che io e te avessimo una relazione segreta. >> Accennò un << ahhh >>. Aveva capito. Ma non poté aggiungere nient’ altro perché subito arrivò Sam che ci lasciò la coca con due bicchieri trasparenti in plastica e delle patatine. Mi diede un bacio sulla guancia e mi accennò un << Ci sentiamo dopo. >>. Vidi la faccia ingelosita e schifata di Francesco. Non gli era mai piaciuto Sam. Il suo vero nome era Samuele. Lo conoscevo dalla prima media, proprio grazie a Francesco. Dalla prima volta che lo vidi ne rimasi folgorata e ad ogni occasione speravo di poter stare insieme a lui. Ma a lui non li importava nulla di me. Io avevo 11 anni quando lo conobbi e lui 15. Cosa volete che se ne faccia un quindicenne di una brutta e grassottella undicenne? Nulla. Ma tutto cambiò, un giorno. Lo lasciai perdere. Se non mi amava non dovevo spendere il mio tempo con lui. Però lui pian piano s’ innamorò di me. Coi miei cambiamenti. Col stare vicino a lui ed essere me stessa, cosa che prima non facevo. E ora mi ritrovo con lui che striscia ai miei piedi e io che non so cosa fare. Non voglio un ragazzo qualunque, voglio un eroe. Una specie di Peter Parker. Lui è il mio Spider-Man e io la sua Mary Jane. Così tutto potrebbe essere tutto più semplice. << Voi due non starete mai bene insieme. >> accennò mentre divorava una patatina. << Anche tu e Silvia non stavate bene. Che poi non aveva ne tette ne culo. Era rifatta e stronza. Che ti piaceva di lei? >> ma non volevo una risposta. << Comunque, spero di farti arrabbiare facendoti sapere che appena finiamo lo aspetterò. Mi ha detto che quando sarei tornata mi avrebbe dovuto dire qualcosa d’ importante. >> Mi guardò male, come se avessi rubato la caramella ad un bambino. << Fai ciò che vuoi. Quel tipo mi fa solo schifo. >> non ascoltai le sue parole. In fondo lui me l’ aveva fatto conoscere. Prima pensava che con lui avrei formato una bellissima coppia. Sarà geloso ? Ma non ebbi modo di rispondere alla mia domanda. Una ragazza bionda si avvicinò al nostro tavolo, con in mano due piatti e ce li consegnò. Osservai che non era bionda di natura ma aveva i capelli tinti, insieme a degli occhi marroni immischiati ad un grigio che li rendevano strani e brutti. Anche se era lontana Francesco la squadrava, cosa che non era solito fare, strano. L’ avrei voluto mandare a fanculo ma non ci riuscì. Ma il suo lieve momento terminò non appena la ragazza si nascose dietro il bancone dove metà del suo corpo, dalla vita in giù, erano nascosti. Ora capivo che cosa cercasse in quella ragazza: il culo. Iniziai a mangiare. E lui mi segui dopo alcuni secondi. Mangiai come se non avessi mangiato da anni. Diciamo che tutto ciò un po’ si avvicinava alla realtà: non mangiavo da tre giorni. Non volevo mangiare, più che altro. A Roma tutte le ragazze erano belle e magre. Qualsiasi ragazzo pensava a fissare solo le ragazze che non avessero pancia invece che persone come me che erano schifosamente grasse. Perciò dovevo mangiare molto di meno e fare molta più attività sportiva per arrivare ad essere come loro. << Isabelle. >> mi chiamò Francesco. Il tono un po’ rabbioso, forse prima aveva parlato ed io non l’ avevo sentito. Ma che ci potevo fare? Avevo fame. Alzai il capo che prima avevo chino sulla pizza, in segno di un attesa continuazione, ma lui non continuò, perciò, riabbassai la testa e continuai a mangiare, ma lui mi richiamò. << Dopo che ne dici di andare da una parte ? >> Alzai la testa e lo guardai.  << Dove ? >> chiesi con stupore. Andavamo semprenegli stessi posti, in pizzeria da Sam, a casa mia o sua, in villa. Non ci addentravamo mai in posti sconosciuti. Lo guardai incredula. << Daccordo, ma ad una condizione. Prima devo parlare con Sam. >> << Va bene, se vuoi parlare con quel deficiente parlaci pure. >> strano che concordasse con ciò che dicevo. Ormai ero furibonda. << FRANCESCO!! >> non avevo intenzione di gridare ma…. ma bisognava. Oggi era strano. << se sei geloso >> continuai con voce più calma e più bassa << basta dirlo. >> Alzò gli occhi al cielo, come se chiedesse pietà per la stupida ragazza che aveva difronte. << Mi fa SCHIFO quel tizio, e basta. >> . Nella mia mente emergevano centinaia di insulti per il suo modo di essere ma lo lasciai stare e continuai a mangiare. << Tu fai ciò che vuoi, se io voglio uscire con Sam ci esco. >> << Ha diciotto anni, per l’ amor di Dio. Credi realmente che l’ unica cosa che l’ importi sia quella di averti come ragazza, camminare mano nella mano in un roseto e di baciarvi al chiaro di luna? >> Che geloso di merda… si capiva dal tono di voce, era geloso. << Ti vuole solo portare a letto. Quando cazzo lo capirai ? >> Finì di mangiare l’ ultimo pezzo di pizza mentre lui ne aveva assaggiato solo un piccolo trancio. << E tu quando smetterai di fare il rompicoglioni? Oggi non sei tu. Speravo che non mi facessi la cantilena come sempre. E poi… >> sorseggiai un bicchiere di coca-cola che mandai giù con tanta velocità e tanta rabbia. << sono stanca che tu mi protegga da qualsiasi rischio. Sono abbastanza grande da proteggermi da sola. >> Abbassò lo sguardo e tese la mano verse di me, in segno di silenzio. Mangiò due tranci di pizza e poi cambio’ argomento. << Com'era Roma? >> Come fa a cambiare argomento ? << Stupenda. >> erano rimaste molte patatine al centro e, più infuriata che affamata , iniziai a sgranocchiarle una dopo l’ altra. << Come la cameriera che è appena venuta? >> Mi schifai nel pensare a ciò che provava squadrandola e a ciò che li passava nella mente. Osservai oltre Francesco e vidi che la donna in questione era ad un tavolo un po’ distante al nostro a prendere ordinazione e , forse, qualche numero di telefono. << Ha 25 anni, deficente. E poi è fidanzata con uno che ti spaventeresti anche solo a sapere la sua descrizione fisica. Pensa, un suo braccio è grande quanto a te. Perciò non mi farei strane idee, se fossi in te. >>Il suo volto ,ora, era un mix di tristezza e qualcos'altro che non riconobbi subito: era schifato. << Allora è più vecchia. Che schifo. >>  aggiunse infine. Era bello sentire che si era tolto di testa la finta bionda, in fondo, dire una bugia poteva aiutare uno stupido amico come lui. Non sapevo neanche chi fosse quella donna. Ma sicuramente non aveva 25 anni.

Ero dietro alla pizzeria. Vicino al parcheggio dei furgoni per far scendere le merci e al parcheggio per i dipendenti. C'erano solo 5 auto li fuori. Ne riconobbi solo una: un pickup rosso fuoco, l’ auto di Sam. Era parcheggiata tra due auto: una fiat nera e una punto grigia. Più in là c’ era la macchina del cuoco Armando: una piccolissima Smart bianca. Non capivo come riusciva ad entrarci. Armando era alto e molto muscoloso, la macchina non era adatta a lui. Era strano proprio come la visione di decine di clown entrano in una macchina dove solo dei neonati ci potrebbero entrare. Ero seduta su un muretto che circondava il parcheggio. Mi aveva fatto salire Sam, per arrivare alla stessa altezza. Non l’ aveva mai fatto prima. Le sue mani erano intrecciate alle miei. Il suo viso pieno di felicità nel tenermi vicina, da sola. << Tra poco devo andare. >> Lui sospirò. << Non ci vediamo mai… >> << Lo so. >> cercavo di consolarlo ma… era colpa mia se non ci vedevamo. Ero io a non volere. Non so il perché. Forse amavo solo le uscite furtive, come restare da soli dietro la pizzeria. << Ma voglio una storia stabile e tu… hai sempre detto che non sai cosa vuoi per noi due e che… dobbiamo rallentare. >> Come se non avessi parlato portò le sue mani sul mio viso, avvicinò le sue labbra al mio e mi baciò. Ma fu deluso dal bacio, ne ero certa. Durò pochi secondi e io… non avevo reagito. Ero rimasta immobile. Rise. << rallentare. >> mi poggiò le mani sulle spalle e sorrise, con quel suo strano sorriso. << che ne dici di lasciar stare qui Francesco ed io e te… >> andiamo a casa tua o nella tua macchina e ci allontaniamo dalla città, per stare appartati? Non li feci concludere la frase. << Sam… Non acceleriamo. Io ho 14 anni, tu 18… non possiamo… >> non trovavo le parole giuste. << non sono pronta… Scusa. >> Lui si allontanò. << No. Scusa tu. Devo andare a lavorare. >> avvicinandosi mi baciò sulla guancia e si staccò in pochi secondi. << ci vediamo. >> e se ne andò, entrando dalla porta di emergenza che dava l’ accesso ai parcheggi. Aspettai qualche secondo e poi saltai dal muretto. Cadendo coi piedi fermi ma piegandomi su me stessa. Il muro era alto quasi due metri, perciò mi feci male. Rimettendomi in piedi vidi che qualcuno mi fissava. Francesco. Li feci un sorriso, sperando che non fosse lì dall’ inizio. Sperando che non avesse sentito ciò che ci siamo detti con Sam. Mi si avvicinò e appoggiò le sue braccia intorno alle mie spalle. << Andiamo. >> Uscimmo dalla pizzeria e ci dirigemmo verso una strada desolata e buia. << come facciamo ad arrivarci? Nessuno di noi ha l’ auto. >> Come avremmo potuto avere un automobile se entrambi avevamo 14 anni e la patente, in Italia, si poteva prendere minimo a 18 anni ? Con un tono che diceva “ ma che diamine di domande sono? ” disse << Ho il motorino! Non lo sapevi? >> Ma odia le moto…. strano. << No. Va bene. Dove l’ hai parcheggiata ? >> Si fermò, sicuramente tentava di ricordare dove fosse la moto. << A casa di un mio amico. Dista qualche minuto da qui. >> Prendendomi dal braccio mi trascinò, come se fossi un peso e lui fosse obbligato a portarmi con se.

Ho sempre avuto paura di salire su una moto e , con il suo comportamento di oggi, non avrei pensato che ci sarei salita, per la prima volta, insieme a Francesco. Mi sedetti dietro di lui e mi strinsi al suo corpo, per essere un po’ sicura. Accese il motore e partì, in quel momento chiusi gli occhi. Sentivo quando girava l’ angolo sterzando, quando impennava, cosa che succedava spesso, frenava, sicuramente per i semafori, e poi, quando salimmo su una collina. Si sentiva il fruscio delle foglie. Il vento mi graffiava la faccia, i denti battevano, Francesco rideva per la mia paura. Gli diedi una gomitata. Aprendo gli occhi vidi che il motore era acceso ma eravamo fermi. << È qui? >> Senza sentirmi spense il motore e mise il cavalletto Scendendo si stese sull'erba e mi fece segno di copiarlo. Mi stesi affianco a lui. << Guarda lì. >> disse indicandomi una stella nel cielo. << È l’ unica stella in tutto il cielo. Proprio come te. Tu sei unica in tutto il mondo. E poi… >> << Vuoi riniziare con la storia di Sam ? >> Scosse la testa. << Non voglio parlare di Sam. Ho sentito ciò che vi siete detti. E… >> << E un bel niente. >> mi alzai e restai seduta, guardandolo. << che volevi mostrarmi? >> Si sedette come me. << Vieni. >> . Si alzò e mi tese la mano. La strinsi e , con il suo aiuto mi tirai su. Vidi che c'erano molti alberi e il terreno era ben coltivato. Con piante ben curate qui e la e il prato in versione inglese. Più in la si poteva vedere la città, le sue luci, le macchine in movimento. E poi c'eravamo noi, esclusi da loro, li, da soli. Lo seguì. Lasciammo lì la moto e proseguimmo oltre. Camminammo. Attraversammo molti alberi, molte piante e ad un certo punto ci fermammo. C'era una casetta in pietra. Una porta in metallo, sicuramente pesante e difficile da aprire. Ma Francesco si avvicinò lo stesso. Senza osservare se lo seguivo frugó in tasca. Prese qualcosa. Avvicinandomi vidi che era una chiave. L’ aveva infilata nella toppa della porta. Stava smanettando cercando di aprire quel portellone. Provava a spingere ma non ci riusciva. Provò un ultima volta. Spinse con la spalla, molto forte. La porta si aprì provocando un fragoroso rumore. Provai ad osservare ma non si vedeva nulla. Era troppo buio per essere visibile qualche cosa. Francesco, però, vi ci entrò come se lo avesse fatto già altre dieci mila volte. Entrò e con un gesto della mano mi fece capire di doverlo seguire. Entrata vidi che lì dentro c'era qualcosa. Era una camera da letto. C'era un letto, una poltrona e un tavolino. Il letto era decorato con un cuscino e una coperta tirata e ripiegata perfettamente. Il tavolino si trovava tra il letto e la poltrona. Sopra era appoggiata un lampada antiquata. Il divano era molto vecchio, il tessuto era bianco sporco con sopra centinaia di fiori di colori diversi. << Che ci facciamo qui? >> mi trovavo al centro della stanza. Nell’ osservare quel piccolo posto, molto umido, persi di vista Francesco. La porta sbatté. Si sentì risuonare la porta in tutta la casetta. Girandomi vidi che era stata chiusa. Francesco era appoggiato sulla porta, come se volesse bloccarla. << siediti sul letto e non replicare. >> Arrabbiata replicai. << certo che no. >> << come pensavo. >> riprese la chiave dalla toppa senza distogliere lo sguardo da sopra a me, come se volesse che non mi muovessi. La chiave la ripose nella tasca davanti ai pantaloni. Si avvicinò a me. Mi spinse sul letto tenendomi ferma la mano destra. Faceva male, molto male. In quel momento mi accorsi che il tavolino aveva un cassetto, e da li Francesco tirò fuori qualcosa che mi fece rabbrividire: un paio di manette. Le strinse al mio polso e da li li legò ad una piccola fessura di metallo, si trovava qualche centimetro sopra la testata del letto. Mi sedetti e lui fece lo stesso appoggiandosi sulla poltrona che spostò difronte a me. << Cosa mi dici? >> era come essere al FBI. Dove, di regola, ci dovrebbero essere il poliziotto cattivo e il poliziotto buono, ad interrogarti, ma qui era diverso: solo il poliziotto cattivo. << che dovrei dire a un coglione come te? >> << Bugiarda. >> mi prese la testa e la sbatte contro il muro. Faceva male, tanto male. Mi iniziò a girare la testa ma cercai di rimanere cosciente. << Ora o mi dici tutto ciò che sai o ti traforo lo stomaco con questo. >> disse mostrandomi un coltellino che aveva nella mano destra. Non mi ero accorta che prima ce l’ avesse. << Ma… >> dissi iniziando a tossire << se mi uccidi non potrò dirti ciò che so. >> Con faccia stupita e ammirata disse << hai ragione. >> poi mi prese il braccio con la mano libera e col coltello mi incise un taglio. Faceva molto male. Feci di tutto per non urlare, per non sottomettermi a lui. Non l’ avrei mai permesso. Poi si alzò e fece per andarsene ma poi ritornò indietro e mi prese per capelli. Stringeva forte ma non lo feci notare. I nostri volti erano vicinissimi. << prova a fare qualche cazzata e la prossima volta ti troverai un pugnale nello stomaco. >> e con queste parole se ne andò.

Ero in un parco. Seduta su una panchina. La luce dei lampioni era spenta. Le stelle erano nascoste. La luna aveva smesso di brillare. Sembrava essere in una stanza senza finestre, senza luce. Ma ero all'aperto, lo sapevo. Non c'erano delle mattonelle, in quel caso avrei potuto pensare di essere in una stanza, ma c'era erba. Erba ben aggiustata. Erba che mi circondava i piedi rendendoli più freschi. Non c'era vento ma qualche attimo dopo il mio volto fu circondato da strati di fresco. Non sentivo freddo ma sentivo il vento sul mio corpo.E poi non fui più sola.C'erano uomini e donne che danzavano in armonia, e non si accorgevano di me. Ridevano. Parlavano. Ballavano come fossero mille farfalle. I loro piedi saltavano da una parte all'altra, facendoli sembrare molto leggeri. E tra tutto quel ballare, come se fossero soli, lo notai. Un ragazzo. Era dall'altra parte della sala, in piedi, che mi fissava. Tentai di alzarmi ma non ci riuscì. Era come se fossi incollata su quella panchina.Dopo pochi secondi lui era intento ad avvicinarsi. Sembrava un fantasma, nessuno dei ballerini lo notava, eppure, era vestito a festa. La camicia bianca perfettamente abbottonata. Una cravatta che li stringeva il collo. La giacca nera chiusa, anche se lasciava intravedere un po’ della camicia bianca e della cravatta. I pantaloni neri perfettamente stirati. Le scarpe nere lucide. E poi una maschera. Una maschera nera che gli copriva gli occhi. Occhi che di qui si potevano notare. Occhi favolosi. Occhi color celeste, quasi il celeste del mare, ma un celeste puro, brillante. E quel favoloso colore era tale come i suoi capelli neri pece, come le sue fossette, sempre lì, pronte ad essere sfoggiate. E venivano messe in mostra. Era lì, ogni passo che faceva sorrideva. Era sicuro di se, e si capiva anche dal sorriso. E poi si bloccò di scatto. Tutti smisero di ballare e finalmente si accorsero di lui. Lo lasciarono al centro della sala. C’ era un corridoio libero, formato dai ballerini. E lui era lì, al centro. Mi porse un inchino e, come per volontà altrui mi alzai. I miei piedi camminavano da soli. Pian piano, mentre mi avvicinavo a lui, notai dei cambiamenti in me. I miei capelli non erano più sciolti e ricci ma erano fermi in una treccia legata dietro la testa. E c’ era un ciuffo che danzava sul lato sinistro del mio viso. Il mio naso non era più visibile, come anche parte delle mie guance. Erano coperte da una maschera ( come tutti, del resto ). La toccai, ed era morbida, come se ci fossero piume sopra. E poi abbassai lo sguardo, non avevo più i pantaloni rotti e la camicia, o le superga. Ma indossavo un bel abito blu. Il corpetto era corto, era presente qualche centimetro sotto il seno e poi lasciava spazio ad una cintura fatta di velo celeste, che poi ricadeva in basso formando la gonna. Arrivava fino alla punta dei piedi coprendoli. Abbassando lo sguardo notai che la gonna non era di un solo colore, tutto blu, ma pian piano, mentre scendeva verso la Terra, il colore si schiariva, e dal blu scuro che era partito dalla cintura ( perché il corpetto era interamente blu, senza nessuna sfumatura ) si arrivava ad un leggerissimo blu alice, un colore quasi trasparente, ma che emanava quelle gocce di blu.Mi avvicinavo sempre di più al mio cavaliere segreto. Avrei voluto fermarmi ma i miei piedi me lo impedivano, era come se avessero un loro cervello. Appena fui vicina al favoloso e segreto cavaliere lui mi fece un inchino e io, anche se non era mia intenzione, ne feci un altro. Con le dita toccai la morbida stoffa del vestito. Portai la gamba destra inanzi alla sinistra e le piegai, tenendo fra l'indice e il pollice, di entrambe le mani, la stoffa sfumata. Mi accostai davanti al cavaliere e lui si avvicino a me. Nessuno ballava. Nessuno fiatava. Solo silenzio.Appena fu vicino mi mise le mano lungo i fianchi e sussurrò qualcosa al mio orecchio, qualcosa che gli altri non sentirono, anche se lo loro facce facevano capire che avevano desiderio di conoscere ciò che era stata detto. Con molta delicatezza mi disse: << I segreti verranno rivelati, a chi di buon cuore combatterà. >>  E con ciò si allontanò e si perse nella folla, così veloce che non me ne resi conto. E la gente ricominciò a ballare, come se nulla fosse accaduto. E io ero lì, al centro della stanza, immobile, ad aspettarmi un suo ritorno, e qualche altra parola, o al scoprire il suo volto, sempre nascosto da un lucente sorriso e una maschera.

Mi svegliai, sperando di ritrovare quell'uomo affianco a me. Almeno gli avrei potuto chiedere cosa intendesse con quelle parole, che mi barcollavano in testa, “ I segreti verranno rivelati, a chi di buon cuore combatterà. ”. Quali segreti? Perché combattere? Non c'era nulla da combattere, no? Mi sedetti sul letto, e feci per alzarmi, per andarmi a cambiare le robe sporche che avevo addosso, ma ci fu qualcosa che mi bloccò. Osservai la mano: era incatenata. Non ricordavo nulla, soprattutto il motivo della mia mano incatenata. Iniziai a massaggiarmi la mano, per far svanire il dolore. E svanì, ma arrivarono le risposte alle mie domande. Ricordai perché delle manette mi tenevano ferma su quel letto. Ora il mio problema era di uscire da quel luogo, da quella casa, di liberarmi da quelle manette, e se ne avessi avuto la possibilità, di prendere a calci Francesco. << Bastardo! >> dissi ad alta voce, sicura che nessuno mi stesse ascoltando, perché in quella stanza non c'era nessuno, ne ero sicura. Ma la mia sicurezza svanì quando sentì delle risate, e, in seguito, una voce che rispondeva alla mia esclamazione: << Non credere che sia così facile, per me. Non vorrei vederti chiusa qui dentro, col braccio insanguinato, ma… >> rise di nuovo << sei tu che vuoi rimanere qui. >> si avvicinò. Finalmente capii di chi fosse quella voce stressante: Francesco. Si sedette sulla poltrona difronte a me. << Senti. Se non vuoi rimanere qui fino alla fine dei tuoi giorni… be’… sai cosa fare. >> stava giocherellando con qualche oggetto, tra le mani, ma non lo guardai, bene, da capire di cosa si trattasse. << Dimmi ciò che sai. >> si mise così vicino a me, i nostri visi vicini, che sentì il suo fiato mischiarsi col mio. << se non vuoi che questo >> continuò posizionando l'oggetto fra me e lui: un coltello. << ti uccida. >> Indietreggiai col corpo, per paura di essere trafitta. << non so cosa tu voglia sapere da me. Spiegamelo. >> Si allontanò, e ripose, al sicuro, il coltello. << L’ incantatrice. >><< eh?? >> chiesi. Non capivo di cosa stesse parlando. Questo è matto. Fu la prima cosa che pensai. << Sai di cosa parlo. TU LO SAI!! >> disse alzando la voce. Faceva paura. << NO >> dissi alterandomi altrettanto << NO!!! NON LO SO. SPIEGAMELO. >> << Tu. >> la sua voce era molto calma. L’ avevo fatto spaventare? << Tu sai di cosa parlo. Tu sei protetta da questa storia, ma … >> Rideva. << in questa situazione no. >> Mi fissava negli occhi mentre parlavo. Sicuro che fossi impaurita di lui, ma, se qualche pazzo mi avrebbe fatto del male, io saprei difendermi. Mi ricordai delle parole che dissi il giorno prima, mentre lo aspettavo, tranquilla, alla fermata. In quel momento non avevo idea da chi mi sarei dovuta difendere, e certamente non da lui, no dal mio miglior amico. Il mio miglior amico che conoscevo da sempre, io e lui eravamo inseparabili. Io volevo bene a lui, e lui voleva bene a me, ma… ma ora mi odiava. Ora mi puntava il coltello alla gola se non rispondevo alle sue stupide domande sull’Incantatrice. Chi è questa Incantatrice?   Presi e li tirai un calcio, nello stomaco. Lui si piegò per il dolore, ma durò poco, di riprese in me che non si dica. Mi prese la testa e la fece sbattere contro il muro. Il dolore era insopportabile ma mi ripresi in me che non si dica. << ‘Fanculo. >> E dopo che mi disse ciò se ne uscì dalla casetta. Sentì il rombo della moto che partiva e, tranquillamente, si allontanava. Mi sedetti con la schiena contro il muro. Non potevo fare granché. La mia mano era insanguinata per il taglio che mi aveva procurato il giorno prima col taglierino, la testa mi rimbombava per il dolore. Ero messa male. Non avrei potuto difendermi più di altre due volte, e poi… e poi sarei svenuta, e sarei morta, probabilmente.Difendermi…. era questo che volesse dire il ragazzo? Dovevo difendermi da Francesco per sapere tutta la verità? Ma la verità per cosa? Quale verità? E quella frase, detta in un sogno, da uno sconosciuto, era un complesso enigma che avrei risolto, il prima possibile. E anche se fosse pieno giorno mi riaddormentai, sperando di trovare una risposta, a tutte le mie domande. E il buio invase le mia palpebre.