richiamare

Io una volta avevo un cuore e forse ero una persona migliore.
Amavo una. Poi mi ha strappato il cuore
e non provo più dolore.
Ho combattuto per dimenticarla
più di quanto possa aver combattuto per conquistarla.
Se combatto è per calmarmi e per non richiamarla,
perché conosco le conseguenze
e preferisco combattere una dipendenza
che combattere l'ennesima guerra persa.
—  Canesecco, Battaja Dopo Battaja

Volevo mandare un messaggio a tutte quelle persone che soffrono per amore.
A tutte quelle persone che di giorno lavorano, ridono, escono e poi di notte non la smettono di pensare.
A tutte quelle persone che proprio non capiscono perchè sia andata così.
A tutte quelle persone che stavano quasi meglio, stavano quasi dimenticando, poi alla radio passano quella canzone e cadono tutti i castelli.
A tutte quelle persone che dormono col telefono sul cuscino perchè chissà mai potrebbe chiamare di notte.
A tutte quelle persone che scrivono lettere chilometriche che tanto lo sanno che non invieranno mai, ma un po’ ci sperano.
A tutte quelle persone che si fanno la doccia col telefono sul cesso perchè se arriva una chiamata la devono prendere e vederla e richiamare dopo non è la stessa cosa.
A tutte quelle persone che guardano e riguardano tutte quelle foto con quel sorriso così felice.
A tutte quelle persone che passano ore a parlarne fino a non poterne più.
A tutte quelle persone che non ne parlano perchè fa troppo male.
A tutte quelle persone che ora un film, una canzone, una pizza, ora hanno tutte un altro sapore.
A tutte quelle persone che stavano provando con tutte le forze a dimenticare.
A tutte quelle persone che ora si sentono umiliate per tutto l'amore e tutta la gioia e tutto il bene che hanno dato a un emerito stronza/o
A tutte quelle persone io ora vorrei dire, passerà.
Sembra atroce, ma niente di brutto dura mai troppo.

C'erano una volta tre fratelli che viaggiavano lungo una strada tortuosa e solitaria al calar del sole. Dopo un po’ i fratelli giunsero ad un fiume troppo pericoloso da attraversare. Essendo versati nelle arti magiche ai tre fratelli bastò agitare le bacchette per costruire un ponte. Ma prima di poterlo attraversare, trovarono il passo sbarrato da una figura incappucciata: era la Morte. Si sentiva imbrogliata perché di solito i viaggiatori annegavano nel fiume. Ma la Morte era astuta: finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che meritavano un premio per la loro abilità a sfuggirle. Il maggiore chiese una bacchetta più potente di qualsiasi altra al mondo, così la Morte gliene fece una da un albero di sambuco che era nelle vicinanze. Il secondo fratello decise di voler umiliare la Morte ancora di più e chiese il potere di richiamare i propri cari dalla tomba. Così la Morte raccolse una pietra dal fiume e gliela offrì. Infine la Morte si rivolse al terzo fratello, un uomo umile. Lui chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene da quel posto senza essere seguito dalla Morte. E così la Morte con riluttanza gli consegnò il proprio mantello del invisibilità. Il primo fratello raggiunse un lontano villaggio armato della bacchetta di sambuco e uccise un mago con cui in passato aveva litigato. Inebriato dal potere che la bacchetta di sambuco gli aveva dato, si vantò della sua invincibilità. Ma quella notte un altro mago rubò la bacchetta e per buona misura gli tagliò la gola. E così la Morte chiamò a sé il primo fratello. Il secondo fratello tornò a casa, tirò fuori la pietra, la girò tre volte nella mano. Con sua gioia la ragazza che aveva sperato di sposare prima della di lei morte prematura, gli apparve. Ma presto ella divenne triste e fredda perché non apparteneva al mondo dei mortali. Reso folle dal suo desiderio il secondo fratello si tolse la vita per unirsi a lei. E così la Morte si prese il secondo fratello. Riguardo al terzo fratello, la Morte lo cercò per molti anni ma non fu mai in grado di trovarlo. Solo quando ebbe raggiunto una veneranda età, il fratello più giovane si tolse il mantello dell'invisibilità e lo donò a suo figlio, poi salutò la Morte come una vecchia amica e andò lieto con lei, congedandosi da questa vita da pari a pari.

Potrei dire che mi manca qualcuno, che senza vedere certi luoghi io non ce la faccio più. Potrei dire che ho perso per strada persone che credevo indispensabili come si perdono gli scontrini. Senza farci nemmeno troppo caso. Le ho perse, e loro hanno perso me. Nessuno, però, ha più avuto la forza (o la voglia) di richiamare, di soprassedere, di perdonare. Potrei dire che senza di lui mi sono lentamente sbiadita, che avrei bisogno di rivederlo, quel primo amore. Poi il secondo. Potrei dire che mi piacerebbe rivivere tutte le cotte che mi sono presa, baciare ancora per la prima volta, concedermi capendo finalmente che lasciarsi andare con qualcuno è donarsi e farsi un bel regalo allo stesso tempo. Potrei dire tante banalità sul tempo che passa. Potrei dire che mi manca già un po’ di forza e che a volte ho paura di non farcela. Potrei, ma la verità è che-nonostante tutto-in qualche modo si va avanti. La forza si trova, si incontrano nuove persone, nuovi amori; ci si attacca a nuove città, nuovi paesini sperduti di provincia, ci si rimette in gioco. La verità è che tutto quello che non ho più adesso che sono cresciuta non ha a che fare con i giochi e con il batticuore. Tutto quello che non ho più è la spensieratezza. Fare qualcosa senza pensare ad altro. Quello che non ho più è la leggerezza di far merenda con pane e nutella senza pensare “la nutella fa male”, per dirne una. La leggerezza di baciare qualcuno e poi chissà. Ora mi difendo, mi prendo cura di me, non esco senza soldi e senza cellulare, ho sempre i fazzoletti in borsa e non so più cosa voglia dire rischiare senza avere la certezza matematica di potercela fare.
—  Susanna Casciani

Superarchitettura

Si ricordi che «è la poesia che fa abitare», e che la vita si svolge non solo in scatole ermetiche per piccole vite parallele, ma anche nelle città e nelle auto, nei supermarket, nei cinematografi, sulle autostrade… E un oggetto può essere un’avventura dello spazio, o un oggetto di culto e venerazione, e diventare un nodo luminoso di relazioni… Così il design d’evasione vuol costituire un’ipotesi di introduzione di corpi estranei nel sistema: oggetti col maggior numero possibile di proprietà sensoriali (cromatiche, tattili ecc.), carichi di figuratività e immagini, nell’intento di destare l’attenzione, di richiamare l’interesse, di costituire una dimostrazione e di ispirare azioni e comportamenti. ( 1967 )

Ricordami chi sei.

“Se anche un giorno dovesse finire, giuro che non ti dimenticherò mai.”
Quante volte ti avrò detto questa frase? Tante, forse troppe. Sai,quelle parole sono state portate via dal vento: forse hanno raggiunto le nuvole, forse fanno compagnia ai gabbiani alti nel cielo, forse sono state sciolte dal sole. Eppure avrei voluto ricordarti, perché dalla nostra relazione avevo imparato così tanto; non volevo che tutto cadesse nell'oblio. Non ricordo più il tuo volto,il tuo carattere, i momenti vissuti insieme.. Ho dimenticato tutto. Quando mi sforzo di richiamare alla memoria la tua voce, la risposta è un silenzio che fa troppo casino nella mia mente. Quando cerco di ricordare il tuo profumo, mi sembra di non aver mai respirato.
Ogni volta che provo a pensare al tuo volto, cala il buio,come se qualcuno avesse premuto un interruttore e spento la luce dei miei ricordi. Ho provato a rimembrare i momenti belli vissuti insieme,ma in nessuna immagine tu c'eri. Ho sempre pensato che le persone non si potessero dimenticare letteralmente, che “dimenticare” significasse non provare più gli stessi sentimenti. All'inizio è stato così con te. Ed ora? Tale pensiero fa compagnia a quelle altre parole. Ora ho capito che non sei più neanche un'immagine sfocata, sei diventato il vuoto che hai lasciato quando ci siamo salutati. Ti ho amato così tanto e ti ho dimenticato in così poco. È incredibile come la vita sia così veloce nel darti certezze e poi nel togliertele. Non posso fare più nulla, non provo più nulla. Avevo smesso di amarti da un bel pezzo, ma mi restava come lezione di vita il ricordo felice di ciò che avevo vissuto. Volato anche quello. Deve essere uno stormo bello grande quello che vive lassù.
Mi hanno detto che può succedere: quando qualcosa ci ferisce tanto, tendiamo a rimuoverne ogni ricordo. Eppure non avrei voluto che andasse a finire così, non avrei voluto che il male oscurasse anche quel poco di bene che era sopravvissuto..E così ti ho dimenticato alla lettera. Se mai un giorno dovessi leggere questo stato, se mai un giorno dovessi vedermi per strada.. Ricordami chi sei stato, non volevo dimenticarti così in fretta.

Come posso spiegarti, mia gioia, mia felicità celeste, quanto sono completamente tuo, con tutti i miei ricordi, i miei poemi, i miei impulsi e i miei tremori intimi? O spiegare che non posso richiamare alla mente il più piccolo accidente senza rimpiangere, un così doloroso rimpianto, che non l’ abbiamo attraversato insieme?
—  Vladimir Nabokov alla moglie Vera.
Io me lo sono costruito un palazzo mentale.
Ogni stanza racchiude al suo interno tutti i dati, le canzoni, le informazioni, i numeri di telefono, i volti e le foto che ho immagazzinato durante tutta la mia vita e che potrei richiamare in qualsiasi momento semplicemente chiudendo gli occhi.
Se non avessi chiuso il portone lasciando la chiave dentro.
Rumori che mi danno fastidio
  • Cassetti chiusi forte
  • Porte chiuse forte
  • Portinaia che mi saluta scocciata (lo sappiamo che sei la regina del cortile, ma non te lo credere)
  • Il suono della vocale a della parola ciao allungato per esprimere affetto
  • Poca capacità nella digitazione che si traduce nell’usare solo due dita molto velocemente per comporre testi sulla tastiera del computer
  • Bambini che emettono strilli a cadenza regolare per richiamare l’attenzione
  • Tutti i rumori della metropolitana
  • Tutti i suoni della lingua spagnola
  • Cucchiaino girato con troppa forza al fine di sciogliere le particelle di zucchero nel caffè. Scontro ripetuto con la ceramica della tazzina che rievoca ricordi legati alla povertà di questo paese sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale
  • Musica da discoteca legata a ricordi d’estate legati alla necessità di riempire vuoti altrimenti incolmabili
  • Tutte le voci che escono dal televisore
  • Persone che parlano al telefono e alzano la voce con la tenerissima convinzione che quello che dicono possa essere interessante anche per gli altri. Comprensione per i primi 4 minuti, poi antigelo nella zuppa
  • Catena di suoni nei piccoli gruppi familiari con papà che guida il passeggino, altro figlio più grande con la mano sul passeggino altrimenti finisce sotto le macchine e mamma che cerca qualcosa nella borsa. Ma la cosa che cerca non la troverà mai, perché (ahinoi) sta cercando le sue speranze di gioventù, ormai andate perdute
THAT’S RACIST!(?)

Quattro o cinque anni fa stavamo passeggiando per l’enorme campo coltivato a rovi e bestemmie che non ho l’ardire di chiamare giardino, quando Figlia n.2 vede una persona che nel nostro vialetto sta mangiando dell’uva da un filare.
Senza scomodare Phoenix Wright, diciamo che tecnicamente era nella mia proprietà, sebbene fuori dal cancello, ma il problema è che Figlia n.2 comincia ad andare in panico per il ‘furto’ e a urlare ‘PAPÀ, DICCI SUBITO QUALCOSA!’.
Vorrei potervi raccontare che con grande pazienza e saggezza le spiegai che comunque stava solo mangiando un grappolo d’uva il cui viticcio si era proteso fuori dal recinto e che non stava facendo niente di male ma la realtà dei fatti è che in quel periodo ero piuttosto incazzato con il mondo per tutta una serie di problemi non utili ai fini del racconto e che quindi andai da lui e lo cacciai in malo modo.

Non passarono due minuti dall’episodio che già ero pentito e sebbene non potessi più richiamare indietro il tizio, mi prodigai con mia figlia in un pippotto sul concetto di necessità/disponibilità e su quanto sia importante cercare di andare incontro agli altri (Bello schizofrenico! – avrà pensato il mio decenne frutto dei lombi).

Tutto questo per dire che prima di lanciarsi in dissertazioni da tastiera sul razzismo della gente, bisognerebbe sempre cercare di capire il contesto e la situazione emotiva, perché se una persona come me, oggettivamente molto disponibile verso tutto e tutti, ha avuto quella reazione spropositata (vuoi per tensioni emotive pregresse, vuoi per una ‘richiesta di aiuto’ della figlia) non voglio nemmeno immaginare quanto poco riesca a razionalizzare o a far venire fuori la propria umanità chi oggettivamente vive sotto assedio a causa di tutta una serie di situazioni che vedono la maggior parte delle volte come responsabile chi dovrebbe avere un ruolo istituzionale.

Mia nonna diceva ‘Quando la fame entra dalla porta, l’amore esce dalla finestra’… io invece credo che dalla porta sia entrata la paura, giustificata o ignorantemente amplificata che sia, e che forse bisognerebbe insegnare ai nostri figli a comprenderla perché non se ne facciano catturare, prima che dalla finestra esca tutta la nostra umanità.