riccioli

Alla mia età faccio ridere? lascia che dicano. Io ne ho cinquantacinque, lei è nuova, non ha neanche una piega, delle volte sto lì fermo a guardarla, come uno scimunito, è la mia, e mi viene da tremare tutto. Dicono anche che sono andato in bambola, è un bel posto, in bambola, ci si sta bene, non vorresti venir via mai, ma loro non lo conoscono, non l'hanno mai vista nuda, sul letto, gli occhi chiusi, le mani nei capelli, che gioca con i riccioli in quella mezza luce, il pomeriggio, con le persiane accostate, e sulla strada si sente ogni tanto un passo, e sul soffitto, in alto, si muove un'ombra. Non l'hanno vista che dorme, quando ha caldo, con quel velo di sudore che pare brina. Faccio ridere? A me invece mi viene da piangere quando la sento che s'attacca tutta, che vuol stare con me, e mi tocca la faccia con una mano, mi cammina con le dita dalla bocca al naso, poi sopra gli occhi, come se non mi vedesse.
—  Raffaello Baldini

‘Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.
Tutta la sua famiglia ero io.
Capivo che per mia zia fosse difficile.
Difficile stare con lei e riuscire a mantenere entrambe.
Ero la sua Tata.
Quando le chiedevano chi fossi diceva sempre che ero la sua sorellona anche se in realtà siamo cugine.
Una volta l’andai a prendere all’uscita da scuola.
Loro abitano a Sud, io al Nord, perciò ero li in vacanza.
Mi ricorderò per sempre la sua espressione.
Era felice.
Felice da far schifo.
Era fiera di me.
Mi presentava a tutti i suoi amichetti,
come se fossi il suo idolo,
il suo mentore.
E forse, forse, lo ero.
Una volta sua madre le chiese cosa avrebbe voluto diventare da grande.
Lei rispose indicandomi.
Ero sbagliata, come esempio.
Pessimo.
Ma a lei sembrava non importare.
Lei voleva me.
Non era come gli altri.
Voleva veramente sapere come stavo o cosa facevo.
Lei non mentiva o fingeva.
Mai.
Una volta, quando aveva cinque anni, venne a dormire nel mio letto.
Fuori c’era il temporale.
Mi chiese perché non avessi paura come lei.
Perché non ero spaventata?
Le risposi che era perché amavo i temporali.
Mi facevano capire che, qualche volta, anche il cielo urla.
Da li non ebbe più paura.
Anzi, quando c’era un temporale mi chiamava per sapere se lo sentissi anche io.
Il giorno dopo andò in giro per casa indossando una mia felpa.
Le arrivava ai piedi e le mani non si vedevano nemmeno dopo averle rimboccate tre volte.
Ma diceva che era la sua armatura e che non se la sarebbe più tolta.
Per me era bellissima.
La mia piccola principessa in armatura.
L’unico libro che voleva che le venisse letto era “Alice nel Paese delle Meraviglie” per questo cominciai a chiamarla con il nome inglese.
Le avevo regalato la mia copia, una di quelle migliori, ma mi disse che dovevo tenerla io perché quando veniva voleva che glielo leggessi.
La prima volta ci mettemmo tre giorni perché lei non seguiva e voleva che le rileggessi le parti che si perdeva.
Consumammo la cassetta della Disney a furia di guardarla e quando uscì il film di Tim Burton lo comprammo subito.
Per il suo sesto compleanno le regalammo i personaggi di peluches, era tanto felice.
Per il settimo compleanno mi chiese di disegnarle sul muro, tutta la storia di Alice.
Lo feci, ma lo stregatto venne veramente inquietante.
Ma lei disse lo stesso che era bellissimo e che non voleva cambiarlo.
Ne era completamente innamorata.
Non l’avrebbe cambiato per nulla al mondo.
A settembre mi chiamò mia zia in lacrime.
Alice.
La mia Alice.
La mia Alice di otto anni aveva la LEUCEMIA.

Otto anni e chiedeva perché tutti erano tristi.
Otto anni e chiedeva perché la mamma piangeva la notte.
Otto anni e chiedeva perché doveva andare in ospedale.
Otto anni e chiedeva se sarebbe guarita.

Come puoi dire a una bambina così piccola che ha una condanna a morte sulla testa?
Non puoi.

E allora ridi.

Ridi perché il mondo fa già paura senza la sua luce e non sai cosa farai quando si spegnerà.
Ridi.
Allora le dici che è solo malata.
Che è normale.

Normale.

Ora mi sembra una parola di merda.
Non era normale.
Non lo era.
Cose così non devono succedere a una bambina di questa età.
Ma ormai è fiato sprecato.
Parlarne non cambierà nulla.
Scriverne non cambierà nulla.
Ma forse serve a sfogarsi.
Ma a me non sembra che serva a qualcosa.
Ma lo faccio perché è quello che so fare meglio.

Scrivere.
Per lei.

Che forse non so fare neanche questo.
Ogni sera parlavamo.
Alle sette mi chiamava e gli raccontavo la mia giornata perché lei la sua la viveva a letto.
Arricchivo la mia vita di persone simpatiche e situazioni allegre.
Giusto per non farle capire che mentre moriva lei, morivo anche io.
Una volta la chiamai su Skype.
Quando la vidi con con la bandana sulla testa, senza riccioli scuri che ne scappavano fuori, mi vennero le lacrime agli occhi e dovetti chiudermi in bagno per ricominciare a respirare.
Le mi chiese cosa avessi.
Le dissi che ero molto felice di vederla.
Divenni egoista.
Non volevo più vederla ne sentirla.

Era troppo.

Durai due giorni poi risposi al telefono.
Mi scappò di dirle che non avevo risposto perché non stavo bene e lei mi disse:
-Anche io non sto bene, ma riesco a schiacciare un tastino.-
Inutile dire che mi sentii uno schifo.
Lei aveva bisgono di me e io non volevo soffrire.
Alle fine vinse lei.
Ma non la partita più importante.
L’intervento andò bene, i medici insinuarono un po’ di speranza nei nostri cuori grigi.
La dimisero.
Mia zia la portò a casa.
Mio nonno stava tutto il giorno con lei, ma non si sarebbe comunque accorta di lui.
Dormiva sedici ore al giorno.
Di norma.
Arrivò alle venti ore e poi alle ventidue.
Non stava mai sveglia.
Nelle nostre ore al telefono parlavamo delle mie giornate, dei suoi sogni e poi le leggevo delle pagine di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il segno è ancora sull’ultima pagina che le ho letto.
Tenere il libro difianco a me mi è un po’ di conforto.
Ma non lo devono toccare, perché è fragile.

Come lo era lei.

Mercoledì sera mi chiamò mia zia.
Mi spaventai perché ero io a chiamare lei, e pensavo fosse successo qualcosa.
Risposi con il fiato corto, ma non era successo niente.
Non riusciva ad addormentarsi e mia zia mi chiese di cantare una canzone per lei.
Mise il telefono vicino al suo orecchio e appena sentì una piccola voce che chiamava il mio nome mi si aprì il cuore.
Optai per “Make You Feel My Love” di Adele.
La melodia è dolce e le parole bellissime.
C’è un verso che dice:
-Go to the ends of the Earth for you, to make you feel my love-
e un altro
-I could make you happy, make your dreams come true.-
Quando finì sentì solo un lieve respiro.

Si era addormentata.

Chiamai mia zia per toglierle il telefono
-Buonanotte Principessa.-
Furono le ultime parole che le dissi e che lei probabilmente non sentì. Il giorno dopo ero in “gita” con la scuola.
Non ci pensai per tutto il giorno.
Ero in pulman quando mia madre mi mandò il messaggio.

-Non si è svegliata-

Quattro parole per farmi crollare il mondo addosso.
Disse che era al telefono con mia zia quando lei cominciò ad urlare.
Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.
Aveva otto anni ed è diventata bianca.
Otto anni ed è morta.

E’ morta.

Se dio esiste deve chiederle perdono.
Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie, e forse ora,
lo sta vedendo davvero.’

Era la cosa più bella e pulita che avessi mai provato nella mia vita. Sai cosa significa trovarti davanti a una persona e renderti conto che da quel momento in poi nessun’altra potrà più contare allo stesso modo per te?

Giorgio Faletti
Ti ringrazio ( Riccioli )

Mi capita spesso di chiedermi quanto potremo durare io e te e non è facile trovare una risposta:
Mi ripeto che abbiamo meno di 20 anni, che siamo giovani e inesperti un po’ su tutto, che non sarà facile crescere insieme con le infinite diversità che abbiamo noi.
Poi smetto per un attimo di pensare e inizio semplicemente ad immaginare, immaginare quello che sarò tra qualche anno e cosa vedo? Vedo me e te, felici, in una casa nostra, piccola con i mobili bianchi e la cucina tutta in acciaio. Immagino un letto grande e una stanza colma di foto, di quadri e tutti i mazzi di fiori che mi avrai regalato nel corso degli anni.
Non so quanto sia ingenuo dar ascolto alla mia immaginazione ma non riesco a fare altrimenti: Ho le idee chiare, voglio te. Oggi e domani.
È con te che voglio imparare cose nuove, voglio vedere te accanto a me in un letto ogni mattina, voglio sentirti tornare di notte, camminando piano per non far rumore e vorrò riconoscere il rumore dei tuoi passi anche quando entrerai di soppiatto, per non svegliarmi. Voglio vederti impaziente di cucinare una di quelle ricette che vedi su facebook, voglio lamentarmi perché vuoi sempre vedere Sky sport, che ormai è una lamentela che faccio per abitudine perché, in realtà, non mi dispiace neanche tanto.
Con te ho insistito tanto, non mi sono mai lasciata abbattere dalla forza delle circostanze, neanche quando mi sentivo sotto un treno, tradita e sopratutto delusa, ho insistito anche in quei momenti perché la parte di me che voleva odiarti era quella che ti amava già, che nonostante la fiducia svanita per qualche attimo, voleva sempre e solo te. E allora ho insistito, l'ho fatto perché credo in noi, vedo un futuro fatto di tanti baci, tantissimo amore e qualche mio pianto, a volte tue incazzature.
Voglio solo te amore.
Per vedere Roma con te che a Roma ci sei nato e ci hai vissuto anni, che saprai regalarmi attimi speciali nella città più bella del mondo.
Voglio passare a Casal Palocco con te e vedere la casa in cui abitavi. Vedere le casette bianche vicino al centro commerciale e sognare che una di quelle, prima o poi, sarà casa nostra, dove vivremo con i nostri figli. Due figli che avranno il tuo carattere, ne sono certa, parleranno in romano e avranno i capelli riccioli, scurissimi.
Saranno bellissimi.

Credo che in ogni caso avrò una vita felice, a prescindere da quanto dureremo io e te, ma credo che insieme potremmo essere un po’ più felici, capisci cosa intendo?
Senza di te so che avrò sempre una mancanza. Negli ultimi 8 anni non mi sono mai sentita bella, una serie infinita di difetti mi tormentavano ogni volta che mi guardavo allo specchio, persino quando qualcuno mi guardava l'unico mio pensiero era “Perché mi guarda? Cazzo, faccio così schifo da essere guardata così?” Quando magari, a guardarmi, era semplicemente una mia amica, uno dei miei genitori, mio fratello.
Poi un giorno mentre mi vestivo ho visto che mi stavi guardando, fisso, con le labbra socchiuse e per un attimo mi sono sentita bella, bella davvero, perché mi guardavi te.
Senza di te, senza te che mi guardi chi mi guarderà così? Chi mi farà sentire bella? Nessuno prima di te, in 8 anni, è riuscito a farmi pensare che forse non facevo tanto schifo come credevo.
Credo in noi per questi e per altri mille motivi.
Credo in noi perché ti amo tanto e questo sentimento ha il diritto di esistere.

Aveva una magia nelle rosee palme, e guance accese in una bella fiamma, come il trepido rossore dei bimbi dopo il bagno freddo serale.
La bella fronte alta si arrotondava delicatamente dove i capelli, cingendola di uno scudo di blasone, esplodevano in riccioli ed onde e boccoli biondo cenere e oro.
Aveva occhi chiari, grandi, luminosi, umidi e splendenti, il colore delle guance era autentico, e irrompeva alla superficie della giovane pompa vigorosa del suo cuore.
Il corpo aleggiava delicatamente sull'estremo limite della fanciullezza: aveva diciotto anni, quasi compiuti, ma era ancora coperta di rugiada.
—  Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte
pasta asks
  • campanelle: what instrument(s) do you play?
  • casarecce: do you feel comfortable in fancy rooms?
  • castellane: how important are good manners to you?
  • fisarmoniche: would you like wearing extravagant clothing?
  • gemelli: could you survive in the wilderness for a month?
  • gnocchi: how do you like potatoes cooked?
  • maltagliati: write me a poem
  • orecchiette: what are you most afraid of?
  • riccioli: how much jewelry do you own?
  • ruote: what's your dream car?
  • spighe: what's your favorite outdoor activity?
  • torchietti: does the clumsiness of others bother you?
Lettera ad un amore...

È tardi e io mi trovo qui a scriverti.In questo momento tu starai dormendo o chissà facendo baldoria in uno di quei locali con così tante di quelle ragazze che ti staranno attaccate come cozze oppure sul divano giocando alla play oppure semplicemente pensando con quell'espressione concentrata che mi fa venire il batticuore.
Non so esattamente il motivo per il quale ho sbloccato il mio iPhone e sono andata sulle note,sai sono stanca ma non riesco a dormire quindi probabilmente non capisco bene cosa sto facendo,so solo che stavo qui al letto cercando di addormentarmi quando mi sei venuto in mente tu,come se fosse una cosa strana,io ti penso 24 ore su 24 e non dico per finta,ci sei sempre ogni cosa mi riporta a te.Arrivata a questo punto direi di proseguire questa “lettera” anche se tu non la leggerai mai e che peggio non se saprai neanche dell'esistenza ma a me vabbene così a me basta vedere una delle tue foto per migliorarmi la giornata quindi non ti devi preoccupare di questo.Vedi io non sarò una delle tue fan più sfegatate,non sono venuta a tutti i vostri concerti e non ti ho mai visto neanche una volta ma io ti amo,si ti amo hai capito bene, ma sai quanti ti amo ti sarai sentito dire fino adesso ma devi sapere che come in una relazione seria a me c'è voluta tutta la mia forza per dirtelo ma finalmente ce l'ho fatta e proprio in questo momento mi sta scendendo un lacrima che mi sta rigando la guancia tra poco non si traterà solo di una lacrima ma di una tempesta di emozioni che non so se riuscirò a fermare.
Mi sento così stupida in questo momento, in realtà mi sento sempre stupida quando penso a te, e lo sai perché? Beh perché quando ascolto la tua voce sento un stretta alla bocca dello stomaco o perché quando vedo il tuo sorriso sento un dolore forte nel petto e una strana sensazione di calore, ma sai io non mi sono innamorata della pop star di cui tutti parlano, di cui si fanno gossip a tutte le ore e che tutti credono di conoscere,Io mi sono innamorata di tutte le piccole cose che racchiudi in quel corpo da sex symbol, mi sono innamorata delle tue spalle così ampie e accoglienti, delle tue braccia che per me significano ‘casa’, delle tue mani così grandi nelle quali sicuramente le mie piccole mani si perderebbero, dei tatuaggi che percorrono la maggior parte del corpo,delle tue gambe così snelle e lunghe e dei tuoi jeans neri così attillati e poi vabbè come non menzionare i tuoi occhi così verdi e profondi nei quali mi ci perdo, le tue labbra tutte da baciare, quei riccioli morbidi che ti contornano il viso e quella capigliatura che ormai hai lasciato alla deriva e bè poi il tuo sorriso,sul tuo sorriso credo che esistano centinaia di blog perché è la cosa più bella che abbia mai visto, la tua risata così contagiosa e la tua voce così scura e profonda che mi provoca i brividi,della tua dolcezza infinita, di tutte le tue fisse per gli orsacchiotti di peluche,per le banane e per gli stivali,dei tuoi modi di fare, della tua infinita voglia di divertirti e di scherzare e della tua ancora più infinita voglia di vivere.Ok finalmente sono riuscita a dirti tutto eppure questo mi sta facendo sentire ancora più male e lo sai perché? Perchè non potrò mai sperare che questo ti amo sia ricambiato,non potrò mai davvero chiamare le tue braccia casa perché non avró mai un tuo abbraccio e cosa peggiore non potrò mai essere io la ragazza alla quale ti avvicinerai e dirai: “ sei la causa del mio sorriso”, non saro io un giorno la madre dei tuoi figli e non sarò io la persona che ti sta affianco ogni giorno ma che non ti stanchi mai di amare,non potrò mai accoccolarmi sul divano vicino a te, non potrò mai sedermi sulle tue ginocchia e non potrò mai avere quelle labbra che tanto desidero perché tu i tuoi baci non me li regalerai mai,non potró mai sentire la tue voce di prima mattina così impastata ma immensamente sensuale e tutto questo mi distrugge Oh come mi distrugge perché per vederti io posso solo sperare di dormire e quindi sognarti e io odio dormire perché penso che non mi abituerò mai a non averti qui accanto a me perché mi manchi cazzo mi manchi così tanto che mi è quasi difficile respirare.Adesso ti lascio a qualsiasi cosa tu stia facendo e mi raccomando fai il bravo Harold, che se ti rovini tu tutte noi non so dove andiamo a finire!

Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.

Tutta la sua famiglia ero io. Capivo che per mia zia fosse difficile. Difficile stare con lei e riuscire a mantenere entrambe. Ero la sua Tata. Quando le chiedevano chi fossi diceva sempre che ero la sua sorellona anche se in realtà siamo cugine. Una volta l’andai a prendere all’uscita da scuola. Loro abitano a Sud, io al Nord, perciò ero li in vacanza.
Mi ricorderò per sempre la sua espressione.
Era felice.
Felice da far schifo.
Era fiera di me. Mi presentava a tutti i suoi amichetti, come se fossi il suo idolo, il suo mentore. E forse, forse, lo ero.
Una volta sua madre le chiese cosa avrebbe voluto diventare da grande.
Lei rispose indicandomi.
Ero sbagliata, come esempio. Pessimo. Ma a lei sembrava non importare. Lei voleva me. Non era come gli altri. Voleva veramente sapere come stavo o cosa facevo. Lei non mentiva o fingeva. Mai.
Una volta, quando aveva cinque anni, venne a dormire nel mio letto. Fuori c’era il temporale. Mi chiese perché non avessi paura come lei. Perché non ero spaventata? Le risposi che era perché amavo i temporali.
Mi facevano capire che, qualche volta, anche il cielo urla.
Da li non ebba più paura.
Anzi, quando c’era un temporale mi chiamava per sapere se lo sentissi anche io.
Il giorno dopo andò in giro per casa indossando una mia felpa. Le arrivava ai piedi e le mani non si vedevano nemmeno dopo averle rimboccate tre volte. Ma diceva che era la sua armatura e che non se la sarebbe più tolta.
Per me era bellissima.
La mia piccola principessa in armatura.

L’unico libro che voleva che le venisse letto era “Alice nel Paese delle Meraviglie” per questo cominciai a chiamarla con il nome inglese. Le avevo regalato la mia copia, una di quelle migliori, ma mi disse che dovevo tenerla io perché quando veniva voleva che glielo leggessi. La prima volta ci mettemmo tre giorni perché lei non seguiva e voleva che le rileggessi le parti che si perdeva. Consumammo la cassetta della Disney a furia di guardarla e quando uscì il film di Tim Burton lo comprammo subito. Per il suo sesto compleanno le regalammo i personaggi di peluches, era tanto felice. Per il settimo compleanno mi chiese di disegnarle sul muro, tutta la storia di Alice. Lo feci, ma lo stregatto venne veramente inquietante. Ma lei disse lo stesso che era bellissimo e che non voleva cambiarlo. Ne era completamente innamorata. Non l’avrebbe cambiato per nulla al mondo.

A settembre mi chiamò mia zia in lacrime.
Alice.
La mia Alice.
La mia Alice di otto anni aveva la LEUCEMIA .
Otto anni e chiedeva perché tutti erano tristi.
Otto anni e chiedeva perché la mamma piangeva la notte.
Otto anni e chiedeva perché doveva andare in ospedale.
Otto anni e chiedeva se sarebbe guarita.
Come puoi dire a una bambina così piccola che ha una condanna a morte sulla testa?
Non puoi.
E allora ridi.
Ridi perché il mondo fa già paura senza la sua luce e non sai cosa farai quando si spegnerà.
Ridi.
Allora le dici che è solo malata. Che è normale.
Normale.
Ora mi sembra una parola di merda.
Non era normale.
Non lo era.
Cose così non devono succedere a una bambina di questa età.
Ma ormai è fiato sprecato.
Parlarne non cambierà nulla.
Scriverne non cambierà nulla.
Ma forse serve a sfogarsi.
Ma a me non sembra che serva a qualcosa.
Ma lo faccio perché è quello che so fare meglio.
Scrivere.
Per lei.
Che forse non so fare neanche questo.

Ogni sera parlavamo. Alle sette mi chiamava e gli raccontavo la mia giornata perché lei la sua la viveva a letto.
Arricchivo la mia vita di persone simpatiche e situazioni allegre. Giusto per non farle capire che mentre moriva lei, morivo anche io.

Una volta la chiamai su Skype. Quando la vidi con con la bandana sulla testa, senza riccioli scuri che ne scappavano fuori, mi vennero le lacrime agli occhi e dovetti chiudermi in bagno per ricominciare a respirare. Le mi chiese cosa avessi. Le dissi che ero molto felice di vederla.

Divenni egoista. Non volevo più vederla ne sentirla.
Era troppo.
Durai due giorni poi risposi al telefono.
Mi scappò di dirle che non avevo risposto perché non stavo bene e lei mi disse:
-Anche io non sto bene, ma riesco a schiacciare un tastino.-
Inutile dire che mi sentii uno schifo.
Lei aveva bisgono di me e io non volevo soffrire.
Alle fine vinse lei.
Ma non la partita più importante.

L’intervento andò bene, i medici insinuarono un po’ di speranza nei nostri cuori grigi. La dimisero. Mia zia la portò a casa.
Mio nonno stava tutto il giorno con lei, ma non si sarebbe comunque accorta di lui. Dormiva sedici ore al giorno. Di norma. Arrivò alle venti ore e poi alle ventidue. Non stava mai sveglia.
Nelle nostre ore al telefono parlavamo delle mie giornate, dei suoi sogni e poi le leggevo delle pagine di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il segno è ancora sull’ultima pagina che le ho letto.
Tenere il libro difianco a me mi è un po’ di conforto.
Ma non lo devono toccare, perché è fragile.
Come lo era lei.

Mercoleì sera mi chiamò mia zia. Mi spaventai perché ero io a chiamare lei, e pensavo fosse successo qualcosa. Risposi con il fiato corto, ma non era successo niente.
Non riusciva ad addormentarsi e mia zia mi chiese di cantare una canzone per lei. Mise il telefono vicino al suo orecchio e appena sentì una piccola voce che chiamava il mio nome mi si aprì il cuore.
Optai per “Make You Feel My Love” di Adele. La melodia è dolce e le parole bellissime. C’è un verso che dice: -Go to the ends of the Earth for you, to make you feel my love- e un altro -I could make you happy, make your dreams come true.-.
Quando finì sentì solo un lieve respiro. Si era addormentata. Chiamai mia zia per toglierle il telefono
-Buonanotte Principessa.-
Furono le ultime parole che le dissi e che lei probabilmente non sentì.
Il giorno dopo ero in “gita” con la scuola. Non ci pensai per tutto il giorno.
Ero in pulman quando mia madre mi mandò il messaggio.

-Non si è svegliata-

Quattro parole per farmi crollare il mondo addosso. Disse che era al telefono con mia zia quando lei cominciò ad urlare.

Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.
Aveva otto anni ed è diventata bianca.
Otto anni ed è morta.
E’ morta.
Se dio esiste deve chiederle perdono.
Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie, e forse ora, lo sta vedendo davvero.

—  aswaterinlungs
Non penso tutto il giorno a lui, però ci sono dei momenti in cui la sua mancanza si fa così pesante, che mi è difficile dire a parole cosa io senta.Ci sono dei momenti in cui mi arrabbio con me stessa e in cui mi viene da gridare, momenti in cui maledico il mondo e mi sembra di odiare tutti, di non sopportare più nessuno, di non voler vedere nessuno.Perché non lo potrò mai vedere, non lo potrò mai abbracciare, non potrò mai guardarlo in faccia e dirgli che ha contato tanto, e continua a contare tanto nella mia vita, che è davvero l'unica fonte di positività che ritrovo nelle mie giornate, quando tutto pare andare male, quando mi accorgo che mi odio e vorrei scomparire, quando sto male e non trovo la forza necessaria da nessuna parte.Mi arrabbio perché non è giusto, non è giusto, che su questa terra, su sette miliardi di persone, io abbia scelto lui, anche se in un certo senso non sono stata io a cercarlo, ma l'ho trovato un giorno, per caso, non sapendo quanto quel sorriso mi sarebbe diventato così caro e quanto avrei sentito la sua mancanza.Non è giusto, perché mentre io sono qui, a scrivere di lui, non sa neanche che respiro.E fa male, fa malissimo, ma così tanto.Vorrei spaccare tutto, perché lui non c'è.Ed è così difficile, continuare a sperare che un giorno possa accadere.È l'unica cosa che chiedo, potermi trovare di fronte a lui, una sola volta, e stringerlo forte, e sentire le sue mani sulla mia schiena e i suoi riccioli sul collo, e poterlo sentire parlare, e guardarlo negli occhi davvero, e dirgli che mi manca, mi manca sempre, anche se non ci siamo mai visti.E vorrei sentirlo ridere e poter fare una foto con lui, da mettere come sfondo del cellulare e guardare e riguardare per capacitarmi del fatto che ho realizzato il mio sogno, che sono stata vicina alla felicità più di quanto mi sarei aspettata.Però è dura, ogni giorno di più, perché ogni giorno un po’ di quella speranza se ne va via, con la consapevolezza che ho una possibilità pari a zero che anche solo una di queste cose accada.Ogni giorno è sempre più dura, perché sono sempre più convinta che non lo avrò mai vicino, e mi manca sempre un po’ di più.

Lei non ha occhi come il Sole ardenti,
meno rosse le labbra ha del corallo;
se candida è la neve, i suoi seni sono spenti;
se fili d'oro i riccioli, i suoi scuro metallo.

Rosse, bianche, screziate, ho visto rose,
vederle sul suo volto è cosa vana;
ci sono essenze ben più deliziose
del profumo che il suo respiro emana.

Amo che parli, ma ho chiara l'idea
che la musica ha un suono più soave:
non vidi mai incedere di dea,
e la mia donna passi in terra muove.


Ma la mia donna è rara, e ha altrettanti doni,
quanto quella esaltata con falsi paragoni.

—  William Shakespeare