quadernino

“Eccola là, all’ultimo banco in fondo alla classe dove nessuno la vede. Anche a me è difficile notarla. Tu la vedi?

Sta là vicino alla finestra spalancata, seduta normalmente con le gambe incrociate sotto il banco, i jeans strappati e la sua felpa bordeaux larga. Fa freddo, lo senti, no? È ricreazione, ma non mangia e non si alza. Crede di non avere amici e di non piacere a nessuno. Uh, guarda! Questo è il momento più bello. Si sta guardando intorno, sta vedendo se qualcuno la nota ma niente, nessuno. Così abbassa la testa, prende un piccolo quadernino verde e la sua Bic nera. Impugna la penna in modo strano, così strano e storto che ha i calli su tutte e cinque le dita della mano destra. Ed inizia, scrive. Scrive tutto ciò che non ha avuto mai, scrive ciò che vorrebbe essere, ciò che vorrebbe che le accada. Scrive un’amore che aspetta, un ragazzo perfetto disposto ad amarla sempre, nonostante i suoi errori, nonostante le sue piccole e poche imperfezioni. Descrive una ragazza, una ragazza simpatica e sensibile, come lei destinata ad essere la sua migliore amica in quel mondo dei sogni, in quel piccolo grande mondo di carta. La sua mano bianca e fredda, quasi paralizzata dal venticello gelido che penetra dalla finestra e le arriva addosso, scrive. Corre sul foglio come una Ferrari su una pista nel bel mezzo di una gara, come un aereo sfreccia nel cielo, come una farfalla vola ovunque sapendo della sua morte il giorno seguente. 

Vengo ogni mattina qui, davanti alla sua classe e la guardo scrivere, perché mi trasmette emozioni fortissime. E lei, così impegnata a sfogarsi e ad odiarsi, così impegnata a pensare che non è mai abbastanza, non mi nota. Non nota me, che ne sono così innamorato e vedo dal suo stupido atteggiamento acido che ha bisogno di me, che saprei darle tutto l’amore che ho. Ma non ci vado da lei, no. La ferirei, alla fine. E ho paura di distruggere uno spettacolo della natura come lei.”

E voglio che tu sappia, che ho cambiato la password del mio telefonino.
Che ho cancellato ogni scarabocchio che ti riguardi, sui vecchi fogli, anche se credo ne siano rimasti ancora.
Che ho smesso di ascoltare le tue canzoni.
Che non apro più il mio quadernino pieno di pagine su di te.
Che non non mi fisso la mano in quel punto dove sembra starci la tua lettera.
Che ultimamente cerco di non leggere i vecchi messaggi, anche se lo sai, mi riesce impossibile.
Che nonostante io abbia smesso di fare queste cose, è tutto inutile, che pure i muri mi parlano di te.
E vaffanculo, che hai scelto di andartene, quando se fosse stato per me, sarebbe durato.
—  Sonoinverno

Odio chi si impone. Il confronto con il sesso femminile probabilmente mi rende fragile, mi fa pensare male, non mi stimola a spostarmi da dove sto. A volte credo di essere circondata da stronzi che manco conoscono la geografia e Antonio Di Pietro e si impongono, e parlano, con fare saccente. Ma dove cazzo vai. Dani quando si parla di trash tu ci sei. MA COSA NE SAPETE VOI. Ieri sera mentre Veronica e Paola squarciavano le pagine di un quadernino con i pennarelli ho scritto qual è la giornata tipo di mio padre. Una cosa terribile a livello formale e spaventosa per tutto il resto. Sono figlia dell’ordinarietà. Piattezza e ordinarietà hanno qualcosa di incredibile, c’è onestà nei racconti ordinari. I progressi relativi alla mia persona non sono andati di pari passo con quelli relativi ai miei interessi, che si sono fossilizzati a i miei diciotto/diciannove anni. Ieri ne ho compiuti ventuno, cristo iddio vorrei essere fuori dal Watergate a sentirmi dire che devo avere ventun anni per entrare. Quest’anno mi porto via dalla casa di Termoli la radio del nonno. 

Dai su parliamoci chiaro mamma.
Due domande non te le fai? A scuola ormai faccio uno schifo assurdo, non vedi più quei bei voti di una volta, non mangio più come una volta, passo il tempo chiusa in camera facendo finta di studiare con le lacrime sul viso, mi chiudo in bagno e ci rimango per tanto tempo, scrivo sempre su quel quadernino giallo in modo losco, tiro sempre giù le maniche delle magliette, dei maglioni, niente più sorrisi, niente più voglia di vivere, non ho più voglia di spaccare il mondo, non ho più voglia di far conoscere al mondo chi sono, non ho più ambizioni. Sono crollata, sto morendo dentro ma perchè non te ne accorgi? Perchè?
—  Bloodontheskin (via bloodontheskin)

steffanao  asked:

Ma se ogni giorno che non la mangi apparissero nuove faccie di gente che conosci sulla banana? E predissero date di morte, segreti dell'universo, passato e futuro ecc?

Scriverei tutto quello che dicono su un quadernino e userei queste informazioni per conquistare il mondo.

Era un giorno come tanti. Lei si alzò dal letto, come al solito, alle 6:30. Andò un bagno, si lavò la faccia per sembrare più “sveglia” e fece colazione con un caffellatte e mezzo biscotto ingoiato in fretta e furia. Alle 7:00 iniziò a prepararsi. Si infilò i suoi soliti jeans, il suo maglione preferito, quello verde scuro che le stava enorme e la faceva sentire protetta. Mise le scarpe e corse in bagno a truccarsi. Quella era la parte più difficile della mattina. Doveva guardarsi allo specchio e cercare di aggiustare l'aggiustabile per sembrare decente. Non bella, nè carina. Solo decente. Come al solito mise quel poco di correttore che bastava per coprire le occhiaie reduci da una notte insonne, e fece la sua solita riga di eye-liner nero. Non riusciva mai ad uscire senza trucco. Pensava che tutti potessero vedere i suoi occhi privi di qualsiasi tipo di emozione. Spenti, tristi. Così, li copriva. E funzionava, così credeva. Cioè perlomeno nessuno la vedeva triste. 7:30, sale in macchina con sua madre e suo fratello. Infila le cuffie e fa partire la musica. Apre la borsa e tira fuori il suo libro. Si isola, completamente, dal resto. Lo fa ogni mattina. È abitudine oramai. La madre la lascia ad un semaforo, e lei arriva a scuola a piedi. Quel giorno pioveva. Pioveva forte. A lei non importava, anzi. Lei amava la pioggia. Camminava senza accennare ad un minimo disagio. Intorno a lei c'era chi correva rifugiandosi dentro un bar, chi apriva l'ombrello e ringraziava il cielo per essersi ricordato di prenderlo. Lei invece no. Camminava al suo solito passo. Arrivò in ritardo, ma non le importava più di tanto. Stava per entrare nella scuola quando vide Lorenzo che si avvicinava. Anche lui era senza ombrello. Non entrarono a scuola. Andarono a fare colazione al bar. Lei prese un cappuccino, mentre Lorenzo un caffè con cornetto alla crema. Si misero sotto la veranda. Erano tutti bagnati da quella pioggia che continuava, imperterrita, a costringere le persone a camminare con gli ombrelli aperti. Lei inizio a bere il suo cappuccino caldo, mentre lui la osservava nel modo più innocente possibile. Lei sorrise chiedendosi perché lui la guardasse. Finì il suo cappuccino quando Lorenzo le offrì un pò del suo cornetto, ma lei rifiutò. Non voleva mangiare. Già si sentiva grassa abbastanza. Lorenzo continuava a fissarla sfoggiando i più bei sorrisi che lei avesse mai visto. Pagarono, e fecero una camminata. Parlarono di molte cose quel giorno. Di lui, di lei. Delle differenze tra di loro, e di tutte le cose che avevano in comune. Fecero un accordo. Ognuno doveva svelare e far conoscere all'altro qualcosa di sé. Qualcosa che non aveva mai svelato a nessuno. Iniziò lei. Si sedettero su un muretto. Lei tirò fuori dalla borsa le sue cuffiette, il suo libro preferito, ed un quadernino con le frasi più belle del libro. Una cuffia per uno ascoltarono tutta la sua playlist, mentre lei raccontava cosa le suscitavano quelle parole, quelle frasi. Quei momenti, quegli attimi. Parlarono per più di un'ora di questo. Finché lei tolse le cuffie, si alzò e gli disse che era il suo turno. Stavano attraversando Ponte Milvio, proprio sotto la pioggia. Si trovavano più o meno a metà, quando lui si fermò. Si avvicinò a lei, la strinse a sé, le disse che era bellissima e la baciò. Non fu uno di quei baci sotto la pioggia che si vedono nei film. Era tutta un'altra cosa. Era condivisione. Nessuna dolcezza. Nessuna maschera. Condivisione. Lei non chiese spiegazioni. Sorrise. Lui le disse che non aveva fatto nulla di strano. Il patto era di svelare qualcosa di sé. E lui lo fece. Perché svelò lei una parte che neanche lui conosceva. Una parte che non aveva mai visto e mai sentito. Perché in lei c'era ciò che lui cercava. Quel misto di felicità e solitudine che solo con la sua presenza sarebbe potuto diventare qualcosa. Sarebbe potuto diventare amore. Forse. O forse no. Ma a chi importa? In amore non importano le domande. Contano le risposte. E quel giorno. Su quel ponte. Sotto quella pioggia. Con quel Lorenzo. Lei trovò la sua risposta. Non si pose più domande. Sapeva ormai che la risposta era solo e soltanto una. Ed era dentro di sé. E dentro Lorenzo. Solo loro sapevano di cosa si trattasse.
È salvezza. È distruzione. Ma non importa. Ciò che conta è il fatto che due anime possano trovare risposte l'una nell'altra. Essendo loro stessi. Magari per la prima volta. Magari per l'ultima. E quel giorno furono loro stessi. La pioggia portò via il trucco a lei, e lui la vide. Con i suoi occhi, quelli veri, così come era. Non l'aveva mai vista così. Mai. E la trovò bellissima. Come al solito. Più del solito. La baciò ancora, e si sentì vivo. Per la prima volta. Si sedettero su una panchina. Lei si appoggiò su di lui, e restarono così. Tutto il pomeriggio. Tutta la notte. Videro l'alba da quella panchina. Videro loro stessi su quella panchina. Tutto il resto non contava. Perché su quella panchina, loro, avevano trovato tutto ciò che si può desiderare. E forse era troppo. Ma, per la prima volta, quanto basta.
E io sono qui.
Ogni tanto scrivo, leggo, scarabocchio su un quadernino, o sul dorso delle mani: ogni tanto le guardo, mi sembrano così piccole pensando alle tue.
A volte, spesso, ti immagino qui.
E tu sei lì invece, e non so precisamente dove, né come, né bene so il motivo. Ascolti musica o, probabilmente, la suoni.
E se ti capita, magari, di mordere quella pellicina che hai sul pollice, o con qualsiasi scusa, insomma, ti fermi a guardarti le mani: magari, dico, magari, anche tu mi pensi.
—  uncasinoinnamorato

Dietro al mio letto, ho nascosto un agendina con un quadernino a righi e un altro attaccato dietro a quadretti. Ho iniziato a scrivere sul quadernino a righi nel periodo in cui ero innamorata, scrivevo cose belle, ma anche cose negative. Mi raccontavo che cosa bella era l'amore ma allo stesso tempo mi raccomandavo di amare anche me stessa, di non dimenticarmi in un ripostiglio e lasciarmi lì, pensando alle cose belle, forse trascurando la più bella. Ogni volta che scrivevo di questo mio grande amore, mi raccomandavo di non finire mai il quadernino a righe, per scaramanzia perché credevo che finisse anche la nostra storia, e quindi di lasciare sempre in bianco il quadernino a quadretti, come una promessa di non andare avanti senza lui. Come se io senza lui, sarei stata vuota e bianca come quelle pagine.
L'ultima volta che ho scritto su questo quadernino a righe, è stato sui tre mesi fà, quando ormai l'amore non c'era più ed ero rimasta soltanto io, con quella penna in mano, e una lacrima al viso. Ironia della sorte, era la penultima pagina.
L'ultima pagina, non l'ho nemmeno sfiorata.
Non ho voluto scriverci sopra.
Ero terrorizzata, sapevo che ormai era finita, ma non volevo scriverlo perché dentro me viveva ancora la speranza.
Quindi, l'ho nascosto e non l'ho più preso.
Ora ci ho ripensato, mi sono anche data della vigliacca.
Ma il coraggio per “farla finita”, ancora non ce l'ho.

Non sento più niente.

Ho preso un quadernino piccolo a quadretti e sulla prima pagina ho annotato la data di oggi. Poi sotto ci ho scritto, in corsivo, “Non sento più niente”.
Com'è possibile una cosa del genere? Non sentire più niente? E del fatto che abbia deciso di scrivere su carta come sto, tutti i giorni, su un misero quaderno con la copertina che sponsorizza la Lysoform, vogliamo parlarne? Una come me che si vergogna a scrivere qualunque cosa su carta per paura di essere scoperta. Eh?
Voglio capire cosa mi sta succedendo. Voglio capire chi sono. Voglio imparare ad ascoltare questo benedetto cuore che scalpita ovunque. Ho voglia di vivere ma la testa me lo impedisce. Ho voglia di cambiare vita. Ho voglia di sentire qualcosa, anche solo un'emozione. Ho voglia di riprovare l'agitazione, l'adrenalina in corpo nel vedere o rivedere una persona. Ci sono emozioni che solamente un incontro ti può dare e io ho bisogno di rinascere. Vorrei smetterla di scrivere e di pensare “non sento più niente.”.