pulisce

- Avete fatto l’amore?
- No.
- Allora perché stavi con lei?
- Non so se capirai. Una volta avevo visto come scivolano le lacrime sulla sua guancia, e allora mi sono reso conto che non lo permetterò mai più. Mi importava sempre se ha mangiato, se si sente bene, se non ha freddo. Non ho mai voluto portarla a letto, volevo solo abbracciarla mentre guardiamo un film, svegliarmi dai suoi baci. Volevo starle vicino. Mi piaceva vederla come mangia un cioccolatino come una bambina e si pulisce con la mano. Quando tutti la chiamavano e lei diceva “sono fuori con il mio amore”. Non era come tutte le altre. Lei non mi amava come le altre. Lei mi amava sinceramente. E anche io. Lei era la mia bambina.

Mi piace la pioggia, quando la guardo é come se mi portasse via tutti i pensieri, la pioggia é così bella e semplice, ti pulisce da tutto.
Lei prende i tuoi pensieri e le tue preoccupazioni e le fa cadere a terra…distruggendole. Adoro anche il suono che fa quando “cade”,é così rilassante, sembra una dolce melodia. É come se la pioggia avesse “vita” propria. E poi nasconde le lacrime, quando piangi ti basta uscire e le lacrime spariscono… mescolandosi alla pioggia.

“Lloyd, ho voglia di gettare la spugna”


“Vorrà dire che sarà una buona occasione per pulire il pavimento, sir”
“Il pavimento però si pulisce in ginocchio, Lloyd”
“A volte bisogna abbassare lo sguardo per vedere tutti i passi che si sono fatti, sir”
“Per poi cancellarli, Lloyd?”
“Per aver voglia di farne altri, sir”
“Grazie mille, Lloyd”
“Buona giornata, sir”

“tanti auguri amore!”

Lui deve andare al lavoro, non la sveglia per darle il buongiorno, non le ha neanche dato un bacio. Così va in cucina, si fuma una sigaretta e pensa. Nel microonde c’è una tazza di caffè, spinge il bottone e la riscalda.

Lei è ancora assonnata e non vede il bigliettino sul tavolo. Accende la TV , sfoglia i canali e si ferma dove trova della buona musica. Quella era la loro canzone, quella che la mette sempre di buon umore, così inizia a cantarla a bassa voce..

Lancia un’occhiata sul tavolo e vede il biglietto. Lo apre. Si mette gli occhiali e inizia a leggere:

” Buongiorno, amore. Non avevo sonno, mi sono alzato verso le 3 di mattina e ho pensato di scriverti qualcosa. è tanto che non ti scrivo, so che ti piaceva leggere le mie lettere un po’ sgrammaticate. Ti ho lasciato il caffè nel microonde e ti ho fatto delle crepes, si trovano nel piatto accanto al forno.

Ho pensato di tenerti un po’ di compagnia oggi, anche se non sono vicino a te fisicamente. Guarda sotto al piatto delle crepes, c’è un altro bigliettino, ci vediamo là, un bacio ”

Si alza dalla sedia, vede le crepes e cerca il secondo bigliettino.

”Mi dispiace se ho bruciato la prima, ma so che a te piacciono anche quelle bruciacchiate un po’. Come sono? Ti piacciono? Mi sono uscite bene? Avrei voluto che tu vedessi come le volteggiavo in aria, un vero maestro. Adesso probabilmente stai con il piede destro sopra l’altro perché ti scappa e devi andare velocemente in bagno,così leggi molto in fretta. Sicuramente hai svuotato il piatto. Il prossimo biglietto è in bagno, sotto il dentifricio. Ne parliamo lì.”

Si pulisce le dita con un fazzoletto , corre al bagno, prende il biglietto e lo legge.

”Scommetto che sei più rilassata ora. Mentre prima dormivi mi hai tirato pugni, calci e mi hai tolto la coperta di dosso, forse sognavi che qualcuno ti stava inseguendo.. Ti ho svegliato per calmarti e mi hai detto che non hai rubato fiori, che li hai trovati sul tavolo. Mi hai fatto sorridere e ti ho lasciata dormire, sapevo che non ti saresti ricordata più nulla. Dopo circa un’ora ho sentito il bisogno di darti un bacio così te ne ho dato uno sulla fronte.. Mi piace dormire con te. Hai finito? Andiamo sul balcone, dai..”

Si lava le mani, il viso e i denti.

Sul balcone trova un biglietto e un foglio strappato a metà. Prende le due parti del foglio, le riunisce e inizia a leggerle.

”Vedi quanto ti conosco? Lo sapevo che avresti alzato prima questo foglio! Non c’è scritto niente quindi prendi il bigliettino.”

Lei sorride e raccoglie il biglietto.

” Questa mattina stavo quì e mi fumavo una sigaretta. Stavo pensando a quanto sono felice quando sto con te così ho deciso di farti una sorpresa. Ti piacciono ancora le sorprese? Che domanda,certo che sì.. Ho comprato i biglietti per il film che aspetti da un anno. Sono nel frigorifero,accanto ad un altro biglietto. Sbrigati che ti si raffredda il caffè.”

Sorride e si avvia saltellando verso il frigorifero.Ha un sorriso di 360 gradi. Trova tutto sotto un gelato.

”SORPRESAA, ieri ti ho comprato questo gelato. Volevo dartelo dopo cena ma ti ha fatto male il pancino così ho deciso di rimandare.

Spero che tu sia entusiasmata tanto quanto lo sono io per quest’idea dei biglietti. Spero solo di non annoiarti. Oggi facciamo un anno da quando stiamo insieme e volevo farti gli auguri in un modo speciale.

Vai all’armadio dove tengo le felpe, nelle scarpe troverai un altro biglietto. Come quali scarpe? CORRI!”

Con il fiato che le resta,corre e trova un nuovo paio di scarpe. Sono quelle che due giorni prima le aveva provate al centro commerciale ma non le aveva comprate perché troppo costose. Nelle scarpe , un altro biglietto..

”Ti stanno? Tanti auguri amore, abbi cura di esse. Quando finirai di ammirare il tuo piede perfetto vieni in cucina, mi troverai nella caffettiera rossa.”

Va in cucina ma non trova una caffettiera rossa. Inizia ad arrabbiarsi e mette tutto sottosopra. Lo trova dentro la pentola a pressione nel forno. lo apre e prende il biglietto.

”Ecco perché ti amo, non avrei mai pensato di cercare dentro la pentola a pressione nel forno, chi mai potrebbe pensarci? Tu non molli mai, ecco perché hai sempre lottato per noi..

Oggi ho voluto dimostrarti che , anche se sono cambiato, non mi sono dimenticato di noi due. Ricordo ancora cosa ti piace, cosa desideri e cosa non faccio più. Peccato che quest’idea non mi sia venuta un anno fa, quando ci siamo lasciati….

Forse ora non sognerei ad occhi aperti te dentro questa casa ormai vuota da un anno..

Io ti voglio amare sempre, ma la difficoltà è proprio amarsi nel quotidiano, tutti i giorni, nella semplicità, io voglio che noi ci amiamo sempre. Io voglio che litighiamo per il dentifricio, voglio che litighiamo perché non sono bravo a fare la spesa, io voglio che quando si pulisce casa vedi i batteri dappertutto, nel bagno, nella cucina. Io ti voglio amare sempre, voglio che passi pure l'aspirapolvere durante le partite del Napoli…solo le partite di campionato però.
—  Alessandro Siani

“Lui deve andare al lavoro, non la sveglia per darle il buongiorno, non le ha neanche dato un bacio. Così va in cucina, si fuma una sigaretta e pensa. Nel microonde c’è una tazza di caffè, spinge il bottone e la riscalda.

Lei è ancora assonnata e non vede il bigliettino sul tavolo. Accende la TV , sfoglia i canali e si ferma dove trova della buona musica. Quella era la loro canzone, quella che la mette sempre di buon umore, così inizia a cantarla a bassa voce..

Lancia un’occhiata sul tavolo e vede il biglietto. Lo apre. Si mette gli occhiali e inizia a leggere:

” Buongiorno, amore. Non avevo sonno, mi sono alzato verso le 3 di mattina e ho pensato di scriverti qualcosa. è tanto che non ti scrivo, so che ti piaceva leggere le mie lettere un po’ sgrammaticate. Ti ho lasciato il caffè nel microonde e ti ho fatto delle crepes, si trovano nel piatto accanto al forno.

Ho pensato di tenerti un po’ di compagnia oggi, anche se non sono vicino a te fisicamente. Guarda sotto al piatto delle crepes, c’è un altro bigliettino, ci vediamo là, un bacio ”

Si alza dalla sedia, vede le crepes e cerca il secondo bigliettino.

”Mi dispiace se ho bruciato la prima, ma so che a te piacciono anche quelle bruciacchiate un po’. Come sono? Ti piacciono? Mi sono uscite bene? Avrei voluto che tu vedessi come le volteggiavo in aria, un vero maestro. Adesso probabilmente stai con il piede destro sopra l’altro perché ti scappa e devi andare velocemente in bagno,così leggi molto in fretta. Sicuramente hai svuotato il piatto. Il prossimo biglietto è in bagno, sotto il dentifricio. Ne parliamo lì.”

Si pulisce le dita con un fazzoletto , corre al bagno, prende il biglietto e lo legge.

”Scommetto che sei più rilassata ora. Mentre prima dormivi mi hai tirato pugni, calci e mi hai tolto la coperta di dosso, forse sognavi che qualcuno ti stava inseguendo.. Ti ho svegliato per calmarti e mi hai detto che non hai rubato fiori, che li hai trovati sul tavolo. Mi hai fatto sorridere e ti ho lasciata dormire, sapevo che non ti saresti ricordata più nulla. Dopo circa un’ora ho sentito il bisogno di darti un bacio così te ne ho dato uno sulla fronte.. Mi piace dormire con te. Hai finito? Andiamo sul balcone, dai..”

Si lava le mani, il viso e i denti.

Sul balcone trova un biglietto e un foglio strappato a metà. Prende le due parti del foglio, le riunisce e inizia a leggerle.

”Vedi quanto ti conosco? Lo sapevo che avresti alzato prima questo foglio! Non c’è scritto niente quindi prendi il bigliettino.”

Lei sorride e raccoglie il biglietto.

” Questa mattina stavo quì e mi fumavo una sigaretta. Stavo pensando a quanto sono felice quando sto con te così ho deciso di farti una sorpresa. Ti piacciono ancora le sorprese? Che domanda,certo che sì.. Ho comprato i biglietti per il film che aspetti da un anno. Sono nel frigorifero,accanto ad un altro biglietto. Sbrigati che ti si raffredda il caffè.”

Sorride e si avvia saltellando verso il frigorifero.Ha un sorriso di 360 gradi. Trova tutto sotto un gelato.

”SORPRESAA, ieri ti ho comprato questo gelato. Volevo dartelo dopo cena ma ti ha fatto male il pancino così ho deciso di rimandare.

Spero che tu sia entusiasmata tanto quanto lo sono io per quest’idea dei biglietti. Spero solo di non annoiarti. Oggi facciamo un anno da quando stiamo insieme e volevo farti gli auguri in un modo speciale.

Vai all’armadio dove tengo le felpe, nelle scarpe troverai un altro biglietto. Come quali scarpe? CORRI!”

Con il fiato che le resta,corre e trova un nuovo paio di scarpe. Sono quelle che due giorni prima le aveva provate al centro commerciale ma non le aveva comprate perché troppo costose. Nelle scarpe , un altro biglietto..

”Ti stanno? Tanti auguri amore, abbi cura di esse. Quando finirai di ammirare il tuo piede perfetto vieni in cucina, mi troverai nella caffettiera rossa.”

Va in cucina ma non trova una caffettiera rossa. Inizia ad arrabbiarsi e mette tutto sottosopra. Lo trova dentro la pentola a pressione nel forno. lo apre e prende il biglietto.

”Ecco perché ti amo, non avrei mai pensato di cercare dentro la pentola a pressione nel forno, chi mai potrebbe pensarci? Tu non molli mai, ecco perché hai sempre lottato per noi..

Oggi ho voluto dimostrarti che , anche se sono cambiato, non mi sono dimenticato di noi due. Ricordo ancora cosa ti piace, cosa desideri e cosa non faccio più. Peccato che quest’idea non mi sia venuta un anno fa, quando ci siamo lasciati….

Forse ora non sognerei ad occhi aperti te dentro questa casa ormai vuota da un anno..”

—  Facebook :(
Forse non ti sei ancora accorta di come guardo i tuoi occhi quando parliamo, non ti sei accorta di quanto mi affascina il tuo sbattere sugli scogli del mio cuore, la tua acqua pulisce le mie arterie, e pizzica leggermente con il suo sale il mio sangue, dandomi quella sensazione stupenda di fresco e serenità, il mare dentro di te, che guardo attraverso i tuoi occhi, quel mare ricco di pensieri affascinanti che sguazzano da una parte ad un'altra.
Ed io sono sempre più attratto, vorrei navigarti giorno e notte, e seguire il luminare dei tuoi occhi, come due stelle che mi indicano la via, quella destinazione favolosa che mi accarezzala vita, rendendola felice e pulita.
Quel mare azzurro, così trasparente e immenso, posso vedere dentro di te, posso ammirare le meraviglie che nascondi al mondo, quelle meraviglie fatte di scogli ricchi di fascino e armonie, quelle profondità ricche di dolcezza contornata da un'intelligenza sopraffina, sei tu il mare che vorrei percorrere e navigare con la nave del mio amore, e accarezzarti per tutta la vita.
—  Ejay Ivan Lac

Al mondo esistono due tipi di intenditore. Il Mercante e l'Antiquario. Entrambi vanno nelle fiere e nei mercati…a cercare qualcosa per se stessi. Il mercante e'attirato dalla merce sui banchi e compra senza vedere bene il valore di quell'oggetto. L'antiquario passeggia in silenzio, scruta osserva…lui non e'come il mercante che fa della merce il suo vanto e trofeo per mostrare la sua grandezza..il mercante e'solo un uomo che compra per esibire. L'antiquario ci mette ore per decidere…i lustrini le luci…i profumi non gli interessano..lui cerca la rarita’…quel qualcosa che e'solo suo…che solo lui deve avere.Quindi non va a sgarbugliare..lui respira annusa…e non si perde tra le mercanzie. Lui vuole l'aroma non il profumo..di una pelle. Ad un certo punto eccolo…si sente chiamare…si volta…quell'aroma lo chiama solo lui riesce a sentire quella voce. Va in vecchio vicoletto..tutto buio..pieno di umidita'e polvere diventata fango. Scorge una stoffa rarissima…ormai dimenticata da chiunque,la prende la pulisce bene con le sue mani e con la sua lingua…deve sentire il sapore l'unicita’. Poi la guarda e la ripone nella tasca della sua giacca…nessuno deve vederla..e'solo sua. La preziosita'che ambisce un uomo antiquario..nessun uomo mercante puo'permettersela.

I fiori di ieri

In fondo al corridoio ci sono delle infermiere che parlano e sorridono. Una di loro ha i capelli rossi e credo poco più di trent'anni. Si accorge di me, mi guarda e mi fa un cenno di saluto; poi va a disinfettarsi le mani con un dispenser attaccato alla parete.
In camera lei sta leggendo un libro dalla copertina gialla. Non riesco a leggere il titolo. Poggio i fiori su un tavolino bianco al centro della sala. Nel vaso ci sono ancora quelli di ieri.
Lei non mi degna di uno sguardo: è presa dal libro e sfoglia le pagine in modo vorace, poi torna indietro di cinque e avanti di due. Ha sempre fatto così e io questa lettura disordinata non l'ho mai capita.
Mi vede.
- E lei chi è?, - mi fa con uno sguardo sorpreso.
Le dico che passavo di lì per caso ed era bellissima e non potevo non portarle dei fiori.
Sorride e sorrido anch'io.
- Lei è troppo gentile. Ma non ci siamo già visti?
- Dice?
Poi non parliamo più.
Sul comodino c'è l'anello che le ho regalato. Ha un sottile strato di polvere e capisco che non lo mette da tanto. E che in quell'ospedale non pulisce nessuno.

Quando si fa tardi esco e saluto in modo cordiale.
- Le fa bene, sa?
Ora è l'infermiera con i capelli rossi che mi parla. Deve aver appena finito di disinfettarsi le mani perché se le sta ancora sfregando.
- Non ricorda ancora niente?
- Non molto di più. Ma, mi creda, le fa bene che lei venga qui ogni giorno. La vedo più serena quando la vede, e dice sempre che quelli sono i suoi fiori preferiti.

Adesso è buio.
Esco dall'ospedale e prendo un taxi.
L'infermiera ha ragione, penso: lei è ogni giorno più serena, e io ogni giorno un po’ più solo.

La storia del fiore di loto

Il fiore di loto è un fiore presente in tutto il mondo.

La sua esistenza non è così facile e piena di bellezza come si potrebbe immaginare.

A differenza di tutti gli altri fiori, quando inizia a germogliare, si trova sotto l'acqua sporca di laghi o piccoli stagni, circondato da fango e melma e tormentato da pesci e insetti.

Nonostante queste condizioni, il fiore di loto si fa forza e, crescendo, sale verso la superficie dell’acqua.

E’ ancora solo un gambo con alcune foglie e un piccolo baccello.

Col tempo lo stelo continua ad allungarsi e il baccello lentamente emerge dall’acquitrino.

E’ allora che il loto comincia ad aprirsi, petalo dopo petalo, nell’aria pulita e nel sole.

Il fiore di loto è pronto per appagare gli occhi di tutto il mondo.

Nonostante sia nato in acque torbide, scure, dove la speranza di una vita bella sembra lontana, il loto cresce, supera le avversità e, ironia della sorte, quella stessa acqua sporca che lo ha visto germogliare si pulisce man mano che esso emerge.

Quando il loto si apre, non una macchia di fango o sporcizia rimane esternamente.

All’interno poi non vi è traccia dell’acqua di provenienza.

E’ puro, luminoso e bello.

Nel Buddismo il bocciolo del loto simboleggia il risveglio, la crescita spirituale e l'illuminazione.

Nonostante il fiore di loto emerga dall'acqua sporca, rappresenta comunque la purezza del corpo, della parola e della mente.

Può essere concepito come una mente risvegliata, che cresce naturalmente verso il calore e la luce della verità, dell'amore e della compassione.

Può apparire fragile, ma è flessibile e resistente, saldamente ancorato sotto la superficie dell'acqua.

Tutti siamo come il fiore di loto.

Molti vivono in acque torbide e pensano che non potranno mai arrivare in “superficie” per fiorire.

Molti altri sono più vicini, sono solo germogli pronti e desiderosi di sentire il sole della vita sulla pelle.

Non importa in quale fase della vita ci si trovi, si può sempre guardare il loto e vedere se stessi nella sua storia.

Le circostanze della vita non sempre sono ideali, ma il loto non smette mai di risalire attraverso le acque dell’avversità, di aprire i suoi petali e fiorire sotto il sole.

Per crescere e ottenere la saggezza, prima è necessario superare il fango, gli ostacoli della vita e la sua sofferenza, la tristezza, la perdita e la malattia.

Per ottenere più saggezza, gentilezza e compassione, pensiamo di crescere come un fiore di loto e di schiudere i petali, uno per uno.

La gazzella, l'elefante rosa e le formiche

Ho sognato
Una gazzella
Assassina
D'elefanti.

Sbrana
Ogni pachiderma
Correndo
Verso
La sua buia
Tana.

Lì arriva
Ogni sera.

Pulisce
Il sangue
Dalla bocca
E piange.

Piange perché
Lei
Non è
assassina.

Piange perché
Prima
Viveva
All'ombra
Di un'acacia
Ed
Ogni sera
Un elefante
Rosa
Veniva
A raccontarle
Di tutti
Gli altri
Vasti mondi,
Di come
questi
Si muovessero
Spinti
Dalla volontà
Di formiche.

Perché lo fanno?
Come ci riescono?
Volontà di cosa?

“Mia cara
amica,
Le diceva,
Cercavano
Elefanti rosa
Come me,
Ma uno
Non era abbastanza,
Li cercavano
Tutti.”

Oggi ho gente a pranzo a casa.
Vengono un po’ da tutta la Sicilia… Palermo, Partinico, un paese vicino al mio e uno più vicino a Messina. Già immagino gli innumerevoli accenti e parole sconosciute che si spargeranno per casa, e la tipica confusione.

Per quanto riguarda la preparazione e l'organizzazione, i miei genitori hanno organizzato questo pranzo come fosse una cellula integrativa al G7.

Hanno chiamato per invitare tutti questi almeno un mese fa, fissando la data e aspettando poi conferma.
C'è chi, tra questi, ha dato conferma e in più porta anche altri amici che nemmeno conosciamo.
Mio padre è da 15 giorni che pulisce fuori, sposta la legna, taglia l'erba…
Mia mamma è da ancora prima di fare gli inviti che pensa a cosa cucinare, prenota carne, cerca il modo migliore per sistemare i tavoli affinché possiamo entrare tutti e mangiare con i piedi sotto al tavolo. Stamattina si è alzata alle 5 per fare il ragù, non è solo uno stereotipo eh.
Anche il gatto è agitato e freme per qualcosa che ancora non capisce bene ma presto scoprirà e avrà una grande scelta di gente da snobbare o da cui prendersi le coccole.
L'altro gatto forse ha capito, e infatti è da quattro giorni che manca da casa ed io vorrei tanto poter fare lo stesso.

Io sto ancora in pigiama e non ho nemmeno voglia di farmi lo shampoo.
Odio avere tutta questa gente per casa, gente che nemmeno conosco tantissimo, gente che chiederà e farà le solite domande e non potrò rispondere mandandoli al diavolo. Gente che mi dirà quanto è brava la figlia per essere entrata in veterinaria ed essere perfettamente in corso.
Ieri sera ho preparato il tiramisù, mia mamma si ostina a comprare quel mascarpone del cazzo Santa Lucia e ho preparato ben tre creme eeee tutte mi sono venute liquide e adesso i savoiardi si sono inzuppati tutti e non c'è più traccia della crema di copertura e allora fanculo, io non ne esco. Mangiatevi i dolci che portate voi.

Vorrei essere perfetta e allegra e socievole e sempre attiva ma purtroppo sono una comune coglioncella menefreghista e la domenica vorrei solamente dormire fino a tardi, stare in pigiama e possibilmente non parlare con nessuno e, soprattutto, non sentire parlare nessuno.

Ho letto su Internet che per innamorarsi occorrono solo trentaquattro minuti. Trenta in cui ci si parla, conoscendosi, e quattro in cui ci si guarda negli occhi, in silenzio.
Trentasei domande.
Trentasei domande di cui un terzo dev’essere relativo alla vita privata dell’interlocutore.
Quattro minuti osservandosi nella parte più intima di noi stessi: gli occhi.
Gli occhi non mentono; gli occhi li vedi subito, se sono felici o tristi.
Gli occhi, che meravigliosa invenzione.
Se non avessimo gli occhi, che cosa succederebbe? Come potremmo vedere i colori e le ombre del mondo? Gli occhi sono un qualcosa di magico, incantevole. Le mille sfumature di colori, le forme ovali o tondeggianti, le ciglia lunghe e folte o rade e corte.
E pensare che, se stiamo osservando la persona che amiamo, le nostre pupille si dilatano, quasi come se volessero vedere meglio colui, solo ed esclusivamente colui, che ci rende felici.
Che meravigliosa invenzione, gli occhi: amano prima loro di tutto il resto del nostro corpo, della nostra mente, del nostro cuore.
Sembrerà anche stupido ma, ti voglio fare innamorare di me così: mentre ti parlo e mi guardi. Facendomi conoscere per le due parti più intime di me stessa.
Infondo, sono solo trentaquattro minuti, tanto vale provarci, no?
“Ciao, ti va di uscire insieme, un giorno di questi? Magari anche questo pomeriggio?”
“Guarda, ho un sacco da fare, devo studiare, ho gli allenamenti e sono davvero molto stanco, se proprio vuoi, posso ritagliarmi una mezz’oretta questo pomeriggio.”
“Perfetto, grazie mille! Ti va di andare da Duetto? Ci prendiamo una cioccolata calda e parliamo un po’ così, per passare il tempo.”
“Se proprio ci tieni…non capisco il perché, non ci siamo mai potuti soffrire e te ne esci così: usciamo e conosciamoci!”
“Beh, lo scoprirai…”
Duetto è un bar della mia città piuttosto grande, famoso per i suoi gelati e frappè alla vaniglia e mele caramellate e per le sue crepes con crema di nocciole e cocco e marmellata d’albicocche e Grand Marnier. Duetto è situato in centro, di fianco alla mia libreria preferita e ad un negozio di gioielleria. La cosa che mi piace di più è che, anche se è al chiuso, posso vedere i passanti perché ha una sorta di veranda dove si può consumare.
Adoro vedere le persone e immaginare le loro storie: ecco una coppia di innamorati che litiga, più in là una ragazza che cerca disperatamente qualcosa, forse l’amore, l’amicizia, la felicità… dietro l’angolo un bambino con un signore anziano, probabilmente il nonno.
Mi piace cercare di capire chi sono e come mai sono così, mi piace leggerle, le persone.
Aspetto seduta al tavolo, su una sedia di pelle nera, molto moderna, leggendo il menù.
Ripasso mentalmente il piano: quindici domande per la conoscenza base e le rimanenti per quella più dettagliata.
Botta e risposta. Come una partita di tennis.
“Ciao.”
“Ehi, accomodati pure. Stavo dando un’occhiata alla carta mentre aspettavo.”
“Hai aspettato tanto?”
“Il giusto.”
La cameriera arriva: è una donna sui trenta con i capelli biondi e ricci raccolti da una molletta e gli occhi gentili.
“Cosa desiderate?” dice, con voce dolce e vellutata.
“Crepes con cioccolato, cocco e gelato. Doppio gusto: Bacio e Vaniglia.” Dici, e mi metto a sorridere, come quando si sorride ad un bambino che mangia tanto.
“Per me un tè al limone, grazie.”
“Vuoi scherzare? Io ho rinunciato agli allenamenti e ad una sana dormita per uscire con te, pensando che ci tenessi e tu che ordini: un tè al limone, grazie! Grazie un cazzo, le porti una cioccolata calda con panna montata e uno di quei biscotti grandi con zucchero e cannella.”
“Ma…io…”
“Non si discute.”
La cameriera, al contrario di ciò che avrei potuto immaginare, è felice, sorride, scrive sul taccuino e se ne va.
“Perché volevi prendere solo un tè?”
“Dopo.”
“Ha a che vedere con una delle tue stupide diete?”
“Dopo.”
“Dopo cosa?”
“Dopo e basta.”
Arrivano le ordinazioni. Trentaquattro minuti da ora: iniziamo.
Domanda uno.
“Come va?”
“Bene, tu?”
“Bene.”
Domanda inutile.
Domanda due.
“Ti sto antipatica?”
“Sì.”
“Bene.”
Fanculo.
Domanda tre.
“Perché sei venuto qui oggi?”
“Perché non avevo nulla da fare. Ora la domanda la faccio io, però: perché mi hai chiesto di uscire?”
Merda, che cosa rispondo? ‘Beh, sai, ti volevo solo fare innamorare, tutto qua.’ No, per l’amor del cielo.
Domanda quattro (o cinque).
“E’ buona la crepes?”
“Sì.”
Andiamo avanti alla grande: a monosillabi.
Domanda sei, a questo punto.
“Ti stai rompendo le palle?”
“Non sai quanto, l’unica cosa positiva è la crepes. E il gelato.”
“Oh, giusto…il gelato.”
Di male in peggio.
Domanda sette (siamo solo alla sette? Sto esaurendo le idee).
“Ti…”
“Scusa se ti interrompo, posso assaggiare un pezzo del tuo biscotto?”
“Oh, certo…”
“Grazie, ho troppa fame.”
Quanto meno sta volta l’ha fatta lui, la domanda.
Guardo l’orologio: Undici minuti: decisamente fuori dalla tabella di marcia. Stai mangiucchiando un po’ del mio biscotto, sembri un bimbo nel paese delle meraviglie. Adorabilmente irritante.
Domanda otto.
“Posso andare in bagno? Scusa ma devo pisciare.”
“Sei sempre fine, come al solito.”
Anche sta volta la domanda la pone lui, volgare, ma pur sempre una domanda.
Passano sei minuti e ventotto secondi. In totale ne sono trascorsi diciassette e cinquantasette. Solo otto domande: inizio a perdere le speranze.
Domanda nove.
“Fatta tutta?”
“Quanto sei simpatica?”
“Rispondi prima a me.”
“Sì, l’ho fatta tutta.”
“Bene.”
In teoria queste sono due domande, anche se inutili.
Domanda dieci o undici.
“Quanto ti reputi simpatica?”
“Oh, che domanda interessante…”
“Rispondi.”
“Ecco, diciamo…”
“Muoviti.”
“Non mettermi pressione!”
“E tu rispondi, cazzo!”
“Non mi reputo un bel niente, okay!”
Sto urlando, tutto il locale guarda verso il nostro tavolo. Torno a sorseggiare, schivamente, la mia cioccolata.
Domanda tredici.
“In che senso? Non prendertela troppo, su!”
“Nel senso che non mi reputo né carina né simpatica ma non siamo qui per questo.”
Non ho voglia di lagnarmi per l’ennesima volta, con l’ennesima persona sul mio corpo e sulla mia personalità.
Domanda quattordici.
“E allora, perché siamo qua?”
Touché.
Domanda quindici.
“Ti stai rompendo le palle?”
“No, voglio capire perché sono qui e perché tu sei così.”
“Oh, e pensare che prima l’unica cosa interessante era il gelato.”
“Subito dopo il gelato, la Nutella e il basket vieni tu.”
Divento rossa e riesco solo ad esclamare un “Oh” imbarazzato.
Domanda sedici.
“Beh, è buona quella crepes?”
“Sì, ma è più buono il tuo biscotto. La vuoi assaggiare?”
“No grazie, non mi piace la Nutella.”
“Non è possibile tu non sei umana!”
“A volte lo penso anche io ma non nel senso bello, in quello brutto.”
“Prima di spiegarmi quale sia il senso brutto del sentirsi diversa, pulisciti le labbra che sono tutte sporche di cioccolata e panna!”
Ancora rossa. Sto contribuendo al riscaldamento globale, ne sono sicurissima.
Domanda diciassette.
“Qual è il senso brutto?”
“Quello di sentirsi soli.”
“Ma tu hai tante amiche, non sei sola.”
“Beh, di vere ne ho solo due o tre. Avrei bisogno di qualcuno che sia tutto mio.”
“Una migliore amica.”
“O un ragazzo.”
“Oh.”
Stavolta sei tu quello rosso. Sei tu quello imbarazzato.
Domanda diciotto.
“Perché sei venuto qui, oggi?”
“Me l’hai già chiesto.”
“E io voglio risentire la risposta.”
“Perché volevo conoscerti.”
“Anche io.”
Testa china, gote rosse. Perché proviamo così tanto imbarazzo?
Domanda diciannove.
“Perché ti odi?”
“Perché nessuno mi ha mai detto che sono speciale.”
“Te lo dico io, lo sei.”
“Non è vero, non ci stai credendo fino in fondo.”
“E invece sì. Sei speciale perché sei strana, ridi sempre ma sei sempre triste. Sei speciale perché sei intelligente. E brava con le parole. Sei speciale perché sei coraggiosa. Sei speciale perché sei bella e perché non hai bisogno di dimagrire: sei bella dentro. E anche fuori, ci aggiungo.”
“Perché sei così gentile?”
“Perché sono una persona sincera.”
Vorrei che tutto questo finisse. Il prima possibile.
Domanda venti/ventuno.
“Non ti sto antipatica, quindi?”
“Neanche un po’. Sei strana, complessata, complicata, acida e stronza ma ne vale la pena conoscerti. Davvero.”
“Nemmeno tu mi stai antipatico, proprio per niente.”
È così che ci si sente ad essere apprezzati? Ci si sente con il cuore così felice?
Domanda ventidue.
“Mi guarderesti negli occhi per quattro minuti, in silenzio?
“Perché dovrei?”
Trenta minuti, tempo scaduto.
“Fallo e basta, per favore.”
Credo che questi quattro minuti siano i quattro minuti più belli di tutta la mia vita.
Non so come mi sto sentendo, credo solo che le mie pupille, in questo momento, siano molto dilatate. Davvero tanto.
Occhi color delle castagne che s’incontrano con occhi color delle castagne.
Un mix piuttosto banale, forse.
Un mix che non è insolito o fuori dal comune, un mix ordinario.
Altro che ‘trentaquattro minuti per farlo innamorare’, se lo guardo per un solo minuto m’innamoro e non mi disinnamoro più.
Sembra quasi di cadere nel vuoto, di morire. Ecco cosa sembra, essere innamorati.
Ma se ti innamori anche tu, forse, non cado nel vuoto e non muoio più. Promesso.
C’è un solo problema: le tue pupille sono piccole piccole, col cazzo che sono ‘una speciale’. Sono solo ‘una’. Una piuttosto insignificante.
“Scusa, devo andare in bagno.”
E me ne vado.
Trentatré minuti e quarantasei fottutissimi secondi: non ce l’ho fatta.
Novembre è un mese troppo freddo e, se il freddo ce lo hai anche dentro, rischi di congelare. Un vento gelido mi sferza il viso, le punte delle dita delle mie mani e dei miei piedi si stanno trasformando in ghiaccioli, tuffo il naso nella mia sciarpa di lana e il mio cuore, nonostante indossi cappotto e maglione, sente più freddo della pelle, delle mani, dei piedi e del naso. Il mio cuore sente il freddo delle delusioni. Il mio cuore sente il freddo dei sentimenti non ricambiati.
Forse, questo, è un mondo troppo freddo.
Troppo schivo, troppo deludente, troppo apatico, troppo sentimentale, troppo triste, troppo tragico, troppo illusivo, troppo e basta.
“Mi spieghi perché te ne sei andata? Ho dovuto pagare tutto io!”
“Ah, beh, ti frega solo di pagare, fanculo!”
“Non me ne frega solo di pagare!”
“E di che altro, allora?”
Urla e pianti disperati, troppo gelo anche nelle parole.
“Me ne fotte perché sembra quasi che ti interessi e poi dopo scompari: sei sempre così. Parti convinta e poi molli tutto, rischia per una fottuta volta!”
“Io rischio, ma chi rischia per me?”
“Io, se vuoi.”
“Non ti interessa nulla di me.”
“Non è vero, m’interessa eccome.”
“Aiutami.”
“Lo farò, promesso.”
Sentimenti dichiarati in silenzio, dietro un’esplicita richiesta di aiuto: aiutami a non avere più freddo.
“Cosa volevi fare?”
“Farti innamorare in trentaquattro minuti, avrebbe dovuto funzionare.”
“Non ha funzionato, mi spiace.”
“Già…”
“A me è bastato solo un secondo per innamorarmi di te.”
“Oh.”
“Fanculo.”
“Ti amo.”
“Comprami un biscotto, ho fame.”
“Sarà sempre così?”
“Ci spero tanto.”
Aiutami a non avere più freddo, per sempre.
—  Cit.