prospettica

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Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson (2014)

Ehi ciao, vi sono mancato? Certo che no, io v'ammorbo e nient'altro. Ma torniamo a quella pellicola (ormai non lo si può più dire, che è tutto in digitale, ma io continuo la mia personale ribellione, tié) che molti han già visto ma chi se l'è persa forse fa in tempo, chi lo sa. La nuova faticona di Wes Anderson, The Grand Budapest Hotel (ma l'avevo già scritto nel titolo, che sbadato).

Il Grand Budapest Hotel, agli inizi del ‘900 era uno dei migliori alberghi della Repubblica di Zubrowka, uno stato (inventato) alpino, e diretto impeccabilmente dal corcierge Gustave (Ralph Fiennes), che si occupava dell'hotel e delle sue compiacenti clienti con lo stesso ardore. Una di queste, Madame D (Tilda Swinton) muore, e gli lascia in eredità un prezioso quadro, tanto agognato dal figlio di lei, l'arcigno Dmitri (Adrien Brody). Accompagnato dal giovane Lobby Boy dell'albergo, Zero (Tony Revolori), monsieur Gustave si ritroverà in una incredibile quanto fiabesca trama di sotterfugi.

Qualcuno di voi conoscerà già Wes Anderson; sono sicuro che molti di voi sono passati per i Tenenmbaum e non lo sapevano. Wes è sempre stato un regista un po’ sopra le righe, un vero e proprio autore e agli esordi anche molto indipendente. Nonostante tutto, intorno a lui ruotano una serie di attori dai nomi più o meno importanti che ogni volta bramano il fatto di poter fare anche solo una piccola parte in un suo film. Detto questo.

Wes Anderson, per scrivere questo film, si è fatto ispirare da Stefan Zweig, uno dei più famosi scrittori mitteleuropei dell'inizio del '900. Wes Anderson si è lasciato accompagnare nello sfarzo di questi grandiosi hotel e nell'atmosfera ivi descritta per ricreare alla perfezione queste sensazioni da fiaba. Ma non solo: la storia si pone su più livelli, come l'Inception di Nolan: stiamo assistendo alla storia raccontata da uno dei protagonisti, che è stata ascoltata da uno scrittore, che ne ha poi fatto un libro.

Il risultato è una realtà distorta e allo stesso tempo fiabesca, una realtà di cartone, un enorme diorama in cui questi personaggi si muovono come marionette, o come mi piace di più pensare, come figure ritagliate dalla carta. È questa la prima sensazione che mi ha colpito di questo film: ogni scena pensata e studiata per essere il più quadrata, simmetrica e prospettica (passatemi il termine) possibile, camera che si muove solo di 90° gradi in 90°, nessun piano sequenza, solo tante scene prese da uno storyboard, alcune inquadrature studiate nei minimi dettagli anche solo per 0,5 secondi di screentime. E io tutto questo lo trovo divinamente delizioso.

Potrei parlare degli attori, ma c'è poco da dire: ognuno di essi mantiene questa serietà di “circostanza”, che li rendi incredibili; naturalmente, come ho detto sopra, vi ritroverete a indicare lo schermo diverse volte, dicendo “Toh guarda, c'è anche XXX”; la lista è decisamente lunga. Fiennes è veramente sopra le righe, ma il più incredibile di tutti rimane sto ragazzo, Revolori, che spero venga lanciato degnamente da questo film.

Cos'è quindi Grand Hotel Budapest? È un grande cast, è una grande, grandissima regia, grande fotografia, ma non grande storia: di per sé, il plot è “lineare” e usato per lasciarci trasportare attraverso la visione del film. Due sono i motivi: uno è il classico “Non è importante la destinazione, ma solo il viaggio”, qui più vero che mai, mentre l'altra l'ho già scritta sopra, ovvero che questo è il “racconto di un racconto di un racconto”, ed è facile immaginare come di questo racconto, in realtà ben più intriso di violenza e sofferenza umana, negli anni siano rimasti solo i ricordi più belli. Farlo in un'altra maniera sarebbe stato snaturare questo processo.

E ora scusatemi, vado a mangiarmi un dolce da Mendl’s.

Guardatelo se:

  • amate il buon Wes Anderson
  • volete lasciarvi titillare il vostro “senso registico”
  • siete nel mood giusto per una commedia fiabesca

Non guardatelo se:

  • cercate una storia complicata o personaggi complessi