proprietarias

La sua voglia di vedermi, di stare con me, era diversa da quella di ogni altra persona.
Lui non voleva uscire, lui voleva uscire con me.
Lui non voleva ridere, lui voleva ridere con me.
Lui non voleva un abbraccio, lui voleva un mio abbraccio.
Lui voleva vedermi e stare con me, come non voleva vedere e stare con nessun altro.
Erano sentimenti miei. Solo miei.
Non potevano essere indirizzati a nessun altro.
Certe sue parole, certi suoi sguardi, certi suoi pensieri nascevano per me, vivevano per me e morivano per me, solo per me.
Non m'era mai capitato prima di allora e forse mai con nessun'altro essere umano capiterà più:
essere la proprietaria di un pezzo di cuore che non dovrebbe essere tuo, ma che in realtà lo è.
—  Zoe.
Cerco casa su subito.it

Mi sveglio perché qualcuno accanto a me mi chiede ma sei vivo? Sembravi morto, e io penso ma come cazzo ti permetti di dirmi come devo dormire. 
È l’alba e io esco di casa per non pensare. C’è un’edicola che apre, un cane che cammina da solo, quelli con le tute arancioni che spazzano via le cartacce dal marciapiede, su una panchina un senzatetto morto che sembra dormire.
Adesso è quasi notte e io devo tornare a casa. Ci vivo da due settimane e la voglio già cambiare. Mi fermo lì davanti al portone e mi lascio inghiottire dalla malinconia. Undici gradini che non ho più voglia di fare e un posto che non ho più voglia di vedere. 
Come tutte le case nuove che voglio. 

Vedo questo annuncio di questa casa meravigliosa, è un bilocale al primo piano e ha un balcone, un letto a soppalco e delle pareti bianchissime. Poi c’è un punto particolare che ad una certa ora del mattino viene completamente investito da dei raggi del sole fortissimi, come se qualcuno gli stesse puntando contro un’immensa lente d’ingrandimento quasi per dargli fuoco, come ci facevano fare da piccoli. Un punto bianchissimo, perfetto, luminoso, confortevole.
Parlo con la proprietaria, voglio settecento ottocento novecento euro al giorno, c’è il box auto e il riscaldamento autonomo. Perfetto, dico io, e poi si sa che a Roma gli affitti costano un sacco. 
Mi dà le chiavi, e con il resto dei novecento euro del primo giorno ci compro un martello sporco. Entro in casa e colpisco forte quel punto così bianco e così luminoso. Adesso è un bilocale al primo piano che ho già rovinato. 
Come tutte le cose nuove che voglio.

Tu vois tout ca c'est à toi

Era vero In quel momento tutto era mio Proprio in quel momento, per un istante, mi sono sentita proprietaria delle emozioni del mondo Non di tutte Ma di quelle che, in quel preciso istante, valevano tutto il mio mondo

L’altro giorno la mia vicina (ndr. la proprietaria di Milo) mi ha chiesto se posso scaricarle un paio di film per bambini (ndr. ha un bimbo di 5 anni).
Oggi mi ha mandato un messaggio con tre titoli:
Inside Out
Oceania
Paranormal Activity 5

..
.

18/06

@pensieririflessinegliocchi

*pensala con la voce di Stitch che così è più tenera :3 *.

🎶Tanti auguri a te! 🎸
Tanti auguri a te! 🎻
Non ho i soooldi per la tooortaaah😢
Ma tanti auguuuuri a te!🎂🎶.

Eeeeh niente… sono un veggente con i super poteri, quindi le forze dell'universo mi hanno rivelato che in questo giorno specialoso è nata la proprietaria indiscussa di questo blog stupendo😌😌😂.

E boh… buon compleanno! 🎄🎄🎄 (mi piacciono gli alberi di Natale, non fate domande😂).

Originally posted by stitchholdsmyheart

CREEPY STORIES
- L’unico per te

Ero un ragazzo normale, come tutti gli altri. Uscivo con i miei amici, spesso dovevo stare a casa a badare ai miei fratelli, ma non mi dispiaceva aiutare la famiglia. Andavo a scuola fino un paio di anni fa, voti nella media, non mi è mai importato troppo. Come tutti i miei coetanei, la cosa che preferivo fare era uscire e non fare assolutamente niente di costruttivo. Le mie giornate si dividevano tra studio, videogiochi, uscite con gli amici… Davvero, ero normale, possiamo dire quasi banale. Poi, accadde. Ricordo che mi ero collegato a Facebook per chiedere una cosa a un mio amico, ma non lo trovai in linea. Così, per passare il tempo, frugai un po’ nei profili dei miei compagni. E fu in una delle loro foto che la vidi.

La creatura più bella del mondo. Non so cosa mi prese, era solo una foto, ma mi sembrò che il tempo e il mio cuore si fossero fermati osservandola. Non trovai alcun nome tra le tag. Anzi, sfortunato come mio solito, il suo volto era l'unico senza nome. Compariva in poche altre foto e io non riuscivo a smettere di guardarle. Non so ancora come spiegarlo, ma decisi che dovevo scoprire chi fosse. Se solo si fosse collegato l'amico a cui appartenevano le foto, avrei potuto domandarglielo. In campo di conquiste, ero abbastanza sfacciato. Ma qualcosa in me mi diceva di non aspettare, di provare in tutti i modi a scoprirne l'identità. Così, cliccai sui nomi delle persone raffigurate in quelle foto e cominciai a cercare instancabilmente tra i loro contatti qualcuna che somigliasse a lei. I primi tentativi andarono a vuoto, poiché alcuni avevano la lista amici privata. Arrivato all'ultimo nome, ero alquanto scoraggiato. Nessuna traccia di lei. Forse nemmeno aveva un contatto Facebook, il che avrebbe spiegato perché il suo nome non comparisse nella foto.

Poi, aprendo l'ultimo profilo disponibile, vidi l'immagine di due ragazze abbracciate e sorridenti. Quella di sinistra era la proprietaria del profilo. L'altra, era lei. E sembrava ancora più bella che nelle foto precedenti. Ma, purtroppo, ancora nessun nome. Aprii l'album a cui apparteneva quella fotografia e presi a sfogliarlo. Lei compariva quasi ovunque, sempre più perfetta. Notai che sullo sfondo di quasi tutte le immagini si leggeva l'insegna di un famoso locale del centro, mentre le altre parevano essere scattate proprio all'interno del pub. Probabilmente ne era un'assidua frequentatrice. Mi sentii sollevato; non sapevo il suo nome, ma sapevo che avrei potuto incontrarla lì. No, non pensai nemmeno per un secondo che tutto ciò fosse assurdo. Sono sicuro anche adesso che ciò che ho provato la prima volta che l'ho vista fosse amore. Pazzesco, no? Se me lo avessero raccontato, anche solo due giorni prima, mai l'avrei creduto. Comunque, decisi che mi sarei recato ogni sera in quel locale. Dovevo scoprire più cose possibili su di lei, la ragazza perfetta, prima di potermi avvicinare e parlarle. Il desiderio di vederla dal vivo si faceva sempre più insistente. Ormai avevo stampato e osservato tutte le foto in cui compariva almeno un migliaio di volte.

Poche sere dopo, dunque, mi decisi ed uscii, disposto a cercarla anche per tutta la notte. L'avrei riconosciuta dal vivo? Spesso si appare diversi nelle foto. Magari mi sarebbe passata davanti e non avrei capito che fosse proprio lei. Comunque, la prima sera fui subito fortunato. La vidi non appena entrai. Era seduta al bancone, su di uno sgabello e sorseggiava un cocktail colorato. Parlava con il barista e rideva. Io mi bloccai in mezzo alla stanza, quasi senza rendermi conto delle persone che mi superavano o osservavano. Mi sedetti ad un tavolo non troppo lontano da dove si trovava lei, ordinai da bere e, fingendo di scrivere sul telefono, non le staccai gli occhi di dosso per tutta la sera. Quando il locale cominciò a svuotarsi, poi, riuscii anche a sentire il suono della sua voce; dolce, melodioso, sembrava completare l'immagine perfetta di lei.
Ci tornai ogni sera per circa una settimana, accontentandomi di sedermi e osservarla. Memorizzavo i suoi vestiti, la immaginavo abbinarli in modo diverso, la vedevo indecisa su come pettinarsi e cosa indossare e, per un po’, mi bastava così. Ma, presto, le cose cambiarono. Non era più sufficiente guardarla per poche ore dopo cena, senza poterle parlare. Volevo sapere tutto di lei, volevo tutto, volevo averla solo per me. Ero ossessionato da lei, da quello che immaginavo fosse il suo profumo, dal suo sorriso, dalla sua risata così dolce. Non provavo più interesse per quelle attività che fino poco tempo prima erano la mia routine. Non mi attraevano più le altre. In ogni ragazza che incontravo, cercavo un particolare che mi ricordasse lei, la mia lei. Ero sicuro che sarebbe stata mia. Era ovvio, doveva essere mia. C'era un solo dettaglio: lei non aveva idea del fatto che io la amassi. La prima mossa spettava a me.

Quella sera decisi che l'avrei avvicinata, era giunta l'ora. Mi agghindai per bene, non volevo sfigurare nei suoi confronti. Passai diverse ore in bagno e davanti allo specchio, finché non ritenni di essere abbastanza presentabile per lei. Fuori dal pub, di fronte a quella porta di legno, sentivo il cuore battermi in gola. Non ero mai stato così emozionato, prima d'ora. Aprii la porta con le mani tremanti ed entrai. Lei era seduta al solito posto, circondata da un gruppo di persone. Amici, supposi; riconobbi la ragazza che era nella foto insieme a lei. Non sarei riuscito ad avvicinarla con tutta quella gente attorno. Mi misi in disparte e attesi. L'avevo osservata così a lungo nelle settimane precedenti che sapevo che si sarebbe allontanata da loro da sola, per andare in bagno o uscire a fumare. Dovevo solo aspettare. L'emozione faceva si che il tempo sembrasse scorrere al rallentatore. Credevo fosse passata un'ora, invece erano poco più di dieci minuti e io mi stavo agitando troppo. Finalmente la vidi alzarsi e dirigersi verso la porta. Presi un respiro profondo e mi avvicinai.
-Ciao, posso parlarti?- le domandai, sfiorandole un braccio. Lei si voltò, con un'espressione incuriosita sul viso.
-Scusa, ci conosciamo?- fu la risposta.
-In effetti, no…- le dissi io. -Ma io ti trovo bellissima e mi chiedevo… Mi chiedevo se volessi bere qualcosa insieme a me, stasera.- Ecco, l'avevo fatto.
-Ah. Temo non sia possibile. Vedi, io sono già impegnata.- con un cenno della mano, indicò il barista.
-Quindi, beh… Scusa.- e se ne andò.

Io tornai a casa in una specie di stato di trance. Non era previsto che mi rifiutasse. Non doveva farlo. Mi sentii crollare il mondo addosso. Tutto ciò che avevo progettato in quelle settimane si era sfaldato con una sola frase. Quel “sono già impegnata” mi riecheggiava nelle orecchie in continuazione, in un loop infinito. La immaginavo lì, seduta al bancone, intenta a ridere e scherzare con il suo fidanzato. Li visualizzavo insieme. Li vedevo baciarsi, accarezzarsi, fare tutto ciò che avrei voluto fare io con lei. Ero ormai giunto nella mia stanza e questi flash affollavano la mia mente. Scoppiai in lacrime, fissando una delle tante foto che avevo accuratamente attaccato ala parete. Io la amavo. No, non era giusto che lei non stesse con me! Cominciai a prendere a pugni il muro, ferendomi le nocche. Così facendo, riuscii a calmarmi. Forse non mi sono posto nel modo giusto. Devo tornare da lei e dirle esattamente cosa provo. Allora sì che non potrà non essere mia. Accarezzai dolcemente una delle foto sulla parete e sussurrai:
-Sì, sarai felice con me.

Questo è quel che è successo nei giorni scorsi. Ed è per lei che mi ritrovo qui, fuori dal solito pub, da solo, in attesa che lei esca. Stavolta la coglierò di sorpresa. Sto qui, nascosto in una svolta del vicolo, osservando la porticina laterale. Durante le sere passate, ho capito che i clienti normali escono dal portone principale, mentre i baristi, le cameriere e la mia donna preferiscono usare un'uscita secondaria. Sento la porta aprirsi molte volte, ma non è mai lei. Sono fiducioso, so che prima o poi uscirà per fumare. Lo ha fatto ogni sera. Sento lo scricchiolio della porta per l'ennesima volta e, con immensa gioia, è lei, ed è sola! Mi avvicino velocemente a lei, dal suo sguardo capisco che mi ha riconosciuto, ma non proferisce parola.
-Sei perdonata.
-Come, scusa?
-Ti perdono per ieri sera, non sapevi cosa facevi quando mi hai detto di no! Sono qui per darti un'altra occasione, amore mio.
-Non credo di capire…
-Non capisci? Io ti amo! Io sono quello giusto per te! Non lui, no. Lui è feccia, è spazzatura. Tu sei nata per essere solo mia, non capisci? Io ti bramo, ti desidero troppo per vederti in mano altrui, amore mio!
Lei mi guarda come se fossi pazzo. È così bella…
-Io sono quello giusto! Io sono quello che dev'essere il tuo unico amore, io e solo io! E quando te ne accorgerai, capirai di voler essere esclusivamente mia, vorrai essere solo di mia proprietà. Schiferai ogni ammorbante tocco altrui. Basterò io per far girare il tuo mondo! E quando ciò si avvererà, vivremo finalmente una lunga vita felice, per sempre e quando da vecchi moriremo, i nostri corpi si uniranno e le nostre anime si crogioleranno ancor di più nel loro amore puro, saremo assieme anche da morti. Ti amo!- le sfioro una guancia e faccio per avvicinarmi, ma lei mi allontana con uno spintone. Sento salire lentamente la rabbia. Come può rifiutarmi ancora?
-Senti, ti ho già detto che sono fidanzata e…- in quel momento, la porticina si apre ed esce il barista.
-Amore, dove eri sparita?- le domanda. La abbraccia e le da un bacio sulla testa, proprio davanti a me.
-E lui chi è?- domanda, indicandomi.
Lei fa una faccia strana e risponde:
-Nessuno, rientriamo.

Nessuno… Io non sono nessuno, io sono il tuo unico amore! Tiro fuori dalla tasca dei jeans il mio coltellino, quello che porto sempre dietro per sicurezza e lo pianto nella schiena di lui. Una volta, due, poi lo giro e lo conficco nello stomaco. Lo estraggo, lasciando il ragazzo agonizzante in terra, e mi getto su di lei. La attacco al muro e le sfioro il corpo con il coltello, fino ad arrivare al volto. Le taglio per sbaglio una guancia, niente di troppo profondo. Mi avvicino e le bacio via il sangue. Lei sembra svegliarsi da una specie di torpore e mi da uno spintone, facendomi cadere il coltello a terra e prova a rientrare nel locale per chiedere aiuto. La afferro da dietro e riesco a stordirla con un colpo in testa.
-N-no, cos'ho fatto? Amore mio, scusami!- provo a rianimarla con dei colpetti sul viso, la voce mi trema.
No, non posso permetterle di chiamare qualcuno, non posso lasciarla qui, finirei in galera! Decido quindi di trascinarla fino alla mia macchina e di portarla a casa mia, nella mia stanza.

Una volta arrivati, la sistemo su una sedia e le lego mani e piedi, per non farla fuggire. L'ho portata nella mia camera, così vedrà quanto la amo. Ci sono sue foto ovunque, ingrandite e non, su alcune ho anche scritto “Ti amo”. Non potrà di certo avere dei dubbi, adesso che non è più fidanzata con nessuno! Oh, ma si sta svegliando. Le accarezzo i capelli, sono morbidi come avevo immaginato.
-Ben svegliata, amore mio.
-Cosa… Dove sono…?
-Sei a casa mia, non vedi? Qui tutto parla di te! Guarda!- le indico le pareti e le ante dell'armadio, riempite di foto e frasi su di lei. Tuttavia, la reazione di lei mi stupisce: si mette a piangere.
-Tu… Tu lo hai ucciso!-
Mi avvicino a lei e mi inginocchio, così da avere i volti alla stessa altezza.
-Ma lui non era nessuno, non capisci? Io sono l'unico per te. Vedrai, sarai felice!
La bacio. Finalmente, il bacio che tanto avevo bramato, ma lei non ricambia, anzi, mi morde. Automaticamente le tiro uno schiaffo molto forte.
-Come osi? Chi credi di essere?
Lei piange più forte e io noto il segno della mia mano sulla sua guancia.
-No… No… Io ti amo… Che cosa ho fatto? Mi dispiace! Ti prego, scusami!- non riesco a fermare le lacrime. Io la amo, eppure le ho fatto tanto male.
-Ti prego, lasciami andare…- mi implora, singhiozzando. Come sembra fragile… Piango insieme a lei, accarezzandole i capelli. La amo. Dio, quanto la amo. Per questo… Per questo non posso permettere che se ne vada! Smetto di piangere di colpo e le stringo i capelli, tirandoli.
-Non puoi andartene! Sarai mia, per sempre! Te l'ho detto prima, no? Shh, basta piangere. Saremo felici. Ma ora è tardi, dormiamo, vuoi?
La imbavaglio e me ne vado a letto, ma prima trascino la sedia più vicina.
-Buonanotte, amore mio.

Mi sono appena svegliato. Lei è ancora lì, sulla sedia, la testa accasciata. Respira lentamente, sta ancora dormendo e ha dei segni sui polsi. Probabilmente ha lottato a lungo per provare a liberarsi. Salgo di sopra e preparo la colazione. Mentre il caffè viene su, spremo delle arance e cuocio dei pancakes. Sono sicuro che lei è tipa da pancake, ne ha proprio l'aspetto. Porto giù il vassoio e la trovo sveglia, di nuovo in lacrime.
-Buongiorno amore, ti ho preparato le frittelle, puoi anche da scegliere se metterci sopra il burro fuso o il cioccolato liquido.
Le tolgo il bavaglio. Lei rimane in silenzio. Provo a imboccarla, ma non collabora.
-Non fare la sciocca, mangia, vuoi morire di fame?
Le apro la bocca con la forza e le faccio mangiare il pezzo di pancake. Lei si arrende e continua a masticare tra le lacrime.
-Brava la mia ragazza. Ora, cosa vuoi fare oggi? Decidiamo subito, così poi non ci troviamo impreparati! Purtroppo non possiamo uscire. Sai, dovrei liberarti e quant'altro e…
Frugo sulla mia scrivania.
-Ecco! Possiamo guardarci un film. Che ne dici di questo? È il mio preferito!

Inserisco il DVD di “Dracula” nel lettore e mi posiziono vicino a lei. La abbraccio e faccio in modo che la sua testa tocchi la mia spalla. Sono felice. La stringo a me, lei inizialmente è tesa e oppone resistenza, prova anche a dimenarsi ma, dopo un po’, la sento rilassarsi. Mi volto verso di lei e vedo che ricambia il mio sguardo. Che occhi stupendi! Questo è il momento adatto. Lei accenna una specie di sorriso, io mi avvicino e chiudo gli occhi, schiudo le labbra e faccio per baciarla, quando lei mi colpisce proprio allo stomaco con un pugno. Merda, si è liberata! Rimango così sorpreso che lei riesce a colpirmi lì dove fa più male e mi accascio a terra senza fiato. La sento staccare gli altri pezzi di nastro adesivo, alzarsi e correre al piano di sopra.
-No!- non posso permettere che scappi! Lei è mia!
Mi alzo noncurante del dolore e la raggiungo prima che lei trovi la porta principale di casa. La afferro per i capelli e la trascino indietro. Lei si dimena con tutte le sue forze. Mi arrivano calci e pugni a raffica, accompagnati da grida e insulti. Maledetta, perché non riesce ad amarmi, semplicemente?
-Smettila di picchiarmi e di urlare, porca…-
Ma lei non smette, inizia anche a graffiarmi. Non ci vedo più dalla rabbia, afferro un soprammobile e glielo rompo proprio sul cranio. Lei cade a terra di peso, sbattendo forte la testa sullo spigolo del tavolino. Le due botte devono esserle state fatali, perché ora è a terra. Gli occhi aperti che fissano il nulla e una macchia di sangue che si allarga, sporcandole i capelli.
-Tsk. Ben ti sta. Non dovevi scappare da me, il tuo unico amore… Amore… Oddio, cos'ho fatto?- osservo il cadavere della mia ragazza.
-No, no, no, no!- La sollevo delicatamente, ma ormai non respira più.
-Andrà tutto bene. Siamo insieme. Saremo felici, te l'ho detto, no? Io sono l'unico per te.-

La porto in bagno e pulisco il sangue dai capelli e dal viso. La lavo e la rivesto. Prendo un coltellino e lavoro sul volto. “Non le permetterò più di distogliere lo sguardo da me” penso, mentre le taglio via le palpebre. “E non potrà negarmi più un sorriso, mai più.” incido la carne agli angoli della bocca, tracciando un sorriso grottesco che cucio il prima possibile con estrema cura, fermando le sue labbra su quella smorfia adorabile. Ecco. Ora lei mi guarda sempre e mi sorride. Ora mi ama e potrà stare con me per sempre. La porto in camera, la posiziono sulla sedia e premo “play”.

-Ecco, amore, questa è la scena migliore del film, guarda!
La abbraccio e lei si accascia su di me, di sua spontanea volontà. Sorrido.
-Ti avevo detto che saremmo stati felici, insieme.

Una sera è seduto da un cinese abbastanza economico e squallido. Accanto ha due coppie di giovani tedeschi. Le ragazze lo guardano un po’ distratte, un po’ incuriosite come solitamente capita ai tavoli di un ristorante. La proprietaria, una orientale alta e secca, sui cinquant'anni, molto sbrigativame si accosta al suo tavolo seguita da un cliente, un piccolo uomo vestito di scuro. La padrona afferra la sedia vuota e fa sedere il nuovo cliente porgendogli il menù. Leo alza lo sguardo posando le bacchette. La donna, guardandolo per la prima volta, gli chiede se va tutto bene. E lui sente se stesso rispondere, con una aggressività che non si aspettava: “Non mi piace affatto questa cosa.” Ha parlato a voce alta. I ragazzi tedeschi lo guardano in silenzio. Il piccolo uomo abbassa gli occhi. C'è un attimo di imbarazzo. Leo arrossisce ma sostiene il proprio sguardo fermo e deciso. La donna allora, facendo alzare l'uomo, dice che forse ha un tavolo migliore nell'altra sala.
La solitudine è questa situazione un po’ buffa, un po’ ridicola, un po’ aggressiva di un uomo seduto al tavolo di un ristorante turistico: l'immagine di una persona incompleta, tanto goffa da sembrare stupida o arrogante. Leo deve incominciare a difendere questa sua solitudine. Non deve permettere che gli altri lo vedano come un atomo dalle valenze aperte, come qualcuno immiserito dalla mancanza di un compagno, di un amico, di un amore. La solitudine è anche scomodità. […] La solitudine impietosisce gli altri. A volte lui sente lo sguardo indiscreto della gente posato sulla sua figura come un gesto di una violenza inaudita. Come se gli altri lo pensassero cieco e gli si accostassero per fargli attraversare la strada. Certe premure lo offendono più dell'indifferenza, perché è come se gli ricordassero continuamente che a lui manca qualcosa e che non può essere felice.
—  Pier Vittorio Tondelli - Camere separate

Se vi capita qualcosa di brutto, cercate sempre di estrapolarne i possibili lati positivi.
Vi faccio un esempio.

Quando avevo 14 anni, una ragazza che era mia amica da sempre, o presunta tale, una sera mi chiese di uscire.
Lei era una ragazza molto snob, che alla minima occasione mi abbandonava da una parte per stare in compagnia con la gente che “contava”, io ero solo un ripiego.
Quella sera, in macchina, successe che un ragazzo con cui aveva un flirt la chiamò e le propose un appuntamento.
Il posto era da tutt'altra direzione rispetto a dove stavamo andando, perciò la mia “amica” disse a suo padre di fermare la macchina.
“Mi dispiace, ma devo uscire con X, va bene se ti lascio qui?”
Avevo 14 anni, ero stupida e sola. Nessun amico se non lei.
Certo che accettai.
Rimasi per la strada mentre suo padre andava via con l'auto, lo so che è da non crederci, ma io mi diverto sempre tanto con questa storia.
Chiamai i miei per farmi venire a prendere, ma mentre camminavo iniziò a piovere.
Io scoppiai a piangere, ma alla fine dopo mezzo chilometro trovai un bar: entrando, vidi un mio compagno di classe (sua madre era la proprietaria) che, nonostante non ci conoscessimo bene, mi accolse e mi portò da sua madre che mi aiutò ad asciugarmi.
Rimasi lì con il mio compagno a chiacchierare finché non vennero a prendermi.

Quella fu, alla fine, un'occasione per conoscerci meglio.
Tre mesi dopo stavamo insieme.

Tutto ciò è successo perché quella stronza mi aveva abbandonato per la strada come un cane, incredibile vero?

—  faciledaricordare
Una riflessione

Ieri sera ho cercato casa. 

Ho incontrato la signora Catia, proprietaria di un appartamento in affitto. La signora Catia ha una figlia, Catia. Nel senso che la figlia di Catia si chiama Catia. La signora Catia ha chiamato la propria figlia Catia. Dopo il parto, l'infermiera ha messo Catia in braccio a Catia. Catia l'ha guardata e ha pensato: Che bella che sei, ti chiamerò Catia. Poi Catia ha guardato il marito e le ha chiesto Ti piace? Lui le ha sorriso, ha carezzato la guancia della piccola e ha detto Sì Catia, è proprio una gran bella idea. La chiameremo Catia. Catia è un bellissimo nome. Che pensata brillante, Catia.

ora mi chiedo

che cazzo ha in testa la gente?

Non avrei mai voluto scrivere questo post, sia perché riguarda una ragazzina di quindici anni sia perché è una cosa tanto nauseante che ancora adesso faccio fatica a soffermarmici.

Lo faccio perché tutto quello che riguardava l'argomento mi veniva sempre raccontato da testate giornalistiche, più o meno criminali nel dare la notizia, dai commenti al bar e dai messaggi privati di alcune ragazze che avevano vissuto la stessa esperienza.

Lo faccio anche perché non riesco personalmente a capacitarmi come le cose possano sfuggire di mano a una persona così giovane e a quanto sia ciclopico fare bene il proprio mestiere di genitore.

Prima di raccontarvi la storia ci tengo a dire che mi sono fatto molti scrupoli se parlarne o no pubblicamente, ma le persone di cui dirò sono al di fuori di qualsiasi contesto che riguarda me, la mia famiglia o la mia città e credo che sia fondamentale dare rilievo a cose un po’ più serie che non cellulite, lividi o orgasmi mancati.

Sabato mattina, una persona della cui ho la massima stima mi manda uno screenshoot di una chat dello smartphone della figlia, che quest'ultima aveva prestato ad una conoscente durante una festa; caso vuole che io conosca la ragazza a cui era stato prestato e il fatto che non fosse uscita dal suo profilo FB prima di restituire lo smartphone ha fatto decidere la proprietaria di parlarne con la madre, che mi ha mandato la chat.

Questa ragazza, due giorni prima, aveva subito da un suo coetaneo uno stupro anale.

Non è necessario essere padre di famiglia, basta far parte del genere umano per capire come mi possa essere sentito nel leggere la descrizione della violenza e come abbia fatto fatica a non andare a vomitare l'anima.

Per motivi professionali io conosco la madre di questa ragazzina e insieme alla mia compagna decidiamo di andarla a prendere e di portarla a casa nostra, con una scusa, per parlarle di questa cosa.
Questa donna di cinquant'anni, laureata in campo socio-pedagogico, di grande cultura e sensibilità ignorava completamente che la propria figlia, com'è venuto fuori poi parlando con alcune persone e incrociando qualche informazione, aveva come moroso un pusher di coca, beveva e fumava maria quotidianamente fino a rincoglionirsi e considerava il sesso (non protetto, ovviamente) come una normale interazione sociale.

Per me è stato straziante, come essere umano ma in questo caso come genitore, toccare con mano quanto a volte sappiamo poco dei nostri figli e ci creiamo di loro un'immagine sempre limpida e ideale, magari attingendo ai ricordi della loro innocenza infantile e tappandoci gli occhi di fronte alla nostra incapacità e al loro disagio.

Quindi decido di fare una cosa molto sciocca (direbbero alcuni… e io stesso col senno di poi) e vado a recuperare questa ragazzina che doveva essere in un posto (dice la madre) e invece era in un altro (indovinate con chi).

Ora, per quanto mi piacciano armi e sopravvivenza in un mondo popolato da zombie, non mi sono distaccato dalla realtà così tanto da decidere di gestire la cosa come in un film con Bruce Willis e quindi prendo con me Figlia n.1 e andiamo nel posto dove non dovrebbe essere.
Mia figlia mi serve per evitare di apparire come un rapitore pedofilo seriale ed infatti riesce a farsi dare un appuntamento per telefono, dicendole che l'avrebbe aspettata ad un certo chiosco dei gelati e che sarebbe dovuta venire da sola (lo so, fa molto film con Bruce Willis, però le ha detto proprio così).
Io aspetto poco distante, impegnato in una finta conversazione telefonica appoggiato al mio fuoristrada, mentre tengo d'occhio mia figlia e quando finalmente vedo la ragazzina che si avvicina da sola, rimetto il piede di porco sotto il sedile (perché vedi, o Figlia n.1 che leggi il mio blog, non siamo in un film di Bruce Willis ma non sono nemmeno un gonzo nato ieri).

La riportiamo a casa nostra, dalla madre, e il dialogo che ne è seguito è stato uno tra i più sconfortanti a cui io abbia mai assistito: negazione ad oltranza, ammissione parziale con fastidio e poi indifferenza.
Questa ragazza, non ancora sedicenne, ha considerato lo stupro un fastidioso incidente in un modo di essere e di rapportarsi con gli altri che ha sempre previsto una sessualità senza sentimento, in cui l'atto era relegato ad un consumo veloce con persone vuote.
Gli ormoni c'entrano poco.
Se una persona decide di vivere in maniera frenetica la propria sessualità e ha un carattere forte con cui riesce a mantenere la visione di certe priorità, può crescere indenne e ritrovare, in seguito, la misura del vero rapporto sentimentale con gli altri.
In questo caso la fragilità di carattere, l'iperprotettività della madre e la presenza-assenza del padre hanno fatto sì che questa ragazzina abbia creduto che quello fosse l'unico modo di relazionarsi con il mondo maschile per ricevere attenzioni e considerazione.

Io non so se poi la madre abbia deciso di sporgere denuncia (io personalmente gliel'ho sconsigliato, per non distruggere quel poco della figlia che è rimasto intatto e per l'inutilità di agire in un contesto così degradato) ma di sicuro ne dovranno fare di strada assieme per recuperare tutto quello che è andato perduto.

E io mi reputo molto fortunato delle mie splendide figlie, ma ho paura.

Intervista alla proprietaria de “La Bottega delle Cose Abbandonate”.

Vengo fatto accomodare in quella che dovrebbe essere una sala d’aspetto, allestita alla bella e buona in una stanza piena di animali liberi e ninnoli di ogni sorta, al piano terra di una cascina ad abbastanza chilometri da qualunque centro abitato. Nel parcheggio, tre cani enormi si mettono a difesa della mia macchina, con fare da guardia in una posa plastica di eterna fedeltà.
Francesca, questo il nome della signora di una certa età e autrice di tutto ciò, è vestita con diversi colori e materiali. Contro il freddo ha una coperta variopinta poggiata sulle spalle. I capelli grigi tendenti al miele sono un covo di fili di stoffa e bottoni in legno. Mi invita a sedere su una vecchia poltrona rossa, mi porge una coperta, spiega che non ha ancora avuto tempo di tagliare la legna per l’inverno ma che tanto la casa è così piena di abitanti pelosi e caldi che forse non avrà bisogno neppure di farlo. Non appena conclude infatti, vengo dolcemente assalito da una dozzina di cuccioli di varie dimensioni, due gatti belli grossi si appollaiano sullo schienale della poltrona e un incontro del tutto inaspettato, una volpe, decide di stendersi poco distante dai miei piedi, camuffata benissimo tra i cani non fosse per il colore rosso acceso.
- Tutti i giorni è così? - le chiedo estasiato da quello che vedo.
- In alcuni periodi di più, in altri di meno. Questa è la norma. - mi risponde con una voce dolce ma al tempo stesso rassegnata.
- Come è partita la Bottega delle Cose Abbandonate? Anzi no, prima di iniziare. Perché “Cose”? Mi sembra una brutta parola.
- La Bottega non è mai partita, semplicemente ad un certo punto era troppo tardi per dire di no. Riguardo alle cose. In questi anni mi è stato portato di tutto, che non potevo relegarlo ad un semplice settore: animali, oggetti, ricordi. Così ho pensato ad un generico “Cose“. Tutti abbiamo qualcosa, tutti siamo una cosa.
- Ma ci deve essere stato un inizio. Il primo ricordo legato a questo luogo.
- Era autunno, mi ero appena trasferita qua dentro. La cascina sembrava nuova e non diroccata come oggi. I miei capelli non erano cenere e non avevo ancora la nomea de La pazza della cascina dove la gente abbandona le cose. Ricordo che stavo tirando su le foglie in giardino quando alla radio fermarono la musica per dire che poco distante da qui, nel fondo di un pozzo, erano stati rinvenuti tre cuccioli di cane, abbandonati o gettati non si capiva, e che la situazione per loro era critica. Ero sola, ho pensato subito che mi avrebbe fatto comodo un po’ di compagnia così sono salita sulla mia Panda e mi sono precipitata sul luogo del ritrovamento. Erano tre sacchetti di latte dalla forma indefinita, non sembravano ancora cani. Li ho presi e tenuti con me e allattati notte e giorno finché non sono diventati, lo avrai visto, le colonne portanti di questo luogo.
Guardo fuori dalla finestra, i tre bestioni fieri nella loro posa più spavalda sono ancora attorno alla mia macchina.
- Quindi hai dato tu il via a tutto.
- Io ho accolto loro, poi poco alla volta, altro ha voluto farsi accogliere. La casa più vicina alla mia sta a 30 chilometri più o meno. Lì viveva un signore anziano, la sua unica compagnia erano svariati gatti. Un rapporto di simbiosi quasi. Un giorno l’anziano morì. I figli, che non avevano voglia di occuparsi della proprietà del padre, sbarrarono la porta di casa, chiusero le finestre e si dileguarono mettendo in vendita la casa, che resta tutt’ora invenduta. I gatti si ritrovarono senza un luogo dove stare. Così una mattina mi svegliarono i cani con il loro abbaiare, guardai fuori dalla finestra e in giardino c’erano da una parte i miei tre guardiani, immobili, e dall’altra undici gatti ordinati in attesa di un mio cenno. Sono uscita, li ho salutati e siccome anche loro erano stati abbandonati, ho deciso che potevano usare i miei spazi. Da quel momento in poi si deve essere diffusa la voce tra gli animali perché ogni giorno è arrivato un nuovo abitante.
- Sempre cani e gatti?
- Non sempre. Il ricordo più straziante è di questa cerva ferita da un cacciatore che entra in giardino in fin di vita. Aveva perso un sacco di sangue ed era visibilmente gravida. Non so come succedano queste cose, ma quando ti ritrovi davanti all’estremo, riesci a compiere azioni che mai pensavi avresti compiuto. Così l’ho aiutata a partorire e mi sono presa cura del cerbiatto finché lui ha voluto restare. Ricordo lo sguardo con la madre. Non voleva abbandondarlo, ma non aveva altra scelta.
- Inizialmente hai detto: animali, oggetti, ricordi. Cosa intendevi dire? Io qua vedo solo animali.
- Gli animali sono la cosa più evidente e viva. Ma se guardi bene, noterai anche tutto il resto.
Mi alzo dalla poltrona, girando piano per la stanza. Un’infinità di cimeli erano disposti alla rinfusa su ogni superficie. Piccole statuine in ceramica, pacchetti di sigarette. Una libreria stracolma di diari scritti a mano. Orologi fermi, fotografie di persone di tutte le etnie, una cesta piena di scarpe da bambini. Bambole, giocattoli. Biglietti da visita, cartoline, rullini non sviluppati, tazze rotte e una credenza piena di strane pietre luminose.
- È tua, tutta questa roba?
- Neanche uno di questi oggetti è mai stato inizialmente mio. È sempre arrivato qua perché qualcuno ad un certo punto, ha dovuto abbandonarlo.
- Cosa intendi con questo “abbandonare”? Le Cose Abbandonate, non sono forse volutamente perse? Non si cerca di dimenticarle?
- Qua ti sbagli. Abbandonare è un’azione totalmente diversa da dimenticare o perdere, o da “lasciare”. Dimenticare o perdere comporta una distrazione. Un voltarsi e smarrire qualcosa. Rinunciare senza consapevolezza. Abbandonare è un processo, quasi mai facile. Ogni oggetto che vedi è qua perché non si è più stati in grado di portarlo con sé.
Si alza dalla poltrona e viene verso di me. I gingilli tra i capelli emettono un tintinnio delicato, gli animali corrono sul posto appena lasciato per approfittare del calore della signora.
- Questo è stato il primo oggetto. Un ragazzo, non più che ventenne, un giorno arriva e me lo porge. Dice che non può più vivere ricordando quello che ha fatto per ottenerlo. Era questo orologio d’oro, vedi? Ha le lancette ancora ferme al momento in cui me lo ha consegnato.
- È molto bello, di sicuro di valore. Ti ha detto perché te lo stava consegnando?
- Era cresciuto sulla strada lui, non aveva mai conosciuto altro al di fuori di violenza e furti. Poi però aveva trovato lavoro presso un cantiere, un’esperienza nuova, guadagnarsi da vivere onestamente. Si recava ogni giorno puntuale ed era sempre l’ultimo ad andarsene. L’impresa edile andava bene, lavoro ce n’era e lui si trovava a suo agio. Il capo, forse perché non aveva mai avuto un figlio maschio, lo aveva preso sotto la sua ala e gli insegnava trucchi del mestiere sempre nuovi. La fame di conoscenza era senza limite e tra i due nacque un rapporto profondo, tanto che il capo gli offrì di andare a vivere nell’appartamento sotto al suo, senza chiedergli di pagare l’affitto. Il ragazzo andò e alcuni anni furono di grande quiete. Un giorno era da solo in casa del capo, era domenica e le spalle e le mani gli facevano male. Non sopportava più il doversi spaccare la schiena, voleva una soluzione facile. Certe abitudini del passato sono difficili da perdere, così fece una cosa che fino ad allora non aveva mai fatto: frugò nella casa del capo alla ricerca di valori. Trovò questo orologio d’oro. Ci ragionò su per parecchio tempo, senza sapere cosa fare, poi contattò una vecchia conoscenza per vedere quanto gli avrebbe fruttato. Il capo tornò a casa mentre lui era al telefono e sentì tutta la conversazione. Non urlò e non fece alcuna scenata. Aspettò che lui concludesse la telefonata e gli disse con molta calma che se lui non avrebbe cambiato modo di essere, avrebbe dovuto rinunciare al lavoro e alla casa. Ci fu una colluttazione. Il ragazzo scappò con l’orologio ancora in tasca e fuggì nella notte. La mattina era qua fuori con l’orologio in mano. Mi raccontò tutta la storia e concluse dicendo che non poteva portarlo più con se, che voleva tornare indietro ma per farlo doveva abbandonare ciò che era. Come con la cerva, senza sapere come mai, anche questa volta mi era chiaro quello che dovevo fare. Gli dissi di lasciare l’orologio sul tavolo, di abbandonarlo lì e di andare via e di non essere più la stessa persona di sempre. Lui si fidò di me.
- E il suo capo, sta bene?
- Dopo aver abbandonato l’orologio tornò da lui e chiese scusa. Lavorano ancora insieme. Il capo oramai è vecchio e tra poco andrà in pensione e lascerà al ragazzo tutta l’attività. Certe volte, dobbiamo abbandonare qualcosa per poter andare avanti. Lui doveva abbandonare la sua indole a cercare sempre la via facile.
- Ogni oggetto qua ha una storia simile?
- Ogni cosa qua ha una storia simile. Ogni diario in quella libreria è una persona che non riusciva più a sostenere il peso della sua memoria e l’ha abbandonata da me. Ogni fotografia che vedi, è un amore che doveva essere messo da parte. Tutto ha un costo. Non puoi nemmeno immaginare quanto può pesare il gesto dell’abbandono, ma quanto esso sia necessario.
- Non pensi che abbandonare sia una scelta facile?
Sospira, mentre apre la credenza contenente le pietre luminose.
- Pensi davvero che possa esserlo? - dice e mi pone in mano una pietra di piccole dimensioni, verde tendente giallo, tiepida, liscia.
- Non capisco. Cos’è?
- Si erano sposati che lei era ancora minorenne, però al tempo si faceva così, c’era la guerra e non si badava a queste cose. Lui appena più grande, lei diciassette. Lui partì e le scrisse ogni giorno. Le raccontò ogni cosa. Lei rispose sempre e ogni volta concludeva dicendo “ti aspetterò, dovessi tornare anche tra cent’anni”. Poi lui non tornò più. Finì ucciso. Lei lo capì perché le lettere smisero di arrivare. Però non smise di aspettare. Per quasi cento anni. Una donna longeva, non c’è che dire. In casa di riposo pensava ancora a quel suo marito morto in guerra ma poi conobbe un altro uomo, anche lui reso una tartaruga dalla vita. Non so se per demenza senile o altro, ma in lei scoccò qualcosa, come una scintilla. La stessa di quando aveva diciassette anni. Ma non sapeva come fare perché in lei giaceva ancora la vecchia promessa fatta al marito. Così venne qua, accompagnata da un infermiere, e mi raccontò tutto. Mi disse che voleva provare ad amare ancora una volta ma che per farlo doveva abbandonare la promessa che aveva custodito per quasi tutta la sua vita. Le feci dire la promessa a questa pietra, che subito cambiò colore. Sono stati sposati un anno prima di morire. In casa di riposo tutti dicono che non avevano mai visto una coppia più felice. Ora dimmi. Quanto pesa la pietra che hai in mano?
- Non saprei, alcuni grammi.
- Per te. Subito dopo aver sussurrato la promessa, la pietra le cadde dalle mani da quanto pesava, e atterrò al suolo.
Spostò un tappetto da sotto i nostri piedi. Sul pavimento in legno, c’era come un foro, un solco. Feci una prova. La pietra entrava alla perfezione.
- In mano tua sono pochi grammi. Nelle sue era il peso di un’intera vita.
Restai ore a farmi raccontare la storia di ogni oggetto, animale, cosa, persona. La bottega, da semplice luogo di raccolta, era diventato un deposito delle emozioni dell’esistenza umana. E animale.
- Ma quindi, se io volessi, potrei prendere qualcosa da qui?
- Certo. Alcune cose abbandonate sono solo storie a metà. O idee, progetti, sogni. Puoi prenderle e proseguirle tu. Se vuoi un animale, solo i miei tre cani non si possono prendere. Il resto, se vuole venire con te, smette di essere abbandonato e diventa tuo compagno di viaggio.
Mi rimaneva solo una domanda.
- Perché fai tutto questo?
- Ma è ovvio. Secondo te perché nel fiore della mia età, mi sono trasferita qui, lontano da tutto e tutti?
- Non riesco ad immaginarlo.
- Perché anche io, sono una cosa abbandonata.
La salutai con un bacio sulla fronte. Fuori i tre cani smisero di fare la guardia alla mia macchina. Il viaggio di ritorno fu pesante il doppio rispetto quello dell’andata ma almeno non ero solo. Un gatto era entrato senza che me ne accorgessi e adesso dormiva nel sedile del passeggero al mio fianco. Aveva scelto lui di venire con me. Non era più abbandonato.

Qualche giorno fa a mia mamma hanno rubato il portafoglio.
Il giorno prima io mi sono scordata gli occhiali da sole in ufficio e il giorno dopo non c'erano più. Io lavoro in un posto con un certo prestigio.
Oggi mia mamma ha ritrovato il portafogli. Non glielo avevano rubato, le era cascato vicino al banco della frutta dove lei va sempre. La signora pakistana proprietaria del banco ha visto la foto nel documento e gliel'ha messo da parte, così oggi che mamma è tornata a fare la spesa lì glielo ha ridato. Ovviamente c'era tutto dentro. Non mancava un euro.
Io i miei occhiali non li ho ritrovati e non li ritroverò.
Quindi ricapitoliamo, nel mio ufficio dove lavorano tutti italiani che prendono uno stipendio decisamente ragguardevole mi hanno rubato un cazzo di paio di occhiali da sole.
Gli extracomunitari invece hanno ridato il portafoglio a mia madre.
Come si permettono?
Cosa pensano di ottenere a comportarsi da persone civili?
Dove pensano di stare? A casa loro? Andassero a restituire portafogli a casa loro, che qui noi mica siamo così. Che noi qui mica siamo un paese civile.

La solitudine è una clessidra alla fine

Come ogni mattina, R. si svegliò.

Un atto apparentemente insignificante, nascondeva in realtà una moltitudine di significati di infinita importanza.

Per un'altra mattina della sua esistenza, R aveva deciso di darsi una possibilità.

Da qualche anno a questa parte, era in corso in lui una lotta interiore per capire se valesse davvero la pena svegliarsi, o se fosse più utile tornarsene a dormire quel sonno che molti autori del passato e qualche fumettista del presente hanno definito fratello della morte. O che semplicemente era la morte stessa, ammantata in un aspetto meno preoccupante.

Ma quella mattina, come molte altre mattine, qualcosa in R aveva innescato il meccanismo che aveva evitato che la notte precedente - certi meccanismi sono retroattivi, si innescano dopo per funzionare prima - prendesse una dose letale di pillole per dormire, impedendo quella consuetudine così tanto sottovalutata che è l'aprire gli occhi quando il sole batte sulle serrande.

Non aveva una vita così tanto inesatta R, affatto. Aveva una vita appagata ed appagante, a detta di molti: un lavoro, degli amici, una casa, interessi e la possibilità economica di concederseli. Stando ai canoni della società moderna, R doveva essere una persona felice. Il problema in questi casi è sempre relativo a quelli che sono i verbi, più che le azioni che tali verbi creano.

Doveva.

Di fatto, R era moralmente e socialmente obbligato ad essere felice, per non passare per il solito stronzo di turno incurante del proprio benessere e soprattutto ingrato per tutto quello che la società gli aveva permesso di avere. La sua felicità quindi, il suo svegliarsi ogni mattina per muoversi verso quei fulcri della propria felicità - il lavoro, gli amici, la casa - era un sacro dovere sociale, in quanto egli doveva essere il perfetto esempio di quello che era possibile raggiungere con un po’ d'impegno e qualche sacrificio.

E lui, R, in fondo questi sacrifici li aveva sempre compiuti con un sorriso sulle labbra ed una scrollata di spalle nel cuore, che lo sapeva anche lui che in confronto a molti altri era una persona proprietaria di una vita appagata ed appagante, quel genere di vite che a distanza vengono osservate sempre con un pizzico d'invidia e di speranza. C'è sempre qualcuno che vuole quello che non ha, e che è incapace di vedere chiaramente quello che possiede. Almeno in questo, R era capace di accorgersi che aveva più di altri, e quindi doveva fare in modo di poter dimostrare che quello che aveva lo rendeva felice.

Di nuovo, doveva.

Quella mattina, nella fattispecie, il suo risveglio si era accompagnato da una serie di telefonate che lo avevano lasciato particolarmente toccato. In effetti, il fatto alla base del suo essere stato particolarmente toccato da questa serie di telefonate, era l'accorgersi che non vi erano affatto. Non che fosse un qualcosa d'insolito per lui, da molto R era quella che si poteva definire una persona sola, quindi il non avere quelli che per molti erano una banalità od un fastidio, quella serie di messaggi che attestano che per altre persone al mondo tu esisti e sei un'entità che appartiene non solo alla propria, ma anche alla vita degli altri, era diventata una quotidiana constatazione.

Quella mattina, l'assenza di questa manifestazione di esistenza nella vita degli altri, aveva particolarmente toccato R, che si ritrovò a fissare il cellulare con un lieve cruccio interrogativo, lasciandosi il diritto di rispondersi a quelle domande che erano salite alla mente in seguito, quando avrebbe avuto più tempo. Il problema di queste vite che devono essere felici, è che sacrificano molto tempo alla ricerca di questa felicità materiale, lasciandosi poco tempo per fermarsi a respirare un momento di pensierosità immateriale.

Durante il lavoro, gli capitò di ricevere una telefonata, da parte degli amici. Questo diede un momento di respiro a queste domande, lasciando quindi la sua postazione - aveva un piccolo ufficio che era riuscito col tempo a personalizzare, creandosi un riparo di soggettività in una marea di banalità - per poter rispondere. La telefonata fu piacevole, accompagnata da qualche battuta e commenti allegri, salvo poi alla sua chiusura ricordarsi una differenza minima fra lui ed i loro amici (era un avviso che la cena sarebbe saltata per esigenze varie): loro erano coppie, lui era un singolo. Certe cose non sono mai troppo importanti, tranne quando viene il momento di renderle tali.

L'assenza mattutina aveva quindi innescato un meccanismo che aveva reso diversamente il senso di quella telefonata, trasformando un semplice rinvio di una serata, in una retrospettiva sulle vite - forse meno materialmente felici - dei suoi amici accoppiati. Si prese un momento per ricordare che odore aveva il suo letto ed i suoi cuscini, e dopo aver ammesso a sè stesso che l'unico odore era il proprio, e che da tempo non vi erano altri odori ad avvolgere quelle coperte, tornò al lavoro. Il sorriso, a seguito di quella telefonata, faticò a tornare, ma dovette fare uno sforzo per una riunione di lavoro.

E, ancora una volta, il dovere prese il sopravvento.

Avere un decoder e la possibilità di vedere più o meno qualsiasi film sulla scena attuale, nonchè diverse offerte che permettevano di poter fare anche delle prime visioni che ad altri erano escluse, non rese la serata di R meno avvolta da quella strana solitudine. C'era sempre la possibilità di uscirsene da solo per andare da qualche parte, in caccia di una conquista che poi non avrebbe mai portato a casa sua - per quanto sì, un odore diverso sulle lenzuola lo avrebbe forse distratto, certe volte gli odori si vuole che siano continuativi, e non sporadici - e con cui avrebbe dovuto discutere di banalità, ma purtroppo R era da sempre allergico alla banalità, anche a scopo sessuale.

Forse tutta la serie di pensieri intrecciati quella giornata, il traffico trovato nei tragitti fra casa e lavoro e fra lavoro e casa, e l'assenza di ulteriori tragitti che non fossero queste linearità oramai meccaniche ed automatizzate nella mente e nel corpo, forse addirittura l'ennesima cena ad asporto, un cinese discreto che gli aveva lasciato in bocca un sapore di oriente occidentalizzato - l'ennesimo inganno del consumismo - e l'aver controllato una volta di troppo quel cellulare dallo schermo privo di qualsiasi suono e luce, gli impedì l'unico automatismo a cui - da qualche anno a questa parte - non avrebbe mai dovuto fare a meno.

Ed una volta tanto, il dovere era andato a dormire prima di lui.

Come ogni mattina, R si sarebbe dovuto svegliare.

Quella mattina, no.

E questo conclude la storia.

Il buio oltre le code: Expo tra debiti e banche alle costole

 (GIANNI BARBACETTO E MARCO MARONI)

Milano – Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino. Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?
Il successo di un grande “camouflage” Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti.

Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite. Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop col o s s a l e , i l m a n a g e m e n t dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze. La festa coi soldi degli altri Il risultato è che la manifestazione peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora , 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati – giusto per ricordare come è partita l’operazione – dieci volte il prezzo di mercato. I dati sulla spesa sono provvisori, visto che sono in corso i contenziosi per gli extracosti chiesti da tutte le principali imprese che hanno lavorato sul sito: solo per il Padiglione Italia, prima trattativa conclusa, ammontano a 29 milioni. Ed è di questi giorni la notizia che per la bonifica dell’area, rivelatasi gravemente inquinata solo dopo che era stata comprata a peso d’oro, c’è un conto da 72 milioni. La faccenda ha dato l’avvio a un tragicomico balletto in cui Expo spa, Arexpo (proprietaria dei terreni) e gli ex proprietari (tra cui la Fondazione Fiera Milano, che però è anche socia di Arexpo) si rimpallano le responsabilità, in uno scaricabarile in cui non è difficile immaginare su chi ricadranno, ancora una volta, i costi. Storia di una voragine finanziaria I costi di gestione dell’Expo si sarebbero dovuti pareggiare, secondo le dichiarazioni di Sala, con i ricavi da biglietti più quelli da sponsorizzazioni, royalties e via dicendo. Il pareggio si sarebbe raggiunto vendendo 24 milioni di biglietti a un prezzo medio di 22 euro e ricavando circa 300 milioni dalle altre voci. Visti gli scarsi afflussi iniziali, tali che la società si è rifiutata per i primi tre mesi di fornire dati, in estate è stato offerto al volo un nuovo conteggio: sarebbero bastati 20 milioni di biglietti a 19 euro di costo medio; il resto lo avrebbero fatto i ricavi diversi, aumentati chissà come. Già così, si sarebbe chiuso con un deficit di gestione da 200 milioni di euro. Il problema è che per arrivare ai 20 milioni di ingressi promessi, con annessi titoloni di giornali, si è messa in campo una politica di omaggi e p r e z z i s t r a cc i a t i . S c o n t i da saldo alle scolaresche, p r a t i c -mente precettate dal ministero, ai dipendenti d e l l e aziende sponsor, alle parrocchie, alle coop, agli ordini prof e s s i o n a l i e a qualsiasi organizzazione che po-t e s s e p o r t a r e a Rho flussi consistenti. Biglietti a 5 euro dopo le 18, ingressi regalati ai pensionati, ai titolari di bassi redditi, a chi parcheggiava per la visita serale nelle aree di sosta del sito. Il rivenditore ufficiale della manifestazione nelle ultime settimane faceva il 70 per cento di sconto. Expo, pur sollecitata da questo giornale, non fornisce alcun dato sul prezzo medio di vendita: ma non ci vuol molto a capire che sarà molto inferiore alla soglia di 19 euro. Vale a dire che il deficit di gestione sarà ben maggiore dei 200 milioni previsti. Volano e fantasia La retorica c o n c u i s i cerca di mascherare la p e r d i t a economica è soprattutto q u e l l a sull’“indotto” e sull’er e d i t à dell’Expo; ritorni economici che giustificherebbero gli 1,3 miliardi d’investimento a fondo perduto nel sito. Qui si entra direttamente nel campo della fantasia. Gli studi con cui si cerca di far passare Expo per un volano economico sono quelli preparati da un gruppo di accademici della Bocconi finanziato da Expo. Si parla di 3,5 miliardi di spesa complessiva dei visitatori, tali da generare, per l’effetto moltiplicatore (per cui ogni euro speso genera ulteriori spese a cascata), una produzione aggiuntiva per il Paese da 10 a 30 miliardi e 191 mila nuovi occupati l’anno dal 2012 al 2020, con un picco tra il 2013 e il 2015. È l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli dove per ogni euro sotterrato se ne ritrovano 3, o anche 10. Solo che la stima ignora il costo delle risorse usate, in termini di tasse o tagli ad altre voci del bilancio pubblico. Qualsiasi investimento valutato in quel modo darebbe un risultato positivo. Per Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università di Brescia, esperto di infrastrutture, “qualche effetto moltiplicatore la spesa generata da Expo ce l’avrà, ma stimarlo è pura fantasia. Inoltre, un conto è costruire infrastrutture che restano, un altro è un investimento di pura edilizia, come l’Expo, che dopo sei mesi chiude”. Sui mirabolanti effetti occupazionali, basti dire che nel 2013, nel 2014 e fino al primo semestre 2015 (ultimi dati Istat disponibili) gli occupati in Lombardia sono stati in calo. Alla ricerca dei cinesi perduti L’arrivo di turisti stranieri è stato al di sotto delle previsioni. Secondo uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, coordinato da Jérôme Massiani, i risultati preliminari indicano una quota del 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro il 25 per cento previsto. All’Expo sono andati soprattutto i lombardi (quasi il 40 per cento dei visitatori), mentre i non europei, compreso l’atteso milione di cinesi, hanno raggiunto quote irrisorie. Peccato, perché la spesa degli stranieri è quella che determina il saldo positivo per il Paese creato da Expo. A patto che, fa notare Massiani, “nei benefici per l’economia sia contabilizzata solo la componente addizionale della spesa dei turisti”. Vale a dire quella di coloro che non sarebbero venuti in Italia se non ci fosse stata l’esposizione. Per gli esercenti milanesi e lombardi non sembra proprio che Expo sia stata una manna. Qualcuno certo ci ha guadagnato, ma per molti, come i locali del centro di Milano che hanno visto la movida serale trasferita a Rho, l’effetto è stato quello di un boomerang. Gli ultimi a manifestare la propria delusione, questa settimana, sono stati i commercianti bresciani: “Qui si perdono quattro imprese al giorno”, ha scritto un report di Confesercenti, “Expo a Brescia non si è proprio fatto sentire”. Carta di Milano, fiera di buoni propositi Dovrebbe essere il grande lascito morale di Expo. Sembra invece più che altro un esercizio d’ipocrisia. La Carta di Milano raccoglie indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo. Firmata da tutti i capi di Stato, ministri, politici, funzionari, delegati passati da Expo e da milioni di cittadini, è stata consegnata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Peccato che non sia altro che un elenco di buone intenzioni, senza vincoli né verifiche, destinata a restare lettera morta una volta spenti i riflettori sull’Expo. Nata negli uffici della multinazionale alimentare Barilla, è stata bocciata dalle più importanti organizzazioni non governative. “Abbiamo partecipato ai lavori preparatori, ma abbiamo deciso di non firmarla perché non tocca alcuni nodi: la proprietà dei semi, l’acqua come bene comune, i cambiamenti climatici”, ha dichiarato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, l’organizzazione fondata da Carlin Petrini, che aggiunge: “Non prevede impegni concreti per governi e multinazionali, è generica, tra i firmatari ci sono anche alcune multinazionali e capisco che il governo italiano non abbia potuto osare di più”. Oxfam, network internazionale di organizzazioni non governative attive in 17 Paesi, l’ha definita “lacunosa” su temi fondamentali come le politiche per l’agricoltura contadina, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, l’espropriazione delle terre e il consumo di suolo agricolo”. Il giudizio più duro arriva però da Caritas Internationalis: “È una carta scritta dai ricchi per i ricchi”, dichiara il segretario generale Michel Roy, “un testo parziale, per i destinatari e i contenuti. Non si sente la voce dei poveri del mondo, né di quelli del Nord, né di quelli del Sud”. Perché “indica un problema – la fame nel mondo – tutto sommato noto, ma non mette a fuoco le cause e quindi le soluzioni”, ha continuato Roy. “Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, diffusione degli ogm, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”. Aggiunge Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede: “Siamo stati chiamati a partecipare alla sua stesura, ma dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti, probabilmente per salvaguardare certi equilibri”.

Anche se la correlazione “radiazioni telefoniche / tumore al cervello” non è stata nella sua scientifica totalità ancora dimostrata, è buon abitudine, in previsione di lunghe conversazioni al cellulare, l'utilizzo di dispositivi Bluetooth, cuffie con microfono incorporato o addirittura ricorrere all'altoparlante.
Ciò però non è da considerarsi valido se è lunedì mattina, sei una signora proprietaria di una voce decisamente altisonante, sei sui mezzi pubblici e stai urlando da venti minuti ogni fottuto particolare del tuo merda di fine settimana.
In tal caso, il presunto rischio malattia si tramuterà in certezza di ricevere una sberla non appena mi alzo se non chiudi quella cazzo di fogna.
—  Ricerca pubblicata dalla stimabile Columbia Pidgeonian University, Breeanza, WTF - USA.