proprietarias

La sua voglia di vedermi, di stare con me, era diversa da quella di ogni altra persona.
Lui non voleva uscire, lui voleva uscire con me.
Lui non voleva ridere, lui voleva ridere con me.
Lui non voleva un abbraccio, lui voleva un mio abbraccio.
Lui voleva vedermi e stare con me, come non voleva vedere e stare con nessun altro.
Erano sentimenti miei. Solo miei.
Non potevano essere indirizzati a nessun altro.
Certe sue parole, certi suoi sguardi, certi suoi pensieri nascevano per me, vivevano per me e morivano per me, solo per me.
Non m'era mai capitato prima di allora e forse mai con nessun'altro essere umano capiterà più:
essere la proprietaria di un pezzo di cuore che non dovrebbe essere tuo, ma che in realtà lo è.
—  Zoe.
Proprietari negano casa a coppia perché gay
“La proprietaria vuole una famiglia. Vuole qualcuno che stia a lungo” (Credits – Facebook)

Trovare la casa giusta non è mai facile, che la si voglia comprare o andare in affitto. Non lo è per tutti, ma a quanto sembra lo è ancora di più se sei omosessuale. Almeno questa è la denuncia fatta da Simone e Michele, una coppia gay di Torino che sta cercando una casa in affitto assieme. Ma che si sentono rispondere “No, grazie”.

E non è un problema economico, entrambi sono assunti a tempo indeterminato (“uno in una solida azienda con ottimo stipendio, uno per una compagnia teatrale, stipendio un bel po’ più bassetto, ma pur sempre Tempo Indeterminato”, scrive Simone Schinocca sulla sua pagina Facebook), né di aspetto, con entrambi bei ragazzi e con ottime referenze alle spalle. Il problema è che sono due uomini. Almeno così ha detto loro l’agente immobiliare cui avevano fatto una proposta per l’affitto di un appartamento. Una proposta che la proprietaria ha rimandato al mittente perché “vuole una famiglia. Vuole qualcuno che stia a lungo”.

Certo, perché il luogo comune vuole che i gay siano più “liberi” sessualmente e, dunque, una coppia omosessuale di norma scoppia e, così, si rischia che non onori il contratto d’affitto di otto anni proposto. Meglio una normale famiglia eterosessuale. Perché si sa che in Italia non ci si separa e non si divorzia se non si è gay.

E non è la prima volta, come racconta sempre Schinocca su Facebook. Mesi fa avevano visto una casa alle 19.30 di sera e la mattina dopo richiamano l’agente per dire che sono interessati. “L’abbiamo affittata, abbiamo ricevuto una proposta e voi non avete garanzie che invece l’altra coppia può garantire!” ha risposto l’agente. Come sottolinea Simone, l’agenzia era aperta di notte visto che la visita fatta era alle 19.30? E dopo mesi di nuovo, questa volta per lo meno senza l’ipocrisia di nascondere il vero motivo. Simone e Michele sono gay.

“Facile dire uguaglianza? Ma poi alla messa alla prova chi affitterebbe, chi darebbe fiducia a una coppia gay” ripete Simone Schinocca. “E pensare che volevamo cercare una casa più grande proprio per essere ancora di più famiglia, per ospitare quando volessero soprattutto pezzi di famiglia e se fosse capitato amici e amiche a cui vogliamo bene come fratelli e sorelle. Che tristezza… la discriminazione non è un concetto astratto”.

Brexit: le difficoltà dei cittadini per i nuovi diritti di residenza

Il conto alla rovescia è dunque iniziato per la Brexit, una delle cui conseguenze sarà l’imposizione di nuovi limiti alla libera circolazione nel Regno Unito dei cittadini dei Paesi membri dell’Unione europea.

Attualmente sono circa 3 milioni i residenti nel Regno Unito in provenienza da Paesi dell’Unione, mentre sono un milione trecentomila i britannici che risiedono nell’Unione europea.

In Germania ci sono circa 100.000 britannici. Nel quartiere berlinese di Kreuzberg si trova dal 1996 una drogheria molto British. La proprietaria teme le nuove barriere doganali, che peseranno forse sul prezzo delle sue merci. Ma soprattutto teme che divenga più complicato essere britannica in Germania, e quindi cerca di ottenere la cittadinanza tedesca.

“Sarei ben felice se potessimo ottenere quella cittadinanza perché in qualche modo salvo i miei diritti di cittadina europea. Voglio continuare a esserlo, lo trovo estremamente importante anche per i miei figli”.

Non è facile, però: Elizabeth Wood, suo marito e le loro figlie sono arrivati a Berlino 8 anni fa. Lei studia per passare l’esame di cittadinanza, il 29 aprile, per acquisire la cittadinanza tedesca. La lista d’attesa è di tre mesi.

“Ho deciso di fare quello che ero solita fare per gli esami scolastici, e ho ritrascritto tutte le 301 domande – cioè, sono a metà per ora – sulla Costituzione tedesca, perché devi avere una certa percentuale di risposte giuste per passare. Sto cercando di impararle a memoria”.

Bisogna passare un esame di tedesco, dimostrare di non dipendere dai servizi sociali e riempire molti moduli per ottenere un passaporto tedesco e mantenere così la cittadinanza europea.

Dieter Wolke abita nel Regno Unito da 28 anni. Professore universitario di psicologia, convive con una cittadina britannica e i due hanno dei figli. Anche lui si deve scontrare con la burocrazia, se vuole mantenere i propri diritti nel Paese d’adozione.

“Improvvisamente ti dicono ‘sai, in effetti sei un cittadino di seconda classe’”, argomenta, dopo aver precisato che per tutti questi anni non si è mai sentito diverso dagli altri, dai britannici. Sta pensando di rientrare in Germania, pur di non proseguire la lotta impari contro montagne di scartoffie per il suo permesso di residenza permanente.

Dal 1989 Monica Obiols risiede nel Regno Unito. È spagnola, sposata con un olandese. Hanno due figli, nati nel Regno Unito. Le scartoffie per loro sono diventate un incubo.

“I moduli sono un incubo totale, è stato molto complicato e l’avevo anche fatto, ma purtroppo non ho dato informazioni abbastanza dettagliate sui figli, così la domanda di permesso definitivo di residenza è stata respinta”.

Dal giorno dopo il referendum, le domande di residenza permanente nel Regno Unito sono cresciute del 600%, ma più di un quarto di quelle presentate negli ultimi tre mesi sono state respinte o considerate nulle.

tintura di odio

Come tutti voi sapete è da un po’ di tempo che tingo i capelli di bianco, poi vai a capire le varie volte in cui la tinta viene fuori nelle più svariate tonalità del viola non so cosa succede.
Sapete pure che da più di un decennio ormai ho i capelli corti e me li taglio da sola, quindi son praticamente tornata dal parrucchiere solo da qualche mese a questa parte dopo anni di autonomia.
Avevo dimenticato che il momento dal parrucchiere è in uno spazio tempo particolare in cui anche se sei sordomuto puoi stare certo qualcuno si fa i cazzi tuoi e tu ti fai tranquillamente i suoi, fosse pure uno sconosciuto che non vedrai mai più.
Dal mio parrucchiere in verità sono una moltitudine.
La parrucchiera proprietaria dell'attività, un tre aiutanti donne di ogni foggia, misura e fattezza, una stagista adolescente e un parrucchiere.
Il parrucchiere è un ragazzo di cui stasera ho scoperto l'età mi ha scioccato.
Un ventinovenne che se pesa 130kg è dire poco, sudamericano, del Guatemala credo, vi dico pure che è gay anche se a voi non fa differenza (vero?), ma voglio che vi immaginiate questo tipo proprio così com'è e che ve lo immaginiate quando parla e cammina come una perfetta top model anni ‘90 e che ogni istante libero che ha lo impiega a farsi selfie.
Sto tipo ha incontrato la parrucchiera in sudamerica ed essendo lui un mago del parrucco lei lo ha convinto a seguirla in uno sperduto paesino tra le risaie e mo lui vive a casa della mamma di lei (che è morta, ma ha vissuto con lui per dieci anni) col suo compagno che sistematicamente lascia da solo per girare il mondo con le amiche.
Sto tipo parla in dialetto lombardo coll’accento sudamericano.
Io, quando parla, non ci capisco una mazza, ma stasera mi ha detto che una chiromante gli ha predetto la morte a trent'anni, quindi lui con nonchalance attende l'anno venturo come se nulla fosse.

In questa giungla (giungla) a me la tinta la fa una delle aiutanti, una ragazza di 23 anni, quindi giovanissima, con origini del sud e un nome ancora più del sud e che a mio avviso è davvero brava e chiacchierona.
E’ una fan di Rocky o meglio di Silvester Stallone.
E’ fidanzata con uno con cui va sistematicamente in crisi perchè lui anche se più grande sta laureandosi, ma lei invece vorrebbe sposarsi subito ed avere dei bambini.
La varietà del genere umano, vedete.
Immaginatevi lei a 23 anni mentre mi tinge i capelli e mi dice che vuole tanti pargoli e io quasi 35enne senza alcuno scopo nella vita se non la masturbazione e le canne.
Io sorrido perchè è tenera e forse non vota per la lega.

Questi erano almeno i suoi piani.
Stasera mentre mi toglieva dal casco mi si è avvicinata sussurrandomi nell'orecchio per chiedermi se l'azienda per cui lavoro aveva delle filiali all'estero e sì, le ha, ma come mai?
Voleva sapere se poteva far mandare un curriculum e io allora ho chiesto da chi per che cosa.
Il padre e il fratello lavorano per un'azienda che non li paga da mesi, in famiglia sono quattro figli e lei è la più grande, due vanno ancora a scuola e adesso vivono con il solo stipendio di lei.
Non pagano le bollette e chiedono prestiti alla banca, puoi capire, mi ha detto, che così non ti rialzi più.
E sorrideva e mi lavava i capelli.

Allora le ho dato i dati per mandare il curriculum da me che so potrebbero avere una minima possibilità, il fratello è giovanissimo, il padre un po’ meno.
Mi son fatta lasciare il numero, so che sta aprendo un'altra azienda simile a quella in cui lavoro e cercano personale e le ho detto che le farò avere tutto ciò che le serve.
E poi le ho detto che se il fratello vuole andare all'estero posso chiedere delle dritte ad amici che ho in Svizzera, anche solo se è per lavar piatti a Zurigo.

Lei mi ha ringraziato con la voce rotta dicendomi che ero molto buona e che non dovevo impegnarmi così tanto, ma come si fa?
Io lo so cosa cazzo vuol dire avere paura di non mangiare e sentirsi dire che andrà tutto bene.
No, non va tutto bene, non va tutto bene.
Essere senza un soldo e sentirsi dire dai “vedi che alla fine troverai qualcosa” è una fottutissima cazzata perchè nel frattempo le bollette le devi pagare, quando io stavo male così mi riempiva di odio sentirmi dire dalle persone “tanto ce la fai”.
Sì ce la faccio, ma dammela una mano cristo!
Dimmi qualcosa, fai qualcosa! Facile incoraggiare (la profezia dell'armadillo insegna) con la pancia piena.
Vedrai che andrà tutto bene.
Sì, è andato tutto bene perchè sono un cazzo di dio, ma non tutti siamo così.
Anche se non servirà a nulla io voglio cercare di aiutare e fare del mio possibile per evitare che tornino dalle banche a far debiti e ancora debiti.
E magari non potrò farci nulla, ma cosa ci stiamo a fare sennò?

E poi mi chiedo come minchia pretendono di risollevare la situazione a colpi di jobs act, buone scuole, supercazzole sti figli di papà incravattati seduti sulle loro poltrone lontane a guardarci con gli occhi perfidi e dirci che la crisi sta finendo e il pil si sta risollevando e il lavoro è aumentato.
Sti figli di industriali, banchieri, nipoti di vescovi, collusi con la mafia o mafiosi proprio, sti tipi che poi sono entrati in politica perchè tanto bisogno di lavorare non ne avevano e quindi non hanno passato i weekend a lavare piatti in un pub per potersi permettere la spesa della settimana, che cazzo ne sanno porcoddio.
Che cazzo ne sanno loro e dovrebbero decidere per me.
Ma andassero affanculo.

Una riflessione

Ieri sera ho cercato casa. 

Ho incontrato la signora Catia, proprietaria di un appartamento in affitto. La signora Catia ha una figlia, Catia. Nel senso che la figlia di Catia si chiama Catia. La signora Catia ha chiamato la propria figlia Catia. Dopo il parto, l'infermiera ha messo Catia in braccio a Catia. Catia l'ha guardata e ha pensato: Che bella che sei, ti chiamerò Catia. Poi Catia ha guardato il marito e le ha chiesto Ti piace? Lui le ha sorriso, ha carezzato la guancia della piccola e ha detto Sì Catia, è proprio una gran bella idea. La chiameremo Catia. Catia è un bellissimo nome. Che pensata brillante, Catia.

ora mi chiedo

che cazzo ha in testa la gente?

Intervista alla proprietaria de “La Bottega delle Cose Abbandonate”.

Vengo fatto accomodare in quella che dovrebbe essere una sala d’aspetto, allestita alla bella e buona in una stanza piena di animali liberi e ninnoli di ogni sorta, al piano terra di una cascina ad abbastanza chilometri da qualunque centro abitato. Nel parcheggio, tre cani enormi si mettono a difesa della mia macchina, con fare da guardia in una posa plastica di eterna fedeltà.
Francesca, questo il nome della signora di una certa età e autrice di tutto ciò, è vestita con diversi colori e materiali. Contro il freddo ha una coperta variopinta poggiata sulle spalle. I capelli grigi tendenti al miele sono un covo di fili di stoffa e bottoni in legno. Mi invita a sedere su una vecchia poltrona rossa, mi porge una coperta, spiega che non ha ancora avuto tempo di tagliare la legna per l’inverno ma che tanto la casa è così piena di abitanti pelosi e caldi che forse non avrà bisogno neppure di farlo. Non appena conclude infatti, vengo dolcemente assalito da una dozzina di cuccioli di varie dimensioni, due gatti belli grossi si appollaiano sullo schienale della poltrona e un incontro del tutto inaspettato, una volpe, decide di stendersi poco distante dai miei piedi, camuffata benissimo tra i cani non fosse per il colore rosso acceso.
- Tutti i giorni è così? - le chiedo estasiato da quello che vedo.
- In alcuni periodi di più, in altri di meno. Questa è la norma. - mi risponde con una voce dolce ma al tempo stesso rassegnata.
- Come è partita la Bottega delle Cose Abbandonate? Anzi no, prima di iniziare. Perché “Cose”? Mi sembra una brutta parola.
- La Bottega non è mai partita, semplicemente ad un certo punto era troppo tardi per dire di no. Riguardo alle cose. In questi anni mi è stato portato di tutto, che non potevo relegarlo ad un semplice settore: animali, oggetti, ricordi. Così ho pensato ad un generico “Cose“. Tutti abbiamo qualcosa, tutti siamo una cosa.
- Ma ci deve essere stato un inizio. Il primo ricordo legato a questo luogo.
- Era autunno, mi ero appena trasferita qua dentro. La cascina sembrava nuova e non diroccata come oggi. I miei capelli non erano cenere e non avevo ancora la nomea de La pazza della cascina dove la gente abbandona le cose. Ricordo che stavo tirando su le foglie in giardino quando alla radio fermarono la musica per dire che poco distante da qui, nel fondo di un pozzo, erano stati rinvenuti tre cuccioli di cane, abbandonati o gettati non si capiva, e che la situazione per loro era critica. Ero sola, ho pensato subito che mi avrebbe fatto comodo un po’ di compagnia così sono salita sulla mia Panda e mi sono precipitata sul luogo del ritrovamento. Erano tre sacchetti di latte dalla forma indefinita, non sembravano ancora cani. Li ho presi e tenuti con me e allattati notte e giorno finché non sono diventati, lo avrai visto, le colonne portanti di questo luogo.
Guardo fuori dalla finestra, i tre bestioni fieri nella loro posa più spavalda sono ancora attorno alla mia macchina.
- Quindi hai dato tu il via a tutto.
- Io ho accolto loro, poi poco alla volta, altro ha voluto farsi accogliere. La casa più vicina alla mia sta a 30 chilometri più o meno. Lì viveva un signore anziano, la sua unica compagnia erano svariati gatti. Un rapporto di simbiosi quasi. Un giorno l’anziano morì. I figli, che non avevano voglia di occuparsi della proprietà del padre, sbarrarono la porta di casa, chiusero le finestre e si dileguarono mettendo in vendita la casa, che resta tutt’ora invenduta. I gatti si ritrovarono senza un luogo dove stare. Così una mattina mi svegliarono i cani con il loro abbaiare, guardai fuori dalla finestra e in giardino c’erano da una parte i miei tre guardiani, immobili, e dall’altra undici gatti ordinati in attesa di un mio cenno. Sono uscita, li ho salutati e siccome anche loro erano stati abbandonati, ho deciso che potevano usare i miei spazi. Da quel momento in poi si deve essere diffusa la voce tra gli animali perché ogni giorno è arrivato un nuovo abitante.
- Sempre cani e gatti?
- Non sempre. Il ricordo più straziante è di questa cerva ferita da un cacciatore che entra in giardino in fin di vita. Aveva perso un sacco di sangue ed era visibilmente gravida. Non so come succedano queste cose, ma quando ti ritrovi davanti all’estremo, riesci a compiere azioni che mai pensavi avresti compiuto. Così l’ho aiutata a partorire e mi sono presa cura del cerbiatto finché lui ha voluto restare. Ricordo lo sguardo con la madre. Non voleva abbandondarlo, ma non aveva altra scelta.
- Inizialmente hai detto: animali, oggetti, ricordi. Cosa intendevi dire? Io qua vedo solo animali.
- Gli animali sono la cosa più evidente e viva. Ma se guardi bene, noterai anche tutto il resto.
Mi alzo dalla poltrona, girando piano per la stanza. Un’infinità di cimeli erano disposti alla rinfusa su ogni superficie. Piccole statuine in ceramica, pacchetti di sigarette. Una libreria stracolma di diari scritti a mano. Orologi fermi, fotografie di persone di tutte le etnie, una cesta piena di scarpe da bambini. Bambole, giocattoli. Biglietti da visita, cartoline, rullini non sviluppati, tazze rotte e una credenza piena di strane pietre luminose.
- È tua, tutta questa roba?
- Neanche uno di questi oggetti è mai stato inizialmente mio. È sempre arrivato qua perché qualcuno ad un certo punto, ha dovuto abbandonarlo.
- Cosa intendi con questo “abbandonare”? Le Cose Abbandonate, non sono forse volutamente perse? Non si cerca di dimenticarle?
- Qua ti sbagli. Abbandonare è un’azione totalmente diversa da dimenticare o perdere, o da “lasciare”. Dimenticare o perdere comporta una distrazione. Un voltarsi e smarrire qualcosa. Rinunciare senza consapevolezza. Abbandonare è un processo, quasi mai facile. Ogni oggetto che vedi è qua perché non si è più stati in grado di portarlo con sé.
Si alza dalla poltrona e viene verso di me. I gingilli tra i capelli emettono un tintinnio delicato, gli animali corrono sul posto appena lasciato per approfittare del calore della signora.
- Questo è stato il primo oggetto. Un ragazzo, non più che ventenne, un giorno arriva e me lo porge. Dice che non può più vivere ricordando quello che ha fatto per ottenerlo. Era questo orologio d’oro, vedi? Ha le lancette ancora ferme al momento in cui me lo ha consegnato.
- È molto bello, di sicuro di valore. Ti ha detto perché te lo stava consegnando?
- Era cresciuto sulla strada lui, non aveva mai conosciuto altro al di fuori di violenza e furti. Poi però aveva trovato lavoro presso un cantiere, un’esperienza nuova, guadagnarsi da vivere onestamente. Si recava ogni giorno puntuale ed era sempre l’ultimo ad andarsene. L’impresa edile andava bene, lavoro ce n’era e lui si trovava a suo agio. Il capo, forse perché non aveva mai avuto un figlio maschio, lo aveva preso sotto la sua ala e gli insegnava trucchi del mestiere sempre nuovi. La fame di conoscenza era senza limite e tra i due nacque un rapporto profondo, tanto che il capo gli offrì di andare a vivere nell’appartamento sotto al suo, senza chiedergli di pagare l’affitto. Il ragazzo andò e alcuni anni furono di grande quiete. Un giorno era da solo in casa del capo, era domenica e le spalle e le mani gli facevano male. Non sopportava più il doversi spaccare la schiena, voleva una soluzione facile. Certe abitudini del passato sono difficili da perdere, così fece una cosa che fino ad allora non aveva mai fatto: frugò nella casa del capo alla ricerca di valori. Trovò questo orologio d’oro. Ci ragionò su per parecchio tempo, senza sapere cosa fare, poi contattò una vecchia conoscenza per vedere quanto gli avrebbe fruttato. Il capo tornò a casa mentre lui era al telefono e sentì tutta la conversazione. Non urlò e non fece alcuna scenata. Aspettò che lui concludesse la telefonata e gli disse con molta calma che se lui non avrebbe cambiato modo di essere, avrebbe dovuto rinunciare al lavoro e alla casa. Ci fu una colluttazione. Il ragazzo scappò con l’orologio ancora in tasca e fuggì nella notte. La mattina era qua fuori con l’orologio in mano. Mi raccontò tutta la storia e concluse dicendo che non poteva portarlo più con se, che voleva tornare indietro ma per farlo doveva abbandonare ciò che era. Come con la cerva, senza sapere come mai, anche questa volta mi era chiaro quello che dovevo fare. Gli dissi di lasciare l’orologio sul tavolo, di abbandonarlo lì e di andare via e di non essere più la stessa persona di sempre. Lui si fidò di me.
- E il suo capo, sta bene?
- Dopo aver abbandonato l’orologio tornò da lui e chiese scusa. Lavorano ancora insieme. Il capo oramai è vecchio e tra poco andrà in pensione e lascerà al ragazzo tutta l’attività. Certe volte, dobbiamo abbandonare qualcosa per poter andare avanti. Lui doveva abbandonare la sua indole a cercare sempre la via facile.
- Ogni oggetto qua ha una storia simile?
- Ogni cosa qua ha una storia simile. Ogni diario in quella libreria è una persona che non riusciva più a sostenere il peso della sua memoria e l’ha abbandonata da me. Ogni fotografia che vedi, è un amore che doveva essere messo da parte. Tutto ha un costo. Non puoi nemmeno immaginare quanto può pesare il gesto dell’abbandono, ma quanto esso sia necessario.
- Non pensi che abbandonare sia una scelta facile?
Sospira, mentre apre la credenza contenente le pietre luminose.
- Pensi davvero che possa esserlo? - dice e mi pone in mano una pietra di piccole dimensioni, verde tendente giallo, tiepida, liscia.
- Non capisco. Cos’è?
- Si erano sposati che lei era ancora minorenne, però al tempo si faceva così, c’era la guerra e non si badava a queste cose. Lui appena più grande, lei diciassette. Lui partì e le scrisse ogni giorno. Le raccontò ogni cosa. Lei rispose sempre e ogni volta concludeva dicendo “ti aspetterò, dovessi tornare anche tra cent’anni”. Poi lui non tornò più. Finì ucciso. Lei lo capì perché le lettere smisero di arrivare. Però non smise di aspettare. Per quasi cento anni. Una donna longeva, non c’è che dire. In casa di riposo pensava ancora a quel suo marito morto in guerra ma poi conobbe un altro uomo, anche lui reso una tartaruga dalla vita. Non so se per demenza senile o altro, ma in lei scoccò qualcosa, come una scintilla. La stessa di quando aveva diciassette anni. Ma non sapeva come fare perché in lei giaceva ancora la vecchia promessa fatta al marito. Così venne qua, accompagnata da un infermiere, e mi raccontò tutto. Mi disse che voleva provare ad amare ancora una volta ma che per farlo doveva abbandonare la promessa che aveva custodito per quasi tutta la sua vita. Le feci dire la promessa a questa pietra, che subito cambiò colore. Sono stati sposati un anno prima di morire. In casa di riposo tutti dicono che non avevano mai visto una coppia più felice. Ora dimmi. Quanto pesa la pietra che hai in mano?
- Non saprei, alcuni grammi.
- Per te. Subito dopo aver sussurrato la promessa, la pietra le cadde dalle mani da quanto pesava, e atterrò al suolo.
Spostò un tappetto da sotto i nostri piedi. Sul pavimento in legno, c’era come un foro, un solco. Feci una prova. La pietra entrava alla perfezione.
- In mano tua sono pochi grammi. Nelle sue era il peso di un’intera vita.
Restai ore a farmi raccontare la storia di ogni oggetto, animale, cosa, persona. La bottega, da semplice luogo di raccolta, era diventato un deposito delle emozioni dell’esistenza umana. E animale.
- Ma quindi, se io volessi, potrei prendere qualcosa da qui?
- Certo. Alcune cose abbandonate sono solo storie a metà. O idee, progetti, sogni. Puoi prenderle e proseguirle tu. Se vuoi un animale, solo i miei tre cani non si possono prendere. Il resto, se vuole venire con te, smette di essere abbandonato e diventa tuo compagno di viaggio.
Mi rimaneva solo una domanda.
- Perché fai tutto questo?
- Ma è ovvio. Secondo te perché nel fiore della mia età, mi sono trasferita qui, lontano da tutto e tutti?
- Non riesco ad immaginarlo.
- Perché anche io, sono una cosa abbandonata.
La salutai con un bacio sulla fronte. Fuori i tre cani smisero di fare la guardia alla mia macchina. Il viaggio di ritorno fu pesante il doppio rispetto quello dell’andata ma almeno non ero solo. Un gatto era entrato senza che me ne accorgessi e adesso dormiva nel sedile del passeggero al mio fianco. Aveva scelto lui di venire con me. Non era più abbandonato.