proprietarias

tintura di odio

Come tutti voi sapete è da un po’ di tempo che tingo i capelli di bianco, poi vai a capire le varie volte in cui la tinta viene fuori nelle più svariate tonalità del viola non so cosa succede.
Sapete pure che da più di un decennio ormai ho i capelli corti e me li taglio da sola, quindi son praticamente tornata dal parrucchiere solo da qualche mese a questa parte dopo anni di autonomia.
Avevo dimenticato che il momento dal parrucchiere è in uno spazio tempo particolare in cui anche se sei sordomuto puoi stare certo qualcuno si fa i cazzi tuoi e tu ti fai tranquillamente i suoi, fosse pure uno sconosciuto che non vedrai mai più.
Dal mio parrucchiere in verità sono una moltitudine.
La parrucchiera proprietaria dell'attività, un tre aiutanti donne di ogni foggia, misura e fattezza, una stagista adolescente e un parrucchiere.
Il parrucchiere è un ragazzo di cui stasera ho scoperto l'età mi ha scioccato.
Un ventinovenne che se pesa 130kg è dire poco, sudamericano, del Guatemala credo, vi dico pure che è gay anche se a voi non fa differenza (vero?), ma voglio che vi immaginiate questo tipo proprio così com'è e che ve lo immaginiate quando parla e cammina come una perfetta top model anni ‘90 e che ogni istante libero che ha lo impiega a farsi selfie.
Sto tipo ha incontrato la parrucchiera in sudamerica ed essendo lui un mago del parrucco lei lo ha convinto a seguirla in uno sperduto paesino tra le risaie e mo lui vive a casa della mamma di lei (che è morta, ma ha vissuto con lui per dieci anni) col suo compagno che sistematicamente lascia da solo per girare il mondo con le amiche.
Sto tipo parla in dialetto lombardo coll’accento sudamericano.
Io, quando parla, non ci capisco una mazza, ma stasera mi ha detto che una chiromante gli ha predetto la morte a trent'anni, quindi lui con nonchalance attende l'anno venturo come se nulla fosse.

In questa giungla (giungla) a me la tinta la fa una delle aiutanti, una ragazza di 23 anni, quindi giovanissima, con origini del sud e un nome ancora più del sud e che a mio avviso è davvero brava e chiacchierona.
E’ una fan di Rocky o meglio di Silvester Stallone.
E’ fidanzata con uno con cui va sistematicamente in crisi perchè lui anche se più grande sta laureandosi, ma lei invece vorrebbe sposarsi subito ed avere dei bambini.
La varietà del genere umano, vedete.
Immaginatevi lei a 23 anni mentre mi tinge i capelli e mi dice che vuole tanti pargoli e io quasi 35enne senza alcuno scopo nella vita se non la masturbazione e le canne.
Io sorrido perchè è tenera e forse non vota per la lega.

Questi erano almeno i suoi piani.
Stasera mentre mi toglieva dal casco mi si è avvicinata sussurrandomi nell'orecchio per chiedermi se l'azienda per cui lavoro aveva delle filiali all'estero e sì, le ha, ma come mai?
Voleva sapere se poteva far mandare un curriculum e io allora ho chiesto da chi per che cosa.
Il padre e il fratello lavorano per un'azienda che non li paga da mesi, in famiglia sono quattro figli e lei è la più grande, due vanno ancora a scuola e adesso vivono con il solo stipendio di lei.
Non pagano le bollette e chiedono prestiti alla banca, puoi capire, mi ha detto, che così non ti rialzi più.
E sorrideva e mi lavava i capelli.

Allora le ho dato i dati per mandare il curriculum da me che so potrebbero avere una minima possibilità, il fratello è giovanissimo, il padre un po’ meno.
Mi son fatta lasciare il numero, so che sta aprendo un'altra azienda simile a quella in cui lavoro e cercano personale e le ho detto che le farò avere tutto ciò che le serve.
E poi le ho detto che se il fratello vuole andare all'estero posso chiedere delle dritte ad amici che ho in Svizzera, anche solo se è per lavar piatti a Zurigo.

Lei mi ha ringraziato con la voce rotta dicendomi che ero molto buona e che non dovevo impegnarmi così tanto, ma come si fa?
Io lo so cosa cazzo vuol dire avere paura di non mangiare e sentirsi dire che andrà tutto bene.
No, non va tutto bene, non va tutto bene.
Essere senza un soldo e sentirsi dire dai “vedi che alla fine troverai qualcosa” è una fottutissima cazzata perchè nel frattempo le bollette le devi pagare, quando io stavo male così mi riempiva di odio sentirmi dire dalle persone “tanto ce la fai”.
Sì ce la faccio, ma dammela una mano cristo!
Dimmi qualcosa, fai qualcosa! Facile incoraggiare (la profezia dell'armadillo insegna) con la pancia piena.
Vedrai che andrà tutto bene.
Sì, è andato tutto bene perchè sono un cazzo di dio, ma non tutti siamo così.
Anche se non servirà a nulla io voglio cercare di aiutare e fare del mio possibile per evitare che tornino dalle banche a far debiti e ancora debiti.
E magari non potrò farci nulla, ma cosa ci stiamo a fare sennò?

E poi mi chiedo come minchia pretendono di risollevare la situazione a colpi di jobs act, buone scuole, supercazzole sti figli di papà incravattati seduti sulle loro poltrone lontane a guardarci con gli occhi perfidi e dirci che la crisi sta finendo e il pil si sta risollevando e il lavoro è aumentato.
Sti figli di industriali, banchieri, nipoti di vescovi, collusi con la mafia o mafiosi proprio, sti tipi che poi sono entrati in politica perchè tanto bisogno di lavorare non ne avevano e quindi non hanno passato i weekend a lavare piatti in un pub per potersi permettere la spesa della settimana, che cazzo ne sanno porcoddio.
Che cazzo ne sanno loro e dovrebbero decidere per me.
Ma andassero affanculo.

Qualche giorno fa a mia mamma hanno rubato il portafoglio.
Il giorno prima io mi sono scordata gli occhiali da sole in ufficio e il giorno dopo non c'erano più. Io lavoro in un posto con un certo prestigio.
Oggi mia mamma ha ritrovato il portafogli. Non glielo avevano rubato, le era cascato vicino al banco della frutta dove lei va sempre. La signora pakistana proprietaria del banco ha visto la foto nel documento e gliel'ha messo da parte, così oggi che mamma è tornata a fare la spesa lì glielo ha ridato. Ovviamente c'era tutto dentro. Non mancava un euro.
Io i miei occhiali non li ho ritrovati e non li ritroverò.
Quindi ricapitoliamo, nel mio ufficio dove lavorano tutti italiani che prendono uno stipendio decisamente ragguardevole mi hanno rubato un cazzo di paio di occhiali da sole.
Gli extracomunitari invece hanno ridato il portafoglio a mia madre.
Come si permettono?
Cosa pensano di ottenere a comportarsi da persone civili?
Dove pensano di stare? A casa loro? Andassero a restituire portafogli a casa loro, che qui noi mica siamo così. Che noi qui mica siamo un paese civile.

Intervista alla proprietaria de “La Bottega delle Cose Abbandonate”.

Vengo fatto accomodare in quella che dovrebbe essere una sala d’aspetto, allestita alla bella e buona in una stanza piena di animali liberi e ninnoli di ogni sorta, al piano terra di una cascina ad abbastanza chilometri da qualunque centro abitato. Nel parcheggio, tre cani enormi si mettono a difesa della mia macchina, con fare da guardia in una posa plastica di eterna fedeltà.
Francesca, questo il nome della signora di una certa età e autrice di tutto ciò, è vestita con diversi colori e materiali. Contro il freddo ha una coperta variopinta poggiata sulle spalle. I capelli grigi tendenti al miele sono un covo di fili di stoffa e bottoni in legno. Mi invita a sedere su una vecchia poltrona rossa, mi porge una coperta, spiega che non ha ancora avuto tempo di tagliare la legna per l’inverno ma che tanto la casa è così piena di abitanti pelosi e caldi che forse non avrà bisogno neppure di farlo. Non appena conclude infatti, vengo dolcemente assalito da una dozzina di cuccioli di varie dimensioni, due gatti belli grossi si appollaiano sullo schienale della poltrona e un incontro del tutto inaspettato, una volpe, decide di stendersi poco distante dai miei piedi, camuffata benissimo tra i cani non fosse per il colore rosso acceso.
- Tutti i giorni è così? - le chiedo estasiato da quello che vedo.
- In alcuni periodi di più, in altri di meno. Questa è la norma. - mi risponde con una voce dolce ma al tempo stesso rassegnata.
- Come è partita la Bottega delle Cose Abbandonate? Anzi no, prima di iniziare. Perché “Cose”? Mi sembra una brutta parola.
- La Bottega non è mai partita, semplicemente ad un certo punto era troppo tardi per dire di no. Riguardo alle cose. In questi anni mi è stato portato di tutto, che non potevo relegarlo ad un semplice settore: animali, oggetti, ricordi. Così ho pensato ad un generico “Cose“. Tutti abbiamo qualcosa, tutti siamo una cosa.
- Ma ci deve essere stato un inizio. Il primo ricordo legato a questo luogo.
- Era autunno, mi ero appena trasferita qua dentro. La cascina sembrava nuova e non diroccata come oggi. I miei capelli non erano cenere e non avevo ancora la nomea de La pazza della cascina dove la gente abbandona le cose. Ricordo che stavo tirando su le foglie in giardino quando alla radio fermarono la musica per dire che poco distante da qui, nel fondo di un pozzo, erano stati rinvenuti tre cuccioli di cane, abbandonati o gettati non si capiva, e che la situazione per loro era critica. Ero sola, ho pensato subito che mi avrebbe fatto comodo un po’ di compagnia così sono salita sulla mia Panda e mi sono precipitata sul luogo del ritrovamento. Erano tre sacchetti di latte dalla forma indefinita, non sembravano ancora cani. Li ho presi e tenuti con me e allattati notte e giorno finché non sono diventati, lo avrai visto, le colonne portanti di questo luogo.
Guardo fuori dalla finestra, i tre bestioni fieri nella loro posa più spavalda sono ancora attorno alla mia macchina.
- Quindi hai dato tu il via a tutto.
- Io ho accolto loro, poi poco alla volta, altro ha voluto farsi accogliere. La casa più vicina alla mia sta a 30 chilometri più o meno. Lì viveva un signore anziano, la sua unica compagnia erano svariati gatti. Un rapporto di simbiosi quasi. Un giorno l’anziano morì. I figli, che non avevano voglia di occuparsi della proprietà del padre, sbarrarono la porta di casa, chiusero le finestre e si dileguarono mettendo in vendita la casa, che resta tutt’ora invenduta. I gatti si ritrovarono senza un luogo dove stare. Così una mattina mi svegliarono i cani con il loro abbaiare, guardai fuori dalla finestra e in giardino c’erano da una parte i miei tre guardiani, immobili, e dall’altra undici gatti ordinati in attesa di un mio cenno. Sono uscita, li ho salutati e siccome anche loro erano stati abbandonati, ho deciso che potevano usare i miei spazi. Da quel momento in poi si deve essere diffusa la voce tra gli animali perché ogni giorno è arrivato un nuovo abitante.
- Sempre cani e gatti?
- Non sempre. Il ricordo più straziante è di questa cerva ferita da un cacciatore che entra in giardino in fin di vita. Aveva perso un sacco di sangue ed era visibilmente gravida. Non so come succedano queste cose, ma quando ti ritrovi davanti all’estremo, riesci a compiere azioni che mai pensavi avresti compiuto. Così l’ho aiutata a partorire e mi sono presa cura del cerbiatto finché lui ha voluto restare. Ricordo lo sguardo con la madre. Non voleva abbandondarlo, ma non aveva altra scelta.
- Inizialmente hai detto: animali, oggetti, ricordi. Cosa intendevi dire? Io qua vedo solo animali.
- Gli animali sono la cosa più evidente e viva. Ma se guardi bene, noterai anche tutto il resto.
Mi alzo dalla poltrona, girando piano per la stanza. Un’infinità di cimeli erano disposti alla rinfusa su ogni superficie. Piccole statuine in ceramica, pacchetti di sigarette. Una libreria stracolma di diari scritti a mano. Orologi fermi, fotografie di persone di tutte le etnie, una cesta piena di scarpe da bambini. Bambole, giocattoli. Biglietti da visita, cartoline, rullini non sviluppati, tazze rotte e una credenza piena di strane pietre luminose.
- È tua, tutta questa roba?
- Neanche uno di questi oggetti è mai stato inizialmente mio. È sempre arrivato qua perché qualcuno ad un certo punto, ha dovuto abbandonarlo.
- Cosa intendi con questo “abbandonare”? Le Cose Abbandonate, non sono forse volutamente perse? Non si cerca di dimenticarle?
- Qua ti sbagli. Abbandonare è un’azione totalmente diversa da dimenticare o perdere, o da “lasciare”. Dimenticare o perdere comporta una distrazione. Un voltarsi e smarrire qualcosa. Rinunciare senza consapevolezza. Abbandonare è un processo, quasi mai facile. Ogni oggetto che vedi è qua perché non si è più stati in grado di portarlo con sé.
Si alza dalla poltrona e viene verso di me. I gingilli tra i capelli emettono un tintinnio delicato, gli animali corrono sul posto appena lasciato per approfittare del calore della signora.
- Questo è stato il primo oggetto. Un ragazzo, non più che ventenne, un giorno arriva e me lo porge. Dice che non può più vivere ricordando quello che ha fatto per ottenerlo. Era questo orologio d’oro, vedi? Ha le lancette ancora ferme al momento in cui me lo ha consegnato.
- È molto bello, di sicuro di valore. Ti ha detto perché te lo stava consegnando?
- Era cresciuto sulla strada lui, non aveva mai conosciuto altro al di fuori di violenza e furti. Poi però aveva trovato lavoro presso un cantiere, un’esperienza nuova, guadagnarsi da vivere onestamente. Si recava ogni giorno puntuale ed era sempre l’ultimo ad andarsene. L’impresa edile andava bene, lavoro ce n’era e lui si trovava a suo agio. Il capo, forse perché non aveva mai avuto un figlio maschio, lo aveva preso sotto la sua ala e gli insegnava trucchi del mestiere sempre nuovi. La fame di conoscenza era senza limite e tra i due nacque un rapporto profondo, tanto che il capo gli offrì di andare a vivere nell’appartamento sotto al suo, senza chiedergli di pagare l’affitto. Il ragazzo andò e alcuni anni furono di grande quiete. Un giorno era da solo in casa del capo, era domenica e le spalle e le mani gli facevano male. Non sopportava più il doversi spaccare la schiena, voleva una soluzione facile. Certe abitudini del passato sono difficili da perdere, così fece una cosa che fino ad allora non aveva mai fatto: frugò nella casa del capo alla ricerca di valori. Trovò questo orologio d’oro. Ci ragionò su per parecchio tempo, senza sapere cosa fare, poi contattò una vecchia conoscenza per vedere quanto gli avrebbe fruttato. Il capo tornò a casa mentre lui era al telefono e sentì tutta la conversazione. Non urlò e non fece alcuna scenata. Aspettò che lui concludesse la telefonata e gli disse con molta calma che se lui non avrebbe cambiato modo di essere, avrebbe dovuto rinunciare al lavoro e alla casa. Ci fu una colluttazione. Il ragazzo scappò con l’orologio ancora in tasca e fuggì nella notte. La mattina era qua fuori con l’orologio in mano. Mi raccontò tutta la storia e concluse dicendo che non poteva portarlo più con se, che voleva tornare indietro ma per farlo doveva abbandonare ciò che era. Come con la cerva, senza sapere come mai, anche questa volta mi era chiaro quello che dovevo fare. Gli dissi di lasciare l’orologio sul tavolo, di abbandonarlo lì e di andare via e di non essere più la stessa persona di sempre. Lui si fidò di me.
- E il suo capo, sta bene?
- Dopo aver abbandonato l’orologio tornò da lui e chiese scusa. Lavorano ancora insieme. Il capo oramai è vecchio e tra poco andrà in pensione e lascerà al ragazzo tutta l’attività. Certe volte, dobbiamo abbandonare qualcosa per poter andare avanti. Lui doveva abbandonare la sua indole a cercare sempre la via facile.
- Ogni oggetto qua ha una storia simile?
- Ogni cosa qua ha una storia simile. Ogni diario in quella libreria è una persona che non riusciva più a sostenere il peso della sua memoria e l’ha abbandonata da me. Ogni fotografia che vedi, è un amore che doveva essere messo da parte. Tutto ha un costo. Non puoi nemmeno immaginare quanto può pesare il gesto dell’abbandono, ma quanto esso sia necessario.
- Non pensi che abbandonare sia una scelta facile?
Sospira, mentre apre la credenza contenente le pietre luminose.
- Pensi davvero che possa esserlo? - dice e mi pone in mano una pietra di piccole dimensioni, verde tendente giallo, tiepida, liscia.
- Non capisco. Cos’è?
- Si erano sposati che lei era ancora minorenne, però al tempo si faceva così, c’era la guerra e non si badava a queste cose. Lui appena più grande, lei diciassette. Lui partì e le scrisse ogni giorno. Le raccontò ogni cosa. Lei rispose sempre e ogni volta concludeva dicendo “ti aspetterò, dovessi tornare anche tra cent’anni”. Poi lui non tornò più. Finì ucciso. Lei lo capì perché le lettere smisero di arrivare. Però non smise di aspettare. Per quasi cento anni. Una donna longeva, non c’è che dire. In casa di riposo pensava ancora a quel suo marito morto in guerra ma poi conobbe un altro uomo, anche lui reso una tartaruga dalla vita. Non so se per demenza senile o altro, ma in lei scoccò qualcosa, come una scintilla. La stessa di quando aveva diciassette anni. Ma non sapeva come fare perché in lei giaceva ancora la vecchia promessa fatta al marito. Così venne qua, accompagnata da un infermiere, e mi raccontò tutto. Mi disse che voleva provare ad amare ancora una volta ma che per farlo doveva abbandonare la promessa che aveva custodito per quasi tutta la sua vita. Le feci dire la promessa a questa pietra, che subito cambiò colore. Sono stati sposati un anno prima di morire. In casa di riposo tutti dicono che non avevano mai visto una coppia più felice. Ora dimmi. Quanto pesa la pietra che hai in mano?
- Non saprei, alcuni grammi.
- Per te. Subito dopo aver sussurrato la promessa, la pietra le cadde dalle mani da quanto pesava, e atterrò al suolo.
Spostò un tappetto da sotto i nostri piedi. Sul pavimento in legno, c’era come un foro, un solco. Feci una prova. La pietra entrava alla perfezione.
- In mano tua sono pochi grammi. Nelle sue era il peso di un’intera vita.
Restai ore a farmi raccontare la storia di ogni oggetto, animale, cosa, persona. La bottega, da semplice luogo di raccolta, era diventato un deposito delle emozioni dell’esistenza umana. E animale.
- Ma quindi, se io volessi, potrei prendere qualcosa da qui?
- Certo. Alcune cose abbandonate sono solo storie a metà. O idee, progetti, sogni. Puoi prenderle e proseguirle tu. Se vuoi un animale, solo i miei tre cani non si possono prendere. Il resto, se vuole venire con te, smette di essere abbandonato e diventa tuo compagno di viaggio.
Mi rimaneva solo una domanda.
- Perché fai tutto questo?
- Ma è ovvio. Secondo te perché nel fiore della mia età, mi sono trasferita qui, lontano da tutto e tutti?
- Non riesco ad immaginarlo.
- Perché anche io, sono una cosa abbandonata.
La salutai con un bacio sulla fronte. Fuori i tre cani smisero di fare la guardia alla mia macchina. Il viaggio di ritorno fu pesante il doppio rispetto quello dell’andata ma almeno non ero solo. Un gatto era entrato senza che me ne accorgessi e adesso dormiva nel sedile del passeggero al mio fianco. Aveva scelto lui di venire con me. Non era più abbandonato.

Anche se la correlazione “radiazioni telefoniche / tumore al cervello” non è stata nella sua scientifica totalità ancora dimostrata, è buon abitudine, in previsione di lunghe conversazioni al cellulare, l'utilizzo di dispositivi Bluetooth, cuffie con microfono incorporato o addirittura ricorrere all'altoparlante.
Ciò però non è da considerarsi valido se è lunedì mattina, sei una signora proprietaria di una voce decisamente altisonante, sei sui mezzi pubblici e stai urlando da venti minuti ogni fottuto particolare del tuo merda di fine settimana.
In tal caso, il presunto rischio malattia si tramuterà in certezza di ricevere una sberla non appena mi alzo se non chiudi quella cazzo di fogna.
—  Ricerca pubblicata dalla stimabile Columbia Pidgeonian University, Breeanza, WTF - USA.

Con un tipo, entriamo in una cioccolateria.
Ordiniamo due cioccolate calde, la proprietaria ci chiede se vogliamo anche la panna.

Lui: No, niente panna.
Io: Per me sì, grazie.
Lui: Eh, sai altrimenti troppe calorie..
Io: Ovvio! Scusami, ora vado a piangere in bagno..

Era il tempo della cresima, di lì a poco io e i miei amici si sarebbe diventati “soldati di Cristo”, il vescovo ci avrebbe marchiati con un segno che nel mondo dello spirito sarebbe rimasto indelebile: con il pollice unto di un olio miracoloso avrebbe tracciato una croce sulla nostra fronte, poi ci avrebbero cinto la testa con una fascia bianca e noi ci saremmo sentiti come pellerossa, fieri e invincibili.
Qualche giorno prima dell'ingaggio nelle schiere dei giusti, fui mandato dal barbiere e in quel covo maschile, mentre stavo seduto in attesa, notai per terra accanto ai miei piedi la pagina strappata di un giornale di foto.
Fu lì che mi apparve la Fica.
No, non sto parlando in senso lato, sto parlando proprio di una fica col suo bel cespuglietto di pelo come poteva essere una fica negli anni ‘60. In una foto accanto si poteva notare la signora proprietaria dell'organo di cui sopra. Era, come potrei dire? Irredimibilmente bella.
Fu in quel mentre di confuso turbamento che entrò la mamma di Robertino che conduceva il piccolo a tosare, le bastarono 10 secondi per individuare il Male. Captò l'oggetto tramite una sonda speciale che ogni buon bigotto possiede all'altezza dello scandalo, proprio sotto il cervelletto, si avventò sull'obbrobrio e l'accartocciò con inaspettata rapidità; inveì poi contro quel covo di porci e rivolta a me, lo sguardo non parallelo e le paffute gote del colore della 500 di mio padre, mi urlò in faccia sputazzando assai: “Questa roba è Sàtana!!” E dopo il doppio punto esclamativo, portò fuori il doppio mento, conducendo il figlioletto dalla concorrenza.
Di lì a qualche giorno, nel cerimoniale incomprensibile della cresima, il vescovo ci rivolse la seguente domanda, a suo avviso retorica: “Rinunci a Sàtana?”
Tutti, da cerimoniale, dissero: “Rinuncio!” Io, dissi: “Rinuncio?”. Da quel giorno il vescovo non mi parve più così infallibile. Quel giorno capii che la vita è irredimibile.

natalino balasso

ilfoglio.it
Xylella e “post-truth justice”: le opinioni dei pm contano più dei fatti
Per la magistratura italiana il batterio non è arrivato ma ce l’hanno portato, la malattia l’hanno diffusa gli scienziati, dietro ci sono i poteri forti. Nuova proroga, nuovo filone d’indagine, niente prove.

 la Xylella non c’entra niente, dietro ci sono i poteri forti perché una multinazionale è proprietaria di una società che si chiama con l’anagramma di Xylella, Alellyx. Su queste basi la procura di Lecce ha bloccato il piano di contenimento del batterio, messo sotto indagine dieci ricercatori e funzionari con l’accusa di diffusione colposa di malattia delle piante, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose, distruzione di bellezze naturali.