proprietarias

La sua voglia di vedermi, di stare con me, era diversa da quella di ogni altra persona.
Lui non voleva uscire, lui voleva uscire con me.
Lui non voleva ridere, lui voleva ridere con me.
Lui non voleva un abbraccio, lui voleva un mio abbraccio.
Lui voleva vedermi e stare con me, come non voleva vedere e stare con nessun altro.
Erano sentimenti miei. Solo miei.
Non potevano essere indirizzati a nessun altro.
Certe sue parole, certi suoi sguardi, certi suoi pensieri nascevano per me, vivevano per me e morivano per me, solo per me.
Non m'era mai capitato prima di allora e forse mai con nessun'altro essere umano capiterà più:
essere la proprietaria di un pezzo di cuore che non dovrebbe essere tuo, ma che in realtà lo è.
—  Zoe.

Io che capisco perfettamente le linee temporali e gli intrecci di Dark ma non sono fisionomista manco per il cazzo e mi devo far spiegare ogni due minuti chi sia il poliziotto, lo psicologo, il bullo, lo spacciatore, la fedifraga, la proprietaria dell’albergo, la manager e tutti gli adolescenti problematici.

Martedì pomeriggio guidavo su una strada provinciale che vomita macchine tutto il giorno e, all’improvviso, vedo un cagnolino bianco, terrorizzato, che cammina sulla riga di mezzeria e cerca disperatamente di non essere investito.
Nessuno si ferma. Tutti cercano di schivarlo. Prende una macchinata ma si rialza e continua ad andare. Anche la macchina che l’ha urtato se ne va.
Guardo l’orologio perchè sono le tre e mezza e io alle diciassette ho un appuntamento. Spero che qualcuno si fermi. Nessuno.
Mi girano i maroni, fermo la macchina bloccando il traffico, scendo, rincorro il cagnolino, lo porto in macchina.
Sporco, malandato, spaventato, si rannicchia sotto al sedile.
Da quel momento inizierà un’odissea che mi rimbalzerà tra telefonate, vigili che non mi aprono la porta perché “non è orario di ufficio”, carabinieri che mi dicono che non possono fare niente ma possono chiamare i vigili per fargli aprire la porta, vigili che rispondono ai carabinieri che non è orario di ufficio e loro la porta non la aprono.
E’ trascorsa un’ora, del cane non ne vuole sapere nessuno e io me lo tengo in braccio pensando che non posso portarlo a casa.
Finalmente mi indirizzano verso una clinica veterinaria che “probabilmente se ne occuperà”.
Arriviamo in clinica, lo appoggio in terra per andare a lavarmi le mani mentre aspetto il mio turno: mi segue come se fossi sua madre e si siede accanto ai miei piedi.
Sono in ritardo pazzesco.
Mi vedo costretta a suonare il campanello perché nessuno mi caga e questa sì, dopo una rapida valutazione, mi sembra un’emergenza.
La veterinaria compila i moduli e intanto il cagnolino rimane sotto alla mia sedia. Mi viene un po’ da piangere.
Mi chiede il numero di cellulare. Il cagnolino ha il microchip e la proprietaria abita poco distante. 
Mi ringrazia e mi dice di non preoccuparmi, che ho fatto una bella cosa e che ci pensano loro a rintracciare la signora. Faccio per andarmene ma mi segue e mortaccisua se non ho pensato di portarmelo a casa.
Corro al mio appuntamento e arriverò tardi.

Sono trascorsi tre giorni. Ho chiamato la clinica per sapere se è tornato a casa.

Sì.

Chiudo la telefonata sorridendo e mi viene in mente che avevo lasciato il numero di cellulare. Magari un grazie da parte della padrona non ci stava poi tanto male. Secondo me, che vivo nella terra degli unicorni e degli arcobaleni.

Ciao sacco di pulci!

Cerco casa su subito.it

Mi sveglio perché qualcuno accanto a me mi chiede ma sei vivo? Sembravi morto, e io penso ma come cazzo ti permetti di dirmi come devo dormire. 
È l’alba e io esco di casa per non pensare. C’è un’edicola che apre, un cane che cammina da solo, quelli con le tute arancioni che spazzano via le cartacce dal marciapiede, su una panchina un senzatetto morto che sembra dormire.
Adesso è quasi notte e io devo tornare a casa. Ci vivo da due settimane e la voglio già cambiare. Mi fermo lì davanti al portone e mi lascio inghiottire dalla malinconia. Undici gradini che non ho più voglia di fare e un posto che non ho più voglia di vedere. 
Come tutte le case nuove che voglio. 

Vedo questo annuncio di questa casa meravigliosa, è un bilocale al primo piano e ha un balcone, un letto a soppalco e delle pareti bianchissime. Poi c’è un punto particolare che ad una certa ora del mattino viene completamente investito da dei raggi del sole fortissimi, come se qualcuno gli stesse puntando contro un’immensa lente d’ingrandimento quasi per dargli fuoco, come ci facevano fare da piccoli. Un punto bianchissimo, perfetto, luminoso, confortevole.
Parlo con la proprietaria, voglio settecento ottocento novecento euro al giorno, c’è il box auto e il riscaldamento autonomo. Perfetto, dico io, e poi si sa che a Roma gli affitti costano un sacco. 
Mi dà le chiavi, e con il resto dei novecento euro del primo giorno ci compro un martello sporco. Entro in casa e colpisco forte quel punto così bianco e così luminoso. Adesso è un bilocale al primo piano che ho già rovinato. 
Come tutte le cose nuove che voglio.

spulciando su air bnb alla ricerca di un bel posticino dove sostare ad agosto per girarsi la Toscana, mi sono imbattuta in un castello (!) di proprietà dei Borgia (!!), con le torri merlate e gli interni affrescati (!!!), e la terrazza che affaccia direttamente sul lago dinanzi al quale sorge l'intera struttura (!!!!) - il tutto per solo novecento e rotti euro a notte!!!!! escluse le spese di servizio e pulizia!!!!!!

ah già sono povera.
però appena divento ricca, giuro che la prima cosa che faccio è prenotare lì. e poi barricarmi dentro, non far entrare più nessuno, men che meno la proprietaria, e vivere nel castello affrescato dei Borgia pesssempre.

Ieri mi hanno portato a vedere la casa ristrutturata della vicina. In realtà la vicina non c’è più, ma c’è un’altra famiglia. Mia madre ha cercato di spiegarmi Ma come sono i parenti di quello e di quell’altro, ma ovviamente non la stavo ascoltando e riuscivo solo a pensare alla mozzarella in carrozza come mezzo per sconfiggere il male. La casa è onestamente bruttina. Un po’ quelle cose fatte per risultare current ma in realtà sono vecchissime e poi la nuova proprietaria continuava a ripetere open space come un prete durante un esorcismo. Non c’è cosa che odi di più in una casa dei mobili istituzionali. Per me la mobilia istituzionale è quella solida, enorme, degli anni 80-90. Quella presa al mobilificio del paese e che di solito presenta delle vetrinette. Le vetrinette hanno rovinato il nostro paese. Le credenze e gli armadi hanno spento le nostre anime. Ora, don’t get me wrong: non è che io preferisca lo stile minimalista tutto acciaio o nero con un solo gancio in tutta la casa per mettere i vestiti. Però questi cadaveri della borghesia del vecchio millennio mi spaventano, mi mettono tristezza. Così come lo shabby chic (gli annaffiatoi inutilizzati sui terrazzi mi angosciano) e i divani poco pratici. Il divano è sorgente di vita, non puoi mettermi un coso di cortesia di pelle o di raso della larghezza di venti centimetri. 

Stavo per uscire e mi sono girato verso il camino.

Ho alzato lo sguardo.

UN CROCIFISSO GIGANTE. Giuro, non ne ho mai visto uno così grande in un’abitazione privata. Gesù in croce mi guardava, mai giudicava. Ho cominciato a sudare e ho fatto una corsa sul terrazzo. Mi sono appeso ai fili per stendere i panni e ho cominciato a recitare tutte le battute del film “Favola” con una giovane ed energica Ambra Angiolini.

Cara Vocina del cazzo che continui ad assillare il mio cervello, ti sarei grata se smettessi una volta tanto di mettere in scena cose che non esistono, ne’ mai potranno accadere. Lo so che la cosa ti diverte tanto ma ci si sente davvero uno schifo a sperare continuamente, contro ogni razionalità, ciò che è impossibile che accada. Te lo chiedo davvero in ginocchio perché sono esausta di credere come una stupida alle menzogne e ai sogni. Non prenderti gioco dei miei pensieri ed esci dalla mia testa che ha solo bisogno di stabilità, tranquillità. L’intelligenza è l’unica cosa che di buono ho (credo) e sarei felice se la lasciassi in pace…

Tanti cari saluti 😘

La proprietaria della tua dimora ♥️

[INFO] La proprietaria di Curry (il gatto presente nel video di Serendipity) ha scritto un post sul suo blog riguardo Jimin e Curry

“‘Ha Curry, il gatto che è apparso nel video musicale di Jimin dei BTS’

Ha…
Mi prendo cura di diversi gatti e capita che cose del genere succedano.
Un’occasione davvero felice!
Il nostro maknae Curry è comparso nel video musicale di Jimin dei BTS per la loro nuova canzone. 
È il gatto che è tra le braccia di Jimin <3
Come è potuto succedere al nostro Curry? T_T
Penso di sapere come si senta una mamma quando vede i suoi figli crescere bene…
I tempi di attesa [tra le varie scene da girare] erano abbastanza lunghi. 
Jimin ha continuato a coccolare Curry, si è preso cura di lei ed è stato il primo a prendere l’iniziativa e ad avvicinarsi, preoccupato che la gatta si sarebbe potuto sentirsi a disagio o spaventata in un ambiente così poco familiare.
Sono molto grata a Jimin, ne sono commossa.
Ad essere onesti, anche se sapevo chi fossero i BTS anche prima (solo perché i clienti stranieri che visitano la nostra pensione parlano sempre di come i BTS siano il loro gruppo preferito), mi sono presa del tempo per ascoltare alcune delle loro canzoni solo grazie a quello che è successo di recente [N/B: si riferisce al video musicale].
E visto che sono una persona con una certa età, mi sono sempre piaciuti i Seo Taiji and Boys fin da quando facevo le elementari T_T 
Ho sentito che i BTS si sarebbero esibiti con Seo Taiji nel suo ultimo concerto e ho capito che Curry ha avuto davvero successo.
Curry è il cucciolo maknae della nostra SooSoo che è venuta da me già incinta.
Dei 10 cuccioli Curry è la nona quindi era davvero debole ed è quasi morta dopo essere nata. Sono scioccata di vedere che è cresciuta così in salute e che è persino apparsa in un video musicale.
Ne sono ancora più commossa in quanto mamma.
Anche i gatti randagi possono essere belli.”

Traduzione a cura di Bangtan Italian Channel Subs (©lynch) | Trans ©rosoidae

Resoconto degli auguri di Natale ricevuti

- Immagine di Gesù e un cuore, senza nessun tipo di testo in allegato.
- Video di Celine Dion che canta una roba natalizia, senza nessun tipo di testo in allegato.
- “Buon Natale a te e famiglia” “Grazie anche a te e famiglia” da gente segnata come Tizia Passaggio o Collega Laboratorio o Baffetto o Tizio Libro.
- “Buon Natale Valeeeeeeee, come va?” da un numero non salvato in rubrica (che poi, dopo venti minuti, ho capito chi fosse la proprietaria e ho rimediato al mio errore passato, bloccandola immediatamente).
- Un messaggio di auguri talmente preimpostato e inviato uguale a catena all’intera rubrica, che mi aspettavo, alla fine, un “e buon 2013 in arrivo!”.
- Uno schifosissimo messaggio natalizio in cui le parole sono state sostituite da emoticon.

Dalla vergogna, il cellulare ha fatto un volo e il vetrino si è rotto completamente.
Il vetrino applicato sopra lo schermo, eh.
Almeno una cosa non troppo negativa…

…e buone feste a voi e famiglia!

Gli ultimi Jedi: trailer, poster e biglietti in prevendita

L’attesa per vedere il film in sala è ancora lunga, ma si può cominciare a intravedere la luce in fondo al tunnel…

Vediamo cosa ci attende (incrociando le dita) la settimana prossima.

Trailer:


Mark Hamill ha twittato, quasi un mese fa, di fare attenzione all’intervallo di  Monday Night Football sulla tv via cavo ESPN (di cui Disney è proprietaria). Questo tweet è stato cancellato, ma è un po’ opinione diffusa che sia realmente la data di pubblicazione del primo, vero trailer per Gli ultimi Jedi.
Il programma sportivo inizia alle 8:30 p.m. Eastern e ha una durata di circa 3-4 ore. In Italia sarà notte fonda, ma non dimenticatevi di guardare YouTube la mattina di martedì 10 Ottobre!!!


Poster:
Sia il poster cinematografico de Il Risveglio della Forza sia quello di Rogue One sono stati pubblicati il giorno prima dell’uscita del trailer. 
Se tutto va bene tra domenica 8 e lunedì 9 (fuso orario permettendo) potremmo vedere il nuovo poster!


Prevendita al cinema: 
Per Il Risveglio della Forza i biglietti sono stati disponibili per la prevendita il giorno dell’uscita del primo trailer, il 19 Ottobre 2015. Lunedì prossimo sarà quindi già possibile acquistarli?

Se tutte queste congetture sono corrette l’inizio di settimana prossima potrebbe avere molte novità in serbo per tutti i fans di Star Wars.

Tenetevi forte alle vostre tastiere e ai vostri cellulari! 

Tra un po’ vado dalla parrucchiera e mi sono truccata un po’ perché in quel posto, da quando ci lavora pure il figlio della proprietaria, ti squadrano dalla testa ai piedi e siccome l’ultima volta che mi sono fatta sistemare il testone risale a 6 mesi fa, vi lascio immaginare lo stato pietoso dei miei capelli post estate. Stavolta mi sono salvata sul cell delle foto di un nuovo colore di capelli e ho già trovato le parole per farmi spiegare al meglio sul taglio che vorrei avere.

Questo Natale l’ho trascorso a casa, pure la vigilia ed anche Santo Stefano. Di voglia di vivere in casa mia ultimamente ce n’è zero. Di voglia di riposarsi, invece, 10mila. Mamma alla vigilia ha preparato il brodo con i tortellini, insomma, tutto a base di carne come da (NON) tradizione, e abbiamo mangiato così tanto che la notte di Natale l’abbiamo trascorsa in bianco, facendo a turno in cucina per stracannarci tutta l’acqua che avevamo in casa. E’ stato bello lo stesso, nonostante tutto.

P., invece, l’ho visto il 25 pomeriggio e mentre lui faceva la nanna io ho guardato una puntata e mezzo di The Crown, una serie tv che mi sta intrippando da morire. Lui è sempre così carino e gentile con me. Quando ci baciamo a volte mi lecca in faccia, come se fosse un cane ed io faccio sempre la faccia schifata. Però lui non lo sa, ma quando fa così mi piace tanto tanto. Con lui trascorrerò il 31 da qualche parte, ceneremo a casa sua e ci faremo gli auguri in una qualche piazza da qualche parte. La cosa un po’ mi inquieta per il freddo più che altro, e per il fatto che il mio capodanno perfetto, con l’umore che mi ritrovo, quest’anno, sarebbe quello di trascorrerlo a letto guardando qualche film carino.

Ultimamente sono un po’ scema e distratta. Mi sto rendendo conto di fare pasticci su pasticci. La ciliegina sulla torta l’ho messa proprio ieri, quando mi sono presentata in piscina alle 19 con madre, convinta di aver prenotato proprio per le h.19 quando in realtà avevo prenotato, per entrambe, la lezione delle 13. Figura di merda immensa. Penso di aver toccato il fondo dopo ieri.

Note a margine (da non leggere)

Oggi, alle tre e cinquantasei postmeridiane ho raggiunto casa mia e scartato il pacco contenente la Reliquia Sacra che da anni aspettavo di leggere.

Non ho fatto caso alle notizie scritte sui giornali che facevano da involucro al libro, le ho stracciate senza notare a quale quotidiano appartenessero.

Ogni libro ha un odore a sé e questo sa di caramello e primavera.

Sfogliandolo ho scoperto che è appartenuto ad una ragazza; lo ha scribacchiato di note a matita e appunti qui e lì e questo fatto mi ha emozionata un sacco.

Della ex proprietaria di questo libro ho capito che:

  1. come me amava gli iris (vedi cerchi e cuoricini attorno al qui menzionato termine);
  2. come me era una maledetta pigna in culo (vedi commenti vari, correzioni grammaticali inerenti a congiuntivi mancati ed errori morfologici);
  3. come me si sentiva sola e incompresa;
  4. come me era patetica e incoerente;
  5. sapeva ballare il tango e lo riteneva la danza della vita (contrariamente a ciò che M.T. fa intendere sia).

Chissà per quale motivo ha venduto questo libro ad un mercatino dell'usato.

Non so rispondermi, davvero. A giudicare dalle varie annotazioni parrebbe le sia piaciuto parecchio.

Chissà.

CREEPY STORIES
- L’unico per te

Ero un ragazzo normale, come tutti gli altri. Uscivo con i miei amici, spesso dovevo stare a casa a badare ai miei fratelli, ma non mi dispiaceva aiutare la famiglia. Andavo a scuola fino un paio di anni fa, voti nella media, non mi è mai importato troppo. Come tutti i miei coetanei, la cosa che preferivo fare era uscire e non fare assolutamente niente di costruttivo. Le mie giornate si dividevano tra studio, videogiochi, uscite con gli amici… Davvero, ero normale, possiamo dire quasi banale. Poi, accadde. Ricordo che mi ero collegato a Facebook per chiedere una cosa a un mio amico, ma non lo trovai in linea. Così, per passare il tempo, frugai un po’ nei profili dei miei compagni. E fu in una delle loro foto che la vidi.

La creatura più bella del mondo. Non so cosa mi prese, era solo una foto, ma mi sembrò che il tempo e il mio cuore si fossero fermati osservandola. Non trovai alcun nome tra le tag. Anzi, sfortunato come mio solito, il suo volto era l'unico senza nome. Compariva in poche altre foto e io non riuscivo a smettere di guardarle. Non so ancora come spiegarlo, ma decisi che dovevo scoprire chi fosse. Se solo si fosse collegato l'amico a cui appartenevano le foto, avrei potuto domandarglielo. In campo di conquiste, ero abbastanza sfacciato. Ma qualcosa in me mi diceva di non aspettare, di provare in tutti i modi a scoprirne l'identità. Così, cliccai sui nomi delle persone raffigurate in quelle foto e cominciai a cercare instancabilmente tra i loro contatti qualcuna che somigliasse a lei. I primi tentativi andarono a vuoto, poiché alcuni avevano la lista amici privata. Arrivato all'ultimo nome, ero alquanto scoraggiato. Nessuna traccia di lei. Forse nemmeno aveva un contatto Facebook, il che avrebbe spiegato perché il suo nome non comparisse nella foto.

Poi, aprendo l'ultimo profilo disponibile, vidi l'immagine di due ragazze abbracciate e sorridenti. Quella di sinistra era la proprietaria del profilo. L'altra, era lei. E sembrava ancora più bella che nelle foto precedenti. Ma, purtroppo, ancora nessun nome. Aprii l'album a cui apparteneva quella fotografia e presi a sfogliarlo. Lei compariva quasi ovunque, sempre più perfetta. Notai che sullo sfondo di quasi tutte le immagini si leggeva l'insegna di un famoso locale del centro, mentre le altre parevano essere scattate proprio all'interno del pub. Probabilmente ne era un'assidua frequentatrice. Mi sentii sollevato; non sapevo il suo nome, ma sapevo che avrei potuto incontrarla lì. No, non pensai nemmeno per un secondo che tutto ciò fosse assurdo. Sono sicuro anche adesso che ciò che ho provato la prima volta che l'ho vista fosse amore. Pazzesco, no? Se me lo avessero raccontato, anche solo due giorni prima, mai l'avrei creduto. Comunque, decisi che mi sarei recato ogni sera in quel locale. Dovevo scoprire più cose possibili su di lei, la ragazza perfetta, prima di potermi avvicinare e parlarle. Il desiderio di vederla dal vivo si faceva sempre più insistente. Ormai avevo stampato e osservato tutte le foto in cui compariva almeno un migliaio di volte.

Poche sere dopo, dunque, mi decisi ed uscii, disposto a cercarla anche per tutta la notte. L'avrei riconosciuta dal vivo? Spesso si appare diversi nelle foto. Magari mi sarebbe passata davanti e non avrei capito che fosse proprio lei. Comunque, la prima sera fui subito fortunato. La vidi non appena entrai. Era seduta al bancone, su di uno sgabello e sorseggiava un cocktail colorato. Parlava con il barista e rideva. Io mi bloccai in mezzo alla stanza, quasi senza rendermi conto delle persone che mi superavano o osservavano. Mi sedetti ad un tavolo non troppo lontano da dove si trovava lei, ordinai da bere e, fingendo di scrivere sul telefono, non le staccai gli occhi di dosso per tutta la sera. Quando il locale cominciò a svuotarsi, poi, riuscii anche a sentire il suono della sua voce; dolce, melodioso, sembrava completare l'immagine perfetta di lei.
Ci tornai ogni sera per circa una settimana, accontentandomi di sedermi e osservarla. Memorizzavo i suoi vestiti, la immaginavo abbinarli in modo diverso, la vedevo indecisa su come pettinarsi e cosa indossare e, per un po’, mi bastava così. Ma, presto, le cose cambiarono. Non era più sufficiente guardarla per poche ore dopo cena, senza poterle parlare. Volevo sapere tutto di lei, volevo tutto, volevo averla solo per me. Ero ossessionato da lei, da quello che immaginavo fosse il suo profumo, dal suo sorriso, dalla sua risata così dolce. Non provavo più interesse per quelle attività che fino poco tempo prima erano la mia routine. Non mi attraevano più le altre. In ogni ragazza che incontravo, cercavo un particolare che mi ricordasse lei, la mia lei. Ero sicuro che sarebbe stata mia. Era ovvio, doveva essere mia. C'era un solo dettaglio: lei non aveva idea del fatto che io la amassi. La prima mossa spettava a me.

Quella sera decisi che l'avrei avvicinata, era giunta l'ora. Mi agghindai per bene, non volevo sfigurare nei suoi confronti. Passai diverse ore in bagno e davanti allo specchio, finché non ritenni di essere abbastanza presentabile per lei. Fuori dal pub, di fronte a quella porta di legno, sentivo il cuore battermi in gola. Non ero mai stato così emozionato, prima d'ora. Aprii la porta con le mani tremanti ed entrai. Lei era seduta al solito posto, circondata da un gruppo di persone. Amici, supposi; riconobbi la ragazza che era nella foto insieme a lei. Non sarei riuscito ad avvicinarla con tutta quella gente attorno. Mi misi in disparte e attesi. L'avevo osservata così a lungo nelle settimane precedenti che sapevo che si sarebbe allontanata da loro da sola, per andare in bagno o uscire a fumare. Dovevo solo aspettare. L'emozione faceva si che il tempo sembrasse scorrere al rallentatore. Credevo fosse passata un'ora, invece erano poco più di dieci minuti e io mi stavo agitando troppo. Finalmente la vidi alzarsi e dirigersi verso la porta. Presi un respiro profondo e mi avvicinai.
-Ciao, posso parlarti?- le domandai, sfiorandole un braccio. Lei si voltò, con un'espressione incuriosita sul viso.
-Scusa, ci conosciamo?- fu la risposta.
-In effetti, no…- le dissi io. -Ma io ti trovo bellissima e mi chiedevo… Mi chiedevo se volessi bere qualcosa insieme a me, stasera.- Ecco, l'avevo fatto.
-Ah. Temo non sia possibile. Vedi, io sono già impegnata.- con un cenno della mano, indicò il barista.
-Quindi, beh… Scusa.- e se ne andò.

Io tornai a casa in una specie di stato di trance. Non era previsto che mi rifiutasse. Non doveva farlo. Mi sentii crollare il mondo addosso. Tutto ciò che avevo progettato in quelle settimane si era sfaldato con una sola frase. Quel “sono già impegnata” mi riecheggiava nelle orecchie in continuazione, in un loop infinito. La immaginavo lì, seduta al bancone, intenta a ridere e scherzare con il suo fidanzato. Li visualizzavo insieme. Li vedevo baciarsi, accarezzarsi, fare tutto ciò che avrei voluto fare io con lei. Ero ormai giunto nella mia stanza e questi flash affollavano la mia mente. Scoppiai in lacrime, fissando una delle tante foto che avevo accuratamente attaccato ala parete. Io la amavo. No, non era giusto che lei non stesse con me! Cominciai a prendere a pugni il muro, ferendomi le nocche. Così facendo, riuscii a calmarmi. Forse non mi sono posto nel modo giusto. Devo tornare da lei e dirle esattamente cosa provo. Allora sì che non potrà non essere mia. Accarezzai dolcemente una delle foto sulla parete e sussurrai:
-Sì, sarai felice con me.

Questo è quel che è successo nei giorni scorsi. Ed è per lei che mi ritrovo qui, fuori dal solito pub, da solo, in attesa che lei esca. Stavolta la coglierò di sorpresa. Sto qui, nascosto in una svolta del vicolo, osservando la porticina laterale. Durante le sere passate, ho capito che i clienti normali escono dal portone principale, mentre i baristi, le cameriere e la mia donna preferiscono usare un'uscita secondaria. Sento la porta aprirsi molte volte, ma non è mai lei. Sono fiducioso, so che prima o poi uscirà per fumare. Lo ha fatto ogni sera. Sento lo scricchiolio della porta per l'ennesima volta e, con immensa gioia, è lei, ed è sola! Mi avvicino velocemente a lei, dal suo sguardo capisco che mi ha riconosciuto, ma non proferisce parola.
-Sei perdonata.
-Come, scusa?
-Ti perdono per ieri sera, non sapevi cosa facevi quando mi hai detto di no! Sono qui per darti un'altra occasione, amore mio.
-Non credo di capire…
-Non capisci? Io ti amo! Io sono quello giusto per te! Non lui, no. Lui è feccia, è spazzatura. Tu sei nata per essere solo mia, non capisci? Io ti bramo, ti desidero troppo per vederti in mano altrui, amore mio!
Lei mi guarda come se fossi pazzo. È così bella…
-Io sono quello giusto! Io sono quello che dev'essere il tuo unico amore, io e solo io! E quando te ne accorgerai, capirai di voler essere esclusivamente mia, vorrai essere solo di mia proprietà. Schiferai ogni ammorbante tocco altrui. Basterò io per far girare il tuo mondo! E quando ciò si avvererà, vivremo finalmente una lunga vita felice, per sempre e quando da vecchi moriremo, i nostri corpi si uniranno e le nostre anime si crogioleranno ancor di più nel loro amore puro, saremo assieme anche da morti. Ti amo!- le sfioro una guancia e faccio per avvicinarmi, ma lei mi allontana con uno spintone. Sento salire lentamente la rabbia. Come può rifiutarmi ancora?
-Senti, ti ho già detto che sono fidanzata e…- in quel momento, la porticina si apre ed esce il barista.
-Amore, dove eri sparita?- le domanda. La abbraccia e le da un bacio sulla testa, proprio davanti a me.
-E lui chi è?- domanda, indicandomi.
Lei fa una faccia strana e risponde:
-Nessuno, rientriamo.

Nessuno… Io non sono nessuno, io sono il tuo unico amore! Tiro fuori dalla tasca dei jeans il mio coltellino, quello che porto sempre dietro per sicurezza e lo pianto nella schiena di lui. Una volta, due, poi lo giro e lo conficco nello stomaco. Lo estraggo, lasciando il ragazzo agonizzante in terra, e mi getto su di lei. La attacco al muro e le sfioro il corpo con il coltello, fino ad arrivare al volto. Le taglio per sbaglio una guancia, niente di troppo profondo. Mi avvicino e le bacio via il sangue. Lei sembra svegliarsi da una specie di torpore e mi da uno spintone, facendomi cadere il coltello a terra e prova a rientrare nel locale per chiedere aiuto. La afferro da dietro e riesco a stordirla con un colpo in testa.
-N-no, cos'ho fatto? Amore mio, scusami!- provo a rianimarla con dei colpetti sul viso, la voce mi trema.
No, non posso permetterle di chiamare qualcuno, non posso lasciarla qui, finirei in galera! Decido quindi di trascinarla fino alla mia macchina e di portarla a casa mia, nella mia stanza.

Una volta arrivati, la sistemo su una sedia e le lego mani e piedi, per non farla fuggire. L'ho portata nella mia camera, così vedrà quanto la amo. Ci sono sue foto ovunque, ingrandite e non, su alcune ho anche scritto “Ti amo”. Non potrà di certo avere dei dubbi, adesso che non è più fidanzata con nessuno! Oh, ma si sta svegliando. Le accarezzo i capelli, sono morbidi come avevo immaginato.
-Ben svegliata, amore mio.
-Cosa… Dove sono…?
-Sei a casa mia, non vedi? Qui tutto parla di te! Guarda!- le indico le pareti e le ante dell'armadio, riempite di foto e frasi su di lei. Tuttavia, la reazione di lei mi stupisce: si mette a piangere.
-Tu… Tu lo hai ucciso!-
Mi avvicino a lei e mi inginocchio, così da avere i volti alla stessa altezza.
-Ma lui non era nessuno, non capisci? Io sono l'unico per te. Vedrai, sarai felice!
La bacio. Finalmente, il bacio che tanto avevo bramato, ma lei non ricambia, anzi, mi morde. Automaticamente le tiro uno schiaffo molto forte.
-Come osi? Chi credi di essere?
Lei piange più forte e io noto il segno della mia mano sulla sua guancia.
-No… No… Io ti amo… Che cosa ho fatto? Mi dispiace! Ti prego, scusami!- non riesco a fermare le lacrime. Io la amo, eppure le ho fatto tanto male.
-Ti prego, lasciami andare…- mi implora, singhiozzando. Come sembra fragile… Piango insieme a lei, accarezzandole i capelli. La amo. Dio, quanto la amo. Per questo… Per questo non posso permettere che se ne vada! Smetto di piangere di colpo e le stringo i capelli, tirandoli.
-Non puoi andartene! Sarai mia, per sempre! Te l'ho detto prima, no? Shh, basta piangere. Saremo felici. Ma ora è tardi, dormiamo, vuoi?
La imbavaglio e me ne vado a letto, ma prima trascino la sedia più vicina.
-Buonanotte, amore mio.

Mi sono appena svegliato. Lei è ancora lì, sulla sedia, la testa accasciata. Respira lentamente, sta ancora dormendo e ha dei segni sui polsi. Probabilmente ha lottato a lungo per provare a liberarsi. Salgo di sopra e preparo la colazione. Mentre il caffè viene su, spremo delle arance e cuocio dei pancakes. Sono sicuro che lei è tipa da pancake, ne ha proprio l'aspetto. Porto giù il vassoio e la trovo sveglia, di nuovo in lacrime.
-Buongiorno amore, ti ho preparato le frittelle, puoi anche da scegliere se metterci sopra il burro fuso o il cioccolato liquido.
Le tolgo il bavaglio. Lei rimane in silenzio. Provo a imboccarla, ma non collabora.
-Non fare la sciocca, mangia, vuoi morire di fame?
Le apro la bocca con la forza e le faccio mangiare il pezzo di pancake. Lei si arrende e continua a masticare tra le lacrime.
-Brava la mia ragazza. Ora, cosa vuoi fare oggi? Decidiamo subito, così poi non ci troviamo impreparati! Purtroppo non possiamo uscire. Sai, dovrei liberarti e quant'altro e…
Frugo sulla mia scrivania.
-Ecco! Possiamo guardarci un film. Che ne dici di questo? È il mio preferito!

Inserisco il DVD di “Dracula” nel lettore e mi posiziono vicino a lei. La abbraccio e faccio in modo che la sua testa tocchi la mia spalla. Sono felice. La stringo a me, lei inizialmente è tesa e oppone resistenza, prova anche a dimenarsi ma, dopo un po’, la sento rilassarsi. Mi volto verso di lei e vedo che ricambia il mio sguardo. Che occhi stupendi! Questo è il momento adatto. Lei accenna una specie di sorriso, io mi avvicino e chiudo gli occhi, schiudo le labbra e faccio per baciarla, quando lei mi colpisce proprio allo stomaco con un pugno. Merda, si è liberata! Rimango così sorpreso che lei riesce a colpirmi lì dove fa più male e mi accascio a terra senza fiato. La sento staccare gli altri pezzi di nastro adesivo, alzarsi e correre al piano di sopra.
-No!- non posso permettere che scappi! Lei è mia!
Mi alzo noncurante del dolore e la raggiungo prima che lei trovi la porta principale di casa. La afferro per i capelli e la trascino indietro. Lei si dimena con tutte le sue forze. Mi arrivano calci e pugni a raffica, accompagnati da grida e insulti. Maledetta, perché non riesce ad amarmi, semplicemente?
-Smettila di picchiarmi e di urlare, porca…-
Ma lei non smette, inizia anche a graffiarmi. Non ci vedo più dalla rabbia, afferro un soprammobile e glielo rompo proprio sul cranio. Lei cade a terra di peso, sbattendo forte la testa sullo spigolo del tavolino. Le due botte devono esserle state fatali, perché ora è a terra. Gli occhi aperti che fissano il nulla e una macchia di sangue che si allarga, sporcandole i capelli.
-Tsk. Ben ti sta. Non dovevi scappare da me, il tuo unico amore… Amore… Oddio, cos'ho fatto?- osservo il cadavere della mia ragazza.
-No, no, no, no!- La sollevo delicatamente, ma ormai non respira più.
-Andrà tutto bene. Siamo insieme. Saremo felici, te l'ho detto, no? Io sono l'unico per te.-

La porto in bagno e pulisco il sangue dai capelli e dal viso. La lavo e la rivesto. Prendo un coltellino e lavoro sul volto. “Non le permetterò più di distogliere lo sguardo da me” penso, mentre le taglio via le palpebre. “E non potrà negarmi più un sorriso, mai più.” incido la carne agli angoli della bocca, tracciando un sorriso grottesco che cucio il prima possibile con estrema cura, fermando le sue labbra su quella smorfia adorabile. Ecco. Ora lei mi guarda sempre e mi sorride. Ora mi ama e potrà stare con me per sempre. La porto in camera, la posiziono sulla sedia e premo “play”.

-Ecco, amore, questa è la scena migliore del film, guarda!
La abbraccio e lei si accascia su di me, di sua spontanea volontà. Sorrido.
-Ti avevo detto che saremmo stati felici, insieme.

Il paese in cui vivo è caratterizzato da una piccola particolarità inquietante, da me denominata “la vecchia della bambola.”

Questa signora anziana vive all'angolo della via accanto alla chiesa, nessuno l'ha mai vista realmente, ma chiunque passi di lì è probabile che rimanga traumatizzato a causa della bambola di plastica che la vecchia tiene sempre fuori dalla finestra. Ho sempre vissuto in questo paese e la bambola non è mai stata spostata, la proprietaria non le ha mai cambiato il vestitino rosa, la finestra non è mai stata chiusa. Sin da piccolissima mi sono sempre chiesta che tipo di legame avesse la signora con la bambola in questione e quanto spendesse per il riscaldamento durante l'inverno, deve pur far freddo in quella dimora dal momento in cui la bambola si diverte a osservare i passanti in qualsiasi momento dell'anno.

Questa estate, R. vide la bambola per la prima volta e ne rimase estremamente inquietato. R. non era mai stato qui prima di allora: infilò la mano all'interno della finestra e nascose la bambola. Continuai a frequentare R. e la bambola non venne mai rimessa al posto di prima, iniziai a pensare che non poteva viverci nessuno lí dentro, o che la bambola non fosse così importante per chi la possiede come invece credevo.

R. ed io smettemmo di frequentarci: pochi giorni dopo ripassai accanto alla fatidica finestra.

La bambola era tornata nuovamente nel posto in cui era stata per anni.

La bambola non si mosse più nei mesi a seguire, stessa finestra, stessa posizione, stesso vestitino rosa.

Oggi sono uscita di casa in bicicletta, ho superato l'angolo della via accanto alla chiesa per raggiungere la biblioteca. Il vestitino era rosso.

1:03 a.m.

Il ristorante cinese era quasi vuoto, se non per tre tavoli da due posti l’uno, occupati, e la proprietaria e suo figlio che giravano per il locale portando i piatti ordinati. 
La proprietaria ci ha guardate sorpresa, non si era minimamente accorta fossimo entrate nel locale, nonostante il campanellino sulla porta che aveva intonato la sua canzoncina quando l’avevamo aperta e il volume al minimo del televisore a muro. Ci indica uno dei due tavoli in fondo al locale, sulla destra e noi la precediamo. Mi guardi un momento e i mi chiedi dove preferisco sedermi e mentre mi perdo nei tuoi occhi, ti rispondo che preferisco il tavolo nell’angolo, con i posti vicini, perché non mi piace star seduta l’una di fronte all’altra. La proprietaria ci lascia i menù e si dilegua. 
Ci sediamo, io accanto alla parete sulla sinistra, tu sulla destra. Non appena ti sei seduta mi hai stretto la mano sul tavolo e ne hai baciato dolcemente le nocche. Poi hai cominciato a prendermi in giro, togliendo il menù dal bordo del tavolo - dov’era stato lasciato - prima che potessi prenderlo io. Me lo lasci tra le mani e cominciamo a scegliere i piatti che vorremmo mangiare. Non te lo do a vedere, ma lo sento il tuo sguardo caldo che mi osserva, che guarda attentamente ogni mia espressione ed ogni mio movimento. Per un momento lunghissimo sei rimasta lì a guardarmi, con un sorriso appena accennato sulle labbra dolci e le guance arrossate.
Abbiamo mangiato fino a sentirci scoppiare, con te che non facevi altro che prendermi in giro, sperando, in cuor tuo, di conquistarmi ancora una volta e che mi piacessero i piatti che avevamo ordinato. Quanto hai gioito, quando, provando un dolce tipico, ho sgranato gli occhi per la sorpresa e ti ho detto che mi piaceva. Ne sei stata così contenta che non ce l’ho fatta a dirti che, in realtà, non mi piaceva poi così tanto. Avevi su un’espressione così bella che proprio non ce l’ho fatta. Penso di essermi innamorata ancora una volta.
Siamo uscite dal locale, avvertendo il freddo e l’umidità della sera, mentre ci stringevamo l’una all’altra, sebbene il nostro unico contatto fosse la mia mano avvolta nella tua, nella tasca del cappotto. Adoro questa parte dell’inverno, sai? Perché ti lamenti sempre di avere le mani congelate e pur di tenermi per mano mi chiedi di tenere la mano in tasca con te.
Quando siamo arrivate sotto casa mia, ti ho chiesto di fare un altro giro. Ho desiderato più tempo insieme, ho desiderato che la serata si protraesse all’infinito, così da non vederti partire il giorno dopo. Ti ho parlato di un mucchio di argomenti, sperando di non annoiarti e quando mi hai detto “Ho la ragazza più intelligente del mondo”, ti ho risposto che non era vero, ma non puoi nemmeno immaginare quanto mi ha fatto piacere.
Non importa cosa io pensi di me stessa, quante prove la vita mia dia che non sono abbastanza, tu infrangi sempre tutto e mi dici l’esatto contrario. Mi fai sentire una bella persona.
Senza rendercene conto, il momento in cui te ne saresti dovuta andare è arrivato troppo presto. Ho odiato ogni secondo. Mi hai stretta a te come fai ogni sera, accennando appena la stretta e stampandomi un leggero bacio sulle labbra. Quando ci siamo scostate, hai trattenuto la mia mano nella tua e mi hai guardata con gli occhi lucidi. Con un lieve strattone mi hai tirata verso di te e mi hai stretta forte, ripetendomi “Finirà presto, te lo prometto”. E dopo il bacio più breve del mondo - almeno per me - mi hai sorriso malinconica e te ne sei andata. Non ti sei guardata indietro nemmeno una volta, ma io sono rimasta lì a guardarti. Sono rimasta a guardare la persona che amo, temendo potesse sfuggirmi anche il più piccolo dettaglio. Ho lasciato che lacrime scendessero, mentre tu non potevi vedermi piangere, mentre camminavi verso l’angolo del palazzo e ne sparivi oltre. 
Un giorno tornerai a prendermi, me l’hai promesso. Ed io ti ho promesso che sarò una persona migliore, che lo saremo entrambe. 
Un giorno non dovremo più farci promesse. 
L’amore è una maledizione deliziosa, da cui non vorremmo mai essere colpiti, e di cui allo stesso tempo desideriamo che quel mostriciattolo con il pannolino e le ali da cherubino ce ne faccia dono. L’oscurità stessa vi soccombe; quale forza è..?

C'era una credenza nella camera da pranzo del Sergente che era bianca e marrone e lì Bonanima ci teneva i piatti e i bicchieri buoni, quelli delle feste, ma noi feste dal Sergente Bonanima non se n'è mai fatte sicché son rimasti lì buoni questi piatti e questi bicchieri tutta la vita, non so la loro ma di certo la mia.
Nonna Sergente Bonanima teneva pure i confetti dentro una boccia di cristallo nella credenza bianca e marrone della camera da pranzo e c'era divieto assoluto di avvicinarsi alla boccia senza esplicito consenso della proprietaria.
Avevo imparato a distinguere quelli ripieni di cacao da quelli ripieni di mandorla perché quelli al cacao sono più sottili quindi quando la boccia s'apriva io sapevo già cosa prendere.
Fatto sta che questi confetti comprati da un ambulante abruzzese che passava ogni due settimane restavano coi piatti e i bicchieri buoni per le feste perché Bonanima se li scordava là e di feste s'è detto dalla Bonanima non se ne son mai fatte quindi sì se li scordava che la credenza chi l'apriva mai senza esplicito consenso della proprietaria.
Ma io non me li scordavo i confetti.
E però c'era divieto assoluto di avvicinarsi alla credenza bianca e marrone e alla boccia e ai confetti e ai piatti e ai bicchieri e un altro po’ pure alla Bonanima e se penso che oggi non esistono più i confetti e l'abruzzese che li smerciava e la Bonanima che li comprava e la boccia di cristallo e la credenza bianca e marrone e la casa sua buttata giù e la mia da lasciare a me io un po’ se ci penso mi viene da bestemmiare forte e piangere ma c'era divieto pure di lacrime e bestemmie e quindi io mi devo scusare perché son scoppiata a piangere a teatro io ieri io ho pianto che non ho più un posto da chiamare casa e mi scuserà Bonanima ma porchiddioporco va bene era solo mal di testa e nausea e l'influenza.
Passerà.

Intervista alla proprietaria de “La Bottega delle Cose Abbandonate”.

Vengo fatto accomodare in quella che dovrebbe essere una sala d’aspetto, allestita alla bella e buona in una stanza piena di animali liberi e ninnoli di ogni sorta, al piano terra di una cascina ad abbastanza chilometri da qualunque centro abitato. Nel parcheggio, tre cani enormi si mettono a difesa della mia macchina, con fare da guardia in una posa plastica di eterna fedeltà.
Francesca, questo il nome della signora di una certa età e autrice di tutto ciò, è vestita con diversi colori e materiali. Contro il freddo ha una coperta variopinta poggiata sulle spalle. I capelli grigi tendenti al miele sono un covo di fili di stoffa e bottoni in legno. Mi invita a sedere su una vecchia poltrona rossa, mi porge una coperta, spiega che non ha ancora avuto tempo di tagliare la legna per l’inverno ma che tanto la casa è così piena di abitanti pelosi e caldi che forse non avrà bisogno neppure di farlo. Non appena conclude infatti, vengo dolcemente assalito da una dozzina di cuccioli di varie dimensioni, due gatti belli grossi si appollaiano sullo schienale della poltrona e un incontro del tutto inaspettato, una volpe, decide di stendersi poco distante dai miei piedi, camuffata benissimo tra i cani non fosse per il colore rosso acceso.
- Tutti i giorni è così? - le chiedo estasiato da quello che vedo.
- In alcuni periodi di più, in altri di meno. Questa è la norma. - mi risponde con una voce dolce ma al tempo stesso rassegnata.
- Come è partita la Bottega delle Cose Abbandonate? Anzi no, prima di iniziare. Perché “Cose”? Mi sembra una brutta parola.
- La Bottega non è mai partita, semplicemente ad un certo punto era troppo tardi per dire di no. Riguardo alle cose. In questi anni mi è stato portato di tutto, che non potevo relegarlo ad un semplice settore: animali, oggetti, ricordi. Così ho pensato ad un generico “Cose“. Tutti abbiamo qualcosa, tutti siamo una cosa.
- Ma ci deve essere stato un inizio. Il primo ricordo legato a questo luogo.
- Era autunno, mi ero appena trasferita qua dentro. La cascina sembrava nuova e non diroccata come oggi. I miei capelli non erano cenere e non avevo ancora la nomea de La pazza della cascina dove la gente abbandona le cose. Ricordo che stavo tirando su le foglie in giardino quando alla radio fermarono la musica per dire che poco distante da qui, nel fondo di un pozzo, erano stati rinvenuti tre cuccioli di cane, abbandonati o gettati non si capiva, e che la situazione per loro era critica. Ero sola, ho pensato subito che mi avrebbe fatto comodo un po’ di compagnia così sono salita sulla mia Panda e mi sono precipitata sul luogo del ritrovamento. Erano tre sacchetti di latte dalla forma indefinita, non sembravano ancora cani. Li ho presi e tenuti con me e allattati notte e giorno finché non sono diventati, lo avrai visto, le colonne portanti di questo luogo.
Guardo fuori dalla finestra, i tre bestioni fieri nella loro posa più spavalda sono ancora attorno alla mia macchina.
- Quindi hai dato tu il via a tutto.
- Io ho accolto loro, poi poco alla volta, altro ha voluto farsi accogliere. La casa più vicina alla mia sta a 30 chilometri più o meno. Lì viveva un signore anziano, la sua unica compagnia erano svariati gatti. Un rapporto di simbiosi quasi. Un giorno l’anziano morì. I figli, che non avevano voglia di occuparsi della proprietà del padre, sbarrarono la porta di casa, chiusero le finestre e si dileguarono mettendo in vendita la casa, che resta tutt’ora invenduta. I gatti si ritrovarono senza un luogo dove stare. Così una mattina mi svegliarono i cani con il loro abbaiare, guardai fuori dalla finestra e in giardino c’erano da una parte i miei tre guardiani, immobili, e dall’altra undici gatti ordinati in attesa di un mio cenno. Sono uscita, li ho salutati e siccome anche loro erano stati abbandonati, ho deciso che potevano usare i miei spazi. Da quel momento in poi si deve essere diffusa la voce tra gli animali perché ogni giorno è arrivato un nuovo abitante.
- Sempre cani e gatti?
- Non sempre. Il ricordo più straziante è di questa cerva ferita da un cacciatore che entra in giardino in fin di vita. Aveva perso un sacco di sangue ed era visibilmente gravida. Non so come succedano queste cose, ma quando ti ritrovi davanti all’estremo, riesci a compiere azioni che mai pensavi avresti compiuto. Così l’ho aiutata a partorire e mi sono presa cura del cerbiatto finché lui ha voluto restare. Ricordo lo sguardo con la madre. Non voleva abbandondarlo, ma non aveva altra scelta.
- Inizialmente hai detto: animali, oggetti, ricordi. Cosa intendevi dire? Io qua vedo solo animali.
- Gli animali sono la cosa più evidente e viva. Ma se guardi bene, noterai anche tutto il resto.
Mi alzo dalla poltrona, girando piano per la stanza. Un’infinità di cimeli erano disposti alla rinfusa su ogni superficie. Piccole statuine in ceramica, pacchetti di sigarette. Una libreria stracolma di diari scritti a mano. Orologi fermi, fotografie di persone di tutte le etnie, una cesta piena di scarpe da bambini. Bambole, giocattoli. Biglietti da visita, cartoline, rullini non sviluppati, tazze rotte e una credenza piena di strane pietre luminose.
- È tua, tutta questa roba?
- Neanche uno di questi oggetti è mai stato inizialmente mio. È sempre arrivato qua perché qualcuno ad un certo punto, ha dovuto abbandonarlo.
- Cosa intendi con questo “abbandonare”? Le Cose Abbandonate, non sono forse volutamente perse? Non si cerca di dimenticarle?
- Qua ti sbagli. Abbandonare è un’azione totalmente diversa da dimenticare o perdere, o da “lasciare”. Dimenticare o perdere comporta una distrazione. Un voltarsi e smarrire qualcosa. Rinunciare senza consapevolezza. Abbandonare è un processo, quasi mai facile. Ogni oggetto che vedi è qua perché non si è più stati in grado di portarlo con sé.
Si alza dalla poltrona e viene verso di me. I gingilli tra i capelli emettono un tintinnio delicato, gli animali corrono sul posto appena lasciato per approfittare del calore della signora.
- Questo è stato il primo oggetto. Un ragazzo, non più che ventenne, un giorno arriva e me lo porge. Dice che non può più vivere ricordando quello che ha fatto per ottenerlo. Era questo orologio d’oro, vedi? Ha le lancette ancora ferme al momento in cui me lo ha consegnato.
- È molto bello, di sicuro di valore. Ti ha detto perché te lo stava consegnando?
- Era cresciuto sulla strada lui, non aveva mai conosciuto altro al di fuori di violenza e furti. Poi però aveva trovato lavoro presso un cantiere, un’esperienza nuova, guadagnarsi da vivere onestamente. Si recava ogni giorno puntuale ed era sempre l’ultimo ad andarsene. L’impresa edile andava bene, lavoro ce n’era e lui si trovava a suo agio. Il capo, forse perché non aveva mai avuto un figlio maschio, lo aveva preso sotto la sua ala e gli insegnava trucchi del mestiere sempre nuovi. La fame di conoscenza era senza limite e tra i due nacque un rapporto profondo, tanto che il capo gli offrì di andare a vivere nell’appartamento sotto al suo, senza chiedergli di pagare l’affitto. Il ragazzo andò e alcuni anni furono di grande quiete. Un giorno era da solo in casa del capo, era domenica e le spalle e le mani gli facevano male. Non sopportava più il doversi spaccare la schiena, voleva una soluzione facile. Certe abitudini del passato sono difficili da perdere, così fece una cosa che fino ad allora non aveva mai fatto: frugò nella casa del capo alla ricerca di valori. Trovò questo orologio d’oro. Ci ragionò su per parecchio tempo, senza sapere cosa fare, poi contattò una vecchia conoscenza per vedere quanto gli avrebbe fruttato. Il capo tornò a casa mentre lui era al telefono e sentì tutta la conversazione. Non urlò e non fece alcuna scenata. Aspettò che lui concludesse la telefonata e gli disse con molta calma che se lui non avrebbe cambiato modo di essere, avrebbe dovuto rinunciare al lavoro e alla casa. Ci fu una colluttazione. Il ragazzo scappò con l’orologio ancora in tasca e fuggì nella notte. La mattina era qua fuori con l’orologio in mano. Mi raccontò tutta la storia e concluse dicendo che non poteva portarlo più con se, che voleva tornare indietro ma per farlo doveva abbandonare ciò che era. Come con la cerva, senza sapere come mai, anche questa volta mi era chiaro quello che dovevo fare. Gli dissi di lasciare l’orologio sul tavolo, di abbandonarlo lì e di andare via e di non essere più la stessa persona di sempre. Lui si fidò di me.
- E il suo capo, sta bene?
- Dopo aver abbandonato l’orologio tornò da lui e chiese scusa. Lavorano ancora insieme. Il capo oramai è vecchio e tra poco andrà in pensione e lascerà al ragazzo tutta l’attività. Certe volte, dobbiamo abbandonare qualcosa per poter andare avanti. Lui doveva abbandonare la sua indole a cercare sempre la via facile.
- Ogni oggetto qua ha una storia simile?
- Ogni cosa qua ha una storia simile. Ogni diario in quella libreria è una persona che non riusciva più a sostenere il peso della sua memoria e l’ha abbandonata da me. Ogni fotografia che vedi, è un amore che doveva essere messo da parte. Tutto ha un costo. Non puoi nemmeno immaginare quanto può pesare il gesto dell’abbandono, ma quanto esso sia necessario.
- Non pensi che abbandonare sia una scelta facile?
Sospira, mentre apre la credenza contenente le pietre luminose.
- Pensi davvero che possa esserlo? - dice e mi pone in mano una pietra di piccole dimensioni, verde tendente giallo, tiepida, liscia.
- Non capisco. Cos’è?
- Si erano sposati che lei era ancora minorenne, però al tempo si faceva così, c’era la guerra e non si badava a queste cose. Lui appena più grande, lei diciassette. Lui partì e le scrisse ogni giorno. Le raccontò ogni cosa. Lei rispose sempre e ogni volta concludeva dicendo “ti aspetterò, dovessi tornare anche tra cent’anni”. Poi lui non tornò più. Finì ucciso. Lei lo capì perché le lettere smisero di arrivare. Però non smise di aspettare. Per quasi cento anni. Una donna longeva, non c’è che dire. In casa di riposo pensava ancora a quel suo marito morto in guerra ma poi conobbe un altro uomo, anche lui reso una tartaruga dalla vita. Non so se per demenza senile o altro, ma in lei scoccò qualcosa, come una scintilla. La stessa di quando aveva diciassette anni. Ma non sapeva come fare perché in lei giaceva ancora la vecchia promessa fatta al marito. Così venne qua, accompagnata da un infermiere, e mi raccontò tutto. Mi disse che voleva provare ad amare ancora una volta ma che per farlo doveva abbandonare la promessa che aveva custodito per quasi tutta la sua vita. Le feci dire la promessa a questa pietra, che subito cambiò colore. Sono stati sposati un anno prima di morire. In casa di riposo tutti dicono che non avevano mai visto una coppia più felice. Ora dimmi. Quanto pesa la pietra che hai in mano?
- Non saprei, alcuni grammi.
- Per te. Subito dopo aver sussurrato la promessa, la pietra le cadde dalle mani da quanto pesava, e atterrò al suolo.
Spostò un tappetto da sotto i nostri piedi. Sul pavimento in legno, c’era come un foro, un solco. Feci una prova. La pietra entrava alla perfezione.
- In mano tua sono pochi grammi. Nelle sue era il peso di un’intera vita.
Restai ore a farmi raccontare la storia di ogni oggetto, animale, cosa, persona. La bottega, da semplice luogo di raccolta, era diventato un deposito delle emozioni dell’esistenza umana. E animale.
- Ma quindi, se io volessi, potrei prendere qualcosa da qui?
- Certo. Alcune cose abbandonate sono solo storie a metà. O idee, progetti, sogni. Puoi prenderle e proseguirle tu. Se vuoi un animale, solo i miei tre cani non si possono prendere. Il resto, se vuole venire con te, smette di essere abbandonato e diventa tuo compagno di viaggio.
Mi rimaneva solo una domanda.
- Perché fai tutto questo?
- Ma è ovvio. Secondo te perché nel fiore della mia età, mi sono trasferita qui, lontano da tutto e tutti?
- Non riesco ad immaginarlo.
- Perché anche io, sono una cosa abbandonata.
La salutai con un bacio sulla fronte. Fuori i tre cani smisero di fare la guardia alla mia macchina. Il viaggio di ritorno fu pesante il doppio rispetto quello dell’andata ma almeno non ero solo. Un gatto era entrato senza che me ne accorgessi e adesso dormiva nel sedile del passeggero al mio fianco. Aveva scelto lui di venire con me. Non era più abbandonato.

Una riflessione

Ieri sera ho cercato casa. 

Ho incontrato la signora Catia, proprietaria di un appartamento in affitto. La signora Catia ha una figlia, Catia. Nel senso che la figlia di Catia si chiama Catia. La signora Catia ha chiamato la propria figlia Catia. Dopo il parto, l'infermiera ha messo Catia in braccio a Catia. Catia l'ha guardata e ha pensato: Che bella che sei, ti chiamerò Catia. Poi Catia ha guardato il marito e le ha chiesto Ti piace? Lui le ha sorriso, ha carezzato la guancia della piccola e ha detto Sì Catia, è proprio una gran bella idea. La chiameremo Catia. Catia è un bellissimo nome. Che pensata brillante, Catia.

ora mi chiedo

che cazzo ha in testa la gente?