post terremoto

Autorità

Ieri un mio amico mi ha fatto leggere i post di molti utenti di Facebook che, riguardo la ricostruzione post terremoto, prendevano come esempio quello che fece Mussolini per il terremoto del Vulture del 1930: si esultava la forza e la tempestività del Regime che ricostruì interi paesi e migliaia di case in pochi mesi. È disarmante la facilità con cui costoro riescono a trovare soluzioni a problemi super complessi, e soprattutto sul come sono bravi a trovare colpevoli ed inefficienze.  Sorvolo sull'ennesima gaffe sulla magnitudo del Terremoto della senatrice del M5S, però mi vien da pensare al rapporto attuale che abbiamo con qualsiasi tipo di autorità. Che sia la scuola (si pensi ai ricorsi al Tar per le pagelle) oppure alla recente discussione sui compiti a casa, che parte da un genitore che ha scritto direttamente alle maestre dicendo che i compiti per le vacanze del figlio gli impedivano di essere padre (è una notizia vera, non me la sto inventando), o alle paure sulle vaccinazioni, per non dire di quelle che riguardano i generi alimentari, i vestiti e così via. Serpeggia una paura ambigua e contraddittoria di essere presi in giro, che qualcuno stia approfittando di noi, poveri ed ingenui. Sempre.

Nel mondo romano l’ auctor era sia un fondatore che un maestro, a seconda dei contesti. La parola auctor ha radice nel verbo augeo, che significa accrescere, far aumentare. Prerogativa dell’auctor quindi è quello di far aver successo in un impresa, un modello da seguire, dotato di credibilità e in grado di rendere credibile ciò che sostiene, di garantirlo, e dunque uno a cui si dà ascolto (M. Bettini  Alle soglie dell’autorità, in Lincoln B., L’autorità, Torino, Einaudi, 2000, pp. VII-XXXIV.). Allo stesso tempo, auctoritas  è il requisito che l’auctor deve possedere per essere tale, una posizione che in un certo senso gli viene tributata dall’esterno: “gli altri, l’opinione pubblica” devono riconoscergli la capacità di sostenere con successo, di garantire la riuscita di ciò che dice e/o intraprende (Ibidem).

Sembra una banalità, ma il circuito virtuoso dei rapporti sociali si basa sulla fiducia strumentale che si pone, per esempio, in coloro che vengono chiamati o nominati ad avere autorità. Per percorso storico e direi soprattutto per convenienza poltica e culturale, il dileggio odierno di qualsiasi autorità porta a non credere più in nessun altro, se non in sè stesso. Max Weber, uno dei più grandi pensatori del ‘900, distinse il potere dalla potenza: il potere è la capacità legittimata di dare seguito all’idea, la potenza invece è la solo volontà senza legittimazione di dare seguito ad un’idea. Faccio un esempio: durante una lezione universitaria, un professore è legittimato dal suo ruolo a mandare fuori uno studente che disturba, mentre uno studente annoiato non può chiedere al professore la cui lezione annoia di andare via dall'aula. Quello che accade oggi paradossalmente, è che la potenza vorrebbe sorpassare il potere per il principio per cui nessuno più è in grado di fare bene le cose, dato che tutti rubano, tutti sono corrotti e tutte le cose devono essere fatte dal basso. Da ciò, la sola potenza può bastare: per questo è necessario cambiare i metodi di insegnamento italiani per quelli finlandesi e chiamiamo a ricostruire ingegneri giapponesi, le cui case resistono a terremoti molto più forti dei nostri. Ma si potrebbe rischiare a quel punto che nascano comitati anti-finnici o anti-nipponici che vengono da lontano ad insegnarci come si fa e a rubare il lavoro ai nostri giovani. E che intervenga il governo, che non fa mai niente per il popolo. Che rimane l’unico e solo autore di tutti i nostri guai.