portone

Sai
ogni tanto
ripenso a te,
a come stai,
a come non stai,
a come vorrei farti stare,
a cosa fai
e a cosa non abbiamo fatto,
alla musica che ascoltavi
e cosa ascoltavamo insieme,
a quella che ascolti adesso
e che io non posso sentire,
e posso solo sperare
che l'ascolti perché ti fa pensare a me,
alle mie battutte stupide
e alle mie scenate squallide,
ai libri che hai letto
e che non ho letto mai,
che però sto rimediando
scrivendo su di noi,
chissà i posti che frequenti
se son sempre gli stessi
o se non li frequenti più
perché ti ricordano me,
se indossi quel maglione
che dimenticasti a casa mia
e se ti chiedi lo stesso della felpa tua,
se rileggi ancora le frasi che ti dedicavo
che non l'hai mai saputo
ma le scrivevo io
e oggi non sai ancora
che io scrivo di te,
ma infondo cosa importa,
quando si chiude una porta
si apre un portone, no?
Ma io mentre la chiudevi quella porta
c'ho lasciato in mezzo il cuore
ed è rimasta socchiusa
per poter continuare
a sbirciare nella tua vita,
per rubarti i sorrisi che fai
senza nemmeno accorgertene,
per illudermi che
sia un mio ricordo a crearli.
—  cit. pioggia-di-parole ☂Michele Giorgi

​Come due amanti che si infilano in un portone buio, la prese sbattendola al muro, la fece diventare il suo alloggio di precarietà voluttuosa, mentre lei lo sentiva come se fosse il suo animale fiabesco……  

Sinner ©

Dicono che si cambia per amore,
si scende a compromessi,
si trova una quadra a metà strada
tra due cuori.
Questo dicono essere amore.
Non cambiarmi,
voglio rimanere la persona
che ero la prima volta che ci siamo baciati,
lo stesso che ti ha fatta anche piangere
mentre si aspettavano i fuochi artificiali,
poi sorridere facendoti il solletico alle caviglie.
Voglio restare chi ha dormito accanto a te
e hai svegliato nel mezzo della notte
per paura di qualche rumore sospetto.
Poi siamo rimasti svegli
a raccontarci storie scaccia-paura
fino mattina.
In realtà ci siamo riaddormentati
ma più sereni.
Non cambiarti mai,
mi piaci come ti ho conosciuta,
testarda,
un po’ matta e timorosa
ma comunque decisa
a buttarti tra le mie braccia,
chiudendo una vecchia porta
e aprendo una finestra gigante
su cui affacciarci
per guardare avanti
e mai verso il basso.
Non cambiamoci mai,
questo mi vien da sussurrarti
mentre ti leghi i capelli
come piace a me
e aspetto che ti giri
per completare, con i tuoi occhi,
l'opera che sto ammirando.
—  Simone Carta

chissà quando☁️

LA MIRABOLANTE STORIA DELLA PATATA

Sempre riproporre questa gemma che una volta era su Splinder.

LA NOIA
Martedì grasso dei primi anni 2000. Io e tre coinquilini, che per rispettare la privacy chiameremo il Metallaro, Rocco, e TP (noto vip del punk italiano) passiamo una serata noiosissima in casa guardando fiction. Neppure una bottiglia di vino. Niente. Noia totale. Palla de fieno che rotola.
Le vicine di casa, dirimpettaie di finestra, invece fanno festa per il carnevale. YEAH YEAH tutte mascherate con i loro amici vanno verso piazza maggiore a festeggiare non si sa cosa. Questo innervosisce non poco il mio coinquilino Metallaro, che affacciandosi alla finestra decide per scorno di lanciare loro una cipolla. Purtroppo il lancio non va a buon fine, e non solo non le colpisce, ma loro manco se lo cagano perché non si accorgono di niente. Scorno.
Niente. Palla di fieno, e guardiamo la fiction di canale 5, che non so ma forse era Ultimo con Raoul Bova. Noia totale. Misantropia.
Alle una sentiamo per strada i rumori dell’allegra combriccola mascherata delle coinquiline del cazzo che ritornano dal loro festeggiare non si sa cosa con un buonumore non si sa perché, e l’infastidimento precedentemente manifestatosi con la cipolla si ripalesa ma di grado estremamente superiore. Dunque il Metallaro dice “tiriamogli qualcosa”, ma mentre Rocco cerca un oggetto qualsiasi, la carovana già è entrata nel portone davanti al nostro e sta già salendo le scale verso casa.

L’IRREPARABILE
Cazzo, frustrazione. Ma: ecco che il Metallaro si pone a cavalcioni del davanzale della finestra della cucina (rischiando la vita, secondo piano, 60% del corpo fuori dalla finestra sullo strapiombo) mentre io ho trovato nella credenza una patata di all’incirca 1 kg con le dimensioni di un grosso sasso.
Porgo la patata al Metallaro, ignaro di quello che sta per succedere.
Le vicine entrano in casa, si vede dalla finestra accendersi la luce.
Il Metallaro scaglia con una potenza inaudita a 200 km all’ora la patata-sasso che frantuma il vetro della finestra delle vicine facendo schizzare tutti i vetri sulla parete opposta.

Il gelo.

TP guarda con occhi pallati Rocco.
E’ immediata la consapevolezza di doversi ritirare dalla cucina, spengendo la luce, fuggendo in un'altra stanza per decidere il da farsi.

IL SUMMIT
La riunione al buio del corridoio verte su due punti: la paranoia di aver ucciso qualcuno e la necessità di mantenere una linea di difesa da qui all’eternità dei tempi, senza contraddizioni.
La paranoia si basa sulla certezza che arriveranno le teste di cuoio e verremo incarcerati per mille anni come pena esemplare per scoraggiare eventuali imitatori di chi ha inventato il fenomeno teppistico del 2000, cioè (dopo i sassi dal cavalcavia) la patata nella finestra senza alcun motivo.
Per la strategia di difesa, decidiamo all’unanimità di non confessare e di negare l’evidenza in stile noi non abbiamo fatto niente, maccosa io dormivo. E’ altresì vero che possiamo essere stati solo noi a lanciare la patata, in quanto davanti alla finestra delle vicine c’è solo la nostra finestra e quella di una vecchia di 89 anni, e che per sfondare un vetro dalla strada ci sarebbe voluto Hulk sbronzo che però dà il giro all’ortaggio facendogli compiere una traiettoria balisticamente improbabile attorno ad un albero con caratteristiche da medaglia d’oro delle olimpiadi, per violenza e parabola.
E’ necessario intanto chiudere la finestra della cucina che è rimasta aperta: Rocco striscia come un marine in cucina al buio e con manine segrete chiude le persiane, peccato che ovviamente se c’era qualcuno affacciato di fronte avrebbe visto una stanza buia vuota con due manine spuntate non si sa da dove che chiudono le persiane pianissimo. E’ necessario in secondo luogo nascondere sotto le coperte il coinquilino TP che già suda senso di colpa dagli occhi, essendo incapace di fare cose che comportino malafede.
Ma soprattutto è necessario, per dindirindina, nascondere l’arma del delitto, in questo caso TUTTE le patate presenti nell’appartamento, ma la modalità con cui farlo è discutibile. E viene discusso, sottovoce in una tempesta di paranoie:
a) mangiamo tutte le patate? No, se entrano le teste di cuoio ci trovano all’una e mezza di notte che mangiamo 5 chili di patate ci colgono in flagrante
b) nascondiamo le patate nelle giacche negli armadi? No, in caso di perquisa delle forze dell’ordine saremmo parimenti spacciati.
c) nascondiamo le patate nelle buche delle chitarre e rimontiamo le corde? Maccosa.
d) diamo la colpa alla vecchia di 89 anni lasciando il sacco di patate fuori dal suo pianerottolo? Non credo che i Ris di Parma ci cascherebbero.
e) buttiamo le patate nel water?
La mozione e) sembra a tutti la più convincente. Solo che le patate non vanno giù nel water, ci tocca tagliarle a pezzi sulla lavatrice, ma ancora non vanno giù, non passano dallo scarico. Cristo.

LA SOLUZIONE
E’ evidente: tutte le patate debbono essere sbucciate velocemente sulla lavatrice, masticate una ad una crude per essere ammorbidite, dopodichè sputate nel cesso e tirare l’acqua. E così viene fatto, io, Rocco, il Metallaro e TP (nel panico) mastichiamo le patate e le sputiamo nel cesso fino alla nausea, certi che questa sia la mossa migliore per passarla liscia con quelli di C.S.I. che stanno arrivando.
Purtroppo, giunti a due patate dalla fine, dobbiamo arrenderci allo schifo e decidiamo di nascondere le ultime due prove della nostra colpevolezza. Ma dove?

L’IGUANA
Al tempo un nostro coinquilino abruzzese (quel giorno assente) possedeva un’ iguana che viveva in un televisore svuotato adibito a ternario, da cui il nome della bestia era Grundig. Non stupitevi, aveva i rasta. (Il coinquilino, non l’iguana). Noi comunque decidiamo che le ultime due patate vanno nascoste dietro al tronco di legno dove dorme Grundig, e cosi facciamo.
Ecco fatto, adesso è il momento della fase b, cioè mettersi a letto e simulare di stare dormendo dalle ore 21. Io divido la camera con l’inquilino TP, che trovo mummificato e sudante sotto le coperte, non proferisce parola e sta già pensando al pigiama per il carcere. Passiamo qualche minuto a immaginarci il clamore mediatico di questo nostro gesto, e i commenti di Umberto Galimberti su questa gioventù priva di valori. Passiamo qualche altro minuto a temere l’imminente arrivo delle teste di cuoio.
Quand’ecco.

IL NAPOLETANO
Dlin dlon.
Suona il campanello. Sono ormai le due e un quarto. Vado in pigiama a chiedere “chi è”, simulando di essere stato svegliato. “siamo le ragazze, le vicine di fronte”. Argh. Apro. Entrano due ragazze e un tipo vestito militare, taglio parà, accento direi partenopeo.
“Che è successo?” dico stropicciandomi gli occhi dal sonno. Arrivano anche Rocco e il Metallaro, TP rimane nella cripta.
“Ci hanno sfondato una finestra con una patata”
“Eeeeh?”
Simuliamo incredulità. Forse siamo davvero increduli, il gesto che abbiamo fatto è effettivamente incredibilmente senza senso. Iniziamo a sproloquiare cose tipo “Ma chi è stato? E soprattutto perché? Ma potevano uccidervi! Ma è assurdo! C’era qualche messaggio con la patata? Avete dei nemici? Noi troveremo i colpevoli! Ma soprattutto: che senso ha tirare una patata in una finestra” eccetera.
Facce a culo così, viste poche volte nella vita. Diamo loro anche del cartone da imballaggio per coprire la finestra. Il napoletano non è tanto convinto, noi siamo anche un po’ offesi perché hanno pensato a noi come colpevoli, dato che facendo tutte le ipotesi del caso, potremmo essere stati solo noi.
Le salutiamo raccomandandoci di tenerci informati su questo incredibile caso.
Torniamo a letto, sapendo che non la passeremo liscia.

LA PULA
Passa mezz’ora, e verso le 3 suona il campanello.
Rocco chiede al citofono chi è, ma una voce già di qua dalla porta dice “apra: carabinieri”
Argh.
Entrano due carabinieri, uno che fa le domande e uno che si guarda attorno (secondo noi cerca tracce di patate) prendendo appunti. Noi aggrediamo subito:
“Agenti venite per quella cosa della patata? E’ una cosa incredibile, assurda, ma chi può essere stato?”
“Ehm, ragazzi.. c’è stata una festa qui stasera?”
iniziano a cercare tracce di spinelli, bottiglie di vino o resti di festeggiamenti e baldoria.
Non c’è niente.
Niente.
Sono basiti, vedono solo 4 stolti in pigiama che si arrampicano sugli specchi, ma non hanno prove. Vedono anche tanti poster dei Dimmu Borgir e degli Immortal. Il Metallaro è amico di Attila Cshar dei Mayem. Proviamo con la tattica “In effetti possiamo esere stati solo noi: ma agente, mi dica: per quale motivo? Non c’è alcun motivo sensato per un gesto del genere!”
Era vero.
Il Metallaro tira fuori a questo punto la perla:
“Vede, agente, in questo quartiere succedono cose strane. Pensi che l’altra settimana qualcuno ha lanciato un portacenere a della gente che cenava sul balcone. Incredibile, no?”
Era stato lui.

I carabinieri se ne vanno. Li sentiamo dalla finestra dire alle ragazze, in strada, qualcosa tipo “Possono essere stati solo loro, ma non c’è traccia di niente”.
Passa la nottata, con sogni strani a base di tribunali e inquisizioni. TP è immobile. Gli provo la febbre, ha 31°. E’ ormai di marmo.

IL GIORNO DOPO
Nessuno crede di averla scampata. Usciamo di casa dopo ore di tentennamenti, ma usciamo a scaglioni e tutti con gli occhiali scuri. Io e il Metallaro, in un bar, vediamo avvicinarsi due poliziotti.
Ansia.
Penso alla fuga modello tetti di palazzi in film americani.
I poliziotti ordinano un cappuccino.

L’IGUANA 2
Torno a casa, verso sera suona il campanello. Sono di nuovo le ragazze. Argh.
“Siamo venute a SCUSARCI per ieri. Vi abbiamo dato la colpa subito, ma voi siete stati cosi gentili verso di noi. Non capiamo chi possa essere stato, ma vi volevamo invitare a cena per scusarci.”
Ah-ah. Il crimine paga.
Arrogantemente, mi dichiaro un po’ offeso ma so perdonare, e gli mostro la nostra casa.
“venite di qua, vi mostro la nostra iguana Grundig”

Musica di Simonetti.

Spunta una patata da sotto il tronco.
Prendo di forza le ragazze per il braccio, le trascino via dalla stanza dell’iguana, e dico
“Ma no, venite di qua: vi mostro la cucina.”

Del perché avevo ucciso il mio tumblr

Ad agosto, dopo una settimana intera in cui avevo ascoltato tutto il giorno le stesse tre canzoni in rotazione, mi sono accorta che non mi sopportavo più. Letteralmente, non mi tolleravo. La rivelazione mi era arrivata una sera, a casa, al tavolo della cucina. Nonostante mi stessi impegnando da mesi con la psicoterapia (tutti i mercoledì, ore 18:00, a cui arrivo metodicamente con quindici minuti di anticipo che passo a fumare davanti al portone), le cose non andavano come speravo. Avevo fatto dei progressi, ma non bastava. La depressione stava avanzando troppo velocemente.

A settembre non riuscivo a far altro che piangere e non dormire. Sono cominciati i sogni: tutte le notti ne faccio da uno a cinque, che devo scrivere metodicamente per riferirli alla terapeuta.

Ad ottobre rimanevo a letto giorni interi. Mi alzavo per andare al lavoro la mattina e, tornata a casa la sera, mi toglievo le scarpe e mi infilavo sotto le coperte. La mia alimentazione si basava quasi esclusivamente su due elementi (noodles istantanei e pizza scongelata, che ogni tanto avevo la forza di riscaldare).

A novembre cominciavo a rassegnarmi all’idea di una soluzione definitiva, e mi sono sorpresa più volte a fissare per qualche secondo di troppo il ceppo di coltelli in cucina. Mi chiedevo se, nel caso nessuno avesse trovato il mio corpo in tempo utile, la gatta mi avrebbe mangiato la faccia come nei film. Possono sembrare pensieri macabri e di cattivo gusto ma, purtroppo, decisamente concreti e seri.

A dicembre ho chiesto l’aiuto di uno psichiatra e ho cominciato con gli psicofarmaci. E le cose hanno iniziato ad andare meglio. Con la improvvisa comparsa dei farmaci sono riuscita immediatamente a respirare. Le cose tornavano ad avere colore e sapore, il sonno era pieno e profondo.

A gennaio ho dovuto lasciare lo Xanax, che prendevo quotidianamente, e utilizzarlo solo in casi di necessità. E’ stata una separazione sofferta. Mi manca come la mamma. Sono cominciati gli incubi notturni: ogni notte si presentano puntualmente sogni terribili senza possibilità di scampo. A volte mi sveglio dimenandomi nel letto, sudata. Oppure urlando. Una volta mi sono graffiata tutte le gambe nel sonno, durante un incubo particolarmente spaventoso.

A febbraio posso dire che l’antidepressivo è pienamente a regime e che il momento di crisi depressiva maggiore è ormai concluso. E ho rianimato il tumblr.

Adesso continuo a fare terapia, sia psicologica che farmacologica, nella speranza di non riavere una ricaduta. Perlomeno a breve. Non ho ancora fiducia nella guarigione. Lo Xanax è sempre nella mia tasca, in ogni momento del giorno, e non mi trattengo dall’usarlo. Gli incubi proseguono sempre più violenti. Io ci provo, ma non lo so

Ma perché non funziona tutto come nei film? Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo? Perché dopo trent’anni, in un caffé del centro, non rincontri mai la persona per cui hai lottato? Perché le madri fanno fatica a capire i propri figli e i padri ad accettarli? Perché la frase giusta arriva sempre durante il momento sbagliato? Perché non ti capita mai di correre sotto la pioggia, di arrivare davanti al portone di qualcuno, farlo scendere, scusarti e iniziare a parlare a vanvera per poi trovarti labbra a labbra e sentirti dire: ‘non importa, l’importante è che sei qui’? Perché non vieni mai svegliato durante la notte da una voce al telefono che ti dice: ‘non ti ho mai dimenticato’? Se fossimo più coraggiosi, più irrazionali, più combattivi, più estrosi, più sicuri e se fossimo meno orgogliosi, meno vergognosi, meno fragili, sono sicura che non dovremmo pagare nessun biglietto del cinema per vedere persone che fanno e dicono ciò che non abbiamo il coraggio di esternare, per vedere persone che amano come noi non riusciamo, per vedere persone che ci rappresentano, per vedere persone che, fingendo, riescono ad essere più sincere di noi.
—  David Grossman, Qualcuno con cui correre.
10

Torniamo ai nostri antichi borghi a trovare le nostre forme di uomini, a sognare quello che eravamo per seminare in noi stessi l’essenza di quanto siamo. Cosi scivoliamo, nuotiamo, voliamo tra queste pietre per essere ancora bambini, inesperti amanti, per ritrovarci affacciati agli antichi balconi, a giocare ancora per le lunghe scalinate. In questo portone ti ho stretta, in quello ti ho abbracciato, in questo cortile ti ho baciato scoprendo che tu eri l’origine del mondo, le sorgenti del Nilo, l’inizio del cielo, il cuore del mare. Per noi i balconi sono fioriti in inverno e sulla tua bocca ho crocifisso la mia scoprendo che ero nato solo per abbracciarti tra questi antichi vicoli, per lasciare nel silenzio delle stradine, nell’odore di camini a legna in inverno e limoni dolci in estate, l’origine celeste della mia vita.

Let us return to our ancient villages to find our forms of men, to dream of what we were about to sow in ourselves the essence of our being. So let’s slide, swim, fly between these stones to be still kids, inexperienced lovers, to find ourselves facing the old balconies, to play again for the long staircases. In this door I held you, in that I embraced you, in this courtyard I kissed you discovering that you were the origin of the world, the Nile springs, the beginning of heaven, the heart of the sea. For us the balconies flourished in the winter and in your mouth I crucified my finding that I was born just to embrace you among these ancient alleys, to leave in the silence of the streets, in the smell of woody fireplaces in winter and sweet lemons in summer, the heavenly origin of my life.

Pictures of Taormina, Siracusa, Gangi, Savoca

Qualsiasi cosa accada tra voi, qualsiasi cosa ti faccia passare, qualsiasi, tu sarai sempre in grado di perdonarlo ancora una volta, e un altra ancora, e un altra ancora..
Se ami davvero qualcuno, non importa cosa lui ti faccia, ma tu sarai sempre lì, non chiuderai mai quella porta, la terrai sempre socchiusa, come per dire “in realtà la vorrei chiudere, ma se vuoi, basta spingere un po’, ed entri di nuovo.”

Per un periodo della mia vita ho lasciato la giovinezza fuori dal portone di casa.

Era “giovane” uscire e ubriacarsi senza apparente motivo? e allora io me ne stavo in casa a bere te verde giapponese e a leggere noiosissimi ed improbabili libri.

bastian contrario mi chiamavano,sbagliando.

Quel mio modus operandi non era mica un vezzo che mettevo in pratica controvoglia,a volte si avrei voluto uscire con gli amici ad ubriacarmi e urlare nomi di ragazza a qualche cielo lontano,ma poi la voglia scoppiava come un palloncino e veniva puntualmente rimpiazzata dal dovere di vecchio.

il dovere del vecchio giovane.

E’ successo però,che una mattina presto mi son svegliato ,e nel mio letto ci ho trovato uno che dormiva,uno simile a me,anzi proprio me.

Superato l’iniziale sbigottimento,ho capito che quella persona raggomitolata vicino a me era la mia parte stronza e testarda che nella notte era sgattaiolata come un ladro fuori dalle mie narici,dalle mie orecchie,dai miei occhi,per poi darmi il ben alzato e farmi capire certe cose molto importanti che adesso non starò qui a dirvi.

Questo pensiero mi è venuto durante la corsa,e forse nella corsa sarebbe dovuto rimanere.

Certe volte mi sento fuori posto ad essere così attenta, maniaca dei dettagli, sensibile. Ovunque vada, prima di fare la planimetria del luogo, analizzo i dettagli che lo compongono come se al posto degli occhi avessi due lenti di ingrandimento, dei microscopi. Nessuno attorno a me nota ciò che percepisco io. Sono circondata da persone piatte che pensano che il mare sia una continua linea orizzontale, nessuno va oltre la superficie, negli abissi.
Guardo, osservo e tento di non cascare nel dettaglio, cerco di uniformarmi alla massa ma qualcosa o qualcuno mi trae sempre in inganno: l'incongruenza della pavimentazione, un sorriso susseguito da un sospiro, la luce che filtra perpendicolarmente al portone, il ronzio di un insetto, il rombare del vento. Le tristezze altrui mi coinvolgono mentalmente e sentimentalmente, essere sensibili vuol dire sedersi accanto al vecchio che fissa incessantemente l'acqua e chiedergli cosa c'è che non va, chi o cosa ha perso.
Essere sensibili vuol dire sedersi vicino a qualcuno, per alleviare la sua malinconia, sorridere dinanzi ai musi lunghi, vedere il buono anche dove non vi è.
Non riesco a decidere: sarà un dolce dono o un angosciante morte ?