porto massimo

Non volevo che mi mancassi più e ho fatto di tutto per riempirmi la vita di cose da fare. Ma ogni momento in cui mi mancavi di meno, iniziavo a mancarmi io. Ci illudiamo di dimenticare e in realtà impariamo soltanto a riempire gli spazi bui. La verità è che senza la stella necessaria il buio è solo meno buio, non diventa luce.
—  Massimo Bisotti
Le parole che porto con me le ho già regalate a qualcuno. Non ho più la convinzione che esista un'unica volta possibile in cui dire qualcosa di reale. Ho già amato, è vero, per questo saprò farlo ancora. E guardando indietro dirò no a tutto il resto. A quel che è finito, a quel che non ho mai vissuto, a quel che ho perso prima di trovarlo e a quel che ho trovato senza vederlo in tempo. Dalla mente non si cancella niente ma quando parlo della parola dimenticare io non intendo cancellare. Finché provi a cancellare non hai dimenticato. Fin quando perdi il sonno per qualcuno non l'hai dimenticato. Fin quando hai bisogno di fuggire, di non vedere, di evitare non hai dimenticato. Dimenticare èer me è solo smettere di stare male per certi ricordi. Guardali in faccia, sorridere, essere grati alla vita anche per le tristi reazioni di alcune emozioni che si trasformano in tempeste. Preferirò sempre lasciare un posto che non è più il mio piuttosto che non averlo abitato mai.
Allora forse un giorno, ascoltando le vibrazioni di una canzone danzare sul suo viso, le dirò: “Ma come ho fatto prima di te? Non riesco più a ricordare com'ero prima di incontrare te”. Forse vale più questo di tutti i “ti amo” che ho detto.
—  Massimo Bisotti
Utero in affitto, adozione o il vecchio metodo della cicogna?

La base di partenza è una e semplice: fare figli è un atto d’amore? Personalmente credo di no. Credo, anzi, sia l’atto terroristico per eccellenza. Un altro modo di dire “se vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo”. 

Un atto egoistico, ma questo vale per tutte le decisioni. I ditalini li faccio a Samantha ma non a Francesca, a Berlino ci vado da solo e la mia ragazza, al massimo, la porto a Ovindoli per la settimana bianca, esco con gli amici e a te scrivo un sms con la vecchia scusa di stare male-depresso-stanco-annoiato, il Grande Mazinga in TV e non posso perderlo.

Anche amare è un atto egoistico a cui segue un tornaconto a medio-breve termine. Il cinismo è un punto di vista, ma potete vederlo anche in maniera romantica: è bello che qualcuno sia così innamorato da stare seduto ore ad ascoltare i vostri inutili discorsi, le poesie, le paturnie, i dischi che gli avete fatto solo per lui e dio solo sa cosa cazzo ci avete infilato dentro.

Ma lui, lei vi ama e apprezza lo stesso. Poi quando realizza sappiamo bene come finisce e come trattiamo gli altri. Bene che vada finite in analisi, a bere, a rompere i coglioni agli altri.

Fare un figlio, allora, è un salto nel vuoto, a volte reiterato, per noia, per abitudine, per paura, per un milioni di motivi per cui decidiamo anche di non farli. Escludete il discorso del “non mi sento pronta, pronto” perchè nessuno lo è mai stato. Se penso ai miei genitori, un contadino della Lucania nato nel 1933 e una diplomata della provincia di Rieti del 1939 che si ritrovano a Roma nei primi anni ‘60. Poi mio padre rimorchiò mia madre sull’autobus e diedero inizio alle danze. Ma mio padre ne aveva 31 quando nacque mia sorella e 41 quando nacqui io. Oggi avrebbe fatto lo scapolone ma allora non esisteva neanche Playboy (rivista grazie alla quale nacque il mito dello scapolo uomo circondato dalle conigliette). Prima ti dovevi sposare, poche storie. 

Oggi potete scegliere e il risultato è che molti non scelgono un cazzo. Sia che uno voglia un filgio, sia che non lo voglia, l’impressione è che ci si lasci trasportare dal flusso della società, in un vivere precario alla giornata. Normale, ci si adatta, questo passa il convento e via con un altro giro, qualche scopatina a casaccio, progetti che vanno dall’isola alle Bahamas alle vacanze in Puglia, in solitaria, su un monopattino in ferro battuto, all’avere una vita di coppia con figli.

Adottare un figlio è visto come un atto caritatevole. Si aiuta qualcuno già nato e in condizioni di merda, grazie a noi che sfruttiamo quello che troviamo lasciando poi macerie. Qualcuno decide di “fare del bene” e adotta. Anche qua, come sopra, vale lo stesso discorso: lo facciamo per tantissimi motivi, anche personali, sensi di colpa, paura, egoismo e via dicendo, ma il gesto è percepito in maniera positiva da tutti. “Hai adottato un bambino, che bello, è fantastico”.

L’utero in affitto è invece il Male assoluto. La prima reazione è che il bambino uno se lo compra. Ma pure l’adozione non è gratis e manco il figlio naturale te lo regalano. Soprattutto se parliamo di Stati Uniti e Canada (dove è permessa la madre surrogata). Un bambino da un utero in affitto, in media negli Stati Uniti, costa 130-200 mila dollari. Ma se non hai l’assicurazione sanitaria, un figlio naturale, tra visite e parto ti costa tra gli 8 e i 14000 dollari che proprio pochi non sono. In Canada un po’ meno, stanno tra gli 80 e i 140 mila. Se volete spendere poco c’è la Russia, l’India, la Thailandia che con 40-50.000 dollari te la trovano una disposta a gestare un bimbo per 9 mesi. Ma chissà che ti capita. E se poi non è sano?

Ma anche un figlio naturale, chissà che ti capita e poi non era un gesto d’amore? Lo è, direte, ma meglio un bimbo sano. Sono d’accordo e che sia naturale, adottato o in affitto, farete tutti i controlli del caso per ottenerlo.

Certo, portarsi avanti la gravidanza da soli è diverso che surrogarla, ma se sono due uomini non vedo altre vie. Magari tra 20 anni ci saranno le incubatrici della Apple che per 90.000 dollari ti daranno un figlio sano o rimborsati con un iPhone in omaggio, ma qualcuno potrebbe restarci male perchè la gente continua a vivere dentro una campana di vetro. Il fatto è che quando si pone il problema è già tardi, nel senso che non si torna più indietro. I gay esistono, vivono insieme, formano famiglie, le donne surrogate esistono, in USA c’è un business interessante e in Italia non vietano di utilizzarlo. Vietano di farlo in Italia, ma non fuori. Così come ora esistono le monoporzioni al supermercato. Negli anni ‘70 probabilmente erano utopia e qualcuno le avrà proposte e altri avranno rotto il cazzo con la famiglia che si sfascia e le donne create da Dio proprio per preparare pranzo e cena. Ma non possiamo nasconderci sotto terra. Potete, ma sareste degli illusi e pure degli stronzi. Lo stesso per l’immigrazione. Io capisco che a 40 anni state ancora a cercar di capire cosa fare della vostra vita, ma fuori ci sono un sacco di problemi grossi che vanno affrontati ed esigono risposte. 

Ieri leggevo di un tizio che parlava di eugenetica. Mentre mi grattavo la terza palla, impianto fatto a Casablanca negli anni ‘90 per una scommessa persa, mi veniva da rispondergli che l’eugenetica la compiamo ogni singolo giorno pure con i figli naturali a partire da chi selezioniamo come partner.

Quindi non esiste un problema di “dove andremo a finire” perchè ci siamo già dentro, da almeno una decade. C’è un problema di come e quando legalizzare, aiutare, rendere accettabile qualche cosa che già esiste. Dovrete imparare a convivere anche con questo, non solo con i vostri vicini calabresi che cucinano cani morti e ascoltano Bonolis a tutto volume.

PS: qualche tempo fa sono riusciti a creare dello sperma artificiale in vitro. A parte la battuta del “ha lo stesso sapore dell’originale”, probabilmente tra 10 anni potremmo monitorare malattie genetiche prima ancora della nascita ed eliminare per sempre gli austriaci a partire dagli Strauss. Fare, in pratica, quello che tenta di fare la medicina con diagnosi e cure a cui correte sempre a donare i soldi e scriverci tanti bei post del cazzo sulla ricerca. Eccola la ricerca, sperma artificiale fatto in vitro. Se vendono il brevetto in America lo troverete pure ai gusti cannella, rabarbaro e coca-cola.