portatori

Ho un debole per le persone che hanno cicatrici nascoste dietro un sorriso.
Per chi avrebbe il diritto di urlare e invece sussurra serenità.
Ho un debole per gli animi rotti ma portatori di serenità.
—  Michelangelo Da Pisa

Ho un debole per le persone che hanno cicatrici nascoste dietro un sorriso, per chi apre le braccia al futuro pur avendo conti in sospeso con il passato; per chi avrebbe il diritto di urlare contro e invece sussurra serenità. Ho un debole per gli animi rotti ma portatori sani di positività

KON-ICE: le bestie che avvelenano.

(titolo pretenzioso e autoreferenziale ma solo perché poi così poi ritrovo il post quando mi serve)

Freud direbbe che tutti gli esseri viventi dotati di un apparato buccale si trovano ancora nella fase orale, quindi psico-bio-evoluzionisticamente parlando mi verrebbe da stringere le chiappe in timorosa attesa che passino a quella sadico-anale ma sto divagando.

Parecchi esseri viventi mordono, pungono, traffiggono e suggono e questo mio post ha la pretesa di fare una carrellata su perché è sbagliato farsi venire l’istinto di barricarsi in casa, guardando il mondo con Google Maps e facendosi portare la spesa da Amazon.

Intanto non siamo in Australia quindi non rompete il cazzo con gli animali velenosi e/o portatori di malattie mortali, anche se l’evoluzione sta facendo le sue porche prove generali di sterminio.

LA VIPERA

Non l’hanno mai lanciata dagli elicotteri e difficilmente ti viene a dormire nel sacco a pelo o potreste trovarla in uno stivale. Come tutti i serpenti, si fa i cazzi suoi e ti morde solo se metti particolare impegno a romperle i coglioni, tipo volerla uccidere con un bastone per salvare il mondo.

Morso: a differenza di quello di altri serpenti, è possibile notare la presenza di due fori più grandi cioè quelli dei denti veleniferi e di una sola fila di denti

Trattamento: i film del cazzo hanno insegnato ad incidere, succhiare e a mettere un laccio emostatico E INVECE NO perché fareste penetrare il veleno nel flusso ematico e aumentereste il rischio di necrosi. È concesso accostare il nome del creatore a quello dello stesso animale che ti ha morso e poi andare in pronto soccorso con le proprie gambe, dove rideranno in faccia al tuo panico e poi ti manderanno a casa dopo averti dato del cortisone e un antibiotico.

Questo è il massimo che può succedere dopo un morso di vipera

LA MALMIGNATTA

Quella mignotta della Malmignatta (conosciuta da chi non soffre di dislessia come Latrodectus tredecimguttatus) è uno dei due soli ragni velenosi presenti nello stivale (THERE’S A SPIDER IN MY BOOT! ba dum tss) e il suo veleno è una neurotossina che può causare latrodectismo, una sindrome che comprende dolori muscolari, tachicardia, cefalea, nausea e vomito, quindi niente di più che sentire parlare Salvini a un comizio della Lega Nord. Solo in casi di gravi patologie preesistenti, potremo avere shock, insufficienza renale e miocardite.

Trattamento: visto che i sintomi si presentano a distanza di parecchie ore e quindi avete già smesso di rovistare in mezzo alle pietre come degli scemi, andate con calma in pronto soccorso.

IL RAGNO VIOLINO

Ecco qua il secondo e ultimo ragno velenoso italiano, il Loxosceles rufescens, che al contrario della Malmignatta non usa neurotossine ma un potente enzima proteolitico che, sempre a distanza di ore, può provocare una reazione cutanea che molte volte porta a necrosi tissutale e conseguente infezione (loxoscelismo cutaneo).

Qua il trattamento prevede medicazioni avanzate (vi ho evitato le foto delle lesioni più profonde) e copertura antibiotica. Non esiste siero anatossinico.

API E VESPE

Le prime sono le Milady della natura, le seconde delle Natural Born Killer Bitch.

Le prime ti pungono una volta sola (poi muoiono eviscerate) e ti lasciano un pungiglione che dovrà essere estratto, le seconde ti pungono a raffica finché gli tira il culo, vanno a casa a riposarsi per rifare le scorte di veleno e poi tornano a pungerti (sono vespidi pure i calabroni e hanno un pungiglione più grosso e con più veleno).

Il trattamento prevede leggera spremitura della ferita per far uscire il veleno accumulato, rimozione dl pungiglione (se di ape) e cubetto di ghiaccio. Ovviamente, se la parte trafitta si gonfia a dismisura, se l’edema si allarga al braccio o se si gonfia il volto e subentrano difficoltà respiratorie, subito dal medico curante o in PS. L’unico trattamento efficace in caso di allergia e shock anafilattico è l’adrenalina in iniettore portatile.

SCORPIONI

Vi metto questa foto perché se siete riusciti a farvi pungere da uno scorpione (comunque poco più di una puntura di vespa) meritate che vi si scambi la Preparazione H con della pasta al peperoncino.

Basta. Fine. Come ho detto non siamo in Australia ed è più facile morire di emorragia intestinale per aver ascoltato un comizio di Salvini che crepare per mano bocca (o culo) di questi animali.

Carissima persona omosessuale, bisessuale, transessuale o asessuale,

è molto probabile che tu non sappia di essere speciale o magico, né di avere sangue reale, eppure è così. Fai parte di una famiglia adottiva che vive fin dalle origini dell'umanità.

Molto tempo prima che nascessi tu, la gente come noi ha scoperto cose incredibili. Menti dotate come l'inventore del computer, Alan Turing, e il pioniere della moderna aviazione, Alberto Santos-Dumont, continuano a vivere in te. Il segno che hanno lasciato individui forti ed eccezionali come Lynn Conway e Martine Rothblatt (donne transessuali tuttora in vita) sulla tecnologia moderna è impossibile da ignorare, e le loro scoperte sulla creazione di robot e microprocessori sono tuttora utili agli ingegneri. In tempi più recenti, uno dei co-fondatori di Facebook si è pubblicamente dichiarato omosessuale, e insieme a lui anche l'attuale amministratore delegato di Apple.

Molto spesso, durante i secoli, siamo stati dei e dee, come Ermafrodito (il figlio di Ermes e Afrodite), o Atene e Zeus - che avevano entrambi amanti dello stesso sesso. In Giappone dicono che sia stata la coppia composta da Shinu No Hafuri ed Ama No Hafuri a “presentare” l'omosessualità al mondo intero. L'abilità di avere un genere che va oltre i classici “maschio e femmina” conosciuti è cosa comune fra le divinità indù. Si dice, inoltre, che il Dahomey (un regno che sorgeva nell'attuale Repubblica del Benin, in Africa) sia stato creato da una coppia di gemelli, fratello e sorella (ossia sole e luna) che, unendosi, diedero origine ad un individuo che al giorno d'oggi sarebbe definito “intersessuale”. Allo stesso modo, le divinità-serpenti degli aborigeni australiani, Ungud e Angamunggi, possiedono diverse caratteristiche che al giorno d'oggi ricondurrebbero ad un'identità transgender.

La nostra abilità di trascendere dai due generi ed oltrepassarne i confini veniva vista come un dono speciale. Abbiamo ricevuto diversi ruoli importanti in tante culture, siamo spesso diventati sciamani, guaritori o capi di società e tribù in tutto il mondo. I nativi americani della regione di Santa Barbara ci chiamavano “gioielli”. I diari dei due europei che narrano l'incontro con le persone Doppio Spirito, inoltre, ci dicono che il sesso omosessuale e le identità transgender facevano parte della cultura di circa ottantotto tribù nativo-americane fra cui gli Apache, i Cheyenne, i Crow, i Maya e i Navajo. Senza ulteriori testimonianze scritte non conosciamo altri dettagli, ma sappiamo di aver fatto parte della maggioranza dei popoli americani - se non di tutti.

Fra i tuoi antenati troviamo reali come la regina Cristina di Svezia, la quale non solo rifiutò di sposare un uomo (perdendo così la possibilità di salire al trono), ma adottò anche un nome maschile e cominciò un viaggio da sola per tutta Europa in sella al suo cavallo. Il suo tutor una volta disse che la regina non era “affatto come una donna”. Sappi che discendi anche dall'imperatore Nzinga dei regni di Ndongo e Matamba (oggi conosciuti come Angola), il quale era, biologicamente, una donna, ma si vestiva da maschio, si circondava di uomini vestiti in abiti tradizionalmente femminili e si faceva chiamare “re”. Fanno parte del tuo albero genealogico anche imperatori come Elagalabus. Quest'ultimo celebrava matrimoni sia fra uomini che fra donne che si identificavano trasngender e, truccato da donna, corteggiava gli uomini. Califfi di Cordoba come Hisham II, Abd-ar-Rahman III e Al-Hakam II avevano spesso rapporti sessuali di gruppo con uomini (che qualche volta erano in aggiunta a quelli con donne, altre volte li sostituivano proprio). E’ grazie all'imperatore Ai della dinastia cinese degli Han, inoltre, che è nata la frase “passione della manica tagliata”, perché sappiamo che, quando era a letto col suo Dong Xian e doveva svegliarsi per andar via, decise di tagliar via la manica della sua veste pur di evitare di svegliare il suo amato.

Discendi da individui il cui contributo alle arti è impossibile da ignorare. Fra queste grandi personalità ricordiamo compositori come Tchaikovsky, pittori come Leonardo da Vinci e attrici come Greta Garbo. I tuoi avi hanno dipinto la Cappella Sistina, hanno inciso la prima canzone blues e vinto numerosissimi Oscar. Sono stati poeti, ballerini e fotografi. Persone LGBTQIA+ hanno contribuito così tanto all'arte che oggi c'è un intero tour guidato dedicato esclusivamente a loro nel Museum of Modern Art di New York.

Nelle tue vene scorre sangue di veri guerrieri, come le Amazzoni, le famose donne-lottatrici che si occupavano di proteggere gli altri e non avevano né il tempo né l'interesse, fra un atto coraggioso e l'altro, di soddisfare i bisogni degli uomini. Il tuo cuore batte con audacia, come quello degli uomini del battaglione sacro, un gruppo di centocinquanta coppie omosessuali che, nel quarto secolo a.C., erano considerati guerrieri valorosi perché ognuno di loro, combattendo, pensava di star salvando la vita del proprio amato (cosa che accadeva davvero). Discendi anche da portatori di pace come Bayard Rustin, architetto gay che era per la non violenza e che si batté per i diritti dei neri negli Stati Uniti d'America.

Abbiamo dato un nuovo significato a parole come orso, camionista, otter - lontra -, checca (per gli uomini) e femminile (per le donne), nonché coniato nuovi termini come drag queen, twink e genderqueer, ma il fatto che omosessuale, bisessuale, transgender, intersessuale e asessuale siano stati creati di recente non deve farci pensare che esprimano un concetto nuovo. Prima che si cominciassero ad usare questi termini moderni, infatti, in giro per il mondo eravamo Winkte dagli Ogala, Chippewa dagli A-go-kwe , Ko'thalama dagli Zuni, Machi dai Mapuchi, Tsecats dai Manghabei, Omasenge dagli Ambo e Achnutschik dai Konyaga. Sebbene nessuno di questi termini rispecchi perfettamente il significato di quelli che usiamo oggi, si riferiscono tutti ad aspetti dell'amore omosessuale o del cambiamento di genere.

Tu sei normale. Non sei una creazione dell'età moderna, e la tua identità non è una moda passeggera. Quasi ogni nazione del mondo ha, nella propria storia, persone le cui identità e comportamenti ricordano quelli che oggi chiameremmo bisessualità, omosessualità, transgenderismo, intersessualità, asessualità e tanti altri.  Ricorda che non è sempre stato tutto come la cultura occidentale l'ha costruito.

Tante culture, dalla Papua Nuova Guinea al Perù, accettavano intercorsi omosessuali fra maschi come parte di rituali e routine; alcune di queste società credevano che, con la trasmissione del seme da un uomo all'altro, il destinatario ne avrebbe giovato e sarebbe diventato più forte. In passato non c'è quasi mai stato il bisogno di coniare parole per coloro che erano attratti dallo stesso sesso, per coloro che non riconoscevano la propria identità biologica o semplicemente non si adeguavano a ciò che era comune nelle loro culture, perché  cose del genere non erano rare come oggi potremmo pensare fossero.

Essere tanto unici e speciali ha spesso fatto sì che gli altri avessero paura di noi. Siamo stati arrestati, torturati e uccisi. Ancora oggi ci sono governi che ci ammazzano e individui che non ci accettano in società che, in passato, ci consideravano membri importanti e al pari di tutti gli altri. Oggi ci dicono che “l'omosessualità non è africana”, o che “non esistono omosessuali in Iran”. Tu sai, noi sappiamo che questi commenti sono falsi, ma ci feriscono lo stesso. Quindi, quando qualcuno ha coniato termini come “gay” o “lesbica”, noi li abbiamo fatti nostri. Quando hanno detto che deviamo i bambini, noi abbiamo sorriso e abbiamo detto “no, io sono qui per deviare te!”.  Quando hanno messo dei triangoli rosa e neri sulle nostre uniformi nei campi di concentramento, noi li abbiamo resi i nostri simboli, dei simboli d'orgoglio.

Coloro che vanno contro la nostra ferma e decisa presenza nelle culture di oggi, coloro che cercano di privarci dei nostri diritti e che commettono atti di violenza contro di noi, non capiscono che sono loro le anomalie storiche, non noi. Per la maggior parte della storia dell'umanità, perseguitare individui che trasgredivano le norme della propria cultura riguardo orientamenti sessuali e di genere veniva considerato assurdo - nella peggiore delle ipotesi - oppure era semplicemente e completamente sconosciuto, nella migliore. Oggi, le persone che continuano a tormentarci provano a giustificare le loro campagne di odio dicendoci che “difendono” i valori tradizionali. Ma non potrebbero essere più lontani dalla verità.

Adesso sai che si sbagliano. Prova a immaginare un mondo senza il primo computer, senza il soffitto della Cappella Sistina o senza la maggior parte della musica che abbiamo oggi - dalla musica classica, come Appalachian Spring, a motivetti sempiterni come YMCA (insomma, siamo stati dichiarati “genitori del blues” e “Re del pop latino”!). Hai idea di quanto sarebbe più buio il mondo senza di noi? Sono felice che tu sia qui per aiutare a mandare avanti le nostre tradizioni.

Con lesbismo,
Sarah Prager

— 

Qui l’articolo originale di Sarah Prager per Huffington Post.

La traduzione è mia, non togliete la fonte.

Io no lo so

Quel che mi lascia perplessa è che tutti sembriate sapere cosa è giusto. Su temi così difficili e profondi, su cui il pensiero umano si arrovella da sempre, ora, all’alba del 2017, avete improvvisamente eliminato ogni dubbio, risolto ogni dilemma, avete tutto perfettamente chiaro. 

Devo essere l’unica stupida rimasta in Italia, per non dire nel mondo, perché io invece non lo so cosa è giusto. 

Mi sono trovata con una gravidanza indesiderata e, dal momento in cui me ne sono resa conto, non avrei saputo dire: questo è un grumo di cellule, questo è un embrione, questo è un bambino. D’altra parte non abortisci perché non vuoi un grumo di cellule, abortisci perché non vuoi un figlio. Quindi, a rigor di logica, è questo che conta. Io non ho abortito, altre l’hanno fatto, altre l’avrebbero fatto nella mia situazione. Certo l’aborto mi è stato proposto, quasi imposto, e quella scadenza che dice “fin qui puoi liberarti del grumo, da qui in poi devi avere un figlio” è qualcosa di angosciante e insensato. E’ un limite arbitrario, posto per una decisione giuridica e io non so se è giusto, Per me non lo era ma non lo so.

Mi sono trovata di fronte ad una persona amata che soffriva senza speranza, solo in attesa della morte. Mi sono trovata a controllare le gocce della flebo di morfina, a contare quante, quanto in fretta mentre la sentivo lamentarsi e dire “che male che male che male” in continuazione senza smettere finché non perdeva conoscenza. Avrei voluto farla smettere di soffrire? certo. Avrei voluto che guarisse ma almeno che smettesse di soffrire. Durante la notte, nelle ore più buie, dopo che la stanchezza della veglia ha passato il limite e non si sente altro che stordimento, se avessi potuto lo avrei fatto, Se avessi potuto l’avrei uccisa. Ma quegli attimi in cui si riprendeva, in cui stringeva la mano di suo marito e riusciva a sorridergli li avrebbe persi. Li avrebbero persi entrambi. Lui la voleva viva il più a lungo possibile, io no. Chi aveva ragione? Qualcuno ha ragione? Ora posso dire, qui a freddo, finché la mia salute è buona, che io vorrei per me una morte veloce, prima possibile, prima di ogni dolore e di ogni perdita di speranza. Ma quando e se capiterà sarò ancora della stessa opinione? non lo so. 

Quello che mi spaventa è che qualcuno pensi di saperlo. Che qualcuno pensi di stabilire una casistica precisa, altri limiti arbitrari “fin qui puoi, da qui non puoi più”. 

Capisco la vostra obiezione: che ognuno possa decidere. La libertà. Il diritto. Che bel feticcio, che bell’idolo la libertà, che bel mondo quello dove si guarda il diritto e non il dovere che lo accompagna. Se qualcuno ha il diritto di morire, qualcuno ha il dovere di uccidere. Se qualcuno ha il diritto di vivere, chi può garantire questo diritto? E da quando qualcuno ha diritto? e fino a quando qualcuno è qualcuno? Io non lo so. Non so se siamo in grado di sopportare il peso di questi diritti, fino alle loro estreme conseguenze che spesso cozzano contro altri diritti in un labirinto di specchi in cui ognuno ha le sue ragioni ma la ragione non sta da una parte sola. L’autodeterminazione è una cosa bella in teoria ma non siamo in grado di autodeterminare la vita, siamo sicuri di essere in grado di autodeterminare la morte? Io non lo so, vedo ramificazioni di complicazioni, di rapporti, di evenienze che si allargano in modo esponenziale e coinvolgono tutto il nostro rapporto con l’esistenza, A volte ho l’impressione di vedere le cose sempre in modo troppo complesso. A volte credo che invece voi tendiate a vederle in modo troppo semplice. Tutto nella nostra vita è determinabile, frutto di scelte, sindacabile e regolabile. Siamo delle funzioni tranquille che procedono prevedibili lungo l’asse del tempo. Ma abbiamo due punti di discontinuità, due singolarità, due limiti nei quali il nostro andamento diventa inconoscibile: l’inizio e la fine, la nascita e la morte. Sono “misteri”, punti inconoscibili nei quali è necessaria una vena di trascendenza e quanto se ne sente la mancanza oggi.

E poi, diciamolo, per tornare terra terra, non ci fidiamo dei parlamentari per nulla, vogliamo affidare loro i momenti più misteriosi della nostra esistenza?

Io non lo so cosa è giusto. Capisco le ragioni di chi invoca l’eutanasia, capisco le ragioni di chi la osteggia. Capisco il senso dell’autodeterminazione, ma ne capisco anche i limiti. Capisco il valore della libertà ma ne ho sentito anche il peso. 

Volete farne leggi? e fatele, ma non concionate in giro ironizzando e stigmatizzando e indignandovi a destra e a manca. Non siete portatori di verità, solo di opinione.

“Le catene e le limitazioni di cui siamo portatori sono proporzionali alla nostra incapacità di creare, attraverso l'immaginazione, un mondo diverso

da quello nel quale siamo inseriti.”

Aldo Carotenuto

Preterizione a latere

Mi ero ripromesso di non dire nulla sul sedicenne suicida per un tocchettone di fumo e vediamo se teoricamente riesco a mantenere la promessa.

Questa terribile storia (questo lo possiamo dire, visto che è morto un ragazzo che aveva davanti tutta una vita da immaginare) arriva in un momento molto particolare della condizione socio-politica del nostro paese e lo abbiamo visto da come la notizia sia stata data con un furbo contagocce e andando a sgocciolare ora su una certa tipologia di lettori, ora su un’altra.

Possiamo dire (come sempre, d’altronde) che la gente capisce a malapena la struttura anatomica di quell’organo sessuale tipico dei portatori del cromosoma Y e la stratificazione mediatica di questa notizia è stata (volutamente?) ottima per far triggerare tutti quanti, in una maniera tale che ho visto così tanti piedi sfasciati dalla propria zappa solo quella volta che mi hanno aiutato a fare l’orto alcuni miei amici gonfi di grappa fatta in casa.

Intanto ve lo dico in maniera molto delfica ed evitate il no però ma invece ché una cosa è il mio pensiero in merito, un'altra la causalità di certi avvenimenti…

Scordatevi la legalizzazione della marijuana per almeno un’altra decina d’anni.

Possiamo incolpare la madre di aver praticamente ucciso il figlio chiamando la guardia di finanza a casa a sequestrargli il fumo oppure possiamo anche scoprire che il figlio era adottato e chiederci se sia il caso di fare un passo indietro di fronte a una evidente situazione di disagio di cui non conosciamo nulla. O invece ci scopriamo tutti psicopedagogisti assistenti sociali con la sfera di cristallo e un’esprit d’escalier grosso quanto la nostra presunzione di risolvere i problemi a frittata sul pavimento?

A chi la diamo la colpa? Ai finanzieri fascisti che andassero a cercare i veri evasori, al figlio viziato e drogato oppure al grande capro espiatorio, la Società di Merda™?

Io mi limito a prendere atto che la mia trentina di righe malscritte sono già trenta di troppo per una morte di cui non capiremo mai abbastanza o, più verosimilmente, mai nulla e quindi mi guarderò bene dal commentare ogni intervento a favore o contro qualsiasi cosa.

(spero di riuscire a mantenere la promessa ma questo dipende anche da voi)

anonymous asked:

Una domanda Cartofolo, la differenza allora per togliermi dubbi ,la differenza tra coscienza e consapevolezza...

La differenza è che la consapevolezza è limitata a una sola parte della coscienza.
Questa ultima comprende anche tutto il bagaglio inconscio e muove il subconscio senza che noi ne siamo consapevoli.

Il concetto è semplice; addirittura banale. Forse è per questo che, cercando la risposta in chissà quale concezioni della realtà, può sfuggire l'essenziale.
La risposta la dà anche la psicologia e la sperimentiamo quotidianamente.
La nostra coscienza è tutto il portato del nostro “sentirci di esistere”, ma noi non lo sperimentiamo nella sua interezza; anzi abbiamo bisogno di appoggi per far lavorare la mente in funzione dei nostri bisogni contingenti. Quindi parzializziamo la coscienza con il senso dell'io che ci indica ed esprime le varie necessità che le esperienze ci inducono.
Se abbiamo freddo la nostra consapevolezza si concentrerà su quegli aspetti che potranno procurarci del calore. Se abbiamo fame quello di procurarci il cibo. Se proviamo rabbia tutta la nostra attenzione è per riuscire a scaricare quel sentimento.
La buona musica, la gioia di una passeggiata, il senso di affetto e amore per una persona cara, sono parte della nostra coscienza, ma, in quei momenti non ne siamo consapevoli.
Solo superando ogni necessità potremo davvero trovare noi stessi, e solo allora la consapevolezza potrà abbracciare l'intera coscienza che abbiamo maturato.
Se uno scienziato è concentrato sull'osservazione al microscopio di qualche particolare microrganismo, è consapevole di quello che avviene sotto i suoi occhi, ma non è cosciente di ciò che è la realtà del laboratorio tutto, di ciò che si muove intorno, della giornata di sole che c'è fuori dalla finestra ecc.
Però tutte queste cose fanno parte di lui, della sua possibilità di esserne cosciente.
Però, in quel momento, è necessario che quello scienziato dimentichi quello che gli sta intorno per poter meglio analizzare e capire quella vita microscopica che sta osservando.
Così è per noi. Non possiamo né capire né percepire una realtà che non sia quella che ci appartiene in questo momento spazio-temporale: la nostra consapevolezza è limitata in funzione di certe esperienze e non abbraccia tutta la coscienza di cui siamo portatori come evoluzione.

“I conflitti che avvengono tra gli uomini non sono sempre combattuti con armi fisiche, ma assai spesso con armi psicologiche (non per niente gli uomini si distinguono dalle bestie!) le quali colpiscono ed uccidono come le prime. Il potere versa sui suoi nemici montagne di menzogne, favole, esagerazioni e pregiudizi. Ora, la propaganda non è che un surrogato della lotta e come tale miete le sue vittime. A lungo andare la pressione deformante della falsità propagandistica finisce per avere ragione del vero e del giusto.
Capisco che è difficile parlare con un linguaggio diverso da quello inculcato dai potenti e che non è facile imparare su due piedi un linguaggio “proprio”. Bisogna intendersi sul significato delle parole, bisogna imparare a distinguere i fatti tra loro. Bisogna sempre più liberarsi da tutto ciò che ci è stato “fissato” come un chiodo dai nostri governanti, dalla chiesa, dai poteri forti; non accettare niente per sola consuetudine, ma passare tutto al vaglio rigoroso della ragione, non riconoscere limiti di giudizio imposti da una qualsiasi fede (che non sia fede ragionata nel sentimento), non aver paura dei dubbi. “Ragionare con la propria testa, camminare con le proprie gambe”, mi diceva mio padre.
L’inerzia trascina con se atteggiamenti dell’infanzia, cioè quelli che ci furono infusi sin da quando eravamo piccoli, quando non avevamo alcuna capacità critica, insomma nessun dispositivo di sicurezza della nostra coscienza. In questo modo si diventa portatori di materiale che non ci appartiene, che non è nostro, che ci è stato addossato da altri per calcolo o (se fatto in buana fede) per ignoranza, anche se l’abbiamo scambiato per roba nostra e l’abbiamo difeso a spada tratta. Non può essere nostro ciò che contraddice al nostro sviluppo essenziale. Ci si trova a vivere un grande paradosso: difendere ciò che non è nostro, difendere ciò che è contro di noi. Nel bagaglio dell’infantilismo che ciascuno si porta con se c’è qualcosa rivolta contro noi stessi che noi dobbiamo estirpare senza pietà.
Fin da piccoli, tramite la scuola, i media, la chiesa, ci hanno persuaso che senza lo Stato non possiamo vivere, che senza padrone non abbiamo lavoro, che se non credi in Dio patirai le pene dell’inferno, che se non deleghi la tua vita a qualcuno non avrai un futuro, che gli anarchici, i sovvertitori dell’ordine pubblico sono pericolosi, generatori di caos, violenza e che vogliono distruggere tutto; avete mai pensato che tutto questo potrebbe essere falso? Avete mai pensato che siamo stati presi in giro e avvolti dalle menzogne fin da quando eravamo in fasce? Un proverbio siciliano recita :«pietra smossa nun pigghia lippu», sulla pietra che si muove non cresce il muschio. Tutto ciò che è vivo non si atrofizza, il muschio cresce solo sulle pietre ferme. Una società, oppure un individuo, non deve mai smettere di ricercare, di pensare, di vivere intensamente, pena la morte. Lo Stato, ogni potere, cerca di appiattire i cervelli, di bloccare il pensiero, di impedire la libertà di espressione, di incanalare le energie della società per sfruttarle ai suoi fini oppure spegnerle.
L’uomo può dirsi veramente maturo e, in tal senso, colto, quando ha ricostruito se stesso su basi razionali.”

(chat noir)

Siamo testimoni immobili del nostro dolore.
Anestetizzati dalla vita.
In un progressivo e lento movimento che tutto cambia senza mai smuovere davvero qualcosa.
Siamo paralizzati dalle nostre paure.
Immagini interiori celate dalla parte migliore di noi stessi.
Uragani che coviamo nella testa fino alla distruzione.
Mostri che guardano i pezzi cadere e ci passano sopra.
Siamo giocatori in panchina.
Spettatori passivi di un gioco troppo veloce e crudele. Difficile forse. Amabile per gli appassionati.
Ingiusto per i principianti.
Siamo gusci riempiti a caso delle prime cose che Dio, la cicogna e l'angioletto han trovato per strada. Completi solo a metà, vuoti dall'altra.
Totalmente dirottati verso l'autodistruzione.
Siamo esseri stupidi.
Viviamo di ciò che ci uccide, lasciamo che ci uccida e uccidiamo ciò che ci farebbe vivere.
Contenti della nostra pace apparente.
Soddisfatti di questo quieto vivere di facciata, posto a muro dei nostri mille difetti.
Dubbi.
Insicurezze.
Paure.
Siamo uomini, per definizione.
Non molto di fatto.
Incoerenti,incostanti,inutili.
Portatori sani del prefisso “in-”.
Delle malattie del cuore.
Di quelle dell'anima, reali e inesistenti.
Siamo uomini.
Guerrieri da secoli,millenni.
E da secoli,millenni a pezzi.
—  Un-knownenemy
L'omosessualità è un cecchino silenzioso che mette una pallottola nel cuore dei bambini durante la ricreazione, li prende di mira senza cercare di sapere se sono bambini di bobo (borghesi-bohémiens, Ndt), di agnostici o cattolici integralisti.
La sua mano non trema, né nei collegi del VI arrondissement, né nelle zone di educazione prioritaria. Tira con la stessa precisione sulle strade di Chicago, i paesi d'Italia o le periferie di Johannesburg.
L'omosessualità è un cecchino cieco come l'amore, splendente come una risata e anche tenera come un cane. E quando si stanca di prendere di mira i bambini, tira una raffica di pallottole vaganti che finiscono nel cuore di una contadina, di un taxista, di un cantante hip-hop, di una postina che fa il suo giro… l'ultima pallottola ha colpito una donna di ottant'anni, nel sonno.
La transessualità è un cecchino silenzioso che mette una pallottola nel petto di bambini piantati davanti a uno specchio o che contano i propri passi sulla strada per la scuola. Non si preoccupa di sapere se sono nati da inseminazione artificiale o da coito cattolico. Non si domanda se sono nati da famiglia monoparentale o se papà portava l'azzurro e mamma si vestiva di rosa. Non trema né al freddo di Sochi né al caldo di Cartagena. Apre il fuoco sia contro Israele che contro la Palestina. La transessualità è un cecchino cieco come una risata, splendente come l'amore, tenera e tollerante come sono i cani. Ogni tanto tira, su un professore di provincia o un padre di famiglia, e bum.
Per quelli che hanno il coraggio di guardare in faccia la ferita, la pallottola diventa la chiave di un mondo del quale mai avevano visto niente prima. Le tende si aprono, la matrice si scompone.
Ma fra quelli che hanno la pallottola nel petto, qualcuno decide di vivere come se non sentisse niente.
Altri compensano il peso della pallottola facendo grandi gesti da Don Giovanni o da principessa. Medici e chiesa promettono di estirpare la pallottola. Dicono che all’ Equatore una nuova clinica evangelista apra ogni giorno, per rieducare gli omosessuali e i transessuali. I fulmini della fede diventano scariche elettriche. Ma nessuno ha mai saputo come estirpare la pallottola. Né i mormoni, né i castristi. Può conficcarsi più profondamente nel petto, ma mai essere estirpata. La tua pallottola è un angelo guardiano, sarà sempre al tuo fianco.
Avevo tre anni quando per la prima volta ho sentito il peso della pallottola. Ho saputo di averla quando ho sentito mio padre trattare come “sporche, schifose lesbiche” due ragazze straniere che camminavano dandosi la mano per la strada. Il mio petto si è messo a bruciare. Quella notte, senza sapere perché, mi sono immaginata per la prima volta di scappare dalla mia città e di andarmene in un altro paese. I giorni seguenti sono stati i giorni della paura e della vergogna.
Non è difficile immaginare che fra gli adulti che partecipano alle manifestazioni della collera certi portino, incistata nel plesso solare, una pallottola ardente. Per semplice deduzione statistica, e conoscendo l'abilità dei cecchini, so che alcuni dei loro figli portano già la pallottola nel cuore. Non so quanti siano, quale sia la loro età, ma so che alcuni di essi hanno il petto in fiamme.
Portano bandierine che qualcuno ha messo loro in mano, che dicono “non toccate i nostri stereotipi”. Ma sanno che non potranno esserne all'altezza. I loro genitori urlano che i gruppi lgbt non devono mai entrare nelle scuole, ma questi bambini sanno di essere loro i portatori della pallottola lgbt. La notte, come quando io ero bambina, vanno a letto con la vergogna di essere i soli a sapere di essere sconvenienti per i loro genitori, vanno a dormire con la paura che i genitori li abbandonino se lo scoprono, o ancora che preferiscano che muoiano. E sognano forse, come ho fatto io prima di loro, di scappare in un paese straniero, nel quale i bambini che portano la pallottola siano i benvenuti. E vorrei dire a questi bambini: la vita è meravigliosa, vi aspettiamo, siamo tanti, siamo caduti sotto la raffica, siamo gli amanti dal petto aperto. Non siete soli.
—  Paul B. Preciado su Libération del 14 febbraio 2014
http://www.liberation.fr/debats/2014/02/14/nous-sommes-partout_980296

“Io vi disprezzo. Ladri di tempo, ladri di energie, ladri di sogni, portatori di grane, di problemi, di questioni, di zizzania, di malizia, di discordia. Disprezzo il chiacchierificio che dà voce agli omuncoli, quella supponenza da "cane sciolto”, in genere più cani che sciolti, disprezzo l'estremismo verbale che giudica la prassi rivoluzionaria, l'idea in cammino, lo spirito incarnato. Disprezzo l'unità dell'area, disprezzo le finte anime candide che  invocano “trasparenza” perché sono torbide loro. Mi fate schifo, e mi faccio schifo io nella misura in cui vi sto comunque sempre troppo appresso, vi concedo troppo credito, perché ogni secondo passato ascoltando voi è sottratto a compiti più nobili e più belli, o anche solo a mia figlia, che è nata il 28 ottobre e che mi permette, da due anni, di passare questa giornata con lo sguardo rivolto a ciò che è lieve, all'avvenire, alla bellezza, che poi sarebbe anche la ragion d'essere di questa ricorrenza, prima che voi ne faceste la sagra mortifera dei pagliacci, degli sfigati, dei portajella. Buon 28 ottobre a chi, in mezzo a tutti voi, ha custodito una barricata e ha alimentato un fuoco. Fanculo tutti gli altri.“

Passiamo il tempo ad immaginare situazioni impossibili, dialoghi irreali, abbracci talmente forti da far male, sorrisi così veri da far schifo. Passiamo ore e ore pensando a persone che ignorano la nostra esistenza, persone per cui un tempo eravamo tutto ed ora si preoccupano solamente di evitarci. Passiamo i giorni faticando per tenere gli occhi aperti e le notti a rigirarci in quei letti troppo freddi con un pensiero fisso nella mente: la persona o la situazione sbagliata. Perché son sempre gli errori peggiori quelli a rimanere a mente, a creare rimpianti, ad ampliare le paranoie a diminuire l'autostima. Certe situazioni non si scordano mai, certi occhi rimangono per sempre impressi nella mente, certi sorrisi portatori di felicità, certi sguardi simboli di gioia. Rimangono incollate ai nostri pensieri e appena gli viene data l'occasione o l'ottengono con la prepotenza, si impossessano della nostra mente rendendoci dapprima felici o terrorizzati per poi, col tempo, arrivare al sentimento opposto. Nulla é bene o male, piacevole o spiacevole, ma tutto dipende dal punto di vista con cui guardiamo quel che è successo.
—  Not all dreams can be realised

Mia cara Janet,
mi dicono che giravi per Oxford in una Mini gialla, ti vestivi di tweed e andavi in biblioteca fino a quasi novant’anni, con il tuo apparecchio acustico che, fischiando, disturbava gli altri lettori.
Che modo impertinente di cominciare una lettera, penserai là dove sei. È che, vedi, la mia ammirazione per te è talmente sconfinata, che se partissi dagli elogi ti metterei in imbarazzo.
L’ammirazione comincia per te bambina, quando hai ignorato quella preside che di te ha detto: «Troppo stupida per imparare». Poi prosegue, per il coraggio di decidere di fare il medico, in un’epoca in cui le dottoresse erano merce rara. Talmente rare che non le volevano neppure i più poveri dei poveri.
Non ti volevano nemmeno i malati dei quartieri più tristi di Londra, dove ti avevano mandato, cara dottoressa Vaughan, durante la specialità. Lì un paziente ti aveva perfino detto: «Non c’è un medico maschio? Piuttosto che farmi curare da lei preferirei un nero». Fra emarginati ci si capisce, vero, Janet?
Fra quei malati che avevano bisogno di tutto, come hai trovato il tempo, lo spirito, la sete per dedicarti anche alla ricerca? Perché è lì che ti sei chiesta se la cura migliore per l’anemia perniciosa fosse proprio l’arsenico. E non lo era, come avevi letto nei lavori di quel medico americano, George Minot, che aveva ottenuto risultati migliori con un estratto di fegato crudo.
Mentre cerchi di provare se la tua idea è buona, riesco a immaginarti grazie a tua cugina, Virginia Woolf, che ti ha messo in quella scena di Una stanza tutta per sé, in cui appari presissima a tritare i fegatini di cane. Siamo negli anni Venti, no?
L’idea di tentare con i cani, mi han detto, era del tuo capo, ma non aveva funzionato. Allora hai provato su di te. E la mattina dopo eran tutti lì increduli, in ospedale, a vedere se eri ancora viva. Vivissima, eri, cara Janet. Allora il grande professore ha deciso di dare l’estratto di fegato a un paziente in fin di vita, che è sopravvissuto.
Ovviamente il prof si piglia tutto il merito, ma tu, Janet, te ne sbatti, come direbbe mia figlia, e te ne vai a Harvard. E lì la tua passione per il sangue continua. Ma neppure negli Stati Uniti, un Paese assai meno snob della tua vecchia isola, una donna medico veniva accolta a braccia aperte. Tanto meno se voleva fare ricerca. Per te, Janet, non c’erano né pazienti, né topi. C’erano solo «bloody pigeons»: così chiamavi i tuoi cari piccioni, che tanto ti hanno detto sulla vitamina B12.
Dimmi la verità, Janet, non ti venivano mai i nervi? Neanche in quell’ospedale in cui lavoravi dopo il ritorno in Inghilterra, appena sposata? Sì, quel posto a Londra, dove gli altri medici che ormai conoscevano la tua reputazione, e avevano bisogno dei tuoi consigli, ti scrivevano delle lettere pur di non parlarti!
E come ti sei sentita, Janet, quando quel paziente ti ha chiesto di non dargli più quella medicina, l’estratto di fegato, perché gli faceva venire fame e lui non aveva i soldi per mangiare? Non sai che cosa darei, Janet, per vedere la sua faccia, e la tua, in quella corsia d’ospedale londinese degli anni Trenta.
C’era profumo di guerra, Janet. E tu sapevi quanto sangue ci sarebbe voluto per curare i feriti. Ma come conservarlo, quel sangue? Tu, che fin da bambina eri una divoratrice di libri e articoli, avevi letto da qualche parte che in Russia conservavano, a bassa temperatura, il sangue delle vittime degli incidenti stradali, per usarlo poi per i pazienti negli ospedali.
Nel 1938 sapevate già come conservare il sangue per qualche giorno (aggiungendo il citrato di sodio, che blocca la coagulazione). E sapevate anche come fare le trasfusioni, con tutte le regole dei gruppi sanguigni. A Londra c’erano addirittura 7000 donatori, tutti schedati e da chiamare al bisogno. Ma il loro sangue era da usare subito: appena chiamati i donatori, gli veniva fatto il prelievo, e il sangue era utilizzato sul posto.
Ma questo bel marchingegno, in una guerra sarebbe bastato? Certo che no, Janet. E tu lo sapevi bene, a differenza del Ministro della Difesa. Lui diceva che «conservare il nostro sangue nella nostra gente» sarebbe bastato e avrebbe dato maggiore soddisfazione.
Un genio, eh, Janet? No, non ti preoccupare, lo dico io, non tu. Ben più educata e accorta di me, ti sei limitata a dire la cosa giusta: che non eri d’accordo. Sempre cortese, ma spiccia, senza tempo da perdere. Soprattutto determinata ad aggirare l’ostacolo. Con 100 sterline in tasca che ti ha dato il tuo direttore, hai sguinzagliato gli assistenti in giro per Londra a raccattare tutte le provette in circolazione.
Le bombe però ci hanno messo un po’ prima di cadere su Londra. E così tu, Janet, hai avuto un po’ di più di tempo del previsto per fare un bel piano. Il tuo piano era di costruire dei magazzini dove mettere il sangue. Ti hanno dato il permesso per quattro, due a Nord e due a Sud. Vicini agli ospedali, ma lontani dal centro che sarebbe stato bombardato con maggiore probabilità.
Tutto qui? Macché, Janet, so benissimo che ti sei occupata di ogni dettaglio e ti sei fatta ogni possibile domanda. Quanto sangue prelevare da un donatore? Accettare donatori solo di gruppo sanguigno 0, il tipo universale, o tutti? E poi, quali controlli fare sul sangue? La sifilide si sapeva che era un problema, soprattutto in tempo di guerra. Ma poi, come dire agli ignari portatori che erano stati infettati, magari dalle loro spose?
E  che cosa mi dici delle bottiglie in cui mettere il sangue? Oggi, Janet, avrai saputo che abbiamo delle comode sacche di plastica usa e getta. Ma allora voi dovevate cavarvela col vetro, e non era mica facile scegliere la bottiglia di vetro più adatta. Janet, mi han detto che i tuoi bambini non ne potevano più delle bottiglie di tutte le forme con cui avevi riempito il tuo appartamento!
Anche tu, Janet, eri una «bambina molto birichina», secondo il tuo capo che aveva sentito dei tuoi preparativi. Si illudeva di fermarti con una gelida battuta?
No di certo, anche perché tu, Janet, avevi per la testa tutt’altro gelo. Insieme al comitato organizzativo che avevi messo in piedi, avevate deciso che per trasportare il sangue avreste usato i furgoncini di un gelataio.
«Comincia a prelevare», ti hanno scritto con un telegramma dal Medical Research Council il 3 settembre 1939. Due giorni prima Hitler aveva invaso la Polonia e la Gran Bretagna stava dichiarando guerra alla Germania.
Janet, siamo a più di metà di questa lettera, anzi della tua vita, e non ti ho ancora detto come ho saputo tutte queste cose su di te. Ti prego di avere pazienza, alla fine te lo dirò, è una promessa. Ma prima voglio tornare nel tuo magazzino del sangue, dove giravano dei tipi strani che ti chiederei di presentarmi.
C’era quell’irlandese matto che faceva ribaltare i furgoncini. E poi c’erano quegli altri autisti che avevi reclutato al pub. D’altronde c’era la guerra e non potevi mica fare la schizzinosa. Come direbbe mia figlia, ci stava che non solo gli ubriaconi, ma anche molte donne diventassero autisti. Come Lady Dustan, sulla settantina, con la collana di perle e il cappellino alla Queen Mary. E ci stava pure che la sera, quando tornavano al magazzino dopo avere girato per tutta Londra fra oscuramenti e tempaccio, si bevessero il loro buon whisky. Giusto Janet?
E che cosa mi dici di quella ragazzina talmente ustionata che pensavi che sarebbe morta? Eri andata a vedere se c’era qualcun altro a cui dare sangue, ma poi eri tornata indietro e l’avevi trovata ancora viva. Il problema era che era talmente bruciata che non aveva più vene. Ma tu, cara Janet, come al solito ne sapevi una più del diavolo e ti eri ricordata di aver letto da qualche parte che si poteva dare il sangue direttamente nelle ossa. Così hai preso l’ago più grande che hai trovato, glielo hai infilato nello sterno e hai detto a un’infermiera di pompare il sangue.
Quell’incidente ha cambiato la forma degli aghi da trasfusione, e ha salvato la vita a una ragazzina che poi avrebbe scelto, per te, di studiare a Somerville, nel collegio di Oxford dove tu eri preside. Ma questa è una cosa che è successa molti anni dopo, e noi adesso siamo ancora in guerra.
«La cosa grandiosa della medicina di guerra era che potevi correre dei rischi perché le persone morivano comunque, e non sarebbero morte peggio a causa di quello che gli facevamo» per tentare di salvarle. Janet, devo dirti che capisco quello che dici, ed è ragionevole: hai una persona che sta morendo e fai di tutto per salvarla, anche sperimentando qualcosa che non sai come andrà a finire. La sensibilità di oggi, però, è diversa, nel bene e nel male. E mi chiedo se in una guerra dei nostri giorni i medici hanno la libertà che hai avuto tu, nel tentare il possibile.
Nel 1941, con l’arrivo della primavera sono finiti i bombardamenti. Immagino il sollievo, cara Janet! Oppure pensavi di rimanere disoccupata? Neanche per sogno, perché a quel punto i medici e i chirurghi avevano scoperto la bellezza delle trasfusioni e non hanno smesso di chiedere sangue.
Forse ti starai scocciando di rileggere la tua vita, riscritta in malo modo, in una lingua che neppure conosci. Chissà quante imprecisioni avrò scritto. Perdonami Janet. Ma anche con le fesserie che avrò ficcato dentro questa lettera, bisogna pure che la tua vicenda sia conosciuta nel mio Paese. Perché non è che da noi non si facciano trasfusioni.
Dimmi, Janet, come facevi a dire sempre sì a tutti? Hai detto che lo facevi perché «quello che donne e uomini hanno bisogno, quando sono in disperata emergenza, è di essere rassicurati». Forse non ho incontrato molte donne e uomini in una disperata emergenza, ma da te, in questo, ho molto da imparare.
Non hai detto di no neppure quando ti hanno chiesto di andare a Bergen Belsen, in Germania. E dire che venivi da cinque anni di morti, feriti, ustionati sotto le bombe.
Per salvare i prigionieri denutriti, l’idea prevalente era di iniettare idrolisati, una miscela concentrata di proteine in acqua. Ma tu, provando con gli idrolisati o con piccole quantità di cibo, hai capito presto che il secondo trattamento era il modo più semplice ed efficace per ridare forza a quei corpi straziati nei loro pigiami a righe.
Ma tu, Janet, non eri lì per salvare loro. Eri lì, su mandato del governo britannico, per studiare la maniera migliore di ridare forza a persone che erano denutrite al punto di morire di fame. La ragione? Il tuo Paese stava aspettando il ritorno dei prigionieri di guerra inglesi dai campi giapponesi, e bisognava sapere come nutrirli.
Hai detto che hai dovuto «fare scienza all’inferno». Apprezzabile la tua onestà, Janet, altri avrebbero omesso quel racconto, che ti ha segnato. Quando sei tornata a casa, cara Janet, hai bruciato tutti i pigiami a righe di tuo marito.
A guerra finita ti hanno fatto preside del Somerville College di Oxford, dove sei rimasta per 22 anni. È lì che hai rincontrato la ragazzina, cresciuta, a cui hai salvato la vita. Ma le tue battaglie, anche in pace, non sono finite. Hai combattuto perché i collegi femminili fossero riconosciuti come veri collegi di Oxford, un privilegio che fino ad allora era riservato a quelli maschili.
È tempo, cara Janet, di mantenere la promessa. Come ho saputo tutte queste cose di te? Me le ha fatte conoscere Rose George, una scrittrice sorprendente, che è stata allieva del tuo collegio. No, Janet, non ti puoi ricordare di lei, naturalmente. Lei però ha pranzato tre anni sotto il tuo ritratto. Finché ha scoperto tutto quel che c’era da scoprire su quel nome, il tuo, inciso sulla targa. E lo ha raccontato con maestria e ammirazione. Non potevi trovare migliore biografa.
Da Rose ho imparato che ogni due secondi qualcuno ha bisogno di sangue. In media ne servono 50 litri a chi rimane coinvolto in un incidente d’auto. E se per un bypass delle coronarie occorre il sangue di 20 donatori, per un bambino prematuro ne bastano tre cucchiai. Raccontando la tua storia, Rose ha fatto capire a me (e a tanti altri, spero), che se oggi possiamo separare, conservare e trasportare il sangue, per chiunque ne abbia bisogno, in parte lo dobbiamo a te.
Avevi 92 anni quando hai lasciato questa Terra, cara Janet, e avevi appena smesso di guidare la tua Mini.
Grazie di tutto,
Lisa


(È un articolo di Lisa Vozza, l’abbiamo letto oggi in classe durante l’ora di biologia. E visto che il mio blog ultimamente è solo una miriade di cose confuse e di pensieri tristi e d’amore, volevo ricordarmi di quante cose molto più serie a cui pensare ci sono. Non conoscevo la figura di questa donna, Janet Vaughan, ma dopo aver letto questo articolo credo che i nostri problemi, o almeno, i miei, vadano ridimensionati. Deve essere stata una donna fortissima, e credo che ce ne vorrebbero ancora di donne così al giorno d’oggi. Nel mio piccolo spero di diventare una donna straordinaria almeno la metà di quanto è stata lei. Perchè alla fine il mondo va avanti grazie a persone così.)

Ho un debole per le persone che hanno cicatrici nascoste dietro un sorriso, per chi apre le braccia al futuro pur avendo conti in sospeso con il passato; per chi avrebbe il diritto di urlare contro e invece sussurra serenità. Ho un debole per gli animi rotti ma portatori sani di positività.