placidhate

Charlotte Sometimes.

Guardava le scene circostanti a lei con occhi pieni di nebbia, niente di ciò che la avvolgeva sembrava attirare veramente il suo interesse. I giorni scorrevano grigi ed inesorabili nella loro ripetitività, senza gioia, senza affetto, ma colmi di rimpianti e, soprattutto, solitudine.
Era fatta così Charlotte, e forse lo è tutt'ora, in 19 anni non aveva mai visto cambiamenti rilevanti nella sua breve vita.
La routine e l'abitudine la ammorbavano e la impoverivano. Sembrava, non più un qualcosa di palpabile, ma una proiezione astratta.
Da anni non si svegliava più nell'odore di cioccolato che rendeva la sua giornata più piacevole da bimba, ora quasi scappava di casa, cercando di varcare la soglia con meno interferenze possibili da parte di esterni.
Seguiva le lezioni, apprendeva passivamente e male.
Il suo primo interesse era quello di mettere musica subito dopo essersi svincolata dagli impegni giornalieri. Non lo ammetteva mai, ma preferiva ascoltare i suoi cd, piuttosto che uscire con la gente. Musica che le raccontava di storie simili alla sua, musica che le parlava di persone con pensieri simili ai suoi.
Talvolta accampava persino scuse, per rimanere in quel suo rifugio.
Con gli amici cercava di dipingersi allegra ed estroversa, recita che le riusciva poco e male, solo al momento di chiacchiere inutili e superficiali. Sugli argomenti che davvero le importavano era fin troppo sensibile, e si rifiutava spesso di affrontarli. Se avesse parlato sul serio con loro di ciò che le passava per la testa l'avrebbero presa per matta, non sarebbero riusciti a capirla.
Questo contribuiva alla sua sensazione di sentirsi sempre e comunque fuori luogo, sempre inopportuna, sempre scomoda in mezzo alla gente.
Era come una radio mal sincronizzata, nessuno captava la sua frequenza.
Alcuni erano riusciti, ma per poco, dopo di chè si erano dileguati, come non ritenessero valesse la pena di starla ad ascoltare.
E lei non faceva nulla per sostituire i loro fantasmi che ancora le aleggiavano nella testa.

Distante.

Così probabilmente la percepiva chi le passava accanto. Era costantemente su un altro pianeta. Non le interessava poi molto di scendere sulla terra e osservare quello che effettivamente accadeva.
Le emozioni, quei riflessi che solitamente si colgono nell'osservare attentamente una persona, sembrava le fossero state strappate via con violenza, lasciando la sua carcassa inerme e sanguinante.
Carcassa che dava l'idea che comunque ci fosse molto da raccontare, ma che tuttavia fosse difficile pronunciarsi in merito.
Charlotte a volte piangeva per se. Charlotte a volte sognava un muro attorno a sè.Ma sempre con amore. Con così tanto amore che come qualsiasi altra cosa di Charlotte a volte, Così lontana, sigillata nel vetro, la piccola Charlotte a volte.