pieno sole

Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare. Se fossi come quelli che “io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in questo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso. Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E invece io da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile. Sono confusa, molto. Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque, ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove. Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso-di tutto-e altrettanto spesso mi assale il vuoto. Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare. Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile. Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa che mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io-a restare-potrei anche essere brava. Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.
—  Susanna Casciani

Sono innamorata del mare.

Non c’è una spiegazione logica a questa cosa, ma del resto non c’è una spiegazione logica all'amore.

A volte sento dire da alcuni che preferiscono il lago, la campagna, la montagna…
Chi preferisce qualsiasi altra cosa al mare non ha mai vissuto il mare.
No, non intendo dire “vivere al mare”, ma “vivere il mare”; vivere ogni suo scorcio, ogni suo dettaglio, assaporarlo alle ore più impensabili.
Io, ad esempio, amo l’odore del mare la notte e il profumo che emana la pelle bagnata quando batte forte il sole. Credo che sia il mio profumo preferito.
Amo le albe ed i tramonti in spiaggia, ma anche la luna che si riflette su quello specchio immenso e il sole pieno che scalda le giornate e i cuori.
Amo le voci della gente felice e delle mamme insistenti, gli schizzi dei bambini che mi fanno innervosire, ma dopo pochi minuti mi ritrovo a fare la stessa cosa con i miei amici.
Amo l’amore che echeggia tra le onde. Perché sarà anche vero che aeroporti e stazioni hanno visto tanto amore, ma l’amore che affronta e supera l’estate è molto più bello.
E amo il respiro profondo prima di immergermi, sentire più rumori possibili per poi assaporare meglio il silenzio del mare, quel silenzio che zittisce persino i pensieri.

E ogni volta mi ritrovo lì, sott'acqua, che sorrido e penso “Non potrei vivere in un posto lontano dal mare.”

—  Allizah
Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare. Se fossi come quelli che “io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in questo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso. Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E invece io da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile. Sono confusa, molto. Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque, ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove. Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso-di tutto-e altrettanto spesso mi assale il vuoto. Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare. Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile. Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa che mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io-a restare-potrei anche essere brava. Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.
—  Susanna Casciani

(lo carico per la terza volta, nelle precedenti non riuscivo a far partire l’audio. spero vi piaccia ☀️)

“Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare.
Se fossi come quelli che “io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in questo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso.
Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E invece io da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile.
Sono confusa, molto.
Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque, ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove.
Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso-di tutto-e altrettanto spesso mi assale il vuoto.
Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare.
Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile.
Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa che mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io-a restare-potrei anche essere brava.
Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.                

— Susanna Casciani            

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Piccoli consigli per sopravvivere veramente al caldo e a chi lo ama
  • Scegli il lato in ombra: il sunny side of the street va bene nelle canzoni e in gennaio.
  • Minimizza le strade trasversali alla brezza.
  • Evita le salite. Evita le salite anche se sono in ombra e in linea con la brezza. Evita le salite!
  • Fermati sugli angoli. Sugli angoli l’aria gira.
  • Prendi l’autobus ma solo se ha l’aria condizionata a palla. Comunque prendi l’autobus per fare le salite e anche le discese se sono in pieno sole.
  • Spostati. Il posto dove vai ti sembra sempre più fresco di quello in cui eri fino ad un attimo prima. Se ti sembra più caldo, torna indietro e il posto in cui eri prima ti sembrerà di nuovo più fresco.
  • Bevi tanto. Non avrai meno caldo ma dovrai andare in bagno spesso e, spostandoti, ti sembrerà di andare in un posto più fresco.
  • Sparati addosso il ventilatore o il condizionatore se ce l’hai. Ti verranno i dolori, il torcicollo e sarai tutto anchilosato, ma chi se ne frega, almeno fa fresco!
  • Stessa cosa per supermercati, negozi e centri commerciali. Probabilmente ti verrà anche mal di gola ma, di nuovo, meglio tossire che squagliarsi.
  • Se puoi, non fare niente a parte lamentarti del caldo. Se devi fare qualcosa, fallo la sera o all’alba se sei una di quelle fastidiose persone che considerano le ore tra le 4 e le 8 come parte della giornata e non come il regno dei demoni, degli uccellini ciarlieri e dei rompicoglioni.
  • Pensa intensamente a nuvole, temporali, pioggia e grandine. Non avrai meno caldo ma magari la storia che, se tante persone pensano la stessa cosa poi si avvera, funziona. Millenni di preghiere non possono essere passati invano.
  • Non discutere con chi ama il caldo. Discutere fa venire più caldo. Svienigli davanti e falli gelare dallo spavento.
  • Siamo già al 4 di agosto. Abbi fede.

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.

—  Nazim Hikmet , Amo in te
Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare. Se fossi come quelli che “Io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in un certo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso. Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E io invece da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile. Sono confusa, molto. Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove. Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso- di tutto- e altrettanto spesso mi assale il vuoto. Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare. Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile. Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io - a restare - potrei anche essere brava. Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.
—  Susanna Casciani
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e
non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
L’ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco ogni mattina, all’alba, perché ora voglio serbare lo spirito così, fresco d’alba, con tutte le cose come appena si scoprono, che sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d’acqua
là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere più larga e chiara, nella grana d’ombra ancora notturna, quella verde plaga di cielo. E qua questi fili d’erba, teneri d’acqua anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell’asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani cominciando, ma senza stupore, a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena sulle campagne deserte e attonite. E queste carraje qua, tra siepi nere e muricce screpolate, che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E l’aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno; perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
—  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila (via b-a-d–habits)

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.

— 

Nazim Hikmet - Amo in te

L'uomo è nato per amare, ecco quant'è semplice il fondamento dell'esistenza. Per questo il cuore batte, questa strana bussola, e grazie a lui possiamo facilmente orientarci anche in mezzo alle nebbie più fitte e piene di pericoli, a causa sua ci smarriamo e moriamo in pieno sole.
—  Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell’uomo.

si muore presto, m., o si vive abbastanza a lungo da campare di un lavoro dignitoso, del calore di una famiglia nata più presto di quanto potesse arrivare un lavoro, del sorriso del proprio bambino, oppure si vive abbastanza a lungo da finire all’improvviso a galleggiare a largo dell’oceano, a farsi piccoli e mimetizzarsi nella spuma, a nascondersi dai mostri dei mari, a far finta di essere morti in mezzo ai branchi di squali, a temere di morire in una tempesta terribile, a finire ad aggrapparsi con le braccia a uno scoglio di quella che poi diventerà la Casa, il rifugio d’emergenza, l’ultima spiaggia, quasi letteralmente. mi sono arrampicato sulla scogliera in un lungo giovedì d’estate di cinquanta anni fa. mi sono aiutato solo col corpo mio malconcio, già allora. la scalata è durata un tempo interminabile durante il quale ho rischiato di rompermi tutte le ossa del corpo. quando ho toccato col piede la terraferma ho fatto una piroetta su me stesso, mi sono seduto sul ciglio dell’isola, ho guardato fermo l’orizzonte. ho sospirato. alle mie spalle sorgeva solo una baracca. all’interno nulla, solo uno scheletro di un umano arrivato prima di me. ho preso in mano il femore e l’ho scagliato nel mare. ancora mi sento in colpa. già in quel momento mi sono sentito in colpa. ora è peggio ancora. quindi ho radunato quello che rimaneva di chi mi precedeva e ho fatto una fossa e una lapide improvvisata vicino alla Casa. la mia nuova casa era diventata prima di tutto un cimitero. poi la Casa ho deciso di chiamarla Ospedale. ho pensato ingenuamente che questa casa avesse dovuto ospitare nel suo passato nessun’altra persona oltre ad anime morte come me. d’altro canto per quale motivo dovrebbe essere assente nelle mappe se non perché è un luogo da fantasmi, per fantasmi. ricordo ancora quando da bambino mi affacciai sulla finestra e mi misi a indicare l’Isola all’orizzonte. era la prima volta che la vedevo, un cielo radioso e un sole pieno favoriva la visuale. tirai il vestito di mia madre per attirare la sua attenzione ma lei era incredula. mi disse che non c’era niente di strano sullo specchio del mare. che l’oceano dacché era nata era sempre stato così - piatto, attraversato da qualche barca a vela di tanto in tanto, pieno di ragazzi e ragazze che fanno i tuffi d’estate. ma non c’era nient’altro, e non sapeva cosa dire. e rideva. mia madre la prendeva sempre a ridere. io indicavo, lei non vedeva. è in quel momento che scoprii d’essere un fantasma. e tutti i fantasmi prima o poi si ritrovano in un non-luogo - sospinti dall’aria, oppure dalla marea, oppure dalla noia. nei giorni successivi all’arrivo ho pescato parecchio. i pesci nell’Isola arrivano a centinaia. sembra smanino per essere mangiati. saltano direttamente sul piatto. ne ho divorati cinque solo il primo giorno, il secondo dieci. la solitudine fa venire fame.  i giorni passavano nel nulla più totale. poi una zattera. un corpo silenzioso giaceva su di essa. mi sono nascosto dietro a uno degli alberi vicini all’Ospedale. avevo paura. mi sono nascosto lì dietro cinque, dieci, venti minuti - poi sono uscito allo scoperto. era una ragazza. anche lei fantasma. infatti ci vedevamo. allora abbiamo condiviso un po’ di tempo assieme, pescato assieme, mangiato assieme. per un po’ sentivo di innamorarmi, ma non volevo dirle niente. d’altronde se c’è una cosa che i fantasmi non possono fare è amarsi davvero. è già tanto che possano comunicare - ogni volta inventando una nuova lingua. quando due fantasmi parlano il linguaggio cade a brandelli per terra. ogni volta va rifatto da capo a piedi. l’ultimo giorno che l’ho vista comunicavamo passandoci le foglie secche di mano in mano. le diverse venature impresse su di esse avevano per noi dei significati complicatissime e sfumature infinitesimali inspiegabili. il succo è che le ho chiesto di scappare dal non-luogo. di fuggire dall’Isola e di ritornare nei normali. lei non capiva. appena ha capito si è messa le mani sul volto, come si fa quando ti ritrovi davanti a un incidente automobilistico, o quando rompi inavvertitamente un vaso costoso. non ne voleva sentire di andarsene. quella per lei era la sua Casa, e anche per me lo era! ma non era il modo di vivere una Casa. una Casa si vive in modi e modi, e quello non era il modo giusto di viverla. quindi l’ho abbandonata. sono ritornato di nuovo facendo il morto, schivando gli squali, i mostri marini. i miei genitori già non mi riconoscevano più, ero sbiancato, smagrito, quasi inesistente. per sei mesi non ho spiccicato parola. ero lo zimbello della città. poi per un po’ mi sono ripreso. se te la devo dire tutta, m., dopo quei sei mesi la scalata è stata facilissima. in qualche mese ero poi umano in tutto e per tutto. un giorno c’era il cielo chiaro e avrei dovuto vedere l’isola. sono andato sul terrazzo, sperando di riuscire a intravedere la scogliera su cui mi ero arrampicato qualche anno prima. non ce n’era traccia. ho capito subito: ormai ero umano, non potevo più vedere nulla. né l’Isola, né l’Ospedale, né la ragazza. e anche se lei avesse cambiato idea, se fosse tornata, non so se le avrei potuto parlare. se due fantasmi si conoscono da fantasmi, è difficile che si riconoscano da umani. sono due faccende diverse, no? m., qualsiasi cosa tu faccia, che tu voglia farti trasportare dalle onde o rimanere fermo nelle radici della tua gioventù, sappi che l’unica cosa che conta è avere le parole giuste per comunicarlo agli altri. se con gli altri non si può parlare, è finita. non esisti. hai capito?

sono stati giorni di mappe alla mano e poco sonno sulle spalle, cappuccino al caramello e piedi che dolevano alla sera. ho salutato il mio amico con un abbraccio al sapore di casa, mi sono commossa vedendolo avanzare in coda alla sicurezza per poi sparire. ancora aeroporto che divide, ancora aeroporto che unisce. stamani un muffin al limone e poi lui, la mano calda, di nuovo in partenza per il freddo del nord. è un amore vagabondo che sa di chilometri macinati e mille direzioni, non so come andrà. però ho smesso di pensare a cosa non è o potrebbe, mi sto godendo il viaggio e sorrido al finestrino pieno di sole. ho toccato un cervo due giorni fa, ancora prima ho smesso di piangere. voglio stare bene, mi sto impegnando.

Sei bella quando combatti per quello in cui credi, anche se devi sfidare il mondo e sei sola contro tutti.
Sei bella quando diventi rossa e ti si legge in viso quello che provi.
Sei bella quando ti specchi e ti vedi sempre troppi difetti, vestita solo delle tue paure e delle tue insicurezze.
Sei bella quando la vita si diverte a farti inciampare, ma tu non molli e ti rialzi. Ti rialzi sempre, da sola.
Sei bella perché ci credi sempre, fino alla fine, anche se sai che soffrirai. Sei bella quando trascorri un'altra notte a piangere in silenzio, con il viso nascosto nel cuscino, intrappolata in quei pensieri che non ti fanno dormire.
Sei bella quando scoppi a ridere all'improvviso e i tuoi occhi risplendono di stelle. Sei bella quando balli da sola in mezzo alla stanza, immaginando un amore che ti stringe forte al suo petto.
Sei bella in pigiama, con i capelli spettinati e gli occhi stanchi, mentre cammini scalza per casa, in punta di piedi, come una ballerina pronta a danzare.
Sei bella quando resti in silenzio, assorta nei tuoi pensieri, vestita dei tuoi sogni, vestita dei tuoi sbagli.
Sei bella quando passeggi da sola per strada, con la testa tra le nuvole e lo sguardo pieno di sole.
Sei bella perché dai sempre tutta te stessa e ami così tanto che alla fine a soffrire sei solamente tu. Sei bella perché credi ancora alle promesse, nonostante le delusioni e i tradimenti.
Sei bella quando fai l'amore, quando i tuoi respiri riempiono la stanza e i tuoi occhi spalancati illuminano la notte.
Sei bella perché non sai di esserlo e non fai nulla per mostrarti diversa da quello che sei, vestita delle tue imperfezioni che ti rendono unica e speciale. Sei bellissima e non lo sai. Non sai che sei capace di far innamorare il mondo
— 

Chiara Trabalza

Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare. Se fossi come quelli che “io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in questo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso. Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E invece io da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile. Sono confusa, molto. Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque, ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove. Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso-di tutto-e altrettanto spesso mi assale il vuoto. Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare. Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile. Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa che mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io-a restare-potrei anche essere brava. Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.
Mi sveglio, la mattina,
pieno di sonno.
Vado a letto,
la sera,
pieno di veglia.
Il sole mi trova morto,
al mattino,
e faccio il lavoro di Lazzaro
per aprire gli occhi
e guardare il mondo.
Il buio mi trova così vivo,
la sera,
che chiudere gli occhi
è come un suicidio.
Così va la mia vita,
da mezzo secolo più dieci anni:
una fatica, credimi,
una fatica d'Ercole,
un'altalena
di resurrezioni e suicidi.
—  ​Virgilio Lilli
Una fatica, credimi

Se chiudo gli occhi

Se chiudo gli occhi

ti percepisco accanto a me.

Come il vento accarezza gli alberi spogliandoli dalle foglie,

così, le tue mani esperte

gentili e mai moleste,

lasciano cadere gli abiti superflui.


Se chiudo gli occhi

sento il profumo dell’estate svanire

e abbandonarsi ai ricordi

colmi di speranze perdute

e corpi imperlati di sudore


Se chiudo gli occhi

immagino noi

su una panchina

a guardare il cielo

e sperare che non piova

perchè Settembre è un po’ così:

pieno di sole

e dalla facile commozione


Se chiudo gli occhi

ci vedo sul divano

a leggere un libro.

Le gambe incrociate

e i sorrisi distesi.

Se chiudo gli occhi

posso averti con me,

ad attendere il Natale

e a gustare castagne.


Se chiudo gli occhi

tu sei ancora al mio fianco

a salutare la bella stagione

che, invece, ti porta con sè.


Se chiudo gli occhi

poi non voglio aprirli

‘chè altrimenti devo ammettere

che non è più estate

e tu sei in un altro posto,

a nuotare in un mare lontano

e annegare in altri occhi, i tuoi.

Pignata Maria Grazia