pianure

Quando M. viene a lezione da me spesso è agitato. La paura che dallo strumento escano dei suoni poco piacevoli non lo rende sereno nonostante le mie raccomandazioni di non preoccuparsi. Mano a mano che il tempo passa si scioglie e il suo controllo verso se stesso si allenta. Quello è il momento in cui si lascia andare e con molta probabilità il momento in cui il suo giudice interiore cessa di borbottare.
Accompagnarlo in questo percorso è una sfida continua che sta dando però dei grandi risultati: il corpo si ammorbidisce e la mente di conseguenza.
Mi fa riflettere ogni volta, mi vedo in lui con le sue insicurezze e nel percorso che mi ha portato con gradualità ad unirmi e non più dividermi. Un percorso lungo, con tante tappe, salite, discese e pianure.

M. Mi ricorda ogni sabato che bisogna assolutamente mollare il freno, e non preoccuparsi delle azioni che si fanno, sempre a giudicarsi ed incasellarsi, o dare retta a quelle voci che non ci appartengono, frutto del passato, dell'educazione, e che incarnano spesso le figure importanti nella nostra vita che dimorano in noi come montagne.
Non possiamo tornare indietro con i suoni emessi, rimangono e dopo qualche eco muoiono: è la loro storia, la loro vita senza giudizio - il silenzio ritorna.
Non possiamo tornare indietro nel vivere, solo andare avanti: la nostra unica storia e tutto ciò che facciamo, come uno specchio d'acqua dopo gettato un sasso che ritorna quiete.

A.

Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
—  Dino Buzzati, Un amore
Matrice secca d’amore e di nati,
ti gemo accanto
da lunghi anni, disabitato.
Dormono selve
di verde serene, di vento,
pianure dove lo zolfo
era l’estate dei miti,
immobile.
Non eri entrata a vivermi,
presagio di durevole pena:
La terra moriva sulle acque
antiche mani nei fiumi
coglievano papiri.
Non so odiarti: così lieve
il mio cuore d’uragano.
—  Giuseppe Ungaretti

“Si può, sai, stando qui
stando molto fermi
sostenere una stella. Si può
dire alla foglia di cadere quando è ora
e il frutto pilotarlo
alla maturazione.
Si può, credi, festeggiare ogni onda
scandire i fili d’erba e nominare
nell’aria il bene. Spingere il bene alle contrade
pacificare spiriti di guerra. Sostenere
la fiamma di ogni focolare nelle cucine
piccole del mondo, nei tuguri portare
la fiammella che trasforma in mangiare
i frutti della terra. Tenere l’acqua
nella trasparenza. E ferma la montagna
senza vacillare.

Stando molto fermi
si può adorare. Si può entrare
nel dolore di un altro e sollevare,
asciugare il bucato. Volare. Si può
far cuore col cuore della terra. Si può
spezzare in infinità l’umana particella
di carne. Scatenare il potenziale atomico
che sta in ogni scaglia
della nostra pelle. Festeggiare da lì
la presente - nostra - eternità.

Stando zitti e fermi è come dire
ecco, ingravidatemi. Dirlo alle forze
dirlo alle stagioni, al cielo, alle popolazioni
invisibili dei mondi.
Si fa un atto di fede, stando fermi.
Si dice: credo in ciò che non si vede,
so che non sono sola adesso
in questa camera senza nessuno,
so che nel vuoto apparente
c’è una corrente feconda, una mano
che guida la mia mano, una mente
di creazione. So di non sapere
il mistero del mondo. E so di preservarlo
per la fecondazione d’ogni vivente.

Stando molto fermi si crea una fessura
perché qualcosa entri e faccia movimento
in noi, e ci lavori piano, come capolavoro
da ultimare, a cui l’artista ignoto fa un ritocco
con ispirata mano, quasi demente
tanto è forte la spinta e delicata
la certezza del tocco.

Stando fermi fermi
si festeggia la gran potenza
che esalta il sole  nella sua prestanza
e lo depone ad occidente
nell’ora stanca – quando ognuno guardando
prova una leggera indicibile pena.

E stando fermi la luce entra
anche nella più tetra delle notti
e l’occhio chiuso può contemplare
il buio immenso del corpo
dove il respiro entra e si espande.

E l’aria entra ed esce
a lente calme sorsate.
E l’aria è cielo. Cielo che viene a noi,
con particelle di cosmo, e antiche polveri.
Fiato di tutto ciò che è stato
e del presente e vivo esserci.

Stando molto fermi
il pensiero si spande
con le sue spire incantate
sorge si gonfia
in rivoli e pianure allagate, in rovi
in labirinti spaccati
catapecchie greti radici quadrate.
Ecco il pensiero, il divoratore.
Stando fermi lo si può lisciare
e pettinare e farlo stare giù
steso e sospeso e riposto e composto
e un po’ arretrato
in sottofondo – depotenziato –

Tutto il presente esplode.
Stando fermi.

Il nome si deposita sul fondo.
Il cognome è un aggeggio antiquato.
Nessuno spinge o preme
niente s’affretta niente è lontano.
E’ finito. Ciò che è lontano
è finito. Stando fermi.

E poi si fa concerto
col corpo plantare, con le sfere
celesti col musicale silenzio delle cose.

Stanno più zitte le cose stando fermi.
Resta un palpitare. Tutto pare risponda
a un direttore nascosto, non umano,
silente, geniale. Stessa partitura secolare
d’orchestra.

Stando molto fermi anche un cucchiaino
con la sua piccola ombra schiacciata sotto,
porta una dose abbondante di mistero
col mondo capovolto nella nicchia.
Anche una tazza un asciugamano un latte
una scatola di puntine, un libro, un vasetto
di crema per le mani. Stando fermi è strana
più strana la costellazione di cose sul tavolino.
La fissità si tende ed è chiaro: l’enigma
non si scioglierà.

Questo abbiamo fatto
acciaio e carta. Tessiture di fili e di sostanze.
E questo siamo. Ultimo abbozzo
prima dell’umano.”

- M. Gualtieri, “Si può, sai, stando qui”

9

From the top: Santangelo Muxaro, Agira, Petralia Sottana, Leonessa, Roccella Valdemone, Nicosia, Polizzi, 

Sono sulle cime dei monti come nidi bianchi di enormi aquile; nati lassù per sfuggire al caldo angosciante delle valli e pianure, alle malattie degli acquitrini malefici, ai briganti disperati, alle ire dei baroni che nei loro latifondi non volevano case o frazioni. Vicino al cielo, scompaiono tra le nuvole o si abbracciano all’azzurro intenso, al furore del sole impietoso. Di notte si illuminano come piccole costellazioni sospese tra terra e cielo. Ogni paese ha una storia, dei ricordi, delle speranze, è padre di grandi uomini sconosciuti, è madre di tanti figli che per sempre l’hanno lasciato, ma mai dimenticato, appare ancora in qualche sogno come un piccolo paradiso avuto e perduto.

They are on the tops of the mountains as white nests of huge eagles; Born up there to escape the distressing heat of the valleys and plains, the illnesses of the evil swamps, the desperate brigands, the barons owner of vast estates who did not want houses or hamlets in their lands. Near the sky, they disappear in the clouds or embrace the intense blue, the fury of the sun, impetuous. At night they light up as small constellations suspended between earth and sky. Each country has a history, memories, hopes, is the father of great men unknown, is the mother of so many children who forever have left it, but never forgotten, still appears in a dream like a small paradise they had and they lost

Ci vorrebbe un'altra vita
per fermarci ad un secondo di distanza da un errore,
un'altra vita per capire
qual è il modo per difenderti e tenerti più lontana dalle tue grandi paure,
ti eviterei certe salite suggerendoti pianure.
Se fosse mai esistita un'altra vita
per ritornare sui nostri passi e
per ritrovare la pace che non c'è,
un'altra vita insieme a te.
Ci vorrebbe un'altra vita per comprendere ogni cosa prima che sia già passata fra le mani,
per proteggerti domani
dall'ipocrisia del mondo e dai giudizi,
dalle ingenuità che il tempo ha trasformato in vizi.
Ci vorrebbe un'altra vita per amarti nuovamente,
liberarci del passato e non sbagliare niente,
per avere le certezze che non ho,
ci vorrebbe sì lo so, lo so, lo so
Un'altra vita per ritornare sui nostri passi e
per ritrovare la pace che non c'è,
ci vorrebbe sì lo so, lo so, lo so
un'altra vita
per migliorare, ricominciare.
E mentre i sogni passano e le opinioni cambiano,
restiamo ancora qui fermi al sicuro
che poi domani magari davvero arriverà.
Un'altra vita per migliore, ricominciare,
un'altra vita, però dov'è?
Un'altra vita insieme a te.
—  Fabrizio Moro, Un’altra vita.
youtube

“Ci vorrebbe un'altra vita per fermarci ad un secondo di distanza da un errore; un'altra vita per capire qual è il modo per difenderti e tenerti più lontana dalle tue grandi paure. Ti eviterei certe salite suggerendoti pianure se fosse mai esistita un'altra vita per ritornare sui nostri passi e per ritrovare la pace che non c'è un'altra vita insieme a te. Ci vorrebbe un'altra per comprendere ogni cosa prima che sia già passata fra le mani, per difenderti domani dall'ipocrisia del mondo e dai giudizi, dall'ingenuità che il tempo ha trasformato in vizi. Ci vorrebbe un'altra vita per amarti nuovamente liberarci del passato e non sbagliare niente per avere le certezze che non ho ci vorrebbe sì lo so,lo so. Un'altra vita per ritornare sui nostri passi e per ritrovare la pace che non c'è ci vorrebbe sì lo so,lo so. Un'altra vita per migliorare, ricominciare e mentre i sogni passano e le opinioni cambiano restiamo ancora qui fermi al sicuro, che poi domani magari davvero arriverà un'altra vita per migliorare,ricominciare un'altra vita,pero dov'è? un'altra vita insieme a te.”

Originally posted by ricorditatuati

@uneternoarrivederci
L’abitudine di correr fuori e guardare il cielo appena sveglio aveva fissato da anni il tono delle sue giornate, e col passare degli anni sempre più presto gli veniva voglia di correre fuori a guardare il cielo e le stelle dell’alba sopra i campi. Svegliarsi così presto non gli sembrava una forma di insonnia senile, ma solo il desiderio di guardare quelle stelle prima di iniziare la sua giornata; diceva che gli regolavano il respiro e gli permettevano di dedicarsi ai suoi studi senza sentirli troppo inutili.
—  Gianni Celati, Dagli aeroporti
So che non posso in nessun modo convincerti che questo non è uno dei loro trucchi, ma non mi interessa. Io sono io.
Mi chiamo Valerie. Non credo che vivrò ancora a lungo e volevo raccontare a qualcuno la mia vita. Questa è l’unica autobiografia che scriverò e … Dio… mi tocca scriverla sulla carta igienica.
Sono nata a Nottingham nel 1985. Non ricordo molto dei miei primi anni, ma ricordo la pioggia.
Mia nonna aveva una fattoria a Totalbrook e mi diceva sempre che “Dio è nella pioggia”.
Superai l’esame di terza media ed entrai al liceo femminile. Fu a scuola che incontrai la mia prima ragazza: si chiamava Sara. Furono i suoi polsi… erano bellissimi. Pensavo che ci saremmo amate per sempre. Ricordo che il nostro insegnante ci disse che era una fase adolescenziale, che sarebbe passata crescendo. Per Sara fu così, per me no.
Nel 2002 mi innamorai di Christina. Quell’anno confessai la verità ai miei genitori. Non avrei potuto farlo senza Chris che mi teneva la mano. Mio padre ascoltava ma non mi guardava. Mi disse di andarmene e di non tornare mai più. Mia madre non disse niente, ma io avevo detto solo la verità, ero stata così egoista? Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l’unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All’interno di quel centimetro siamo liberi.
Avevo sempre saputo cosa fare nella vita, e nel 2015 recitai nel mio primo film: “Le pianure di sale”. Fu il ruolo più importante della mia vita, non per la mia carriera ma perché fu lì che incontrai Ruth. La prima volta che ci baciammo, capii che non avrei mai più voluto baciare altre labbra al di fuori delle sue.
Andammo a vivere insieme in un appartamentino a Londra. Lei coltivava le Scarlett Carson per me nel vaso sulla finestra e la nostra casa profumava sempre di rose. Furono gli anni più belli della mia vita.
Ma la guerra in America divorò quasi tutto e alla fine arrivò a Londra.
A quel punto non ci furono più rose… per nessuno.
Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come “fiancheggiatore” e “risanamento” divennero spaventose, mentre cose come “Fuoco Norreno” e “Gli articoli della fedeltà” divennero potenti. Ricordo come “diverso” diventò“pericoloso”. Ancora non capisco perché ci odiano così tanto.
Presero Ruth mentre faceva la spesa. Non ho mai pianto tanto in vita mia. Non passò molto tempo prima che venissero a prendere anche me.
Sembra strano che la mia vita debba finire in un posto così orribile, ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno.
Morirò qui… tutto di me finirà… tutto… tranne quell’ultimo centimetro… un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l’unica cosa al mondo che valga la pena di avere.
Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino… Spero che chiunque tu sia, almeno tu, possa fuggire da questo posto; spero che il mondo cambi e le cose vadano meglio ma quello che spero più di ogni altra cosa è che tu capisca cosa intendo quando dico che anche se non ti conosco, anche se non ti conoscerò mai, anche se non riderò, e non piangerò con te, e non ti bacerò, mai… io ti amo, dal più profondo del cuore… Io ti amo.
Valerie
—  V per vendetta
So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.
—  Adrienne Rich

Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
è intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
è un insulto a quel vuoto.
Non so se questo fatto di non avere
un paio d’ali sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.

Io non so se l’amore sia una guerra o una tregua,
non so se l’abbandono d’amore
sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale. Io non so
che farmene di questi nemici che premono,
non so che farmene oggi di questo oggi
e me lo ciondolo fra le dita perplesse,
non so parlare quello che
è sentito nel profondo me, non so parlarlo
quell’essere che è qui presente fra le vite degli
altri.

Io non so spiegarmi l’imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d’amore, e non so vederlo che sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate, guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani.

Io non so forse non voglio
consegnarmi negli uffici del mondo,
e stare buono nelle sale d’aspetto della
vita. Io non so nient’altro
che la vita e molte nuvole intorno che
me la confondono me la confondono e non
so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo
sporgermi al tempo che viene. Io non so
e vorrei, vorrei, non so stare
fuori misura, fuori misura umana,
fuori da questa taglia finita.

Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei guerrieri
che si innamorano.

Io non ho capito e dovrei,
non ho capito il mondo della
vita, io non ho capito la legge sottostante
e non ho da fare la consegna a
questi cuccioli che aspettano, che esigono
da me l’aver capito.
Io non so la canzone
che spensiera e non so soccorrervi
non so pur volendolo
con quella forza di cagna
che dà il latte, non so soccorrervi nel vostro
sbando, io non so farvi da balsamo
io non so mettervi nel coraggio essenziale,
nello slancio, nel palpito.

Il mio Graal l’ho ritrovato e perso cento
volte.

Io non so se la bellezza è questa accademia di
centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa
carnevalesca decadenza di saltimbanchi,
io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perché
mi trovo qui, in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perché stando ad occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.
Io non so se in questa schiena
senza ali ci son grandi pianure da cui fare
il decollo, se in questa spina dorsale
ci sono istruzioni
per la manovra di decollo, se sono io la freccia
di questo arco della schiena, se sono io
arco e freccia, non so in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri.

Io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell’andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
È poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono. Io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so.

—  Mariangela Gualtieri, Monologo del non so
Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, una piazza, uno scorcio di strada, a un giardino, un'interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l'amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d'amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell'ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l'angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del boulevard o il suk di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l'erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto pathos e se non vi fosse nascosta un'allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici? […] Dovunque c'era nascosto il pensiero inconfessato di lei, anche se non sapevamo neppure chi fosse.
Quanto meschina sarebbe, di fronte a un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un'altra creatura.
—  Dino Buzzati, Un amore, cap. XVIII
“Sai quando ti senti vuoto? Quando ti senti impotente? Quando vuoi buttar giù due righe ma appena inizi hai già gli occhi bagnati? Quando ti senti stanca? Quando sei su un treno e speri che esso non ti porti a casa perché tu vuoi andare oltre, vuoi andartene. Ecco io mi sento così. Mi sento un po’ a pezzi, e sento che voglio rimetterli in ordine. Perché so che sto cadendo, sto precipitando da un palazzo di 50 piani e sono al ventesimo, ho superato la metà, la velocità è elevatissima e per riprendere il volo da qui, ci vuole tanta forza. Ma io voglio farcela. Perché l'impatto sta volta sarebbe troppo forte. A questo impatto non riuscirei a sopravvivere. Sta volta non ce la farei.
Diciottesimo piano. Sto percorrendo pianure e fiumi, vorrei fermare il tempo. Se lo fermassi allora sì che riuscirei a risalire. Ma il tempo non si ferma. E io continuo a precipitare.
Diciassettesimo piano. Siamo arrivati ad una stazione. E se scendessi e me ne andassi? Iniziassi a correre e scappassi? E se finissi per perdermi? Magari bisogna perdersi per ritrovarsi.
Sedicesimo piano. Sono troppo persa dentro che nemmeno la fuori potrei perdermi più di quanto non lo sia. Decimo piano. Non dovevo lasciarmi cadere. Mi sono lasciata buttar giù. Le persone sanno come spingerti ma non sanno come riprenderti. Voglio fermare il tempo. Scendere correre fino a quando è notte. Venire e darti un bacio sulla fronte come per dirti "io ci sono, ti proteggerò fino alla fine.”
Quinto piano voglio fermare il tempo. Iniziare a piangere, a urlare. Voglio farlo. Ma non voglio che qualcuno mi senta. Perché non voglio domande. io sono così, io non parlo, non ti darei risposte. Quarto piano voglio fermare il tempo e portare le persone dove veramente hanno il bisogno di essere.
Terzo piano, voglio fermare il tempo e prendere a pugni un muro, come feci ieri sera. Voglio andarmene. in un posto nuovo. Voglio scappare un giorno. Andarmene e lasciare tutto alle spalle per qualche ora.
Secondo piano la pressione è troppo alta. Non posso toccare il fondo.
Non sta volta.
Chiudo gli occhi.
Primo piano.
O mi salvo sta volta, o non mi salvo più.
—  Scriversiaddosso - (pensieri sul treno delle 18:23)

Ci vorrebbe un’altra vita
per fermarci ad un secondo di distanza da un errore
un’altra vita per capire
qual è il modo per difenderti e tenerti più lontana
dalle tue grandi paure.
Ti eviterei certe salite suggerendoti pianure.
se fosse mai esistita, un’altra vita
per ritornare sui nostri passi e
per ritrovare la pace che non c’è
un’altra vita, insieme a te.

Ci vorrebbe un’altra vita
per comprendere ogni cosa
prima che sia già passata fra le mani
per difenderti domani
dall’ipocrisia del mondo e dai giudizi
dall’ingenuità che il tempo
ha trasformato in vizi.

Ci vorrebbe un’altra vita
per amarti nuovamente
liberarci del passato
e non sbagliare niente
per avere le certezze che non ho
ci vorrebbe sì lo so… lo so… lo so…
un’altra vita
per ritornare sui nostri passi e
per ritrovare la pace che non c’è
ci vorrebbe, sì lo so… lo so… lo so…
un’altra vita
per migliorare, ricominciare

E mentre i giorni passano
e le opinioni cambiano,
restiamo ancora qui fermi al sicuro
che poi domani magari davvero arriverà
un’altra vita
per migliorare, ricominciare
un’altra vita
però dov’è,
un’altra vita,
insieme a te.

—  Un’altra vita

Il mondo onirico è una meravigliosa Atlantide

dove risiedono cattedrali inghiottite

castelli diroccati e pianure sconfinate

È un luogo sommerso dove galleggiano sogni di ogni genere insieme a pesci cristallini e meduse trasparenti

e dove fluttuano senza sosta i desideri più profondi, per poi inabissarsi chissà dove, sepolti dalla sabbia .

Buonanotte