pezzi di legno

Io ci sono sempre, per tutti. Mi accorgo subito quando c'è qualcosa che non va. Mi accorgo degli occhi tristi, spenti, delle labbra rovinate e delle mani che tremano.
Ma vi siete mai chiesti come sto io? Se sono felice, triste, se ho voglia di piangere. Vi siete mai chiesti se anch'io potessi avere una giornata storta?
Già, voi siete troppo egoisti e menefreghisti per accorgervi degli altri.

Pane e Carnazza christmas special (1/2)

(a fine gennaio perché boh)
puntata speciale in due parti (manco si parla di panettieri e macellai)

Quando mi sono trasferito ho fatto tutte le cosine tipiche di quello che si trasferisce tipo andare a zonzo alla scoperta di stradine, esercizi commerciali, parchi e parchetti, case altrui di architettura pregiata e simili.
Ho realizzato solo dopo un (bel) po’ che alcune vetrine opache dall'aria anonima appartenevano ad un falegname. Anche perché l'unico modo per capirlo era accorgersi di un pezzetto di legno sulla vetrina con su scritto “falegname” a pennarello.

Ora, sarà l'imprinting tipico italo-catto-collodiano, ma da giuseppe a geppetto da noialtri c'è sempre stata proprio un'educazione al rispetto verso i falegnami, figure mitologiche rassicuranti in grado di costruirti tavoli e cassapanche sopportando con abnegazione tutte le minchiate tipiche dei figli adottivi tipo gesù o pinocchio.
O magari è il violento contrasto con i lavori a forte base fuffologica tipo l'informatico. Cos'hai fatto stamattina? Ho bestemmiato con iptables per far passare una vpn da sei subnet. Lui uno sgabello, tiè. L'eterea intangibilità degli zeri e degli uni abbattuta a randellate di rovere.

Se non s’è intuito, i falegnami mi intrigano e avevo bisogno di un pretesto per farci un giro.
Il pretesto stava in casa mia, nella forma di una vecchia custodia di legno con un angolo maciullato che mi ero ripromesso di portare a sistemare.
Così un giorno la piglio sottobraccio, m'incammino ed entro.

Interno “tipico bolognese” come dicono gli agenti immobiliari, che tradotto significa “pianta irregolare e poche finestre” con una serie di arnesi alle pareti il più recente dei quali si ricordava ancora di Pertini presidente, e cataste di assi, pezzi e pezzettini di legno ovunque, probabilmente di essenze diverse ma impossibili da distinguere vista la coltre di segatura che copriva praticamente ogni cosa. Uniche concessioni alla modernità: una radiolina (non a valvole ma direi del giorno dopo in cui hanno commercializzato quelle a transistor) e una sega a nastro, ma essendo vicina alla vetrina la vedi per ultima solo quando ti giri per controllare che non ti si sia chiuso un qualche varco temporale alle spalle.

Quello che m’era parso un sacco di juta pieno di cose misteriose si gira e mi dice buongiorno. E’ il falegname, con un grembiule color segatura coperto di segatura, età indecifrabile fra uno che potrebbe andare in pensione domani e uno che ci potrebbe essere da una decina d'anni.

Dopo un paio di convenevoli gli mostro la custodia con l'angolo maciullato. Sta zitto un po’, ma in realtà è una rincorsa:
“Ah, è una bella briga. Una bella briga. Non so mica. Qui per capire come fare devo prima togliere il pezzo rotto. Però come si fa, mi dice lei, ci vuole un preventivo. Che io magari la apro, vedo che è un lavoro lungo e le dico una cifra, e lei mi dice no, con quello ci compro un'altra custodia. E io cosa le faccio, le ridò la custodia tutta smontata. E se poi io le dico una cifra e poi vedo che è un lavoro lungo, cosa faccio. Lei mi dice, mi ha detto una cifra, ora fa il lavoro a quella cifra. Ah, è un lavoro brigoso. Ma lei mi dice, lo so, son venuto qui per un preventivo. E venti euro non son mica cento euro. Eh, lo so.
Pensi che l'altro giorno eravamo da una signora che ci ha fatto fare i mobili della mansarda. Tutti su misura, che passavano intorno alle travi del tetto. Anche il comò. Lei lo sa cos'è fare i cassetti di un comò che si adattano così? Lei mi dice, mica lo so, non sono un falegname. Ah, glielo dico io, è una roba lunga. E quando abbiamo finito ed eravamo pure contenti di aver finito che non ne potevamo più le abbiam dato il conto e la signora fa: così tanto? Oh, quando uno ci mette tante ore si spende tanto. Ma lei mi dice, mica son qui per la mansarda io.”

E io quasi trattenevo il respiro per non interromperlo, nella curiosità di sapere cosa diceva e cosa poi gli avrei detto io. Tipo essere a teatro ma molto vicini al palco e con molta segatura in giro.
Poi ha riguardato il pezzo da sistemare intervallando con un po’ di “Eh” e di “Ah” e alla fine m'ha guardato come stupito che fossi lì.

“Facciamo così. Più tardi torna mio fratello¹, che a lui piacciono queste cose qui. Ci guardo con lui e la chiamo la settimana prossima. Poi, glielo dico, se fosse la mia una custodia così la rivernicerei. Così è messa male eh. Ma lei mi dice, mica gliel'ho portata per la vernice. Allora facciamo così, intanto vediamo come ripararla poi ci pensiamo. Non è mica detto che ci riusciamo, eh. E’ una bella briga.”
Poi ha tirato fuori una matita e un bloc notes fatto con fogli di vecchie agende, s'è segnato il mio cellulare e ha messo il foglietto nella custodia.

¹ Se il fratello descritto così vi sembra il tipico fratello minore invischiato a lavorare col fratello maggiore che gli scarica tutti i lavori-pacco, spoiler alert: s'è rivelato esattamente così.

つづく

Le dita scorrono veloci, sugli 88 tasti. Nessuno sa cosa si può tirare fuori, e nessuno sa effettivamente quante melodie si possano creare con quei tasti. Se non suoni, non conosci lo strumento. Se lo conosci non puoi non trattarlo come un figlio. Quando le tue dita sfiorano quei tasti ruvidi, senti una sensazione esaltante e inebriante, che sale lungo la schiena e termina nel cervelletto. É quella che a me piace chiamare “la morfina del pianista”. Qualsiasi suonatore di qualsiasi strumento sa di per certo che ad un certo punto della sua carriera lo strumento smetterà di essere strumento e le mani di essere mani. Diventi un corpo solo. Una cosa sola. Ci sono dei limiti però. Altrimenti si scade o nell'errore, o ancora peggio nella maledizione. La dedizione piu completa al pianoforte puo facilmente diventare maledizione. Ogni pianista è un po’ maledetto dentro se stesso. Ogni pianista, superato questo punto critico della carriera, opera un collegamento diretto che parte dal cervello, passa nel cuore, nelle dita, nel martelletto, e si perde nelle corde. Non suoni veramente, finisci solo per sentire tuo il pianoforte. Il pianista maledetto è una figura che mi ha sempre affascinato. Quale mente umana dedica cosi tanto tempo a una azione tanto da farla diventare la croce e la delizia? Me lo immagino li, il cervello, che a un certo punto smette di pensare e si limita anche lui ad ascoltare il suo operato. Si mettono d'accordo in un algoritmo semplice e armonioso. E il cervello si addormenta, le orecchie cominciano ad essere solleticate dalla melodia. Raggiunto questo stato, un pianista normale si sentirebbe più che appagato. E invece no, il maledetto sale, e sale, e sale ancora, finche non si ritrova a sudare dal movimento degli avambracci. Essere un pianista maledetto dev'essere veramente affascinante. Essere un pianista maledetto vuol dire fare un patto con il diavolo: in cambio di una straordinaria dolcezza e leggerezza nella tastiera, si ha un livello di ira spaventosamente allucinante. Se il pianista maledetto si arrabbia, nessuno lo regge. Se il pianista maledetto suona da arrabbiato, esce la melodia piu tetra immaginabile, a una velocita inarrivabile. Se il pianista maledetto suona da arrabbiato, le corde iniziano a tremare da sole fremendo e preparandosi ad essere massacrate di martellate. Viceversa, se il pianista maledetto è contento sa benissimo che puo sviluppare le melodie piu dolci e strappalacrime di questa terra. Il pianista maledetto ha il controllo di tutti i cuori, ma non del suo. Controlla le persone, ma senza autocontrollo. Il pianista maledetto sa che nessuno lo prenderà in considerazione. Sa che se trova una pianista maledetta sarà una sfida eterna tra i due, e al primo litigio rischieranno di rompersi le ossa a vicenda. Tutti i grandi del passato secondo me sono stati dei grandi maledetti. Basti pensare a Liszt, o al più noto Mozart. Menti malate che gia in fasce erano predestinate alla maledizione degli 88 tasti.
Beethoven, che da sordo componeva. Mozart, uno dei piu grandi pianisti mai esistiti.
Liszt, autore del brano piu difficile in assoluto.
È un modo ostile di interpretare questi nomi, ma assai efficace. Il mondo ha bisogno di pianisti maledetti, o di artisti maledetti in generale. Senza un Picasso non esisteva il cubismo, senza Mozart la musica classica era quasi morta. I maledetti sono gente scelta per avere una dote amplificata rispetto agli altri. Gente che lo strumento oramai lo domina con scioltezza o addirittura bendati. Bene, nel corso della mia, seppur breve, esperienza pianistica, ho avuto modo di approcciare a questi maledetti. E si riconosce un loro testo, piuttosto che un altro. Senti la malinconia della condanna che esce dal foglio, che ti risale mentre la suoni. Senti Mozart che ti preme dentro, che ti dice liberati da questo male, tu che sei ancora in tempo. I tasti non sono solo pezzi di legno che spingi per suonare. Sono infiniti. Sono vita. Sono solo 88, ma in quella tastiera, puoi fare una melodia per una bella fanciulla, o per un funerale. Puoi fare melodie per tutti. E puoi trovarci anche la maledizione, che quando arriva ha il gusto dolce del miele nel latte da bambini. Quando comincia ad uscire e a premere dentro pero, ti accorgi che quello strumento è satellite di te stesso. O la prendi con filosofia, e ti arrendi alla passione e alla maledizione, o te ne fai una colpa e cerchi di rifiutare tutto. Ma sono sicuro che in ambo i casi interverresti quando ormai è gia troppo tardi.
—  Pensieri notturni a caso

Non è vero:
Finché morte non ci separi.
La morte non separa.
E la vita non unisce
Per definizione.
Etichettare appiattisce
Fino alla bidimensione

Non è vero che il tempo
Cura tutto:
Ci sono sofferenze
Incurabili
Che si ripresentano ciclicamente
alla coscienza
Febbri malariche,
Pezzi di legno che affiorano
Imprevedibilmente
Dopo l'affondamento.

Non è vero che tutto è relativo:
Se fai del male o subisci un male
Ciò ha un valore assoluto
Un'infinità di carbonio 14
Che ci mette ère a decadere
E pesa più della buona volontà
Dell'ottima fede
E di tutti i non pensavo
Non credevo
Non sapevo.

L'universo si smaglia
Perché il male tira i fili
Mentre il bene
Si ostina a tessere.

—  Anna Segre
Puoi abbracciare un pezzo di legno, puoi donargli affetto, ma lui non farà nulla per te. Rimarrà fermo, subirà, perché non può fare altro.
Se ci pensi allora, siamo tutti un po’ pezzi di legno con gli altri e con noi stessi. Ci limitiamo a sorridere, diamo un confine ad un sentimento, mentiamo perché è più facile, lasciamo farci spezzare il cuore.
Siamo tutti un po’ troppo pezzi di legno.
—  Ilconfinediunattimo01