pers*nal

Puglia, 12 luglio 2016-

Ho finito gli esami, per questa sessione. Finalmente. Entro nella mia stanza e chiamo mia madre: “È andato pure questo, mamma. Adesso sistemo le ultime cose e torno dritta dritta a casa. Fra poco ho il treno. Ci vediamo dopo!”.
Chiudo la valigia, butto il libretto universitario nello zaino e vado alla stazione.

Fa caldo oggi, molto. È un caldo asfissiante e il vento che soffia leggero mi brucia lentamente la pelle. Questa valigia pesa troppo. Non ce la faccio a trascinarla. E lo zaino mi schiaccia le spalle. Non vedo l’ora di salire sul treno.
Sono al binario; mi accendo una sigaretta nell’attesa. Due tiri e la butto. Fa troppo caldo pure per fumare. Prendo il cellulare e scrivo alla mia migliore amica: “Ci vediamo stasera. Organizza un aperitivo: ho voglia di far festa”. Lei mi risponde con una faccetta ridente: “Avverto gli altri”. Sorrido. La mia terra, la mia gente: finalmente. Quante ne faremo st’estate. E poi il lavoro, e la tesi. Sarà un mese di fuoco, letteralmente. Penso troppo alle cose che dovrò fare nei prossimi giorni, tanto da non accorgermi che il treno è arrivato. Quasi lo perdo. Torno con i piedi per terra e salgo. Quanta gente c’è. Oggi è affollatissimo. Spero di trovare un posto. Ah, menomale: c’è l’aria condizionata. Respiro. Attraverso uno, due, tre vagoni. Eccolo là, un sedile vuoto. Accelero il passo: il ragazzo lì in fondo potrebbe rubarmi il posto e io tutto il viaggio in piedi proprio che non me lo voglio fare. Butto la valigia sul portabagagli e mi siedo. Di fronte a me c’è una ragazza, carina ma con una voce troppo stridente per i miei gusti. Ha voglia di chiacchierare ma non sono in vena di socializzare. Mi infilo repentinamente le cuffie nelle orecchie. Sparo il volume al massimo: nessuno mi deve disturbare.
Il treno è in corsa: e guardo la terra bruciata dal sole cocente di luglio; e guardo le chiome degli ulivi che si smuovono allo sfrecciare del treno. E guardo la mia terra: cristo, quant’è bella. E cristo quanto sono felice: pure quest’anno è andato. Dai, che la laurea è vicina. E poi? E poi la specialistica. Si, ma dove? Non lo so. Un problema alla volta sennò non risolvo nulla. Uh, devo avvertire il mio ragazzo: “Arrivo alle due. Mi vieni a prendere tu alla stazione?”-“Certo! Alle due, giusto? Tranquilla che mi faccio trovare al binario”. Perfetto.
Corre il treno. Corre.
Scorrono i minuti sull’ipod. Parte un’altra canzone. E poi un’altra ancora.
E poi.

E poi si ferma tutto.

Un boato. Un fischio. La mia testa che rimbalza sul sedile. Una, due, tre volte. Rimbalza forte. Mi fa male.
Volo. Volo lontano. Mi ritrovo sbattuta per terra. Schiacciata. Confusa. Stordita.
Cadono tutti. E urlano tutti.
Ho caldo. Poi, di colpo, ho freddo. Poi di nuovo caldo. Sento qualcosa che mi scorre lungo l’addome. E’ sangue: ho una lamiera conficcata dentro. Ma perché? Che è successo? Chiamate mia madre. Voglio mia madre. Chiamate mia mamma. Non capisco che cosa sta succedendo. Ho paura. Ho tanta paura. Voglio tornare a casa. Chiamate mia mamma.
Poi non sento più nulla. Non vedo più nulla.
Sono morta così, in un incidente ferroviario. In una calda giornata di luglio. E dopo l’impatto, solo un gran silenzio. Rimangono solo gli ulivi imbrattati di sangue. Rimangono solo le vite spezzate. E i sogni schiacciati. E i programmi annullati. Rimangono solo storie sospese.
Non ci sarà nessun aperitivo stasera. Avvertite la mia migliore amica.
Non arriverò mai alla stazione alle due. Avvertite il mio ragazzo.
Non tornerò mai a casa: ditelo a mamma.
È finito tutto così: chè tanto non ci vuole niente.

Vedo che ne parlano in molti, di quello che è successo. Tra due mesi già non si ricorderà più nessuno di noi.
Ricordami tu, mamma. Ricordami raccontando quello che ero. Quello che volevo fare. Quelli che erano i miei progetti. Raccontami: raccontami nei difetti e nei pregi. Racconta di come me ne sono andata sotto il sole cocente di luglio, tra le lande della mia amata terra.
Ricordami tu, mamma. Mi mancherai.

-Autore sconosciuto.

È arrivata la primavera,
e mi ricorda di te,
e adesso ti spiego subito il perché,
tutto è fiorito nel giardino dietro casa mia
e a te purtroppo arriva l'allergia,
i fiori sbocciati mi facevan impazzire
ma a te bastava un po’ di polline per starnutire,
In questo periodo ero piena di fazzoletti,
perché un attacco di allergia può arrivare quando meno te lo aspetti,
e adesso mi chiedo una cosa sciocca,
chi finirà i fazzoletti dalla mia borsa?
È arrivata la primavera,
e io dovrei gioire,
eppure anche i tuoi fastidiosi starnuti
mi mancano da impazzire.
—  onlyletmewrite
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@dontknowcats and I’s OCs have twins, one of which was already named Sara

so instead of drawing Sara I drew their twinsy Nal as Ryder.
she’s big, she’s beefy like her dad, and she’s a super Deluxe gay

when u try to make friends with somebody but ur first convo doesn’t rly last and ur like ‘shiiiiiit if I message again I’m gonna look needy’ feeling

I don’t have any tattoos but I got a shit load of scars to share with you. It’s one of the things I hate about myself. The fact that I always impulsively enter bad moments in my life knowing that they’ll scar me but I do it anyway for the sake of “experience.” I hate it. It’s dumb. Now, look at me, I get easily traumatized and the smallest things could give me the biggest breakdowns. I went from the most lovable person in the world to a distant friend and a complicated lover. As much as I hated the real world, I, ironically, let it eat me. I gave it permission to drown me deep enough to become the roots of this. And as much as I love telling everyone the stories of what I’ve been through, I hate that I’ve become too afraid to even be filled with wonder anymore. I walk around, letting every arrow hit me because I’m so used to it. I know it’s going to. I know that I’m going to bleed again. I started this because I was hungry for adventure. Now, all I wanna do is rest. But it won’t fucking leave me. 

Mi chiedo come si possa ferire così brutalmente un tuo fratello.
Non parlo di un passante, di un amico, di un amore, ma di un fratello, sangue del proprio sangue.
Mi chiedo che sapori resti in bocca, che pensieri annidano (poi) nella propria testa.
Mi chiedo come si possa ferire così il proprio fratello, colui che più di tutti ti ama di un amore che solo Dio può comprendere.
Vorrei che qualcuno me lo spiegasse.

Vorrei anche che le tue ferite, diventino le mie. Perché preferisco soffrire io, che vedere i tuoi occhi più tristi di ieri, ma ci ho già provato e qualcuno mi ha detto che ognuno combatte i propri mostri, ognuno porta i propri pesi ed io non sono nessuno.

Però ci proverò ancora, perché anche io ti amo di un amore che solo Dio può capire.