perlustrare

Questa terra che trema e che amo

Nei miei 30 anni ho vissuto diversi terremoti, qualcuno più forte e qualcuno più lieve.
Ma mai come quello che ho sperimentato a Casamicciola lunedì sera.
Mi sono sempre documentata su cosa fare in casi del genere, ho sempre ascoltato i racconti di mio padre sul terremoto dell’ Ottanta e mi sono sempre fatta spiegare cosa fare, quali fossero i posti più sicuri, dentro e fuori casa.
Ero a tavola, pronta per cenare quando non si è capito più nulla.
Un boato, la luce che andava via e non riuscivo ad uscire. La terra sussultava e con lei il tavolo che mi incastrava nella panca.
Sentivo rumori di vetri che cadevano da ogni parte, le grida di mia mamma e di mia zia, il terrore del mio cuginetto e l'incapacità di muovermi.
Poi mi sono liberata e ci siamo buttati fuori.
La prima cosa che ho notato, mentre una macchina passava in strada, era il cancello in ferro chiuso con il lucchetto totalmente spalancato ed il mio cane lì davanti in preda al panico.
Ho fatto una corsa per chiuderlo mentre sentivo le urla della gente che dall'albergo di fronte si riversava in strada.
Mi sono guardata intorno ed ho supplicato che non rimanessimo al buio e dopo un po’ la luce è tornata.
Troppo poca per vedere gli effettivi danni se non la faccia sconvolta dei miei cari e dei vicini che avevano raggiunto le macchine vicino alla nostra.

I miei occhi si sono posati su cuginetto, impaurito dinanzi alla sua prima visione di come la natura possa essere devastante. Sono stati quelli a farmi ritrovare pienamemte la calma. Se devo dire di aver avuto paura, nemmeno durante è successo.
L'unica cosa che pensavo era a come liberarmi e far uscire tutti.
Così, guardandolo, ho rotto quella “scossa” che mi aveva attanagliato e mi sono domandata “ora cosa faccio? Quale è il passo successivo?”.
Eravamo vicino alla macchina, non ci è voluto molto a capire che quella sera la mia “nuova” Seicento sarebbe stata il nostro giaciglio.
Non mi sono persa d'animo ed ho preso il cellulare quasi scarico ed ho postato su Facebook la notizia, rincuorata che la linea telefonica non fosse saltata. A volte i social sono un posto utile perché una cosa passa di occhi in occhi velocemente. Mi chiedevo quali zone dell'isola fossero state interessate e in che entità. Se anche lì fosse tornata la luce o la linea.
Ho chiamato dal cellulare di mamma i primi numeri di soccorso…tutti intasati.
Intanto la gente passava per strada scappando. Qualcuno si fermava chiedendo se avessimo un bagno al piano terra e per fortuna, sotto uno scalone, abbiamo un piccolo bagno di servizio pronto all'uso.
“Sì ma non chiudetevi dentro”, era la mia raccomandazione. Ho visto come in casi del genere anche il pudore smette di esistere.

La mia preoccupazione era restare isolati e non poter comunicare. C'era bisogno di prendere i caricabatterie che erano al piano di sopra. E dire che per il mio stavo tornando sopra quando qualcosa mi ha fatto desistere…altrimenti sarei rimasta dentro casa sotto calcinacci e soprammobili rotti.
Ho aspettato un'oretta e mezza. Solo qualche scossa di assestamento percepibile.
Non sapevo se era un buon segno perché non riuscivo a capire quanto fosse stato forte il terremoto e cosa c'era da aspettarsi.
Per come l'avevo percepito immaginavo qualche replica forte, non come la prima, ma poco rassicurante.
Vedendo invece che si era tutto quasi calmato, ho cominciato a perlustrare la zona esterna della casa. Vedevo crepe e squarci, le persiane aperte ma nella base di pietra lavica era tutto stabile e senza crepe, segno che la struttura aveva retto ma non sapevo cosa avrei trovato al piano di sopra.
Prendo coraggio e provo a salire dalla porta del giardino perché lì ci sono solo cinque scalini ed in caso di scossa potevo gettarmi velocemente fuori. La luce che ha illuminato tante volte il giardino era stata sradicata e giaceva sospesa a mezz'aria ancora accesa. Giro la chiave ma la porta non si apre.
Bisogna salire per quella dall'altro lato dove c'è una scala più alta e chissà poi se si apre…mentre penso tutte queste cose sono già lì, sotto le voci di mia madre e mia zia che mi invitano a fare attenzione.

Ho aperto la porta e il mio cuore si è fermato per ogni stanza sulla quale posavo gli occhi.
Dalla mia vedo il bagno vicino. Quadri caduti, quasi tutti i soprammobili rotti.
Faccio un'ispezione veloce per riferire a mio padre tramite cellulare.
Recupero un paio di pantaloncini ed una maglietta, ancora bagnati dal mare, i caricabatterie, l'orsacchiotto del cuginetto senza il quale so che non riesce a dormire. Il mio zaino pronto, i soldi ed i documenti, qualche foulard per il mare perché la notte è umida e ci si deve coprire e mi chiudo questo disastro alle spalle.

Faccio il conto della situazione.
Abbiamo corrente per mettere a caricare i cellulari e non restare isolati. Abbiamo acqua fortunatamente, sia dal frigo che da fontana diretta e potabile.
Possiamo usufruirne noi e chi ce la chiede.
Il bagno è agibile.
Entro nella cucina e prendo qualcosa da mangiare: pacchetti di Ringo dalla dispensa, qualche crackers, succhi di frutta.
Ci sono tre bambini ed il mio pensiero va prima a loro.
Poggio tutto sulla macchina e corro a vestirmi, come se togliermi un vestito ed indossare pantaloncini e scarpe da running possa farmi sentire migliore e più al sicuro.
Invece no, mi rende solo più agile nel muovermi e nel poter aiutare.

Cominciano a girare le prime ambulanze a tutto spiano ed i primi vigili del fuoco. Sollievo perché ciò significa che la strada non è interrotta e non siamo relegati nell'alto di Casamicciola.
Distribuisco acqua e quello che posso dare, invito ad andare in bagno a porte aperte e con celerità, accompagno le persone che dall'esterno me lo chiedono.
Poi chiamo di nuovo papà e gli descrivo quello che ho visto e dirgli che restiamo in macchina perché è il posto più sicuro.

Così è passata la notte. O meglio non passava mai. Sembrava non volesse più far giorno. Il tempo scorreva lentissimo. Felpa e giubbino mi tenevano al caldo. Gli altri asciugamani per il piccolo, mamma e zia.
Il giorno ci ha trovati doloranti e sfiniti.
Alla sua luce tutto sembra di nuovo calmo ma dentro casa è sconvolgente.

La cosa che più mi ha fatto impressione è che nella stanza di mia nonna è rimasto in piedi il suo specchio. Non si è mosso né danneggiato.
In altre stanze dalle pareti è caduto tutto tranne un paio di crocifissi, rimasti lì immobili senza essersi spostati nemmeno di un millimetro.
Sotto uno di questi una crepa a forma di cuore, con un cuore più piccolo al suo interno.
Ho pensato subito alla sera prima quando ho trovato una goccia a forma di cuore sul bicchiere che stavo usando ed è partita la canzone “I will always love you”.
Il primo sorriso del giorno, nel disastro, è venuto da una crepa: sapere di non essere sola mai ed avere qualcuno che da lassù ci pensa sempre.

Come nell'incubo che avevo fatto di pomeriggio, quando dei serpenti corallo mi venivano addosso dal mare, così il pericolo è arrivato da lì.
Questo mare che tanto amo e tanto mi spaventa e questa terra che trema della quale non posso fare a meno.
Ho chiuso gli occhi ed ho pensato a chi ha avuto la peggio.
Io posso prendere un traghetto e tornare a casa ma qui c'è chi ha perso tutto e non può andare via.
Per tutto il viaggio di ritorno ho continuato a pensare a questo e ad avere ancora la sensazione della terra che manca sotto i piedi.
Ho continuato a ripetermi che è andato tutto bene e che siamo vivi.
Mi sono concessa soltanto di crollare sotto la doccia. Un attimo, forse l'unico, in cui ho realizzato che avere paura significa anche viverla dopo, quando tutto è finito e ti resta addosso quel timore che poteva finire peggio di così.

LAST FIRST KISS - GENNEX




Parto dal presupposto che è la prima slash che scrivo, siate clementi.
RIBADISCO IL CONCETTO CHE GLI URBAN NON LI CONOSCO NON MI INTERESSA IL LORO ORIENTAMENTO SESSUALE CHE SIANO ETEROSESSUALI, OMOSESSUALI O GIOSADASESSUALI (?) QUINDI NON INIZIATE A SCASSARE LE PALLE CON COMMENTI DEL TIPO “MA LORO NN PSSN ESSERE GAY ICSDI” PERCHÉ VISCOTENNO.
È una missing moments che (probabilmente) dividerò in più “puntate” anche perché mi sono presa troppo bene a un certo punto ahahah quindi per ora vi beccate questo! sono “appena” 2367 parole….
Enjoy it :)





Si dice che un essere umano ci mette sette secondi a innamorarsi. Sette secondi: il tempo necessario per Alessio per alzare gli occhi e trovare Genn sull’uscio della porta.
Alex se lo ricordava ancora quel momento. Era lì, impresso nella sua mente, indelebile come un tatuaggio.
Ogni volta che chiudeva gli occhi, prima di andare a dormire, riviveva quel momento magico, sperando che non finisse mai.
Era in studio di registrazione, seduto su uno sgabello: strimpellava la sua chitarra, sistemava gli accordi e poi annotava qualche nota sullo spartito.
Roberto, uno suo caro amico che lavorava presso la casa discografica gli aveva parlato di un certo “Genn” chiedendogli se fosse interessato a conoscerlo. Non sapeva nulla di lui, a parte il fatto che cantava e, secondo Roberto, «Le vostre voci, assieme, spaccherebbero di brutto.»
Ed alla fine, si era fidato. Non aveva mai cantato in una band, e l’idea all’inizio manco lo convinceva a dire il vero ma, qualcosa dentro di lui, lo convinse ad accettare.
«Poi vediamo se vi trovate bene. Vi mettiamo in prova una settimana, se proprio non vi piacete l’idea della band salta.» spiegò l’uomo.
Si era presentato leggermente in anticipo, quel giorno. Un po’ per il nervoso e un po’ perché aveva litigato - ancora - con Eleonora e proprio non gli andava di stare a sentire le sue polemiche su tutto.
«Alex» lo richiamò Roberto sull’uscio della porta «Genn è qui, pronto a conoscerlo?»
Alessio annuì, si tolse la chitarra e poi si alzò in piedi.
Non appena vide la figura magra di “Genn” varcare la porta sentì quasi il bisogno di doversi sedere nuovamente.
Era alto, poco meno di lui, coi capelli biondi scompigliati e gli occhi talmente azzurri che facevano invidia al mare greco.
Già altre volte, in passato, gli era capitato di sentirsi attratto da un ragazzo ma non aveva mai sentito nulla del genere, come se lo stomaco avesse fatto una capriola all’indietro e subito dopo una in avanti.
«Ciao.» balbettò «Io sono Alessio, ma puoi chiamarmi Alex.»
Gennaro si avvicinò e gli porse la mano «Gennaro» parlò, la voce graffiata «Fai Genn.»
Roberto li guardò un’ultima volta prima di lasciali soli così da conoscersi.
«Bella chitarra» parlò Genn «è la tua?»
Alex annuì.
«Sai, mi piacerebbe imparare a suonarla. Magari un giorno potresti insegnarmela.» continuò il biondo sedendosi su uno sgabello girevole nella stanza.
Il moro sorrise, si conoscevano da nemmeno un’ora e l’altro stava già facendo dei progetti su loro due assieme.
«Volentieri.» rispose semplicemente.



Sabato sera arrivò in fretta e tutto successe con molta semplicità. Al loro primo incontro parlarono di musica – scoprendo di avere tanto in comune – e, alla fine, si scambiarono i numeri.
Parlarono tutte le sere del più e del meno scoprendo sempre di più l’uno sull’altro.
Alessio doveva ammettere che l’incontro con Genn era stato un toccasana per lui che ultimamente era sempre triste e stanco. Persino Eleonora si era accorta di un improvviso cambiamento nei comportamenti del ragazzo che era tornato quello di prima.
Ci aveva pensato a lungo prima di chiedere a Genn di vedersi quella sera in un locale a Somma per fare due chiacchiere. Aveva digitato, cancellato, salvato nelle bozze e poi, dopo aver preso dieci respiri profondi, si era deciso a premere invio.
Genn gli aveva risposto subito, accettando l’invito e Alex… beh Alex non poté non sorridere.



Alessio, seduto al bar con una birra tra le mani, osservava Genn preparare un drum. Anche la prima volta che si erano incontrati l’aveva visto fare e la sua attenzione era ferma sulle sue mani immense e sulle sue labbra carnose.
Aveva mai visto labbra così belle? No, probabilmente no.
Gli venne quasi naturale immaginarsi come sarebbe stato poter sfiorare le labbra del biondo con le sue. Gli sarebbe bastato anche solo un secondo, giusto per togliersi quell’immagine dalla testa e saziare un suo desiderio.
«Vuoi fare un tiro?» chiese allora Genn, mostrandogli fiero il suo drum.
«Oh, no grazie. Io non… io non fumo. Mi interessava vedere il… processo con cui lo facevi.»
Gennaro gli sorrise, si portò la sigaretta alle labbra e se l’accese.
«Sai» incominciò il biondo «Quasi quasi volevo chiedere a Roberto di prestarci la sala prove per cantare un pezzo assieme. Con te mi trovo bene, non sarebbe male formare una band noi due non credi?»
Alex rimase stordito per qualche attimo, il tempo di distogliere la sua attenzione dalle labbra del biondo e metabolizzare la frase.
«Certo, farebbe piacere anche a me.» rispose, mostrando uno dei suoi sorrisi migliori.
La conversazione si spostò poi su argomenti di carattere generali finché Genn non toccò il punto sensibile di Alessio.
«Ma… dimmi un po’. Tu la ragazza ce l’hai?»
Alessio abbassò lo sguardo, di pensare ad Eleonora anche quella sera proprio non ne aveva voglia ma davanti agli occhi curiosi di Genn, tutto sembrava un po’ più facile.
«Sì ma… non lo so. Le cose non vanno più bene come prima, litighiamo sempre e…» fece un sospiro ancora più profondo «Forse non è più quello di cui ho bisogno.»
Genn annuì, gettò il mozzicone a terra e, con aria di chi la sa lunga, parlò.
«Fa come ho fatto io: molla tutto e pensa a stare bene te. Vivi molto meglio.» fece una pausa «Ti va di fare due passi? Devo sgranchirmi le gambe.»



Alex amava cantare e suonare. Lo faceva sentire libero, leggero come se si stesse togliendo un peso.
Cantare con Genn, poi, era tutta un’altra cosa.
Avevano fatto qualche cover di canzoni che entrambi conoscevano ed Alessio rimase sbalordito dalla voce graffiata del biondo.
Ne era rimasto piacevolmente colpito e più volte si era imbambolato ad ascoltarlo cantare.
Era passata una settimana e mezza dal loro primo incontro ed aveva preso coscienza di molte cose.
Di come, ad esempio, si sentisse bene ed apprezzato al suo fianco. Genn aveva sempre una buona parola, una pacca amichevole sulla spalla o un sorriso da rivolgergli che lo faceva arrossire e desiderare un contatto maggiore.
Non era ancora riuscito ad ammettere che sì, non amava più Eleonora e sì, iniziava a provare qualcosa per un’altra persona, un ragazzo per lo più.
Un ragazzo fantastico che gli migliorava le giornate.
Scoprì che Genn aveva in mente tante idee per la band tra cui il nome, Urban Strangers perché «Questo nome un po’ ci rappresenta.»
Oramai passavano ogni giorno assieme a suonare, comporre, rifare, uscire e divertirsi.
Una sera Genn, nel parco giochi dietro la chiesa, tirò fuori uno spinello e «Non lo faccio spesso.» spiegò «Ma vorrei condividere questo momento con te.»
Alex non ci pensò due volte a prendere la canna e fare due o tre tiri.
«Mi piaci, Alessio» sussurrò Genn, le pupille dilatate «Sei forte e penso che assieme ci divertiremo.»



Due mesi dopo il loro primo incontro, Roberto aveva corretto e sistemato le bozze del loro primo singolo “Empty Bed” e, inoltre, aveva trovato un locale dove i ragazzi potevano esibirsi.
«Questa.» disse l’uomo tenendo in mano il testo della canzone «è oro. Voglio dire, wow, mi piace un sacco e ho già in mente l’arrangiamento da fare, lasciate fare a me. Allora, a chi dei due devo baciare le mani per aver scritto questa canzone?»
Genn ridacchiò, visibilmente orgoglioso dei progressi della band «Tutto merito di Alex.» disse fiero.
«Alè.» disse Roberto spostando l’attenzione sul moro «Grazie.»



La settimana dopo, tutto era già stato preparato per il loro primo concerto. Era in un locale poco fuori Somma e Roberto aveva detto che ci sarebbero state circa duecento persone.
«Allora» incominciò Genn, sedendosi affianco ad Alex nel backstage del locale «Non mi hai ancora detto da dove ti è uscita quella canzone. È per Eleonora?»
Alex scosse la testa. Alla fine, lui ed Eleonora si erano lasciati. Oramai era chiaro a tutti che non si amavano più e, piano piano, il moro stava iniziando ad accettare il fatto che provasse qualcosa – qualcosa di forte – per il suo amico di avventure ma, soprattutto, di sventure.
«No.» disse solamente «In realtà stavo pensando a un’altra persona.»
Genn annuì, batté una mano sulla spalla del moro e uscì per fumarsi una sigaretta.



Una delle tante “lezioni di vita” che Alex, nel corso degli anni, aveva imparato, era che non smetterai mai di conoscere qualcuno fino in fondo.
Aveva passato gli ultimi sessantatré giorni della sua vita – sì, li aveva paure contati – con Genn e giurava di conoscerlo come il palmo della sua mano. Per questo non riusciva a capre il suo comportamento quella sera.
Tra meno di venti minuti dovevano esibirsi sul palco e Genn era sparito nel nulla.
Roberto era fuori di sé, continuava a masticare bestemmie e tirava calci contro il muro perché nulla, quella sera, sembrava andare per il verso giusto.
«Vado a cercarlo.» si offrì Alessio.
Perlustrò, dapprima, l’interno del locale, domandò ad alcuni amici comuni se avessero visto Genn.
«L’ho visto fumare fuori, prima» disse una ragazza, indicando con un cenno della testa la porta che dava sul retro.
Senza nemmeno ringraziarla, Alex si fece largo tra la folla fino a raggiungere la porta. Una volta fuori, una folata di vento gli fece stringere le spalle e, solo in quel momento, si accorse di essere in maniche corte a fine novembre.
«Genn?» chiamò l’amico.
Nessuno rispose così, iniziò a perlustrare la zona chiamando di tanto in tanto l’amico. Lo trovò sul retro del locale, seduto sul ciglio del marciapiede e le mani che gli reggevano la testa.
«Genn, ma che hai? Ti stavo cercando.»
«Vattene via, Alex. Non è il momento» disse il biondo senza alzare lo sguardo da terra.
Indossava una camicia a quadri, dei jeans skinny neri e un berretto di cotone nero sulla testa.
«Come non è il momento? Tra poco dobbiamo salire.»
«Io non salgo.»
Alessio si sedette affianco all’amico sul marciapiede, non capendo bene cosa gli stesse succedendo.
«Cosa? E come mai?»
Gennaro alzò lo sguardo ed Alex notò che, alcune lacrime sfuggite dalla trappola delle ciglia, gli rigavano le guance.
«Genn, ma… ma stai piangendo?» domandò stupidamente Alessio che, non appena si rese conto della scemenza detta, voleva prendersi a sberle da solo.
«Che cazzo ci sto a afre con te, Alex? Tu sei così bravo, sei precisissimo con la voce. Non hai mai sbagliato nulla. Io sono un disastro, non ricordo nemmeno le parole della canzone. Tu sei perfetto, non hai bisogno di un peso come me.» disse sconsolato.
Alessio giurò di non capire da dove venisse tutta quella insicurezza. Gennaro, ai suoi occhi, era il ragazzo più bello e talentuoso che avesse mai incontrato.
Iniziò dunque a tranquillizzarlo, gli accarezzò la schiena, sentendo i suoi polpastrelli andare letteralmente a fuoco a quel contatto, e si fece ancora più vicino, tant’è che le proprie ginocchia si sfioravano.
«Non è solo questo.» disse tirando su col naso «è che non riesco più a dormire tanto bene da quando sei entrato nella mia vita.»
Alessio sentì fremere ogni fibra del suo corpo. Era una specie di dichiarazione quella?
Genn si schiarì la voce «Non so cosa mi stia succedendo. Ma quando sono con te mi sento felice, felice davvero e non vorrei che queste emozioni svanissero.» deglutì a fatica. A dire il vero, non era un tipo da “Grandi discorsi” eppure in quel momento sentiva di doversi togliere un peso dal petto che lo stava opprimendo «E se da un lato vorrei rimanere sempre con te, sono allo stesso tempo spaventato perché non è… “normale”» disse incerto, non trovando le parole giuste per esprimersi «Che io senta queste cose per un ragazzo, soprattutto non per te che sei mio amico.»
Alex non batté ciglio.
Nessuno si era mai aperto con lui in quel modo, spogliandosi dei propri sentimenti.
«Sarebbe bello, per te, sapere che anche io provo tutte queste cose?» osservò il viso di Gennaro rilassarsi e sulle sue labbra carnose si aprì un sorriso «Anzi, forse io e avrei dette anche peggio e sarebbe venuto fuori una vera merda quindi… sono contento, ma soprattutto sconvolto, che sia stato tu a fare il primo passo.»
Rimasero un attimo in silenzio, entrambi che fissavano un punto indeterminato davanti a loro.
«Tu…» cominciò Genn «Sei mai stato con un ragazzo?»
«No. E tu?»
«Nemmeno.»
Alex sorrise «Allora impareremo assieme.» si alzò da terra «Pronto per lo spettacolo?»
Gennaro annuì, si alzò dal marciapiede e si sistemò i jeans stropicciati. «Andiamo.»
Si incamminarono verso l’entrata quando Gennaro fermò il moro per un polso.
Alex voleva chiedergli che cosa gli prendesse in quel momento ma tutto ciò che successe fu così veloce ed immediato che la parole gli morirono in gola.
Il corpo di Gennaro premette Alex contro il muro del locale e, in un attimo, le labbra del biondo incontrarono quelle del ragazzo.
Dopo un attimo di smarrimento, Alessio iniziò a ricambiare il bacio, le sue mani viaggiarono sul busto del più grande, attirandolo a sé. In seguito, la sua mente venne inebriata dal profumo dolce del biondo ed Alex pensò che, se non fosse stato per il muro dietro, sarebbe caduto dal momento che le sue gambe erano gelatina.
Nessuno dei due riusciva a dire con esattezza quanto rimasero assieme a baciarsi, nascosti da occhi indiscreti. Quando sentirono la voce di Roberto chiamarli e i suoi passi farsi sempre più vicini si staccarono all’improvviso, come se avessero preso la scossa.
«Finalmente» disse Roberto sbucando da dietro il muro «mando Alex a cercarti e sparisce anche lui. Che non succeda mai più, adesso andate che tocca a voi.»
Quando l’uomo di girò, Alex lanciò un’occhiata veloce a Gennaro che sorrideva.
«Sei pronto ora?» domandò.
Genn annuì, con lui al suo fianco era pronto a tutto.










mi scuso per lo scempio scritto, ma le slash non sono il mio forte ahah.

se vi é piaciuta (ma ne dubito fortemente) lasciatemi un cuoricino o un reblog, diffondete la mia parola come gli apostoli fecero con Jesoo (?)

controllate sul mio blog gli altri immagina, se avtee richieste non esitate!

- Margaret

C’è un posto, nel mondo.
Non sempre occorre chiedere, cercare, perlustrare.
Esiste una strana connessione tra il desiderio e il tempo, come a dire: se una cosa la desidero talmente tanto, prima o poi la incontrerò lungo la mia strada.
Non parlo di avvistamenti a mo’di Colombo, ma di sguardi incrociati, panorami immaginati e finalmente ammirati.
Sì, parlo di persone, ma anche di Luoghi.
—  Alessio Dandi, per i Vicoli di Barcelona.
Un rapido bagliore distrasse il suo sguardo dalle onde del mare, inducendola a perlustrare con attenzione l'immensa distesa di sabbia che le si presentava dinnanzi.
Il vento freddo le scostava i capelli dal viso e le accarezzava le labbra che lentamente si screpolavano.
Riconobbe quella luce intensa, quando l'ultimo sospiro di un'onda si chiuse sul bagno asciuga, scaraventando bruscamente l'origine di quel bagliore e permettendogli quindi di brillare nuovamente.
Volle avvicinarsi.
Sfiorò l'acqua di mare con le dita dei piedi e, piegandosi con eleganza, raccolse delicatamente la fonte di luce che, poco prima, l'aveva accecata.
Era un gioiello.
Un ciondolo bellissimo, lucente di una semplicità affascinante.
Lo tenne tra le mani, osservando con attenzione ogni particolare graffio e ammaccamento che era rimasto tatuato sul suo delicato metallo, pelle di chi aveva affrontato, per tempo e tempo, la furia del mare e la delicatezza di altre mille mani.
Lo pulì dai granelli di sabbia e lo asciugò dall'acqua fredda che fino a quel momento l'aveva bagnato.
Quando tornò a casa prese uno spago e ci legò il ciondolo; poi se lo mise al collo e, guardandosi allo specchio, osservò quanto riuscisse a farla sentire bella quell'oggetto così particolare che, pendendo dal suo collo le finiva sul cuore.
Un giorno non troppo distante, mentre la donna si faceva il bagno tra le acque calme d'un mare tranquillo, lo spago decise di spezzarsi. Si toccò il petto percependone immediatamente la mancanza. Se n'era andato, l'aveva perso. Quando uscì dall'acqua, sperò invano che, dopo aver girato tutto il mare, mille altri cuori e mille altre mani, quel ciondolo, tornasse da lei.
—  uncasinoinnamorato