perlomeno

Appunti di viaggio 49

ho mal di schiena. Ho sempre mal di schiena. Pensavo fosse qualcosa di mio invece pare essere un altro dei divertenti effetti collaterali. Il risultato è che sono nervosa, come già non avessi buoni motivi per esserlo. Sono sempre stanca quindi passo buona parte delle mie giornate distesa a letto a rimuginare sul mal di schiena e sui miei motivi per essere nervosa. Non ho fame, quindi tendenzialmente non mangio o, meglio, mi sforzo di mangiare alle ore comandate ma non ne ho voglia e alle volte, spesso, salto. La psicologa dice che ho bisogno di qualcuno con cui prendermela e in mancanza di candidati migliori, me la prendo con me, peggiorando l’anemia e tutto il resto. In effetti questo di aver bisogno di qualcuno con cui prendersela non sembra un problema solo mio. A guardarsi in giro, sembrano tutti in cerca più di capri espiatori che di soluzioni e il bello è. bello si fa per dire, che, tanto quanto nella mia situazione, di solito non ci sono colpevoli o perlomeno le responsabilità sono così diffuse,ramificate, condivise e antiche da essere alla fine inestricabili. E allora? allora tutti nervosi, a dire, scrivere cazzate, ad inveire, protestare, recriminare così, tanto per togliersi il dolore. Che comunque non passa, come il mio mal di schiena.

Passo davanti ar parco di mi’ paese e vedo n'gruppo di citti messi in cerchio intorno a na’ quercia, co’ sta ragazza in ginocchioni davanti ar tronco dell'albero.

Mi avvicino incuriosito ar gruppettino gli domando «Alò, ‘icché sta'e combinando qua?»

Si gira uno e mi sussurra a bassa voce, indicandomi co’ l'indice la ragazza « Sta parlando con lo spirito dell'albero.»

Dé, c'è in giro na’ droga nuova e nessuno m'ha detto niente? Perlomeno informatemi su’ ste 'ose.

C'è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà. Chi comprende, infatti, dice: «Io non devo far questo, non devo far quest'altro, per non commettere questa o quella bestialità». Benissimo! Ma a un certo punto s'accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un po’ lei che cosa significa il non averne commessa nessuna: significa perlomeno non aver vissuto, caro signore.
—  Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

anonymous asked:

Come stai?

Mi sento “come quando.”
Come quando non hai voglia di vedere o sentire nessuno, o almeno così dici, ma poi desideri solo che qualcuno venga a bussare alla tua porta e ti proponga di fare un giro, di cucinare un dolce o guardare un film. Come quando dico di star bene da sola fra i silenzi e poi apro la tv senza nemmeno degnarla di uno sguardo, giusto per sentire quel ronzio piacevole che la maggior parte delle volta è l’unico a tenermi compagnia. Come quando ti guardi allo specchio e decidi di darti una sistemata, di truccarti un po’ e fai finti sorrisi a te stessa per testare l’elasticità delle tue guance ma poi ti riguardi allo specchio e decidi di tornare in pigiama sotto le coperte perché non sei niente di che, il trucco non fa miracoli e tu resterai sempre la solita ragazza trasandata. Come quando mi dico di essere forte, di non crollare mai e poi mi sento come se avessi in braccio un’enorme pila di libri che rischia di precipitarmi da un momento all’altro e no, non è come nei libri o film, nessuno sconosciuto mi aiuterà a raccogliere nulla. Come quando lascio le chiavi a casa e sono costretta ad espettare seduta sulle scale contando i gradini, come quando sei l’unica dei tuoi amici a guardare una determinata serie e non hai nessuno con cui dialogare, come quando sei in giro e inizia a diluviare rendendo i tuoi abiti zuppi e le tue fortezze più malleabili. Come quando avresti mille pagine da studiare ma alla fine passi la giornata a guardare serie tv e spolverare oggetti che nemmeno rammenti di aver acquistato. Come quando dai il massimo di te stessa e vieni valutata e fraintesa, vieni classificata come “non abbastanza” e accartocciata e messa in un angolo, un canestro mal riuscito. Come quando sei di fetta e dimentichi il portafoglio a casa, come quando sei nella metro senza biglietto per la prima volta e passa il controllore. Come quando vorresti solo appoggiarti a qualcuno e lasciarti piangere ma ti autoconvinci che va bene così, che a nessuno importi dei tuoi stupidi problemi e pensieri. Come quando vieni bollata come se fossi una marmellata scadente sullo scaffale del miglior supermercato, come quando di prima mattina lasci le cuffie a casa e sai che ti toccherà guardare assorta la strada che passa dal finestrino del bus senza nessun sottofondo musicale, come quando scopri che la prossima ora ci sarà una verifica della quale tu non ne sapevi assolutamente niente, come quando hai l’abbinamento perfetto, stai per uscire di casa e salire in macchina e i tuoi stupidi collant si sfilano a contatto con la portiera, come quando vai al mare ma ti vergogni di spogliarti per le tue forme, come quando ti viene da piangere ma sai che nessuno capirebbe che un momento di debolezza e tristezza può capitare a tutti e allora si farebbero venir in mente idee così assurde da farti sentire in colpa di essere te stessa. Come quando vuoi disegnare e hai finito la carta bianca o tutte le matite hanno la punta mangiucchiata e non hai nessun temperino in casa. Come quando ti sentì in colpa dopo aver mangiato l’ennesimo dolce che non potevi permetterti e allora inizi a fare la paranoica contando il consumo calorico, come quando ti senti sola e per migliorare la situazione che fai? Ovviamente ti chiudi in casa a pensare, da geni. Come quando ti senti l’ultima ruota del carro, quella di scorta e riserva, come quando sai che nessuno ci terrà mai così tanto da metterti al primo posto, ancora prima di se stesso, perché per una volta vorrei sapere come ci si sente ad essere l’unica opzione, ad essere imbattibile e insostituibile. Vorrei sapere cosa si prova davanti ad un “se non c’è lei, io non vengo” o perlomeno avere sempre un posto riservato, avere qualcuno da chiamare a prescindere dal tempo, dallo spazio e luogo. Come quando ti si sta allagando casa e crolla tutto a pezzi, il soffitto è pieno di buchi e invece di aggiustarlo continui a posizionare secchi e bacinelle per terra. Come quando esci senza sciarpa in una giornata ventosa, come quando ti stanno ghiacciando le mani e proprio quel giorno hai deciso di indossare quel nuovo giubbotto senza tasche. Come quando devi fare il goal della vita e prendi il palo, come quando perdi la schedina per un tiro, come quando c’è un sole da spaccare le pietre e dimentichi gli occhiali a casa. Come quando vorresti essere felice, ma la felicità per te è talmente assurda che, quando arriva, fai di tutto per distruggerla.

Volevo dirti
che adesso non
ho più nostalgia di noi
non ho più le mancanze
di respiro
hai presente quando gli amici
danno i consigli contro la tristezza da delusione?
che dicono vedrai che passa, ci vuole tempo?

volevo dirti che è vero
è vero che ci vuole tempo
è vero che passa
sembrano consigli sciocchi
ma non hanno torto
con me ha funzionato perlomeno
mi è passato tutto
ho attraversato i nostri ricordi
ho diviso il nostro noi
e sono ridiventato io
ha fatto male
come fa male ogni cosa
che si deve dividere
però eccomi
oggi ho anche sorriso per niente,
senza motivo
davvero non c'era motivo
ma bo, la vita, io che ho tanta voglia di viverla
e così, mi è scappato da sorridere
ma sorridere forte, con i denti aperti
e con qualche suono,
oggi il cielo era bellissimo
il freddo non mi ha impedito
di uscire a vedere la città

volevo dirti che adesso
non piango più per te
adesso riesco a mangiare il tuo cibo preferito
senza pensarti
senza dirmi
“lei lo mangiava sempre”
adesso ascolto la nostra canzone preferita
e non la cambio
la lascio suonare, in fondo è bella
suona bene
non voglio più rinunciare alla musica
solo perché mi ricorda te
e non voglio dimenticarti del tutto
è stato bello per quel che è durato, no?
solo che ora non ti penso più,
adesso
mi voglio bene.

Gio Evan

I was inspired by this post by @polyglot-oneday. If you have any suggestions please send them in :)

  • be’ (also written beh) - well
    be’, non ti preoccupare (well, don’t worry)
  • cioè (sometimes pronounced ce when talking fast or informally) - I mean (lit. that is); like [informal]
    non ho ancora finito di studiare, cioè, sono tantissimi libri (I haven’t finished studying yet, I mean, it’s a lot of books); ha iniziato a gridare all’improvviso, cioè, è pazzo (he started to scream all of a sudden, like, he’s crazy)
  • quindi - so, therefore
    quindi che avete fatto? Siete usciti? (so what did you do? did you go out?)
  • allora - so, therefore
    allora, che avete fatto? Siete usciti? (so, what did you do? did you go out?)
  • vediamo / vediamo un po’ - let’s see / lit. let’s see a little
    vediamo/vediamo un po’, e cosa hai risposto? (let’s see, what did you reply?)
  • va bene - it’s okay / okay
    ci vediamo lunedì, va bene? (we’ll meet on Monday, okay?)
  • tipo - like (as in it’s like…) [informal]
    era tipo una villa hollywoodiana (it was like a Hollywood mansion)
  • (ah) a proposito -  by the way
    a proposito, come sta tua nonna? (by the way, how is your grandma?
  • per lo meno (also written perlomeno) / almeno - at least
    almeno vi siete divertiti? (did you have fun at least?)
  • alla fine - finally, at last; at the end of the day
    alla fine lui è il responsabile (at the end of the day he is responsible)
  • meno male / meno male che - thank goodness (it. less bad/evil)
    meno male! siamo arrivati in tempo (thank goodness! we’ve arrived on time); meno male che siamo arrivati in tempo (thank goodness we arrived on time)
  • forse - maybe
    forse non sono in casa (maybe they’re not home)
  • inoltre / in più - moreover / plus
    fa freddissimo e inoltre non abbiamo soldi (it’s very cold plus we don’t have any money)
  • effettivamente - actually, in reality
    il migliore è effettivamente lui (actually he is the best)
Guardi, Daniel, le donne, con rare eccezioni, […], sono più intelligenti di noi o, perlomeno, più sincere con se stesse rispetto a ciò che vogliono. Che poi te lo facciano sapere è un altro paio di maniche. La femmina, Daniel, è un enigma della natura. E’ una babele, un labirinto. Se le lascia il tempo di pensare, non ha più scampo. Si ricordi: cuore caldo e mente fredda.»
—  Carlos Ruiz Zafón, L'ombra del vento, cap. 23
C'è una bellezza incolta in te;
è la dolcezza di chi riesce a sprigionar sorrisi genuini ancor ingenui.
Hai in te quel tipo di tenerezza, mista ad innocenza così disarmante, che con quegli occhi e quel sorriso, riusciresti a porre fine a tutte le guerre-o perlomeno alle mie-ho pensato.
—  Sei L’Amore; Carla Moscato | Lucifer-lux
Del perché avevo ucciso il mio tumblr

Ad agosto, dopo una settimana intera in cui avevo ascoltato tutto il giorno le stesse tre canzoni in rotazione, mi sono accorta che non mi sopportavo più. Letteralmente, non mi tolleravo. La rivelazione mi era arrivata una sera, a casa, al tavolo della cucina. Nonostante mi stessi impegnando da mesi con la psicoterapia (tutti i mercoledì, ore 18:00, a cui arrivo metodicamente con quindici minuti di anticipo che passo a fumare davanti al portone), le cose non andavano come speravo. Avevo fatto dei progressi, ma non bastava. La depressione stava avanzando troppo velocemente.

A settembre non riuscivo a far altro che piangere e non dormire. Sono cominciati i sogni: tutte le notti ne faccio da uno a cinque, che devo scrivere metodicamente per riferirli alla terapeuta.

Ad ottobre rimanevo a letto giorni interi. Mi alzavo per andare al lavoro la mattina e, tornata a casa la sera, mi toglievo le scarpe e mi infilavo sotto le coperte. La mia alimentazione si basava quasi esclusivamente su due elementi (noodles istantanei e pizza scongelata, che ogni tanto avevo la forza di riscaldare).

A novembre cominciavo a rassegnarmi all’idea di una soluzione definitiva, e mi sono sorpresa più volte a fissare per qualche secondo di troppo il ceppo di coltelli in cucina. Mi chiedevo se, nel caso nessuno avesse trovato il mio corpo in tempo utile, la gatta mi avrebbe mangiato la faccia come nei film. Possono sembrare pensieri macabri e di cattivo gusto ma, purtroppo, decisamente concreti e seri.

A dicembre ho chiesto l’aiuto di uno psichiatra e ho cominciato con gli psicofarmaci. E le cose hanno iniziato ad andare meglio. Con la improvvisa comparsa dei farmaci sono riuscita immediatamente a respirare. Le cose tornavano ad avere colore e sapore, il sonno era pieno e profondo.

A gennaio ho dovuto lasciare lo Xanax, che prendevo quotidianamente, e utilizzarlo solo in casi di necessità. E’ stata una separazione sofferta. Mi manca come la mamma. Sono cominciati gli incubi notturni: ogni notte si presentano puntualmente sogni terribili senza possibilità di scampo. A volte mi sveglio dimenandomi nel letto, sudata. Oppure urlando. Una volta mi sono graffiata tutte le gambe nel sonno, durante un incubo particolarmente spaventoso.

A febbraio posso dire che l’antidepressivo è pienamente a regime e che il momento di crisi depressiva maggiore è ormai concluso. E ho rianimato il tumblr.

Adesso continuo a fare terapia, sia psicologica che farmacologica, nella speranza di non riavere una ricaduta. Perlomeno a breve. Non ho ancora fiducia nella guarigione. Lo Xanax è sempre nella mia tasca, in ogni momento del giorno, e non mi trattengo dall’usarlo. Gli incubi proseguono sempre più violenti. Io ci provo, ma non lo so

KON-ICE: piselli e patate.

Non è food porn né porn… si parla di peni e vagine, di mortaio e di pestello, di testa di tartaruga e porta di giada, di lingam e yoni, di mastro di chiavi e guardia di porta, di agganci a latitudini basse, di liaisons dangereuses, dell’apostrofo rosa tra le parole ‘si scopa?’ dell’unione dei corpi nell’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore.

GLOSSARIO DEI TERMINI

Pene: è un clitoride che si è allungato verso l’ottava settimana di vita fetale. La funzione principale è quella di espellere lontano dai piedi il prodotto di scarto del metabolismo renale e in seconda istanza quello di essere introdotto in cavità altrui ed espellere un brodo di girini chiamato ‘sperma’. Per quanto ci mettiate buona volontà, la seconda cosa la farete molto molto meno della prima. Il pene misura tra 12 e i 18 cm (con una media di 15 cm) e la sua lunghezza dipende dalla genetica e da fattori intrinseci ormonali. Averlo lungo non serve a nulla e dopo capirete il perché.

Vagina: è un pene che si è spiaccicato verso l’ottava settimana di vita fetale. La funzione principale è quella di espellere sui piedi il prodotto no, eventualmente quello lo fa la vulva (vulva–>vagina+uretra)… la vagina è chiamata così perché significa ‘fodero di spada’ in latino e quindi anatomicamente serve solo a infilarci il pene dentro. Oppure a NON infilarci il pene dentro, mica è obbligatorio.
La profondità del canale vaginale, a differenza della lunghezza del pene, è proporzionale all’altezza della portatrice, quindi avere un pene johnholmico senza stare copulando con Brienne di Tarth, significa dare delle gran mazzate sul collo dell’utero… per niente piacevoli, visto che il clitoride sta altrove.

Clitoride: dopo l’ottava settimana di vita fetale i fasci nervosi che concorrono alla ricezione dello stimolo piacevole nell’uomo si distribuiscono nel glande e nella faccia anteriore dell’asta del pene, mentre nella donna si organizzano in quello che assomiglia a uno xenomorpho in fase embrionale

Il clitoride è un iceberg di cui vediamo solo la punta… punta che è là dove è bene che tutti i maschietti sappiano essere. VERO CHE LO SAPETE?

Sperma: non cura l’acne femminile e non è nutriente, perlomeno, non più del moccio che vi esce dal naso. La sua funzione è quella di veicolare centinaia di migliaia di piccoli girini magici che contengono metà di un voi che vorrebbe tanto ricongiungersi con un altra metà all’interno di un Ovetto Kinder che, considerate le difficoltà chimico-anatomico-fisiche, si trova collocato sul Monte Everest.

Nonostante tutto, complice la bieca e sconvolgente ignoranza dei più basilari meccanismi di fisiologia umana, sembra che il sabato sera scalare la montagna con successo sia parecchio facile, dia fruttuosi risultati e arricchisca le lobby della pillola del giorno dopo.

PROBLEMI DI PENI

Appurato che la lunghezza non costituisce problema se non per una scenografica percezione culturale pompata dall’industria del cinema di settore, è indubbio che, in maniera minore rispetto alla controparte femminile, pure i maschietto soffrono le pene del pene.

In assenza di circoncisione (una pratica poco diffusa in Italia che consiste nello stuprare un neonato tagliandogli via la pelle del pisello per nessuna ragione medica valida), il pene a riposo è coperto da un lembo di pelle chiamato prepuzio. La mancata pulizia del glande, la maggior parte del tempo coperta da questo lembo di pelle, può portare a infiammazioni e a infezioni ma in genere quasi tutti i problemi sono dati da eccessiva frizione autoindotta o eteroindotta o da contatto con altrui parti del corpo infette, perché nella sua qualità di mucosa esterna, difficilmente il pene può contrarre infezioni in modo autonomo.

Ciò non toglie che, al pari della sacrosanta e importantissima palpazione del seno femminile, anche il maschio dovrebbe mensilmente stoccazzarsi scroto e testicoli per controllare che non ci siano parti dolenti o anomalie anatomiche.

VAGINE COMPLICATINE

La donna è decisamente più sfigata… cioè no, pessima scelta di termini… decisamente più sfortunata.

Il demiurgo le ha cacciato l’apparato riproduttore accanto a due apparati escretori e questo significa che la vagina deve costantemente difendersi da aggressioni feroci, la maggior parte delle quali, però, a opera della propria stessa portatrice. 

Lavaggi troppo frequenti o con prodotti troppo aggressivi che alterano il pH, biancheria molto figa ma che sega in due o cuoce al vapore la passera, sesso sfrenato senza adeguata lubrificazione e accortezza…

Poi ci credo che vi viene la cistite.

Mentre l’andrologo o l’urologo sono figure pressoché sconosciute per i Figli di Adamo (a torto, intendiamoci), il ginecologo continua a rimanere il migliore amico della donna, una creatura tutt’altro che fragile ma che ha una dotazione fisiologica necessitante di grande manutenzione ordinaria e spesso, purtroppo, straordinaria.

Trattatela bene questa vagina, facendo sesso protetto e tenendola sotto controllo, perché anche se non avete intenzione di usarla per scodellare quella forma di vita parassita il cui tempo di incubazione dentro la vostra pancia dura nove mesi, in ogni caso il tempo non vi è amico e certi errori di manutenzione si potrebbero sommare fino a farvi correre il rischio di essere lasciate a piedi. E la metafora spero l’abbiate capita.

P.S.
Per tutti quelli che si chiedono ‘Ma dove sta l’emergenza?’, plot twist: lo è, fidatevi.

Cari uomini, se proprio volete far ingelosire una donna, fatelo con qualcuna che sia perlomeno alla sua altezza, perché se lo fate con una zoccola, un cesso o una mocciosetta, una vera donna non diventerà gelosa, ma riderà di voi.
—  Emanuele Graniglia (via myself-in-music)
Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto. Non avrei potuto fare altro che diventare me stesso, nient’altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti, o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare. Un tempo, quando ero più giovane, mi ero illuso di poter diventare qualcos’altro. Però finivo sempre per tornare allo stesso posto, come una barca dal timone bloccato. Quello ero io. Non potevo andare da nessun’altra parte. Ero lì, e aspettavo di tornare. Dovevo chiamarla “disperazione”?».
—  Haruki Murakami, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”

anonymous asked:

Potresti scrivere qualcosa su come ti sentivi al liceo e come hai fatto a superarlo? Perché anche io ci sto malissimo, ho bisogno di qualcuno che mi confermi che la vita poi diventerà bella

Al liceo mi sentivo nuda.
Credo che sia il sostantivo più adatto al riguardo.
L’ansia mi seguiva come un’ombra e mi sussurrava all’orecchio senza tregua.
Convivevo, anzi, sopravvivevo, con la costante oppressione dell’altrui giudizio.
E avevo paura, tanta paura.
Le persone mi guardavano sempre, non avevo mai un momento per me, sentivo i loro occhi addosso, come un brivido perenne.
E sentivo che parlavano, parlavano e non capivo perché.
Mi domandavo cosa avessi di sbagliato, perché stessi così antipatica, perché mi ero messa i pantaloni a vita alta? Perché avevo già due tatuaggi? Perché ero bionda naturale?
Le domande che mi frullavano in testa erano delle più assurde, che non starò ad elencarvele tutte.
I professori erano ingiusti, facevano favoritismi e non punivano abbastanza chi se lo meritava.
Io scrivevo, facevo temi sublimi, era una delle poche cose nelle quali mi sentivo la migliore, e l’insegnante non apprezzava appieno i miei lavori, mi guardava con aria di sufficienza, “sei troppo creativa, stai più con i piedi per terra, è un saggio breve non un’autobiografia in 3a persona”.
Il mio rifugio era storia dell’arte, la professoressa la adoravo, mi adorava, ci adoravamo. Ci amavamo perché il nostro amore per l’arte ci stringeva in una morsa letale, una morsa che ci proteggeva dal mondo che c’era fuori, e solo lì, non sentivo più le voci. Solo lì, mi sentivo me stessa. E non mi importava di nulla, io parlavo, alzavo la mano e commentavo, parlavo insieme alla prof tanto da quasi far lezione io e lei, e basta. E mi sentivo viva.
Peccato che l’incubo ricominciava, e tornavo ad essere quella invasata, quella “cocca della prof di arte”, quella che “se la tira”.

La maturità è stata la mia liberazione, feci un tema da 10 (ovviamente su tema artistico-letterario) e uscii a pieni voti da una realtà che non era la vita vera. Uscii e iniziai a respirare, a non vedere l’ora di fare ciò che veramente ero destinata a fare, che sentivo di dover fare.

Non perdete la speranza, il tempo passa e vi fortifica, vi fa crescere.
Tutto passa!
Credete in voi stessi e siate egoisti, al liceo bisogna essere egoisti, perlomeno se vi rispecchiate nei miei stati d’animo.
Pensate a voi stessi e fate le cose per voi! Non per piacere agli altri.

Siate forti,
io credo in ognuno di voi.

Oggi, per questa volta, voglio dire tutto quello che non mi hai mai dato il tempo di finire. Sai, tu e la tua convinzione di non fare niente di speciale mi mandate fuori di testa. Si, perchè, pensa ciò che vuoi al riguardo, ma in vita mia mai conosciuto uno così. Io lo so, anzi ci spero, che capirai di chi sto parlando mentre leggi. Se leggi. Spero tu lo capisca, perlomeno questo.
Ci siamo conosciuti proprio qui. Quanti mesi fa? Circa 5. Relativamente poco, eppure, mi sembra sia così tanto. Quando mi hai scritto quel giorno non sapevi proprio a cosa andavi incontro eh.
Mi hai trovata che ero solo io e le mie quattro mura imbattibili, e te con la tua impassibile perseveranza e pazienza, ti sei messo lì e hai tolto un mattone alla volta. Dio, che lavoro.
Chissà che ti aspettavi dietro quelle mura, e chissà invece quanta delusione hai provato nel vedere invece cosa ti attendeva.  Un mattone alla volta e hai distrutto tutto quello che mi ero costruita per proteggermi. Avevo fatto un bel lavoro, erano delle mura un po’ ammaccate magari, in alcuni punti, ma reggevano bene. Poi sei arrivato te con il tuo modo di fare, che dio a volte ti picchierei, e zitto zitto hai fatto crollare tutto quanto. E io ancora non riesco a capacitarmene.
Hai abbattuto la mia barriera, ed è lì che il fiume è arrivato. Un fiume in piena, e ti ho travolto con tutto quello che avevo da dire, e tu sei restato impassibile, ad ascoltare.
Io lo so che ti aspettavi altro.
Lo so che sono pessima nel fare la maggior parte delle cose, e non sono il massimo come amica, ma non mi mollare.
Ti prendo in giro la maggior parte del tempo.
Non ascolto nessuno.
Sono testarda e voglio avere sempre ragione.
Vado in ansia per tutto.
O rido troppo, o piango.
O tutto nero o tutto bianco.
Ho paura ad andare e ho paura a restare.
Ho paura di farti male e alla fine lo faccio comunque.
Anche se alla fine, in termini di efficacia, il tuo di muro vince il record.
Sono debole e tendo sempre ad appoggiarmi a te. E mi sento in colpa per come sono quasi tutto il tempo.
E mi dispiace.
Mi dispiace se non sono come vorresti, se ti aspettavi altro.
Mi dispiace perchè non so essere meglio di così, e vorrei esserlo, perchè te lo meriteresti.
Mi dispiace se non ti sto mai a sentire quando mi dici qualcosa, e dovrei farlo perchè hai ragione il 90% del tempo.
Mi dispiace se a volte parlo troppo.
Mi dispiace perché non so andare, ma non so nemmeno restare.
E ti ringrazio.
Perché mi dai sui nervi continuamente, e te lo dico, continuamente.
Eppure non ti lamenti mai.
Ti ringrazio perchè non mi molli, nemmeno se sono io a chiedertelo.
Ti ringrazio per esserci, in ogni caso, anche quando non ci sono nemmeno io per me stessa.
Ti ringrazio perchè sei restato in ogni caso. Qualsiasi cosa succedessi, eri lì. Che ridessi come una demente, che piangessi come faccio spesso, o che tutto il mio mondo andava in pezzi, eri lì. E non ti sei schiodato nemmeno per un minuto.
E io ringrazio così tanto chiunque sia lassù per questo.
Ti ho sbottato addosso,
ho urlato,
ti ho insultato,
e sei rimasto lì. 
Non perchè tu sia stupido e troppo buono, anche se lo sei (😊).
Ma perchè ti sei ricordato di chi ero, sempre, anche quando a scordarlo ero io stessa.
Mi hai dato una mano, per tenermi in equilibrio.
Mi hai tenuta quando lo stavo perdendo.
E ti ringrazio così tanto.
Sono così grata che tu sia nella mia vita.
Sono così grata che tu sia così come sei.
Sei una delle persone migliori che io conosca, e lo so che non è molto da dire visto il mio basso standard.
Allora ti posso dire che sei una delle persone migliori che io abbia visto o ascoltato, ma anche questo non sarebbe un granché visto le poche persone con cui ho avuto a che fare nella mia breve vita.
Quindi posso dirti che sei una delle persone migliori che io mi possa augurare di conoscere nella vita.
E scommetto che avrai smentito o sminuito la maggior parte delle cose che ho scritto, perchè sei così, un po’ cieco. Non ti accorgi di quello che fai, perchè è così che funziona quando lo fai e basta, senza retro-pensieri. 
E nell'ultimo periodo hai riscoperto una persona che ti auguro ti riempia il cuore, perchè te lo meriti, davvero troppo forse.  E ti voglio bene, davvero troppo forse.
—  noweverythingstopsposts

Io ogni giorno faccio lo sforzo di capire sempre tutti e di non sentirmi superiore a nessuno, PERÒ CERCATE PERLOMENO DI VENIRMI INCONTRO

Best wishes

Tanti auguri agli amici che ho trovato e a quelli che invece ho perso per strada.

A chi mi ha gratificato e a chi mi ha deluso.

A quelli che ho amato e a quelli che non sopporto più.

Alle 3 amiche che sono mancate in questi ultimi 3 mesi e a cui con le lacrime agli occhi dico “perlomeno non avete più il problema di come vestirvi stasera….” 😔

A chi mi vuole bene e a chi non me ne vuole più.

Tanti auguri infine a me affinché possa diventare una persona migliore cosa di cui dubito fortemente

Auguri al Tumblr che mi permette di sfogare le mie paranoie e che mi costa meno di uno psichiatra.

Buon 2018 a tutti.

Quando qualcuno è innamorato, o più precisamente quando lo è una donna e per di più è all’inizio e l’innamoramento possiede ancora l’attrattiva della rivelazione, in generale siamo capaci di interessarci a qualsiasi argomento che interessi o di cui ci parli colui che amiamo. Non soltanto di fingerlo per fargli piacere o per conquistarlo o per consolidare la nostra fragile posizione, certo, ma di prestare reale attenzione e lasciarci contagiare davvero da qualunque cosa lui provi e trasmetta, entusiasmo, avversione, simpatia, timore, preoccupazione o perfino ossessione. Per non parlare di seguirlo nelle sue riflessioni improvvisate, che sono quelle che più vincolano e trascinano perché assistiamo alla loro nascita e le spingiamo, e le vediamo distendersi e vacillare e incespicare. All’improvviso ci appassionano cose cui mai avevamo dedicato un solo pensiero, siamo colti da manie insospettate, ci fissiamo su dettagli che passavano inavvertiti e che la nostra percezione avrebbe continuato a omettere fino alla fine dei nostri giorni, centriamo le nostre energie su questioni che non ci riguardano altro che in maniera supplente o per incantesimo o per contaminazione, come se avessimo deciso di vivere su uno schermo o su una scena o all’interno di un romanzo, in un mondo estraneo e fittizio che ci assorbe e ci impegna più di quello nostro reale, che lasciamo temporaneamente in sospeso o in secondo piano, e per inciso riposiamo da quello (niente di tanto allettante come consegnarsi all’altro, anche se soltanto con l’immaginazione, e fare nostri i suoi problemi e immergersi nella sua esistenza, che per il solo fatto di non essere la nostra è più lieve). Forse può essere eccessivo esprimerlo in questo modo, ma noi ci poniamo inizialmente al servizio di chi ci è capitato di amare, o perlomeno a sua disposizione, e la maggior parte di noi lo fa senza malizia, cioè, ignorando che arriverà un giorno, se ci consolidiamo e ci sentiamo saldi, in cui lui ci guarderà deluso e perplesso nel verificare che in realtà ci lascia indifferenti quel che un tempo ci suscitava emozione, che ci annoia quel che ci racconta senza che lui abbia mutato argomenti e senza che questi abbiano perduto interesse. Sarà soltanto che abbiamo smesso di sforzarci nel nostro entusiasta amare inaugurale, non che fingessimo e fossimo false dal primo istante.
— 
Gli Innamoramenti (Javier Marías)