perlomeno

Volevo dirti
che adesso non
ho più nostalgia di noi
non ho più le mancanze
di respiro
hai presente quando gli amici
danno i consigli contro la tristezza da delusione?
che dicono vedrai che passa, ci vuole tempo?

volevo dirti che è vero
è vero che ci vuole tempo
è vero che passa
sembrano consigli sciocchi
ma non hanno torto
con me ha funzionato perlomeno
mi è passato tutto
ho attraversato i nostri ricordi
ho diviso il nostro noi
e sono ridiventato io
ha fatto male
come fa male ogni cosa
che si deve dividere
però eccomi
oggi ho anche sorriso per niente,
senza motivo
davvero non c'era motivo
ma bo, la vita, io che ho tanta voglia di viverla
e così, mi è scappato da sorridere
ma sorridere forte, con i denti aperti
e con qualche suono,
oggi il cielo era bellissimo
il freddo non mi ha impedito
di uscire a vedere la città

volevo dirti che adesso
non piango più per te
adesso riesco a mangiare il tuo cibo preferito
senza pensarti
senza dirmi
“lei lo mangiava sempre”
adesso ascolto la nostra canzone preferita
e non la cambio
la lascio suonare, in fondo è bella
suona bene
non voglio più rinunciare alla musica
solo perché mi ricorda te
e non voglio dimenticarti del tutto
è stato bello per quel che è durato, no?
solo che ora non ti penso più,
adesso
mi voglio bene.

Gio Evan

I was inspired by this post by @polyglot-oneday. If you have any suggestions please send them in :)

  • be’ (also written beh) - well
    be’, non ti preoccupare (well, don’t worry)
  • cioè (sometimes pronounced ce when talking fast or informally) - I mean (lit. that is); like [informal]
    non ho ancora finito di studiare, cioè, sono tantissimi libri (I haven’t finished studying yet, I mean, it’s a lot of books); ha iniziato a gridare all’improvviso, cioè, è pazzo (he started to scream all of a sudden, like, he’s crazy)
  • quindi - so, therefore
    quindi che avete fatto? Siete usciti? (so what did you do? did you go out?)
  • allora - so, therefore
    allora, che avete fatto? Siete usciti? (so, what did you do? did you go out?)
  • vediamo / vediamo un po’ - let’s see / lit. let’s see a little
    vediamo/vediamo un po’, e cosa hai risposto? (let’s see, what did you reply?)
  • va bene - it’s okay / okay
    ci vediamo lunedì, va bene? (we’ll meet on Monday, okay?)
  • tipo - like (as in it’s like…) [informal]
    era tipo una villa hollywoodiana (it was like a Hollywood mansion)
  • (ah) a proposito -  by the way
    a proposito, come sta tua nonna? (by the way, how is your grandma?
  • per lo meno (also written perlomeno) / almeno - at least
    almeno vi siete divertiti? (did you have fun at least?)
  • alla fine - finally, at last; at the end of the day
    alla fine lui è il responsabile (at the end of the day he is responsible)
  • meno male / meno male che - thank goodness (it. less bad/evil)
    meno male! siamo arrivati in tempo (thank goodness! we’ve arrived on time); meno male che siamo arrivati in tempo (thank goodness we arrived on time)
  • forse - maybe
    forse non sono in casa (maybe they’re not home)
  • inoltre / in più - moreover / plus
    fa freddissimo e inoltre non abbiamo soldi (it’s very cold plus we don’t have any money)
  • effettivamente - actually, in reality
    il migliore è effettivamente lui (actually he is the best)
C'è una bellezza incolta in te;
è la dolcezza di chi riesce a sprigionar sorrisi genuini ancor ingenui.
Hai in te quel tipo di tenerezza, mista ad innocenza così disarmante, che con quegli occhi e quel sorriso, riusciresti a porre fine a tutte le guerre-o perlomeno alle mie-ho pensato.
—  Sei L’Amore; Carla Moscato | Lucifer-lux
Del perché avevo ucciso il mio tumblr

Ad agosto, dopo una settimana intera in cui avevo ascoltato tutto il giorno le stesse tre canzoni in rotazione, mi sono accorta che non mi sopportavo più. Letteralmente, non mi tolleravo. La rivelazione mi era arrivata una sera, a casa, al tavolo della cucina. Nonostante mi stessi impegnando da mesi con la psicoterapia (tutti i mercoledì, ore 18:00, a cui arrivo metodicamente con quindici minuti di anticipo che passo a fumare davanti al portone), le cose non andavano come speravo. Avevo fatto dei progressi, ma non bastava. La depressione stava avanzando troppo velocemente.

A settembre non riuscivo a far altro che piangere e non dormire. Sono cominciati i sogni: tutte le notti ne faccio da uno a cinque, che devo scrivere metodicamente per riferirli alla terapeuta.

Ad ottobre rimanevo a letto giorni interi. Mi alzavo per andare al lavoro la mattina e, tornata a casa la sera, mi toglievo le scarpe e mi infilavo sotto le coperte. La mia alimentazione si basava quasi esclusivamente su due elementi (noodles istantanei e pizza scongelata, che ogni tanto avevo la forza di riscaldare).

A novembre cominciavo a rassegnarmi all’idea di una soluzione definitiva, e mi sono sorpresa più volte a fissare per qualche secondo di troppo il ceppo di coltelli in cucina. Mi chiedevo se, nel caso nessuno avesse trovato il mio corpo in tempo utile, la gatta mi avrebbe mangiato la faccia come nei film. Possono sembrare pensieri macabri e di cattivo gusto ma, purtroppo, decisamente concreti e seri.

A dicembre ho chiesto l’aiuto di uno psichiatra e ho cominciato con gli psicofarmaci. E le cose hanno iniziato ad andare meglio. Con la improvvisa comparsa dei farmaci sono riuscita immediatamente a respirare. Le cose tornavano ad avere colore e sapore, il sonno era pieno e profondo.

A gennaio ho dovuto lasciare lo Xanax, che prendevo quotidianamente, e utilizzarlo solo in casi di necessità. E’ stata una separazione sofferta. Mi manca come la mamma. Sono cominciati gli incubi notturni: ogni notte si presentano puntualmente sogni terribili senza possibilità di scampo. A volte mi sveglio dimenandomi nel letto, sudata. Oppure urlando. Una volta mi sono graffiata tutte le gambe nel sonno, durante un incubo particolarmente spaventoso.

A febbraio posso dire che l’antidepressivo è pienamente a regime e che il momento di crisi depressiva maggiore è ormai concluso. E ho rianimato il tumblr.

Adesso continuo a fare terapia, sia psicologica che farmacologica, nella speranza di non riavere una ricaduta. Perlomeno a breve. Non ho ancora fiducia nella guarigione. Lo Xanax è sempre nella mia tasca, in ogni momento del giorno, e non mi trattengo dall’usarlo. Gli incubi proseguono sempre più violenti. Io ci provo, ma non lo so

Lei era forte. Era forte davvero. Potevi gridarle contro le cose più brutte che ti passavano per la mente. E lei, sarebbe stata lì, ad ascoltarti, inerme. Ne aveva già passate tante di cose brutte durante la sua vita che oramai le persone e le loro parole, non la spaventavano più. Non la ferivano più. Era più forte di tutto, e di tutti.
O perlomeno, era molto brava a farlo credere.
Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto. Non avrei potuto fare altro che diventare me stesso, nient’altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti, o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare. Un tempo, quando ero più giovane, mi ero illuso di poter diventare qualcos’altro. Però finivo sempre per tornare allo stesso posto, come una barca dal timone bloccato. Quello ero io. Non potevo andare da nessun’altra parte. Ero lì, e aspettavo di tornare. Dovevo chiamarla “disperazione”?».
—  Haruki Murakami, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”
Quando qualcuno è innamorato, o più precisamente quando lo è una donna e per di più è all’inizio e l’innamoramento possiede ancora l’attrattiva della rivelazione, in generale siamo capaci di interessarci a qualsiasi argomento che interessi o di cui ci parli colui che amiamo. Non soltanto di fingerlo per fargli piacere o per conquistarlo o per consolidare la nostra fragile posizione, certo, ma di prestare reale attenzione e lasciarci contagiare davvero da qualunque cosa lui provi e trasmetta, entusiasmo, avversione, simpatia, timore, preoccupazione o perfino ossessione. Per non parlare di seguirlo nelle sue riflessioni improvvisate, che sono quelle che più vincolano e trascinano perché assistiamo alla loro nascita e le spingiamo, e le vediamo distendersi e vacillare e incespicare. All’improvviso ci appassionano cose cui mai avevamo dedicato un solo pensiero, siamo colti da manie insospettate, ci fissiamo su dettagli che passavano inavvertiti e che la nostra percezione avrebbe continuato a omettere fino alla fine dei nostri giorni, centriamo le nostre energie su questioni che non ci riguardano altro che in maniera supplente o per incantesimo o per contaminazione, come se avessimo deciso di vivere su uno schermo o su una scena o all’interno di un romanzo, in un mondo estraneo e fittizio che ci assorbe e ci impegna più di quello nostro reale, che lasciamo temporaneamente in sospeso o in secondo piano, e per inciso riposiamo da quello (niente di tanto allettante come consegnarsi all’altro, anche se soltanto con l’immaginazione, e fare nostri i suoi problemi e immergersi nella sua esistenza, che per il solo fatto di non essere la nostra è più lieve). Forse può essere eccessivo esprimerlo in questo modo, ma noi ci poniamo inizialmente al servizio di chi ci è capitato di amare, o perlomeno a sua disposizione, e la maggior parte di noi lo fa senza malizia, cioè, ignorando che arriverà un giorno, se ci consolidiamo e ci sentiamo saldi, in cui lui ci guarderà deluso e perplesso nel verificare che in realtà ci lascia indifferenti quel che un tempo ci suscitava emozione, che ci annoia quel che ci racconta senza che lui abbia mutato argomenti e senza che questi abbiano perduto interesse. Sarà soltanto che abbiamo smesso di sforzarci nel nostro entusiasta amare inaugurale, non che fingessimo e fossimo false dal primo istante.
— 
Gli Innamoramenti (Javier Marías)
Cari uomini, se proprio volete far ingelosire una donna, fatelo con qualcuna che sia perlomeno alla sua altezza, perché se lo fate con una zoccola, un cesso o una mocciosetta, una vera donna non diventerà gelosa, ma riderà di voi.
—  Emanuele Graniglia (via myself-in-music)
La dissetanza

Prendendo spunto da una dissertazione in merito del buon @autolesionistra, vado ad elencare i motivi per cui non si capisca un cazzo del cosa bere, quanto e con quale frequenza.

In base a quale rubrica scientifica ti stia dando l’informazione in quel momento, il nostro corpo è composto da una percentuale d’acqua che varia dal 2% al 99% (il che fa di noi alternativamente delle meduse o delle statue pietrificate da Medusa) ma andando bene a cercare su impolverati tomi seri viene fuori una percentuale media del 60% (di meno se sei sovrappeso, di più se sei un giovine infante, di meno di più se sei un giovine infante sovrappeso).

Per ovvi motivi, una certa quota di questa viene espulsa in maniera costante dal nostro organismo mediante il filtraggio del sangue a opera dei fagioloni giganti (mi piace di più di ‘reni’) e quest’acqua di risulta (mi piace di più di ‘urina’) serve a veicolare un sacco di schifezze (mi piace di più di ‘cataboliti’) come i composti azotati, l’acido urico e l’ultimo album della Dark Polo Gang (no, scherzavo… però spero che gli urologi ci stiano lavorando su).

La gente piscia un sacco, o perlomeno dovrebbe farlo, in genere una quantità di acqua di risulta piene di schifezze filtrate dai fagioloni giganti che teoricamente si dovrebbe aggirare su una media di 1500 ml al giorno, cioè un litro e mezzo… o anche 0,015 ettolitri (oppure 2,639631 pinte inglesi se siete al pub e il bagno è occupato).

A questi 1500 ml devono essere aggiunti altri 500 ml circa dovuti alla PERSPIRATIO INSENSIBILIS (cioè il sudore e il vapore acqueo espulso dai polmoni… naturalmente una quantità variabile in base alla vostra estensione cutanea, all’attività fisica e alla temperatura esterna), altri 250 ml per le feci e altri 500 per varie reazioni di ossidazione di lipidi, proteine etc.

Li bevete 3 litri d’acqua al giorno?

E, soprattutto, perché non vi piace bere la semplice acqua, magari ricca di sali minerali (non tanto per dire… è proprio la nomenclatura precisa)?

Vabbe’… la scienza non è tutto e accettiamo pure di essere degli umanisti edonisti sibariti e che esistano pure componenti aggiuntive oggettivo/soggettive che fanno preferire una bibbita® alla semplice acqua.

Intanto la temperatura.

  • Se il liquido è freddo, si ha la percezione che disseti di più. Vero.

Poi la frizzantitudine.

  • Se il liquido ha le bolle, idem. Vero.

La dolcezza (vera o finta che sia)

  • Se ha lo zucchero o edulcoranti, invece no, non disseta di più. Anzi.

Magari è più buona e sei spinto a berne di più, ma a livello organico scatena tutta una serie di meccanismi fisiologici e psicologici che tecnicamente portano a una maggiore richiesta di introito idrico. 

Le bevande dolci, quindi, non vanno bene.

Fatevi tutte le tisane/infusi/decotti con zenzero, limone, menta e tutte le robe che la vostra fantasia sfrenata e malata vi può suggerire, usando le acque ricche di sali minerali di cui sopra, ma NON aggiungete zucchero o composti zuccherati.

E ricordate che pure il dolcificante meno calorico che possiate trovare in giro (al momento steviosidi&rebaudiosidi, se non erro) con la sua dolcezza scatena lo stesso una richiesta psico-fisiologica aggiuntiva di glucidi.

P.S.

I link alle varie affermazioni/dati mi stava veramente briga appiccicarceli ma se proprio li volete, poi li aggiungo.

anonymous asked:

Secondo lei cosa è la felicità?

Come ho già scritto tempo fa, secondo me esistono momenti di serenità, i quali entrano in perfetta armonia con lo scorrere degli eventi e in cui vi è una consapevolezza profonda del nostro ruolo e di ciò che siamo.
Questo è auspicabile e sicuramente si instaurerà come conquista di coscienza.
Poi esistono momenti di felicità, i quali derivano da una realizzazione dell'io, e sono l'esasperazione di uno stato emotivo niente affatto naturale. Tant'è vero che dopo questa esaltazione, succedere sempre un momento di depressione.
E’ la sperimentazione dei contrari, necessaria a bilanciare il nostro essere, conoscere il nostro io e trascenderlo gradatamente con un senso superiore, non più egocentrico.
Cosa succederebbe se, raggiunto uno stato di felicità, questo perdurasse?
Sarebbe la cristallizzazione completa di ogni impulso, il fermo totale di ogni movimento che potrebbe rompere quello stato; sarebbe la morte spirituale.
Perciò la felicità è un momento che accetto volentieri, ma quello che perseguo è la serenità, che mi allarga il cuore e rende lucida la mente come senso di partecipazione pervadente a quello che ci circonda senza conflitti o esaltazione di una parte.
Con la serenità tutto quello che ci colpisce o ci stimola è adattato ai nostri bisogni e non il contrario. Così tutto si svolge in linea con la nostra natura intima e possiamo veramente dire che l'io è superato o perlomeno non è prevalente nella nostra consapevolezza.

Personalmente do per scontato che la felicità non può scaturire da quello che si desidera, ma in quello che si sa accettare e scoprire nelle dinamiche che ci muovono.
Scoprirle e accettarle è un lavoro individuale che costa fatica e spesso deve essere sollecitato dal disagio e dal dolore. Così le persone si lamentano perchè non sanno ove guardare.
D'altra parte tutti noi (anche se inconsapevolmente) siamo qui a dibatterci nel cercare di comprendere le ragioni della vita e di un disagio che ci spinge a riflettere oltre ogni schema che la nostra società ci propone: arrivismo, realizzazione di sè, conquista e potere.
Davvero sono questi i valori che possono minimamente rendere equilibrati per non più di quell'attimo di soddisfazione o di conquista nell'esaltazione di se stessi?
Se ho imparato qualcosa, è che non sono questi i valori che dovremmo coltivare.
Ho spostato la mia attenzione a qualcosa di diverso e ho scoperto che esiste, seppure sepolto nel profondo di ciascuno di noi e che grida la sua verità attraverso la sofferenza, il dolore e le nevrosi di ogni conquista.
E’ un'altra strada. E non serve essere illuminati per percorrerla; solo occorre essere più attenti a tutte le indicazioni che la vita, proprio con le sue sofferenze e apparenti ingiustizie, ci indica.

Ricordo le parole di un amico:
“... Se anche tutto fosse rose e fiori, nel mondo, ma queste rose e fiori non fossero nell'intimo dell'individuo, i problemi non sarebbero manifestati, ma esisterebbero ugualmente.

Allora potrebbe venire da domandarsi se la sofferenza possa essere voluta?
Credo proprio che non si scelga di essere infelici, ma il nostro movimento esplorativo della Realtà, produce situazioni tali che solo un disagio, più o meno forte, può ricomporle nel loro giusto equilibrio e indicarci la via della verità.

Quel che vogliamo ce l'abbiamo già dentro. Così dentro me c'eri già tu. È irrilevante il momento in cui finalmente scoppia l'incontro e si manifesta la concreta possibilità, deve accadere e accade. Il vero problema avviene successivamente. Ci sono incontri che ricambiano l'amore e incontri che non ti perdonano l'amore. Con quelli devi stare sempre sulla difensiva: dare, non dare, prendere e togliere. Con quelli impazzisci. È per loro che inizi a dubitare e a domandarti: “Ma sarà davvero questo l'amore?”. E io le risposte le ho chieste a te, a te che hai tirato fuori il peggio di me, con i tuoi silenzi, le tue assenze, le tue ripetute mancanze, le tue crudeli confusioni. Ho vinto andandomene. Perché oggi so che chi non ti perdona l'amore non è in grado di amare, o perlomeno non è in grado di amare te. Così non ho potuto salvarti, ma ho potuto salvare me.
—  Massimo Bisotti
Stretta è la soglia, larga è la via

Internet potrò anche essere un diritto (vabbe’… mi sa che la gente dovrebbe studiare un po’ di più giurisprudenza) ma affermare che è un tuo diritto poter dire ciò che vuoi su una piattaforma privata è perlomeno da sciocchini.
Come è da sciocchini parlare di democrazia e diritto di parola digitale.
Se io faccio una festa nella mia bellissima villa piena di persone e ti invito perché sei buffo ed è divertente darti gli scappellotti ogni volta che apri bocca, non è un tuo diritto stare alla mia festa ed essere ascoltato.
Semmai è un tuo diritto stare in strada e lamentarti coi passanti per non essere stato invitato. Se poi schiamazzi troppo o mi offendi, chiamo la polizia.

Una buona fetta della popolazione sta realmente e visceralmente credendo che avere un profilo facebook (o qualsiasi altra identità digitale, tumblr compreso) sia sancito da qualche parte nella Costituzione e sulla base di questo bias cognitivo profondo, innalza il proprio costrutto di legittimità digitale condita da interpretazioni legali molto bizzarre.

Non solo non siete il megafono nel quale state urlando le vostre stramberie ma quel megafono ce l’avete pure in prestito e se staccaste la bocca per darci un’occhiata sopra, vedreste i chilometri di sponsor stampati a font 270.

Ecco, guardate:

Questo su facebook non lo posso postare.

E nemmeno questo

Sono più democratici e per la difesa della libertà quelli di tumblr mentre Zuckerberg è un fascista?

Il fatto che io possa dire PORCODDIO senza che tutti mi segnalino e mi facciano sospendere l’account, non fa di tumblr un posto più democratico… semmai siamo alla festa di un padrone di casa che ha meno sbatti di andare a controllare se è stato tirato lo sciacquone o se qualcuno stappa le bottiglie di birra sul bordo del tavolo.

Ma voi questo lo sapete già e, diciamocela tutta, le mie parole potrebbero essere illuminanti solo per un dodicenne che sta tutta la notte su Ask.

E per dodicenne che sta tutta la notte su Ask intendo tutti i quarantenni e passa che fanno la rivoluzione da smartphone e sentono di dover avere un posto nel parlamento di internet.

C'è una bellezza incolta in te;  è la dolcezza di chi riesce a sprigionar sorrisi genuini ancor ingenui.
Hai in te quel tipo di tenerezza, mista ad innocenza così disarmante, che con quegli occhi e quel sorriso, riusciresti a porre fine a tutte le guerre,o perlomeno alle mie, ho pensato.

Carla Moscato

Per cosa vivi?
Forse per il piacere di svegliarti la mattina. Di aprire gli occhi e scoprire di che colore è. Per controllare che tutto sia come l'avevi lasciato. Forse per goderti la notte. Per il silenzio delle cose finite, o perlomeno archiviate. Per il rumore violento e carnale di quelle appena iniziate. Forse vivi per il sapore di ciò che ti piace. Per l'emozione artistica. Forse vivi per i tuoi figli. Per guardarli vivere. Forse vivi per il tuo mestiere, per gli obiettivi che fioriscono da una forte ambizione. O forse vivi per conoscere il prossimo politico, il prossimo modo di portare i capelli, il prossimo modello di automobile. Forse vivi per rispetto degli altri. Oppure vivi per il rispetto dovuto a te stesso. In ogni caso, vivi per l'unico e solo motivo universale. Quello d'amare. O per domandarti, ancora una volta : per cosa vivo?

Chapter two


“Volevo trovare una scusa per scriverti..”

Il suono assordante ed insistente di un iPhone interrompe i miei ricordi. Una leggera brezza muove dispettosa i tovaglioli sul tavolo, e le tre foglie che ho accuratamente posizionato per la foto. Il mio tavolino oggi era occupato, così al posto dei gelsomini, oggi mi godo le rose. Le osservo, i petali arricciati e quel color phard molto delicato che sa di bello.
Penso al mio ultimo tatuaggio, all'ago che ogni volta che mi si insinuava nella pelle mi faceva venire in mente tutte le volte che mi hai fatto male tu. Sotto al cuore, per saperti in quell'angolo che ti sei dolcemente e lentamente aggiudicato.
Una rosa senza spine, un fiore così bello. E se ti pungi? Odierai la rosa per averti ferito o continuerai ad amare la sua bellezza, malgrado il dolore?

È affollato oggi, il bar. Per fortuna ci sono venuta prima, o non avrei trovato posto. Alla peggio avrei cercato un altro bar, ma è da ieri sera che non vedo l'ora di ritagliarmi qualche ora per continuare a scrivere. Scrivere cosa, poi? I pensieri, le emozioni? O sto semplicemente raccontando a degli sconosciuti quello che non ho mai avuto il coraggio di dirti?

Stamattina le metro sapevano di Londra. L'odore è quello, di ferro consumato e di pavimenti calpestati, di corse contro il tempo, di saluti affrettati.
Oggi non avevo bisogno del navigatore e mi sono goduta la strada a memoria: esco dall'uscita a destra, ecco l'incrocio, il parco bellissimo, ed imponente quell'edificio color panna che sembra un museo, i grandi cancelli arrugginiti, il ciottolato. Guardo dentro e vedo il bar, accenno un sorriso. Mi sembra di andare ad un appuntamento con me stessa.

Vorrei ordinare un altro caffè, e mentre cerco di concentrarmi su quello che voglio scrivere, mi arriva un forte pugno allo stomaco.
Un ricordo, violento e sfacciato, si appropria prepotentemente della mia testa. Questo iPhone che continua a suonare mi sta irritando, faccio un respiro profondissimo.

Wait-M83
Gennaio 2016, Southampton

Sono le 10:45 di sera e sono rannicchiata in un letto che non è il mio. In realtà, per la precisione, è un divano. Fuori sta tempestando, tengo gli occhi chiusi per lasciare spazio a tutti gli altri sensi. La pioggia batte insistentemente sul vetro di quel salotto enorme, freddo e buio malgrado gli ultimi sforzi del caminetto di rimanere vivo. La canzone ripete “no time… no time…”
È così, non c'è tempo. La pioggia è costante, il sonno non arriva. I polmoni e la gola fanno male, gli antibiotici non allevano il bruciore. Le coperte odorano di polvere, malgrado fossero state lavate il giorno prima.
Passano le ore e il sonno non vuole farmi compagnia. Il temporale insiste, non mi fa dormire, sembra che mi stia consigliando di piangere, ma non ho più lacrime. Mi sento…morta.
Ho toccato il fondo, non sento più niente. Non ho desideri, non ho pensieri, né emozioni. So di essere viva solo perché sento freddo, ma non è il freddo di gennaio.. è un altro freddo.

Mi avevi scritto un messaggio quella sera, qualche ora prima, chiedendomi se avessimo preso un caffè al mio ritorno, magari uno Starbucks (sorrido, al tempo eri addirittura spiritoso). Non avevo ancora preso i biglietti per tornare in Italia, quindi cosa ti dava così tanta sicurezza? Non ricordo di averti risposto. Non mi interessavi, non ti cercavo, non ti volevo. Ma ricordo perfettamente tutti gli sforzi e i tentativi che hai fatto tu per avere me, o perlomeno un briciolo della mia attenzione. Eri fantastico, meravigliosamente insistente, anche se non ti davo segni di interesse.
Forse è vero che in amore vince chi fugge.

-Sto avendo dei brividi, e non per il vento che si è alzato in questo cortile. Che male al cuore queste righe..-

Mi giro tra le coperte, pienamente consapevole che questo cambio di posizione provocherà una tosse isterica. Sono le 3 del mattino. Fisso il soffitto, deve esserci un lampione fuori, in giardino. Quella luce non può essere della luna, con questo tempo.. rimango affascinata dall'ombra delle gocce della pioggia, che si dipingono sull'intonaco.
In quel momento, in quel preciso, maledetto istante.. ho desiderato la fine. Volevo addormentarmi senza sapere se mi sarei svegliata, se il temporale avesse continuato ad insistere per giorni, senza sapere com'è fatta New York o senza sapere se avrei mai più rivisto casa.
Mi sfioro la pancia e faccio una smorfia di disappunto. Sono dimagrita tantissimo, troppo. Sento il rumore dei miei polmoni che si gonfiano a fatica, sento il sangue che scorre lento fino al cuore, così debole e deluso.
Se si potesse descrivere la depressione, vi racconterei di gennaio 2016, di ogni singola giornata di febbraio e di qualche ora di settembre. Giorni in cui non trovi una singola ragione per alzarti dal letto dove stai lentamente abbandonando tutti i tuoi pensieri, tutte le tue forze.
Giorni in cui ti sembra che l'unica cosa che ti è rimasta, è il tempo. Un tempo vissuto male, ore perse a cercare un perché, piuttosto che una soluzione.

Un signore mi chiede se posso spostare la borsa un po’ più in là, e mentre torno alla realtà sento una frase dalla signora nascosta dal roseto, all'altro tavolo:
“Carlo, i momenti di difficoltà li abbiamo tutti. Devi farle sapere che ci tieni. Un consiglio personale, è vita vissuta. I momenti no li abbiamo tutti, sta a noi far spazio soprattutto a quelli belli”.
Il signore che mi ha fatto spostare la borsa, ora impugna una Montblanc e si ingegna a scrivere una lettera.
Una lettera, che meraviglia. E lo dico io, che picchietto le dita su un touch screen dalla mattina alla sera.
Viviamo le nostre giornate in base a spunte blu, a messaggi senza risposta o mai inviati, a chiamate che vorremmo fare ma non ci è permesso. Vorrei tanto riceverla, una lettera. Assaporare i tratti di una stilografica su carta bianca, disegnati da una mano che aveva voglia di rendere speciale e personale la tua lettura.

Il terzo caffè, ora posso dire di essere sveglia. Guardo all'insù e vedo le nuvole che scappano veloci, c'è vento. Un anno dopo, sono seduta ad un tavolino a scrivere della mia vita a gente che non incontrerò mai, ma che mi legge ogni giorno. Condivido i miei pensieri più intimi con perfetti sconosciuti.

Sono viva, sento freddo. Questa volta è il vento.