perire

Non so come spiegarlo, ma certo anche tu sai che c'è, o dovrebbe esserci, una vita al di là di noi stessi. A che servirebbe l'avermi creata, se fossi tutta qui? I miei più grandi dolori sono stati i suoi dolori, e tutti li ho conosciuti e provati fin dal principio, è lui la mia ragione di vita. Se tutto il resto perisse, tranne lui, continuerei a esistere, e se tutto il resto rimanesse, e lui fosse annientato, l'universo mi sarebbe estraneo. Non ne farei più parte. Lui è sempre, sempre nella mia mente…non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere.
—  Cime tempestose - Emily Brontë | @relitti

I baci a fior di labbra
come fuoco,
m'incendiavano la pelle.
Sugli angoli della bocca
impressi in un eterno limbo,
-parlare o tacere, tacere o parlare.
Dammi altri baci,
manteniamo il muto segreto
che d'amor si può perire
ma non vi è morte assai più dolce
.

Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina, particolare, Galleria Borghese, Roma

Il ratto di Proserpina, Persefone per i Greci, rappresenta l'immagine più forte di uno dei miti più belli dell'Antica Grecia che, vede come protagoniste due donne, una madre e una figlia.

Demetra era la dea della vegetazione, dei campi e dell'agricoltura. Da Zeus ebbe Persefone, amata figlia che un giorno venne rapita da Plutone, dio degli Inferi.
Demetra udì da lontano il grido d'aiuto della figlia, ma arrivò troppo tardi, la terra si richiuse e non vi fu traccia alcuna del rapimento. Demetra la cercò ovunque, interrogò gli dei e appresa la verità fu colta dalla disperazione. Assunse l'aspetto di una donna anziana e vagò per i paesi degli uomini. La terra lentamente si spense, nulla cresceva, nulla fioriva. Zeus mandò invano tutti gli dei per convincere Demetra, ma lei non cedette: se non le fosse stata restituita la figlia non sarebbe ritornata sull'Olimpo e la terra avrebbe continuato a perire. Zeus non poté far altro che chiedere a Plutone di rilasciare Persefone. Ma il dio non poteva perdere l'amata per sempre, le offri una melagrana così che la giovane doveva far ritorno negli Inferi. Quando Demetra e Persefone si ricongiunsero in un abbraccio la terra iniziò a fiorire.

Aveva questo sogno ricorrente, non riusciva a capire cosa diavolo significasse:
La sua città tappezzata di manifesti mortuari nei quali non compariva né il nome del defunto né la fotografia obbligatoria. Vi era un grosso diciotto scritto in cremisi mentre la data, l'ora e il luogo dove si sarebbe tenuta la cerimonia, era stato battuto a macchina in corsivo elegante.
Guardò con nonchalance l'ora: la cerimonia si sarebbe tenuta da lì a pochi minuti. Come spesso accade nei sogni, si sentì magicamente trasportare nel luogo della cerimonia: un'imponente chiesa dai caratteri gotici con i pilastri composti di lapislazzuli e madreperla stile rococò la attendeva a porte aperte, l'abbazia era vuota fatta ad eccezione di una bara in ciliegio che l'attendeva sul altare. Attratta da una forza disumana si avvicinò sempre più velocemente a quel letto macabro ignorando le angoscianti immagini e composizioni di teschi con su scritto “miserere me.”
Arrivata difronte alla bara rimane stupita da ciò che vi vide dentro: uno specchio.
Uno specchio? Come può una tavoletta di vetro perire? Come uno schiaffo dritto in viso le arrivò alla stessa maniera il significato di quella strana visione. Era lei la defunta. Vi era uno specchio poiché non rappresentava la morte carnale ma bensì quella spirituale, aveva smesso di vivere e persino i suoi sogni le comunicavano di rimediare a tale errore. La morte dello spirito, dell'io interiore è persino peggiore di quella carnale

Pace non trovo, e non ho da far guerra
e temo, e spero; et ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.

Tal m'ha in pregion, che non m'apre né sera,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, e non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio.

Veggio senza occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e cheggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.



Ik heb geen vrede en ik kan niet strijden,
ik hoop en vrees, ik gloei en ben van ijs,
ik zweef naar boven en ik lig te lijden,
ik heb de wereld lief, die ik misprijs!

Ik ben verlost en kan me niet bevrijden,
ik heb houvast en raak toch van de wijs,
ik voel me levend en gestorven beide:
ach, liefde is zowel de hel als paradijs!

Ik zie verblind, ik schreeuw en kan niet praten,
ik haat mezelf en houd van iedereen,
ik roep om hulp en wil het leven laten,

Ik huil van vreugde, ik lach terwijl ik ween,
leven en dood kwelt mij in gelijke mate:
en dit, o liefste, komt door jou alleen!

— Canzoniere, Fransesco Petrarca (Dutch translation: Frans van Dooren)

Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.
Tal m'ha in pregion, che non m'apre nè sera,
nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, e non mi sferra,
nè mi vuol vivo, nè mi trae d'impaccio.
Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e chieggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.
—  Francesco Petrarca, Canzoniere.

Durate Mori, et Non Perire.

This one is flammable, and he finds the fire inhabitable.

10

“Pace non trovo , et non ò da far guerra;

et temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.


Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.


Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

et bramo di perir, et cheggio aita;

et ò in odio me stesso, et amo altrui.


Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte et vita:

in questo stato son, donna, per voi.”

Francesco Petrarca

When even Petrarca makes me think of Destiel, I know I have a serious problem;)

This sonnet makes me think of Cas so much!

I hope the translation is good: If you find a mistake, let me know.

Tu non puoi capire. Nessuno può capire.
Le persone che ci circondano credono d’aver agito bene, d’aver eseguito il copione alla perfezione; credono che tutto questo sia opera di Dio, sia stato scelto e voluto dall’Altissimo come situazione necessaria per la tua felicità. Quali livelli si raggiungono per evitare di trovarsi di fronte al mondo delle responsabilità e dei sensi di colpa. Nessuno ha colpa, perché la colpa non esiste; cos’é la colpa? È il rifugio del miscredente, dell’inetto, del superficiale, di colui che non vede altro che la sfera pragmatica e razionale delle cose, di chi non riesce ad soffiare via dalla coscienza pietre pesanti e ingombranti.
Tu non puoi capire le scelte che ho fatto, né perché, testardo e troppo intelligente, continuo a mantenerle vive. Ci sono distese di campi e cieli azzurri; piazze, vie, monumenti, persone e sogni da percorrere e inseguire, ma ti hanno chiuso in questa bolla gigantesca dove farti perire nascondendoti il vero stato delle cose; dove farti immaginare di essere in colpa per ciò che sei e farti credere che tu, a differenza mia, ce la farai; perché io non ce l’ho fatta! Io, malato, pazzo, eretico, disonesto, immaturo e debole non ho resistito e ho ceduto. Ho bisogno di aiuto, ti hanno detto. Cosa non sarebbero disposti a dire e a fare pur di distoglierti e soprattutto distogliersi dalla tua esistenza, ormai tragicamente compromessa. Ho bisogno di aiuto: non ti sembra strano? Certo che non ti sembra strano, non ti può sembrare strano: non sei tu che pensi, né tu che vedi, né tu che ascolti; non sono neanche i tuoi sogni, né i tuoi desideri; non il tuo futuro, né tantomeno il tuo presente: Sei soltanto una piccola bandiera appesa in cima all’albero di una barca a vela destinata a svanire alla successiva brusca tempesta; soltanto il sorriso appassionato della vita sul volto di chi ha scelto per te la morte.
Tu non puoi capire. Non puoi capire cosa ti hanno fatto. Hanno sbagliato, han perseverato nello sbaglio, hanno fatto sì che io avessi le mani legate e non potessi aiutarti; e quando mi sono liberato era troppo tardi, perché le mani le ho trovate legate dalla natura, da un nodo troppo stretto anche per la più abile mano. E ti ho vista lentamente svanire, mentre negli occhi dei tuoi assassini ho visto brillare una luce. La luce di Dio, la chiamano; la luce del bene, della gioia, della felicità. Io lo chiamo il riflesso delle loro colpe, così manifeste all’occhio mio mestamente socchiuso e piangente il tuo corpo invisibile.
—  amantedellarte
Hari ini tepat jam 5 pagi jogja mendapat berkah hujan deras dengan angin kencang dan perir yang menggelegar, tiba2 aku teringat dengan para penjual bubur ayam, pendagang gudeg pagi yang berjualan di pinggir jalan, para pedagang pasar yang mulai aktivitas sejak gelap hingga para petugas kebersihan yang baru menyelesaikan pekerjaannya menyapu jalan sejah tengah malam. Semoga semua berkah dan kebaikan mengalir kepada mereka seperti derasnya hujan. Allah bersama orang-orang yang bekerja.
Se è vero che a ogni attimo possiamo perire, è altresì vero che a ogni attimo possiamo salvarci.
Mettiamoci dunque in condizioni di approfittare di tutte le circostanze favorevoli.
—  Jules Verne, Viaggio al Centro della Terra
6

session notturna. 

CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA. (leopardi)

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.