per favore leggete

E’ personale, è lungo, non lo leggete per favore

Quando avevo poco più di due anni coi miei andammo a vedere la statua della libertà, ho le foto di me che gioco in un fast food con una ragazzina con gli occhi a mandorla.
Mamma mi racconta sempre che mi son messa a piangere nel salutarla perchè non potevo più giocare con lei.
Ero figlia di italiani, cioè lo sono ancora per carità, ma lì ero straniera, il che è strano visto che stranieri in quella terra lo eravamo tutti, però c'era qualcuno, come me, che era più straniero di altri.
Io avevo mia madre che mi preparava sempre i panini a casa per merenda, quindi non mangiavo a mensa come gli altri e avevo le fette di torta fatte da mia mamma a casa anzichè quei dolci chimici del posto che tutti mangiavano e mettevo le tute della benetton che odiavo tantissimo, ma le mandavano le zie dall'italia quindi mamma diceva che erano fatte meglio e io andavo a scuola in tuta anche se non avevamo ginnastica.
Capirete che per una ragazzina era un grosso patto che doveva fare con se stessa pur di non piangere e sembrare debole e viziata.
Quindi non mangiavo le cose fiche e non mettevo i leggings con gli scalda muscoli colorati come facevano tutti, io no.
Io ero italiana, di origini, dentro e fuori.
Il mio migiliore amico in prima elementare era giapponese e anche lui a scuola portava quelle vaschette multiscomparto in cui metteva quelle cose strane che io prontamente scambiavo col mio panino con la mortadella e a lui piaceva e anche a me piacevano quelle cose sue strane.
I miei vicini di casa, due ragazzini, Ronny e Johnny non so forse erano americani da generazioni perchè non mostravano in nessun modo altre provenienze, ma altri due erano due coreani e altri due erano italiani, tutti maschi.
Pure quando mi trasferì in Italia anni dopo i condomini erano tutti maschi tanto che la padrona di casa quando mi vide fece proprio “finalmente una femminuccia” è per questo che io son cresciuta a calcio e macchinine.
Sempre oltre oceano imparai ad andare in bici, mi insegnarono due ragazzi gay che stavano insieme, mi insegnarono pure ad arrampicarmi sugli alberi, erano i vicini di casa di mia zia.
Giocavo a baseball con due ragazzine armene e la mia migliore amica in seconda elementare era di origini bulgare, io e lei odiavamo, nemmeno troppo in segreto, un'altra che anche lei era dell'est, ma non so bene di dove.
Una ragazza veniva a scuola con il chiodo di pelle e i capelli colorati di rosa, tipo Jem, avevamo sette anni, non so cosa passasse nella testa dei genitori, ma lei era molto affezionata a me, mi prendeva in disparte e mi diceva che gli altri erano diversi, a me lei faceva ridere, non mi era antipatica, però non la reputavo mia amica mentre invece lei sì, stava sempre attaccata a me.
Sta cosa m'è sempre successa, ho sempre avuto gente, ragazze soprattutto, ragazze diciamo con del disagio, che si affezionano.
Non so.
E quindi eravamo io sta matta coi capelli fucsia e un'altra che se non si sedeva vicino a me piangeva, questa era latina pure lei, ma non so dire di dove, si chiamava Giorgia, forse italiana anche, non so, so solo che alla fine lei non ce la fece, nel senso che non si integrava, era inutile, a scuola si cercava in ogni modo di assecondarla e però ad un certo punto non venne più.
Mia madre un giorno mi portò a trovarla a casa perchè sapeva che lei ci teneva e a dire il vero anche io.
Bene, lei stava bene.
Era appena tornata da scuola e aveva l'uniforme, andava in una scuola privata cattolica, dalle suore, nella stessa scuola in cui io andavo per catechismo, lei ci studiava.
Era felice, mi ricordo che non la vidi mai così felice come quella volta e allora chiesi a mia madre come mai dalle suore lei era felice e con noi no.
Mamma mi rispose che non tutti siamo uguali e Giorgia stava bene dalle suore.
E io nemmeno stavo bene lì.
Non mi integravo, io dico dico, ma avevo molti problemi, ero anche io una disadattata, come la ragazza coi capelli rosa, come le spagnole che non riuscivano ad imparare la lingua manco a cannonate, come Giorgia che aveva necessità di un ambiente meno caotico e più affettuoso, forse questo era.
Io dovevo entrare al suono della campanella in fila indiana, non potevo portare un sacchetto per il pranzo diverso dagli altri, anche il quaderno doveva essere lo stesso per tutti e anche la scrittura.
Ogni mattina dire le preghiere, il giuramento alla patri e cantare l'inno della nazione e alzare la mano al suono del tuo nome, senza dire nulla.
Venerdì pizza.
E non facevo più amicizia, mi ritiravo proprio a braccia conserte e se qualcuno si avvicinava io piangevo.
Non si sapeva più che fare, mi ero isolata e se qualcuno cercava di tirarmi fuori io piangevo
Ad un certo punto mi ribellai non so a cosa forse a questa diversità omogeneizzata a forza.
Eravamo talmente tutti diversi che davvero si impegnavano a renderci i più uguali possibile.
E io ad un certo punto mi ribellai, iniziai a piangere senza smettere mai.
Mi rifiutavo di scrivere sul quaderno uguale a tutti gli altri, mi rifiutavo di usare lo stesso sacchetto di tutti, mi rifiutavo di alzarmi solo quando me lo dicevano, mi rifiutavo e basta.
E psicologo fu.
E poi fu Italia.
Per salvarmi dicono i miei, ma secondo me anche loro non vedevano l'ora di venir via.
Qui non posso spiegare le differenze che notavo, proprio che io vivevo praticamente a New York e i miei nonni nelle campagne calabresi, non so, dovete rendervene conto.
Era tutto molto più bello e io non piangevo più.
Cioè piangevo, ma meno e se per caso mi arrivava l'attimo di sconforto, quel momento in cui pensi che non ce la puoi fare, che hai bisogno di una mano da tua madre da non so da chiunque qui arrivava, i compagni di classe mi porgevano caramelle e io ridevo.
Ero piccola, facevo le scuole elementari e già soffrivo davvero molto.
Gli psicologi dissero che la società americana mi metteva sotto pressione e io non volevo competere, non volevo essere la prima della classe, volevo giocare.
I miei sbagliarono a pretendere, questo me lo dicono ancora, a meno di un anno camminavo, a due anni mangiavo da sola, il pannolino mamma ricorda di avermelo levato ad un anno anche di notte, io mi alzavo e andavo al bagno e loro smisero di accettarmi nel loro letto quasi da subito.
Ero la prima figlia, volevano che diventassi un esempio, come quel mio amico coreano che suonava il violino ed era bravissimo a neanche sei anni.
Però io rovinai tutti i piani.
E l'Italia mi ha salvata.
Resto una persona in gambissima per carità, ma mi prendo il mio tempo adesso e ne perdo pure e sia chiaro ho avuto un'infanzia disastrosa per quel che ricordo, ma so che non è colpa di nessuno.
E’ che volevo parlare dell'america e delle sue serie e pericolose contraddizioni, del perchè è una società malata, piena di cose così diverse che è un attimo nel prenderle nel modo sbagliato.
Tanto potenziale amore che invece in atto diventa odio e pressione e distanza e non bisogna generalizzare, certo, ma vorrei si capisse che certe volte è difficile e non sempre è colpa di qualcuno.
E non c'è niente da capire.
Non qui.
Andate da un'altra parte.

La ragazza, cinque anni fa, aveva accusato dei forti dolori allo stomaco dopo essere tornata da un viaggio in India. All'inizio lei e i suoi genitori avevano pensato ad una semplice intossicazione alimentare, ma il dolore non passava. Per questo motivo la ragazza è stata sottoposta a controlli di ogni tipo, compresi ginecologici e psicologici, fino a quando i medici non le hanno diagnosticato una gastroparesi, una malattia rarissima che paralizza i muscoli dello stomaco. La gastroparesi impedisce ad Ayllah-Beau di mangiare cibo e la ragazza ha bisogno che le sostanze nutritive vengano iniettate nel sangue da un sondino, senza entrare direttamente in contatto con il sistema digestivo. Per sopravvivere senza mangiare, la 19enne deve restare attaccata al tubo per almeno 14 ore al giorno.

Ayllah-Beau Foley, 19, from Cheltenham, can only eat tiny amounts of food at a time, and is fed though a tube after developing gastroparesis. She said that she first developed the condition after returning from a volunteering project in India. The teen said: “Having this condition has really changed my life. "I can’t sit down for meals with my family anymore, I can’t eat out with my friends. I can’t even tuck into a Sunday lunch. "I have a twin brother, Jordan, but we can’t eat cake together on our birthday - if I tried I’d just be sick. "It is really hard but I try and stay positive, and I just hope I can beat this horrible illness one day." She added: "I was so excited to go to India with school and I couldn’t wait to get out there and get stuck in. "But when I came back I just felt awful and started to get really ill."I assumed it was just food poisoning I’d picked up out there, but it just got worse and worse." It soon became clear that Ayllah-Beau needed medical attention, and her parents took her to the doctors.  Ayllah-Beau now relies on a feeding tube which delivers nutrients directly to her heart. She needs to be fed through the tube for 14 hours overnight just to stay alive. She said: "I still get cravings for things like chocolate, sweets and burgers. "I might have a teeny tiny bite every now and then, just to satisfy the craving, but it’s not the same. "It’s horrible because I used to love different foods so much, and now I can’t have any of them. "I hope that one day, I’ll be back to my normal self, but for now I try to stay as positive as I can." Dr Simon Gabe, a Consultant Gastroenterologist at St. Mark’s Hospital who treats Ayllah-Beau said that the condition was most likely to affect diabetes sufferers. He said in cases such as Ayllah-Beau’s, it is not known what triggers the condition. Around one in 50,000 people suffer from gastroparesis, and it is more common in women than men.