parco di divertimenti

Fuori tema, ma non troppo.

Parliamo delle storie dei libri di piccoli brividi. Voglio dire, se decidi di trascorrere una vacanza in famiglia in un parco di divertimenti chiamato “Horrorland"e la vostra macchina esplode nel parcheggio appena arrivati, forse, far finta di niente, comprare dei popcorn XL e dirigersi verso "lo scivolo della morte”, non è proprio la scelta migliore da fare. Oppure, se rubi una strana macchina fotografica dalla cantina inquietante dei tuoi vicini di casa e in ogni foto che fai appaiono cose terribili come decapitazioni, amputazioni o gli hamburger di tofu e poi tutte le cose orribili delle foto iniziano ad accadere, allora smetti di scattare foto. O ancora, se ti sei trasferito in una nuova casa e c'è un gruppo di bambini che vive nella tua soffitta ma i tuoi genitori non possono vederli, forse dovresti evitare di andare a giocare nel cimitero in giardino.
E così, quando ti parlo dei fantasmi che abitano la mia mente, quando ti dico che ho un cimitero nell'armadio, uno in giardino e uno persino in cucina, quando ti dico che l'ansia è uno scivolo ripido di cui non si vede la fine, quando ti dico che la mia depressione è una fotocamera che mostra tutte le persone che amo come estranei, quando ti dico che il panico è un fantasma testardo che mi si aggrappa addosso e non mi lascia andare per mesi, quando mi chiedi “parlami dei giorni neri” è come ricevere una pugnalata alla bocca dello stomaco, questo è il momento esatto della storia in cui tutti ti gridano di scappare.
Amare me significa amare una casa infestata.
E tu mi ami, come la famiglia che, mano nella mano, attraversa Horrorland. Non sei stupido, sbadato o coraggioso, semplicemente non hai mai visto una casa infestata da vicino.
Tesoro, questo amore non mi guarirà.
Questo amore non gratterà via il sangue dai muri, ma accenderà tutte le luci e prenderà il basilico e lo pianterà in ogni singolo davanzale.
E ho ancora i brividi quando penso a quella volta che hai detto ai fantasmi “se volete restare allora è meglio che facciate spazio”.
Quanto è imprudente il modo in cui ti amo, come il primo capitolo di una storia di fantasmi.

Dismaland

Weston-Super-Mare, Inghilterra. E’ il 21 agosto quando Banksy,uno degli artisti di strada più famosi al mondo, apre Dismaland, un parco di divertimenti che in teoria sarebbe ispirato a  Disneyland. C'è solo un piccolo problema: le attrazioni sono in decadenza e dei divertimenti neanche l’ombra…Di che cosa si tratta dunque?

Banksy ha riunito 58 tra i migliori artisti contemporanei di tutto il mondo per realizzare il parco, il quale racchiude al suo interno tra le più stravaganti ed inquietanti opere d'arte moderna. Tutte le attrazioni e i lavori realizzati dagli artisti rappresentano in modo ironico e allo stesso tempo macabro le grandi contraddizioni della societá contemporanea.

Lo scopo di Bansky è inorridire e mettere a disagio chi visita il parco: ogni singolo dettaglio è stato studiato per rendere la visita al parco un'esperienza negativa. Il sito internet funziona male e non si riescono ad acquistare i biglietti per l’entrata, lo staff è maleducato ed estremamente svogliato e nel negozio di souvenir ciascun articolo acquistabile è esaurito: l’organizzazione generale del parco è (volutamente) pessima.

Con questo parco l’artista vuole spingere i visitatori ad una riflessione individuale attraverso immagini cariche di crudezza, malinconia e doppi sensi. la società vive all’ interno della fiaba raccontata dai mass-media e dalle apparenze dettate da una mentalità consumistica, ma a Dismaland ogni fiaba muore.

Il parco è stato smantellato il 27 settembre e, stando a quanto annunciato sul sito ufficiale dallo stesso Bansky, verrà riaperto a Calais (Francia) come centro di accoglienza per profughi. Verità o è solo una delle tante provocazioni dell’artista?


Ecco alcune delle opere d’arte:

La carroza di Cenerentola

Alcuni paparazzi che si affollano per fotografare Cenerentola deceduta in seguito ad un presunto incidente; quest’opera simboleggia la morte della principessa d’Inghilterra Diana avvenuta nello stesso modo. 

A mio avviso a mettere orrore non è il cadavere della principessa, bensì i paparazzi che si affrettano a fotografare il cadavere senza mostrare un minimo di riluttanza. 

I gommoni radiocomandati

Qui vediamo le classiche barchette radiocomandate presenti in tutti i parchi di divertimento dove basta inserire una monetina per poterle guidare, con una sola eccezione: a Dismaland si guida un piccolo gommone di immigrati.

Lascio a voi l’interpretazione di tale scelta dell’artista.

Il feto tatuato

Un feto con tatuati i loghi delle grandi multinazionali.

Gli autoscontri della Morte

L’autoscontro guidato dalla Morte. Rappresenta tutte le persone morte su attrazioni dichiarate sicure dai parchi di divertimento.

Il teatrino delle marionette

Il teatro delle marionette di Punch e Judy mette in scena uno spettacolino a dir poco agghiacciante: il tema è la violenza ed un pupazzetto picchia e violenta l’altro.

I classici dei parchi di divertimento

I classici giochi da giostre sono un tiro al bersaglio sfondato da un mitragliatore, una pesca delle paperelle in cui queste sono morte e “Topple the Anvil”, un gioco che consiste nel tentare di ribaltare un’incudine lanciando delle palline da ping-pong. Assurdo.

L’entrata

Per entrare nel parco bisogna passare attraverso un metal detector fasullo dove a terra c’è del sangue rimasto in seguito ad un omicidio (ovviamente finto).

L’ orca

Una maestosa orca costretta ad uscire da un cesso e a saltare in una misera piscinetta per bambini. 

La schiavitù animale che serve l’uomo.

La credenza inquietante 

I guerriglieri

Per chi volesse, è possibile fare un selfie con i cartoni dei guerriglieri, probabilmente appartenenti all’Isis.

Non so neanche perchè io lo stia facendo, ma avevo la necessità di scrivere qualcosa che rimanesse non solo sul mio diario o sulla carta, ma anche qui.

Era l'8 giugno 2015, avevo gia preparato le valigie, con una lista di cose che mai mi sarei sognata di portare con me in viaggio, l'avevo intitolata “what we need to survive on a desert island/outside a stadium for two days” e ci avevo scritto un'infinità di cose apparentemente inutili,dalle salviette intime, ai fazzoletti, ai trucchi, alle mutande (?), fino ai trecentocinquantadue caricatori portatili  del telefono, alla mantellina per la pioggia, il sacco a pelo, e anche un'asta per i selfie, mai usata devo dire.
L'8 giugno sono uscita di casa con mia madre e mia sorella, ho lasciato il countdown del concerto sulla porta della mia stanza, mancavano ancora due crocette sul calendario prima del 10, e l'ho guardato con la consapevolezza che quando sarei tornata sarebbe stato terribile dover prendere in mano il pennarello e segnare che tutto era finito, ma ero troppo felice per badarci davvero. Non volevo pensare a niente, non volevo fasciarmi prima la testa. Così sono partita, ho preso l'aereo e quando è decollato ho stretto forte la mano di mia sorella, che ha 15 anni ed è la mia migliore amica, ci siamo “contagiate” a vicenda, e questa nostra passione ci ha unito sempre di più. Ora che ci penso è stato durante il viaggio, che ho capito davvero cosa significasse essere felici, ma veramente felici, quando ci si trova senza fiato a pensare che dopo 223 giorni che stavi aspettando, finalmente sei lì, su quell'aereo, sei lì per davvero e non te lo stai più soltanto immaginando, sei lì e un milione di pensieri ti affollano la mente, non riesci a crederci, sembra come tutto un po’ surreale. Mai nella mia vita avrei creduto che avrei preso un aereo e sarei andata in un altro Paese per seguire una “stupida” boyband, ma forse è questo il bello delle cose, che non sai mai quello che ti riserva il futuro e ogni giorno dietro l'angolo può esserci qualcosa pronto a sorprenderti. Siamo atterrate, e abbiamo preso un taxi che ci portasse al nostro appartamento, avevamo affittato un piccolo attico all'ottavo piano di un edificio nella zona del Prater (una specie di enorme parco divertimenti nel centro di Vienna) e la vista era bellissima, erano le otto e mezza di sera e c'era il tramonto, non mi capacitavo ancora di essere lì, ripensandoci adesso ancora sento quasi quella felicità, anche se mista ad un po’ di malinconia, perchè tutto passa, e io non ci posso fare niente, se non accettare che almeno i ricordi restano sempre.
Quella sera io e mia sorella abbiamo fatto i nostri zaini, non so come siamo riuscite a schiacciare in uno zainetto della eastpak il sacco a pelo, le mutande di ricambio, le calze, i caricatori, una valanga di cracker, merendine, patatine e barrette dietetiche (ok questa è stata una mia idea, lo ammetto) e ovviamente l'immancabile bandiera italiana più i cartelli con scritto “Grazie” e “thank you for staying”. Dire che ero agitata quella notte è minimizzare, non ho praticamente dormito, mi rigiravo nel letto e mi svegliavo ogni cinque minuti, in ansia.

Era il 9 giugno.
Alle sette ero in piedi, ho costretto mia madre,che giusto per dire mi ha lanciato occhiate truci per tutto il tempo, ad uscire di casa alle otto, e zaini in spalla sono corsa alla fermata della metro. Arrivare allo stadio è stato abbastanza semplice, me la cavo molto bene con l'inglese quindi nulla di complicato, abbiamo cambiato qualche linea e poi eccolo là, siamo salite in superficie e l'ho visto, lo stadio. L'Earnst Happel stadium, ancora non so come si pronuncia, sono sincera.
Sono scesa correndo dalla metropolitana, e  non ci capivo già più niente, ripeto era surreale essere lì quando per otto mesi l'avevo visto solo in foto.

È stato strano, non posso dire che non lo sia stato. Mi guardavano tutti male, ma non mi importava. Ho passato la giornata con le ragazze del mio gruppo whatsapp, ci siamo conosciute quando abbiamo preso i biglietti e continuiamo a sentirci anche ora. Sono arrivata e mi sono fatta mettere il numeretto dalle ragazze che erano già lì. Ero l'undici. Era una cosa che avevamo improvvisato noi, che non aveva alcuna valenza, perché i veri numeretti col braccialetto ce li avrebbero dati la mattina del 10 quando ci avrebbero transennato, però dovevamo farlo per mantenere un ordine per lo meno apparente. Non posso davvero far capire quanto siano belli i ricordi di quel giorno, quando ho passato il mio tempo seduta sull'asfalto davanti allo stadio, io che ho paura di ogni tipo di insetto e non sono mai andata in campeggio perché ho schifo di qualunque cosa. Non posso descrivere quella giornata, che ho passato a mangiare schifezze distesa su un materassino, insieme a delle persone meravigliose con cui ho passato una nottata che ricorderò come una tra le più belle della mia vita, quando è scattata la mezzanotte abbiamo tutte iniziato a cantare, eravamo già più di un centinaio e praticamente tutte italiane, e l'atmosfera era qualcosa di surreale. Faceva freddo, così ho indossato i leggins sopra ai pantaloncini, e due felpe. Ci siamo infilate nei sacchi a pelo e poi la croce rossa ci ha offerto quelle specie di coperte che si usano per mantenere il calore, che sono di carta dorata, e tutte correvamo in giro nella notte, illuminate solo dai lampioni dello stadio. È una scena che è impressa nella mia mente come se fosse ieri, perché in quel momento ho sentito la felicità, il petto irradiava gioia, non so spiegarlo. Quello che è successo dopo lo riassumo perché è stato un continuo litigare con le austriache, un'ansia continua e ho avuto due crisi di pianto che vi vorrei risparmiare davvero. Il fatto era questo: tutte noi eravamo lì dal giorno prima e avevamo fatto la notte, quelle arrivavano e pensavano di passarci davanti facendo le prepotenti perché parlavano tedesco. Vorrei sfatare il mito delle italiane che a Vienna hanno fatto storie o si sono comportate male, dicendo che io ero lì e di austriache ne ho viste davvero poche il 10, mentre il nove non c'erano proprio. Non gliene importava molto da quello che ho visto. Comunque, alla fine siamo state fortunate. Io ero nel primo gruppo, e la numero quattro ad entrare. Sono rimasta con alcune delle ragazze che conoscevo (tra cui Emma a cui voglio un mondo di bene e da cui sono stata proprio da pochi giorni in Puglia) nelle transenne in uno spazio piccolissimo dalle otto di mattina del 10 giugno alle tre e mezza. Quando hanno iniziato a far entrare, il cuore mi batteva come un tamburo, le guardie facevano a tutti ‘non correte’ come se fosse normale. Ma in questo noi siamo pur sempre italiane, non dei pezzi di ghiaccio come le austriache, perciò non c'è stato verso. Io ed Emma abbiamo corso fortissimo e quando mi si è aperto il parterre davanti e sono arrivata in terza fila, ci è mancato poco che stessi male. Il gruppo di apertura ha suonato alle 18 circa, e io non ne potevo più. Non avevo praticamente mangiato nulla, e mi stavo davvero sentendo svenire, faceva caldissimo e non avevo chiuso occhio la notte prima. Ecco, quello è stato l'unico istante in cui ho veramente pensato che non ce l'avrei fatta e mi avrebbero dovuto portare fuori. Non avevo energie e neppure lo spazio per tirare fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni, insomma, un inferno. Ma poi è arrivata la sigla di apertura. La musica è iniziata, il fumo è salito, e loro sono usciti. Non li avevo mai visti così, così da vicino. Non posso negare di aver cercato subito Harry, e quando l'ho visto, vestito interamente di nero, quando si è messo la mano tra i capelli intonando le prime note di Clouds, ho cominciato veramente a piangere, perché era qualcosa di bellissimo, ed era vero, più vero di quanto non fosse mai stato, ed era lì davanti ai miei occhi, ad un metro da me. In quel momento, tutte le energie mi sono tornate improvvisamente, non ero più stanca, o arrabbiata per le prepotenze che avevamo dovuto subire, o stanca per la notte, ero semplicemente felice. Ero con i miei ragazzi, e come ogni volta sentivo come se ci fossimo solo io e loro, come se non ci fosse stato nessun altro, è una sensazione strana ma non saprei definirla altrimenti. Quando sto con loro è come se tutto il mondo fosse sfocato e non esistesse affatto, ci siamo solo noi e le nostre voci che si fondono insieme, ed è bellissimo, è qualcosa di assolutamente indescrivibile, è perfetto. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono fermata un attimo smettendo di cantare, solo per sentirli davvero e realizzare che ero lì e non stavo sognando. Poi l'emozione che ho provato durante Strong quando abbiamo alzato tutte le bandiere italiane è impossibile da spiegare, la si capisce solo se la si prova, perché un momento magico come quello bisogna viverlo. I ragazzi l'hanno più che notato, e non esagero quando dico queste cose, era inevitabile. Nel parterre, ma anche negli anelli, le bandiere tricolori erano ovunque e non vi dico l'orgoglio che ho provato quando lo stadio ha cominciato a cantare ‘Italia’ ‘Italia’. Mi viene ancora da ridere e sorridere, è stato come vincere una battaglia, dati anche i trascorsi del giorno prima. Le Austriache senza di noi non avrebbero avuto neppure quella data, perché sarebbe stata sicuramente cancellata, quindi avrebbero dovuto solo ringraziarci. Detto ciò, il concerto è stato un'emozione continua. Liam è sempre il più dolce, ad un certo punto aveva un cappello a forma di formaggio sulla testa e non so perché, ma ancora rido al pensiero. È sempre pronto a far sorridere le persone, ed è continuamente lì ad incitare le fan, senza di lui penso che questo fandom non sarebbe così unito, e l'ho notato particolarmente a Vienna. Liam è il collante che ci tiene tutti uniti, anche i ragazzi. E non lo ringrazierò mai abbastanza per quello che fa. Niall è Niall, che dire? È stato sempre lui, come a San Siro, ad introdurre DFWYB, ed è stato scherzoso e dolce, ma anche aggressivo con la sua chitarra. Penso di non poterlo immaginare a fare nient'altro, è semplicemente nel suo ambiente naturale, ed è perfettamente a suo agio. Louis era semplicemente perfetto, un po’ sassy e allo stesso tempo un amore, quando cantava era come essere in paradiso, e spesso stava di fronte a dove mi trovavo io, perciò l'ho visto molto bene, aveva i capelli tirati indietro ed era bellissimo, continuava a scherzare con Liam e l'ho visto molto sereno, sono stata felice di vederlo cosi, molto più rilassato rispetto al WWAT. E poi Harry, Harry. Ho portato alla mia mente così tante volte il ricordo di lui che era così vicino a me. Ci sono stati dei momenti in alcune canzoni in cui mi sono ritrovata praticamente con la mano così in avanti da essere in seconda fila e buttata su quella davanti a me, senza accorgermene. Spingevo e non me ne rendevo conto, perché lui si avvicinava e il mio corpo si muoveva automaticamente, non pensavo, non capivo niente se non che la mia ragione di vita era lì così poco distante, e per una sola volta, sul serio, Harry mi avrebbe potuta vedere. Ho guardato nei suoi occhi, e non so descrivere quello che ho visto. La persona stupenda che è, quel misto tra il suo essere stupido e scherzoso, ma allo stesso tempo la persona più dolce che esista su questa terra. Ancora non riesco a pensarci, e a volte mi fa male il cuore. Se solo avessi potuto andare di poco più avanti, avrei potuto toccarlo. E non saprei, se qualcuno me lo chiedesse, spiegare perché per me sia così importante, così vitale, stare accanto ad una persona che non sa neppure chi sono, ma è un sentimento più forte di tutto, della razionalità, della realtà stessa, valica ogni cosa l'amore che provo per questo bellissimo essere umano che non sa neanche che respiro, ma che mi dà voglia di vivere ogni giorno, perché lui c'è anche se non c'è, sempre. Quando è finita, quando se ne sono andati sulle note di BSE, mi è venuto in mente ancora una volta Zayn, e mi sono rattristata perché la sua mancanza si sentirà sempre, e farà sempre un po’ male ricordare che ci sono stati tempi migliori in cui eravamo la grande famiglia che eravamo, e mi è venuto da piangere. Quando le luci si sono spente, quando i ragazzi sono andati via salutando, ho urlato che li amavo con tutto il fiato che avevo, con la voce spezzata tra le lacrime che non si fermavano, e ho pensato che era finita, finita ancora, finita di nuovo, e che se ne erano andati ancora via da me. Ho pensato a quando li avrei rivisti, e se li avrei rivisti. Perché ogni volta fa un po’ più paura, il futuro è incerto e ho il terrore dei cambiamenti. Il futuro è incerto, ma di una cosa sono certa. Non mi pentirò mai di aver dedicato parte della mia adolescenza a quei ragazzi, non lo farò mai. In quei due giorni, che ho passato lì fuori, dormendo (non dormendo in realtà) fuori da uno stadio, con delle persone bellissime, stando con i ragazzi e cantando con loro, che sono in assoluto le quattro persone a cui tengo più al mondo, mi sono resa conto di essere stata me stessa più di quanto non lo sia mai stata. Ero io, semplicemente io, e non ho avuto mai paura, non ho mai provato vergogna, non mi sono mai tirata indietro, proprio io che sono timida e ho paura a chiedere qualunque cosa. Ci sarà sempre gente che criticherà i One direction per la musica commerciale che fanno, o le ragazze che li seguono, ma io vorrei solo che si capisse che non si tratta solo di quattro bimbe urlanti di fronte a degli stupidi cantanti, vorrei che si capisse quanto invece siano dei ragazzi che valgono e quanto siano in grado di fare per le persone come me. Per quelle persone che hanno paura e hanno bisogno di essere appoggiate, per quelle che hanno paura e trovano in quei ragazzi il coraggio di cui hanno bisogno per superarla e andare avanti, senza arrendersi mai. Personalmente non avrò mai probabilmente l'opportunità di dirlo a loro, di dire ai ragazzi quanto gli sono grata per questi anni di felicità immensa, e questa è la cosa che mi fa più male. Allora lo scrivo qui, sperando che un giorno, anche io potrò guardarli negli occhi e abbracciarli, e fare sapere loro che in mezzo al nulla più assoluto, sono stati la mia forza, la mia ancora, la ragione per cui ho sempre continuato a sperare e a combattere per i miei sogni, senza pensare mai che sarebbero stati impossibili.
—  sognatricesenzali