pagaie

Quando suonava la campanella dell'ultima ora e tutti quanti, nei corridoi, scherzavano con gli amici, si notava lei, sola, che camminava a passo veloce e con la musica nelle orecchie.
Era come se il suo mondo fosse formato solo da lei stessa e non voleva mostrarlo a nessuno, come un piccolo segreto.
Camminava a testa bassa, superava le persone come degli ostacoli, sembrava che sapesse la strada a memoria, non si fermava nemmeno un secondo.
Anzi.
Una volta la vidi fermarsi, un vecchietto le aveva chiesto un'informazione e lei con quel sorriso, gli rispose.
Penso gli avesse chiesto un'indicazione, perchè indicò un punto con la mano e quella fu esattamente la prima volta che mi vide e che i nostri sguardi si incrociarono.
Occhi azzurri.
Tolse subito lo sguardo da me o dal punto, e continuò ad andare dritta con la testa bassa riprendendo subito il passo che aveva appena mollato.
Un giorno gli ero più vicino, non ero uno stolker, ero semplicemente curioso.
Ascoltava canzoni di tutti i tipi come: Let’s spend the night togheter, dei Rolling Stones o Help the People di Birdy o Tiziano Ferro, diciamo che non aveva dei limiti, ascoltava tutto e camminava.
Pensavo che se avessi riconosciuto delle canzoni, avrei potuto informarmi e avere un dialogo con lei, ma erano tanti gusti differenti che lasciai perdere.
Mi arresi al fatto di provare a parlarle e tornai a guardarla da lontano, sperando che a scuola, lungo i corridoi, alzasse lo sguardo proprio quando si trovava davanti a me e mi sorridesse, ma non accadde mai.
La guardavo da lontano e lentamente cominciai ad innamorarmene.
Questo me lo fece notare mia madre quando, una sera, stavo preparando la tavola per la cena e misi le tazze da caffe al posto dei piatti.
“Chi fa così, chi è così distratto, di solito è innamorato, lo sapevi?” disse.
Avevo gli occhi di chi l'amore lo viveva veramente solo che io lo vivevo da lontano e in silenzio.
Un giorno decisi che se avessi tentato di parlarle o se avessi trovato il coraggio di farlo, mi sarei alzato e l'avrei fatto senza ripensarci.
Non so esattamente cosa le avrei potuto dire, ci pensai tutta la notte e alla fine m'addormentai pensando ad un gelato al gusto di pollo.
Alcuni giorni dopo m'accorsi, mentre stavo svolgendo i compiti per casa, che la mia penna era finita, pensai che in nove anni di scuola non mi era mai finita una penna, così uscii per andarmene a comprare una nuova.
Entrai nella libreria vicino a casa mia, aveva circa dieci mila libri, tra quelli di collezione, in vendita e in magazzino, era grandissima.
Presi la penna, ma prima di andare in cassa per pagarla andai nella sezione “letteratura italiana” e mi diressi verso la lettera B per cercare un libro di Baricco, ma non lo trovai.
Trovai un'altra cosa o meglio trovai una persona, lei.
Stava seduta, non camminava e non aveva le cuffie, ascoltava le voci che c'erano attorno.
Mi guardò dritto negli occhi, per la seconda volta, e involontariamente le sorrisi.
“Che stupido” pensai, ma lei mi sorrise e tornò sul libro.
Guardai la copertina ed era un libro proprio dell'autore che volevo io, Baricco.
“Ti piace come scrive?” le chiesi
Le avevo fatto una domanda, non ci credetti “Al faccia del pollo” aggiunsi.
“Come scusa?” disse con sguardo confuso.
“Si..Io..Cioè..” ero un casino eppure l'unica cosa che mi veniva in mente in quel momento era il gelato al gusto di pollo.
“Ti piace leggere?” le chiesi imbarazzo.
Sorrise e poi rispose “Si, ma non mi piacciono gli autori italiani, Baricco è l'eccezione, secondo me”
Stemmo seduti su due sedie di fronte all'altro a parlare per mezz'ora, forse di più e non smettevo di guardarla dritta negli occhi, erano speciali, ghiacciati e freddi.
Alla fine la penna la pagai insieme al libro che aveva in mano la ragazza.
“Ci vediamo in giro” le dissi salutandola all'uscita della libreria.
“Certo” mi sorrise per la quarta volta e se nè andò.
Appena la vidi girarsi e allontanarsi per una ventina di metri, si girò e mi sorrise per la quinta volta, le sorrisi e poi la rincorsi.
“Ehi!” gridai.
Si girò “Si?” con tono leggero.
“Non ti ho nemmeno chiesto come ti chiami..” sorrise e poi me lo disse.
Sorrisi e la salutai con un'abbraccio.
Ne ero innamorato.
A scuola ci salutavamo ogni volta che ci incrociavamo e delle volte, parlavamo di libri o di musica, ma quando trovai il coraggio di chiederle di provare ad essere più di amici, mi rispose che era già fidanzata con un altro ragazzo.
Mi resi conto che non sapevo fino a fondo cosa significasse la parola amore e non avrei mai immaginato che facesse così male, mi sentivo piccolo e mi resi conto che alla fine in qualsiasi tipo di relazione, ci sarà sempre uno dei due che soffrirà, sia per amore o per amicizia.
Io, soffrivo in silenzio mentre lei mi sorrideva.
—  ricordounbacio
Pagai trecentonovantaquattro dottori prima di sentirmi dire “sua figlia non parla perché ha un gran mal di gola”.
Mentre stavo per chiamare il trecentonovantacinquesimo, capii che quel mal di gola non era altro che un turbinio di parole ed emozioni rimaste intrappolate nelle vie respiratorie.
Mia figlia non parlava perché aveva troppe cose da dire.
—  linearetta