orfanelle

Svegliarsi nel teatro di guerra del post festa di capodanno è un’esperienza.

Molto simpatica la cosa di camminare scalzi tra le stelle filanti, il pezzo della sedia brutta sempre a terra e il mal di testa. Mi fa male tutto il lato destro della faccia, quindi cerco di concentrarmi su quello sinistro. Questo perché il 2015 è stato l’anno della grande rivelazione: il pessimismo è noioso. Questo non significa che io sia diventato una suor sorriso con la chitarra che canta per la gioia dei bambini (i bambini meritano la tristezza = fa diventare la pelle più elastica) ma che ogni tanto bisogna concentrarsi sulle cose belle e su come poter migliorare la propria vita. Ecco perché, se nel 2015 ho cominciato a pensarla così, voglio considerare il 2016 il mio sophomore year. L’anno della maturità, il 1989 delle nostre vite.

Ieri è stato comunque impegnativo. Ho lavorato praticamente tutta la giornata (ma ho scritto su una lavagna con dei pennarelli di tre colori diversi) e poi la sera party party forever. Abbiamo fatto tutte le cose che vanno fatte: ascoltato Maria Nazionale, fatto il conto alla rovescia con la radio (come usava un tempo), mangiato tutte le lasagne e scartato i regalini bellissimi. A quanto pare a Milano non si trovano i fitti fitti, ma io non mi arrendo. Abbiamo dimenticato di arrostire i marshmallow sul fuoco, ma per quello c’è sempre tempo. 

Lo spazio degli auguri.

Mi piace molto augurare. Mi fa sentire un’istitutrice magnanima con le orfanelle della scuola di correzione per piccole sciagurate. Vi auguro di andare dove volete andare se ci volete andare. Meno ciacolìo da cortile e meno autocommiserazione e meno Ariana Grande. Più originalità e meno gregge. Più coraggio e meno alici dorate e fritte. Il 2016 è l’anno dell’individualità. Essere unici is so hot right now. Immaginatevi come capre di montagna da sole sul cucuzzolo. Da lì potete vedere tutto: il vostro passato (beige) e il vostro futuro turchese. Il 2016 è turchese.