ogni due settimane

É passato un anno da quando eravamo noi. Tu hai avuto altre ragazze, una diversa ogni due settimane. Io invece, ti ho aspettato. Ho aspettato un tuo messaggio al mio compleanno, un messaggio al nostro giorno o anche un messaggio dove semplicemente mi scrivevi ‘ti manco’. Ma non é successo. Non sai quanti pianti, attacchi di panico per paura di non farcela e paure ho dovuto affrontare. Tutto perché mi mancavi. Parlavo alle mie amiche di quello che eravamo, di quanto avessi bisogno di te. Ho allontanato tutti perché nessuno aveva il tuo profumo, nessuno era te.
A volte peró, ti facevi trovare. In strada, per caso. E mi facevi credere che ero ancora importante nella tua vita. Ma il giorno dopo già non c'eri più. Non tornavi ma mi facevi credere che stavi per farlo. Fino a un mese fa ci pensavo ogni notte, ogni volta che vedevo due persone baciarsi o semplicemente tenersi per mano. Poi ho capito: non ci sarà più nessun noi. Ci sono solo io. E così ho smesso. Ho deciso di non cercarti tra la gente, di non stare sulla tua chat sperando in uno 'sta scrivendo’. Non ti aspetto e cosa più importante, non voglio il tuo ritorno. Voglio solo essere felice, con un'altra persona. Perché ho capito che ció che é stato distrutto non ritornerà come prima.
Non mi manchi più ma ci penso ancora.
—  dietrounsorrisotuttaunastoria
Fai le valigie, mettici quelle poche cose di cui ti importa ancora: caricabatterie, mutande, qualche vestito, il profumo che t’ha regalato tua madre, calze, spazzolino e scarpe da tennis. Ti aspetterò alle 03.00 di stanotte (fuori al cancello) dietro l’albero di mimose dei tuoi vicini. Ti porterò via una volta per tutte. Dovremo adattarci al mio misero stipendio, rinunciare a tante cose, stringerci in un banalissimo appartamento; ho deciso che smetterò di fumare, così almeno una volta ogni due settimane potrò regalarti una cenetta romantica al McDonald’s. Di sicuro fin quando non troverò un lavoro migliore non potrò portarti nei ristoranti lussuosi, né regalarti tutti i diamanti costosi che meriti. Dovrei sentirmi uomo a metà sapendo che quello che ho da offrirti è spicciolo; eppure non succede. Sai perché? Perché tu uomo a metà non mi fai sentire mai, Helen, anche quando potresti farlo. Anzi, da quando stiamo insieme mi sento completo, miracolato, stra-ricco.
Non baratterei l’amore che ci metti — anche solo per passarmi la maionese al fast food — nemmeno per tutti i soldi del mondo. Quanto ti amo, dannazione. Mi fa impazzire il tuo profumare di bagnoschiuma, i tuoi capelli ricci, il modo in cui mi togli la sigaretta di bocca. Non merito proprio una gran donna come te. Mi mandi i messaggi con i risultati delle partite quando sono a lavoro, ordini solo una margherita quando ti porto in pizzeria perché dici che vuoi stare leggera, invece non vuoi farmi spendere troppo; mi stringi la mano e la baci se vado in paranoia pensando al passato, giuri di lasciarmi e poi ti trovo fuori al bar all’orario di chiusura per fare pace. Io tutto questo lo apprezzo, non sai quanto! È vero, sbaglio continuamente: ti prometto che smetto e poi ci ricasco, urlo quando litighiamo e mi ingelosisco per delle sciocchezze. Tu però resti sempre, senza scomporti, e con la tua meravigliosa eleganza mi sopporti prendendoti carico dei miei problemi e trascurando i tuoi. Seppure io non abbia mai avuto un padre e una madre, ringrazio Dio ogni santo giorno per avermi donato qualcosa di più: te. Da oggi giuro che sarò io a prendermi cura dei tuoi bisogni, farò l’impossibile per non farti mancare mai nulla. Sarà dura sicuramente, ma ce la faremo, perché l’amore — quando è sincero — mi hai insegnato che riesce perfino a spaccare il cielo.
—  Scappiamo, Federica Maneli
Lei mi si sedette accanto e appoggiò la sua testa sulla mia spalla. Le accarezzai i capelli lunghi e mossi, del colore del sole quando tramonta. Fissava un punto indistinto nel mare mentre io la cercavo in quegli occhi grandi e da sognatrice, azzurri come un lago addormentato e incorniciati da ciglia lunghe e ben curate. Aveva qualche lentiggine spruzzata sul naso delicato e sulla pelle bianca e luminosa. Le diedi un leggero bacio sulla fronte e lei si fece piccola nelle mie braccia, sfoggiando il suo bellissimo sorriso che mi ricordava un giglio bianco. Riuscivo a proteggerla tutta, era più bassa di me e quando la vedevo correvo subito ad abbracciarla, come se quello fosse il mio ultimo abbraccio. Non era scheletrica ma neanche con qualche chilo di troppo. Aveva un fisico ben curato, con delle belle forme, le caviglie strette e due piedini a cui facevo sempre il solletico. Mi diede un bacio sulle labbra, delicatamente ma allo stesso tempo con passione, e intanto mi accarezzava i lineamenti del viso con le sue dita sottili e proporzionate. Quel bacio sapeva di felicità, come la sua risata che era limpida e contagiosa.
Mi morse l'orecchio e mi diede dei pizzicotti. Era divertente, sapeva intrattenermi, aveva le sue idee (spesso diverse dalle mie) e quando era il momento giusto parlava tanto. Era una pazza come me, non le importava del giudizio degli altri e voleva fare quel che le piaceva: leggere, ascoltare la musica, ammirare i panorami, fare la scema ma anche discutere di argomenti seri, ballare sotto le stelle e stare in silenzio quando serviva. Non era la solita ragazza superficiale, spenta e acida che va di moda nel ventunesimo secolo, ma sprizzava felicità da tutti i pori ed era forte come una leonessa che protegge i suoi lenocini.
Lei sapeva sopportarmi, mi lasciava i miei spazi, non mi stava addosso e invece di mandarmi messaggi per delle ore, veniva dritta a casa mia se voleva parlarmi. Era indipendente, intelligente (anche se a volte faceva entrate piuttosto stupide), gelosa quanto basta, affettuosa e mi conosceva abbastanza per non litigare ogni due settimane. Tra noi due non c'era imbarazzo, eravamo due fratelli che si ritrovano dopo parecchi anni ma restano tali e uguali. Amavo i suoi difetti, quando faceva la complicata, i suoi sbalzi di umore, le volte in cui mi ignorava e faceva la preziosa, aspettando soltanto un mio sguardo.
E poi mi amava, mi amava come non aveva mai fatti nessun altro. Aveva avuto il coraggio di innamorarsi di uno come me e di farsi bastare quello che le davo, dei gesti semplici, come una rosa davanti alla porta di casa sua o una sorpresa dopo scuola. Mi amava tanto e non mi avrebbe mai lasciato andare come se io fossi un rifugio, una nuova vita per evadere un po’ dall'altra.
Avevamo le idee chiare: niente avrebbe ucciso il nostro amore.
— 

#fanculo

(Risposta alla domanda “ragazza ideale”, qua dentro👆🏻 c'è tutto, basta accorgersene)

L'altro giorno in classe abbiamo aperto un discorso difficile e, per certi versi, un po’ triste. Parlavamo di una nostra professoressa, una donna bella e molto ricca. Una mia compagna di classe, mentre ne parlavamo, ha detto che la professoressa non è poi così ricca, a suo parere, perché ha semplici Michael Kors e Louis Vuitton. Incredula ho risposto che comprare quel genere di borse, borse dai 200 ai 300 e passa euro, sono borse da persone benestanti.
Da qui è partito un discorso lunghissimo sui soldi, l'ipocrisia nel dire che è meglio non averceli, depressione che può passare solo se sei ricco perché puoi permetterti svaghi e via dicendo.
Io ho difeso per tutto il tempo la mia posizione da persona totalmente normale, a cui non è mai mancato niente ma che non ha mai avuto tutto (e ora, se ci penso, grazie a Dio se non ho tutto), che non vuole continuare gli studi per poter creare ricchezza ma solamente per avere più possibilità di fare qualcosa che possa piacere realmente.
A un certo punto la discussione si è fatta un po’ accesa, e ho detto alla ragazza che aveva l'idea opposta alla mia: “io non me la sentirei mai di domandare a mia madre un cellulare da 400€, figuriamoci da 600 o 700, perché pensare che per quell'oggetto lei ha dovuto lavorare due settimane ogni giorno, mentre io ero seduta su una sedia a scuola, mi fa proprio sentire male”.
Da “perché pensare” fino alla fine della frase, la mia voce continuava spezzarsi, rompersi, distruggersi. Alla fine ho abbassato la testa e ho continuato a fare il mio sudoku pensando: “guai a te, Sara, se piangi qui come una bambina davanti a tutti per questa cosa senza senso”.

anonymous asked:

Sei fidanzata? Se sì, ti va di raccontarci la vostra storia? :)

Sì, sono fidanzata. Convivo, per la precisione. Raccontare la nostra storia sarebbe come cercare di contenere il mare in un palmo.
In sintesi e per sommi capi: lei mi ha trovata qui, su questo blog. Abbiamo cominciato a parlare, e più parlavamo più avevamo bisogno di farlo. Parole che nutrivano altre parole. Fino a che non sono state più sufficienti. E alle parole abbiamo avuto bisogno di unire un volto. Un corpo. Il calore del respiro. Il profumo nascosto nell'incavo del collo. Un modo di ridere. Caminare. Osservare. Ci siamo viste. Ogni due settimane per un po’ di mesi. E poi abbiamo deciso di vivere insieme perché tre giorni insieme ogni due settimane erano troppo pochi. È stato fulmineo. Un'attrazione alchemica ed epidermica. Ci abbandoniamo in noi senza perdere mai noi stesse. E, come disse una mia amica, “io sto bene da sola, ma lei è la sola persona che vorrei con me anche quando sono in solitudine”.